Il Vangelo del giorno (Bose)

Coerenza

Fratel Mauro - Bose


17 giugno 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «46Perché mi invocate: «Signore, Signore!» e non fate quello che dico? 47Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: 48è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. 49Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».
Lc 6,46-49

Il testo del vangelo odierno chiude il cosiddetto “discorso della pianura”, che è la versione nel Vangelo secondo Luca del discorso della montagna. L’evangelista Luca aveva introdotto questo insegnamento di Gesù dicendo che una grande folla di discepoli e una grande moltitudine di gente venivano per ascoltare Gesù ed essere guariti. Quando Luca parla della folla dei discepoli guarda oltre a coloro che attorniavano o seguivano il Gesù storico, chiama in causa la comunità cristiana nella storia.
Ed è rivolgendosi a tutti i discepoli nella storia che Gesù conclude questo insegnamento dicendo che non è sufficiente invocarlo come Signore, ma è necessario venire a lui, ascoltare le sue parole e metterle in pratica. Già in queste le parole, Gesù indica le condizioni per essere suoi discepoli: andare a lui, ascoltare e agire la parola ascoltata. Non c’è ancora la prospettiva della croce né per Gesù né per il discepolo, ma l’essenza della vita cristiana è già tutta presente.
Le parole di Gesù sono un’esortazione e insieme un’ammonizione. Gesù, quando dice “Perché mi invocate: ‘Signore, Signore!’ e non fate quello che dico?”, è consapevole che questa invocazione nei Salmi è rivolta solo a Dio (cf. Sal 109,21; 130,3; 140,8; 141,8), e non contesta i discepoli che lo invocano in questo modo, ma vuole riportarli all’essenza della sequela. Gesù si rivolge ai cristiani di ogni tempo per metterli in guardia da quella sottile divisione interiore che porta a proclamare la sua signoria senza compiere la sua parola.
In questo Gesù non innova, ma rimanda alla fede di Israele che ha posto in bocca al popolo, radunato al Sinai, la paradossale promessa in cui il fare precede l’ascolto: “Quanto il Signore ha detto, lo faremo e lo ascolteremo” (Es 24,7). Per l’evangelista Luca il rapporto tra ascoltare e vivere la Parola è così centrale che riprenderà questo insegnamento più volte nel suo vangelo (cf. Lc 8,15; 8,21), fino a farne una beatitudine: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28). E la parola ascoltata, da custodire e da attuare, è quanto Gesù ha detto poco prima: “A voi che ascoltate io dico: ‘Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano … E come volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fate a loro’”.
Gesù conclude il suo insegnamento con la parabola delle due case: quella fondata sulla roccia e quella costruita senza fondamenta sulla terra. Con questa parabola mette gli ascoltatori di fronte alla responsabilità delle loro scelte, come nel Deuteronomio Israele è posto di fronte alle due vie: quella che conduce alla vita e quella che conduce alla morte. Lo scopo è quello che ciascuno scelga liberamente la via della vita; come allo scriba, Gesù dice a ciascuno: “Fa’ questo e vivrai” (Lc 10,28).
Gesù invita ciascuno alla coerenza tra il dire e il fare; solo così si può costruire la propria casa sulla roccia. L’evangelista sa che prima o poi arriva la piena del fiume, la prova, la tribolazione, allora non conta quanto la casa sia bella o costruita bene ma solo se è costruita sulla roccia, la roccia che è Cristo.