Il Vangelo del giorno (Bose)

Perdono e autenticità

Fratel Luciano - Bose


11 giugno 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
9Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
10venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
11Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
12e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
13e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; 15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
Mt 6,9-15

“Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20). L’amore per il Dio invisibile è reso credibile dall’amore per il fratello visibile e tangibile, per il prossimo, per l’altro. Questa affermazione giovannea rappresenta il sottofondo teologico su cui si staglia l’affermazione di Gesù secondo cui la richiesta di perdono a Dio è credibile se accompagnata dalla concreta pratica del perdono fraterno. Potremmo dire: chi non perdona il proprio fratello che vede, non può chiedere perdono al Dio che non vede. Nel Padre nostro Gesù dice: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12). Quel “come noi perdoniamo” rientra pienamente nel domandare a Gesù nel suo Nome, fa parte della preghiera e delle condizioni necessarie per chiedere in modo autentico.
È come se Gesù dicesse che noi possiamo chiedere il perdono a Dio solo se, mentre preghiamo, ci troviamo nella sfera del perdono che Gesù stesso vuole. E aggiunge ancora Gesù: “Se voi perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi, ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14-15). Queste affermazioni neotestamentarie rivelano che la relazione con Dio rischia di restare uno spiritualismo, una realtà non verificabile, una vuota parola, se non trova nel concreto confronto con l’altro, con una persona, con un corpo, con un volto, il luogo della sua autentificazione. Altrettanto vale per la dimensione liturgica e cultuale. La liturgia giudaica afferma che nel giorno dell’espiazione e del perdono (Yom Kippur), vengono perdonati solo i peccati commessi contro Dio, mentre per le trasgressioni commesse tra uomo e uomo: “Yom Kippur procura il perdono solo se uno prima si è rappacificato con il proprio fratello” (Mishnà, Yomà 8,9).
E Gesù, a sua volta, ribadisce questa posizione affermando il primato della riconciliazione con il fratello sull’atto liturgico (cf. Mt 5,23-24). Il perdono poi, nella pagina evangelica di Matteo, conferisce verità alla preghiera. Anzi, è una condizione dell’esaudimento della preghiera stessa. Sì, l’autenticità della confessione di fede la si trova nelle relazioni interpersonali. Solo nell’impatto relazionale con l’altro prende corpo e verità la confessione di fede nel Dio che si è manifestato nella carne di Gesù di Nazaret. Dire a Dio “Padre” rifiutandosi poi di considerare fratello l’altro uomo è semplicemente blasfemo e rende menzognera la preghiera. È la pratica quotidiana di accoglienza dell’altro che dice la verità dell’invocazione “Padre”, anzi, “Padre nostro”. Come pregare la preghiera cristiana per eccellenza e, al contempo, rifiutare accoglienza e rispetto per rifugiati e immigrati? Dimenticando così non solo il vangelo ma anche l’elementare verità per cui “il principale vincolo che unisce gli uomini tra loro è l’umanità” (Lattanzio). Rischiamo di ripetere come uno stanco ritornello il Padre nostro: ma esso chiede il riconoscimento dell’umanità e della dignità dell’altro uomo, e chiede di comportarsi con lui come con un fratello. Altrimenti la nostra preghiera è solo menzogna.