Il Vangelo del giorno (Bose)

La stanza del proprio cuore

Sorella Lisa - Bose


10 giugno 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:" 5Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate".
Mt 6,5-8

“Nel segreto”: l’aiuto concreto a chi è nel bisogno, la preghiera, il digiuno sono tre cose che vanno fatte nel nascondimento, senza “suonare le trombe davanti a sé”, senza mostrarsi agli altri per riceverne lode, per essere giudicati uomini o donne religiosi.
Gesù chiama ipocriti quelli che cercano la lode degli uomini ma hanno il cuore lontano da Dio. L’ipocrita, originariamente, indica l’attore che recita una parte, che riveste le sembianze di un personaggio ma resta comunque “altro” dal ruolo che assume; la sua vita non viene toccata se non in minima parte dal ruolo che svolge, non coincide con la parte che interpreta. Nessuno di noi può dire di non essere ipocrita, in nessuno di noi vi è un pieno accordo tra ciò che dice di credere e la sua vita di fede. E la peggiore ipocrisia è pensare che ipocriti siano soltanto gli altri. È molto facile lasciarsi vincere dall’ipocrisia: basta cedere all’usura del tempo, alla sonnolenza spirituale che fa ripetere meccanicamente ciò che si è sempre detto e fatto, cercando rassicurazione nel “già vissuto”, sottraendosi alla fatica di vivere l’oggi della fede.
Nel vangelo odierno l’attenzione si concentra sulla preghiera personale. Qual è il luogo della preghiera personale? Non le sinagoghe, non gli angoli delle piazze, ma la propria stanza, un luogo appartato, un luogo di solitudine e di silenzio. I padri della chiesa affermano che questa “stanza appartata” è il nostro cuore e invitano costantemente a ritornare al proprio cuore. Il cuore, inteso in senso biblico, è il centro della vita della persona, sede non solo dei sentimenti, ma dei propositi, delle decisioni, delle opzioni fondamentali che dirigono la vita. Ma il cuore può essere abitato da tante altre presenze che vogliono scacciare da esso il ricordo di Dio; può essere cieco (cf. Mt 8,17), lento a credere (cf. Lc 24,25), abitato da intenzioni cattive: “Dal cuore, infatti, provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie” (Mt 15,19). Se la preghiera si limita a una ripetizione di formule ma non incide sulla nostra vita ci sentiremo rivolgere il rimprovero del Signore: “Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me’ (Is 29,13)” (Mt 15,7-8).
Come pregare in verità e sincerità? Ai fratelli che lo interrogavano su quale ritenesse la più grande fatica nella vita spirituale, un padre del deserto rispose: “Perdonatemi, penso che non vi sia altra fatica pari a quella di pregare Dio. Sempre, quando l’uomo vuole pregare, i nemici cercano di impedirglielo; sanno, infatti, che da nulla sono così impediti come dal pregare Dio. Qualunque altra opera buona l’uomo intraprenda, se persevera in essa, trova pace, ma la preghiera esige lotta fino all’ultimo respiro” (Detti dei padri, Agatone 9). Quando facciamo una pausa durante le nostre giornate, spesso dal nostro cuore emergono sentimenti di rancore e inimicizia, una folla di pensieri negativi che non abbiamo il coraggio di guardare in faccia e che, senza che ce ne rendiamo conto, avvelenano il nostro agire, le nostre relazioni con gli altri. La preghiera esige il coraggio di entrare in questa stanza interiore del cuore, di lasciare che la parola del Signore operi un giudizio su tutto ciò che ci abita.
La preghiera è anche, tuttavia, la grande gioia del credente, come diceva una madre del deserto: “Per chi si avvicina a Dio all’inizio vi è grande lotta e grande fatica, ma poi gioia indicibile. Come quelli che vogliono accendere il fuoco, infatti, dapprima sono disturbati dal fumo e lacrimano, e poi raggiungono ciò che cercano. Sta scritto infatti: ‘Il nostro Dio è fuoco che consuma’ (Eb 12,29). Così anche noi dobbiamo accendere il fuoco divino con lacrime e fatica” (Detti, Sincletica 1).