Il Vangelo del giorno (Bose)

L’unità: esigenza vitale

per i discepoli di Gesù

Fratel Lino - Bose

8 giugno 2019

 

Prima di passare da questo mondo al Padre Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse ai suoi discepoli:«11Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. 12Quand'ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. 13Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 15Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. 16Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.17Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; 19per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità. 20Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: 21perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
22E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. 23Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
24Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch'essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
25Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. 26E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
Gv 17,11b-26 

Siamo all’interno della grande preghiera che Gesù rivolge al Padre, nell’ora in cui annuncia il suo lasciare il mondo: “Ora io vengo a te” (Gv 17,13). In quest’ora decisiva c’è in Gesù una preoccupazione grave, la più grande, che riguarda i discepoli, quanto per lui vi è di più prezioso: la loro unità. Non altro. Non è preoccupato Gesù anzitutto che essi sappiano o no annunciare il vangelo del Regno, operare guarigioni, o di un tale o tal altro aspetto: no! Ciò che è oggetto dei pensieri, dei sentimenti e della preghiera di Gesù è la loro unità.
In pochi versetti per quattro volte Gesù chiede al Padre di conservare, di proteggere nell’unità i discepoli che egli stesso gli aveva consegnato. L’unità è la qualità essenziale, senza la quale un’entità si divide in parti e, semplicemente, non è più l’insieme dei discepoli di Gesù. L’unità è il segno specifico della vita e dell’amore vissuti, della presenza del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre, perché l’unità dei discepoli riflette l’unità che c’è tra di loro. Come se ci fosse tra queste due unità una connessione, e l’una influenzasse l’altra. Senza unità è portato un “vulnus” non solo all’insieme dei discepoli e alla loro testimonianza nella storia, ma al cuore stesso di Dio.
“Custodiscili… conservali”, chiede ripetutamente Gesù al Padre. Sa che il maligno, il divisore è accovacciato alla porta (cf. Gen 4,7), pronto ad aggredire il gregge dei discepoli e a disperderlo.
Queste parole colpiscono profondamente e forse non abbiamo più la capacità di coglierne la portata: anche la stessa parola “unità” cosa significa oggi? Omologazione? No! Dono, offerta, esodo, superamento dell’individualità: “Non prego solo per loro”, dice Gesù! (Gv 17,20). Unità: una parola “in uscita” dal vocabolario, dalla cultura e dalla prassi, e non sappiamo più cosa davvero voglia dire, perché l’istinto ci porta verso la divisione, la partizione che si presenta come un tutto e invece divora l’unità, ed è il contrario di quanto Gesù ha vissuto… a meno di una capacità di saldezza, di vigilanza, di umanità, di equilibrio, di libertà interiore, che custodisca questa unità, che la faccia, come si fa la pace (cf. Mt 5,9).
Gesù ci lascia questa esigenza primaria, l’unità, ricerca dell’altro e mai senza l’altro. Questo è, paradossalmente, il bene più prezioso, anche se oggi mal compreso, aggredito da una cultura della guerra, del nemico, dell’offesa, della diffidenza... L’unità è stata la fatica del Figlio e del Padre, è stata ed è la loro volontà, perché i discepoli abbiano la vita.
L’unità è anche la nostra grande responsabilità quali cristiani, a immagine del nostro Signore: responsabilità che ciascuno deve sentire su di sé, senza scaricarla sugli altri, perché la responsabilità è sempre in noi, e non fuori di noi.
Quando l’unità si rompe, quando si raffredda la carità (cf. Mt 24,12), la capacità vitale dell’insieme si affievolisce gradualmente e si sclerotizza, diventa non vita, non genera più la vita. È come un veleno che penetra e uccide lentamente, dal di dentro.
L’unità per cui Gesù ha pregato è una lotta e anche una domanda: “E voi? Che ne fate?”.