Il Vangelo del giorno (Bose)

La sorgente

della nostra preghiera

Sorella Laura - Bose


7 giugno 2019

Prima di passare da questo mondo al Padre Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse ai suoi discepoli:«Padre, è venuta l'ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. 2Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare. 5E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.
6Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola.7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te,8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.
9Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. 10Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.».
Giovanni 17,1-11a

Questa preghiera Gesù non l’ha detta una volta per tutte, dobbiamo pensarla come intercessione sempre presente, come fonte di gioia perenne a cui ritornare per placare la sete e riprendere il cammino. Finché dura questo tempo, Cristo è in preghiera per noi dinanzi al Padre ed è proprio nella sua preghiera che respira e vive la nostra fede, che anche noi siamo trasformati in fonti d’acqua viva, è la sua preghiera che alimenta in noi la sorgente della preghiera.
“Chi berrà dell’acqua che io gli darò – aveva detto Gesù alla samaritana – non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,13-14).
Non è certo quello che facciamo che ci fa vivere come cristiani, come comunità, ma la preghiera di Cristo alla quale aderiamo, nella quale entriamo con l’aiuto dello Spirito. È il tesoro che portiamo in noi, esseri fragili come vasi di coccio. Magari non ne percepiamo la presenza ma c’è. Magari la sorgente è ostruita da una pietra, non è necessario percepirla in ogni istante, ma dobbiamo sapere che nonostante tutto, quali che siano le nostre tentazioni e cadute, la preghiera non è mai assente dal nostro cuore, così com’era all’opera nel cuore di Gesù. E questo perché noi siamo in lui, e lui in noi, e tutto ciò che è suo è anche nostro.
“Erano tuoi, li hai dati a me”. Gli apostoli sono per Gesù coloro che il Padre gli ha affidato, li riceve nell’obbedienza come un dono, e… una responsabilità. Anche noi apparteniamo a lui, e anche a noi, a nostra volta, vengono affidati altri. La vita cristiana si vive, ognuno secondo la propria misura, nella logica del dono e… della responsabilità.
La vera gloria non è quella che cerchiamo di darci da soli o di ottenere dagli altri, guadagnandoci la loro stima. Noi non dobbiamo cercare gloria da altri che da Dio, e le nostre azioni devono tendere a dare gloria a lui, non a noi stessi, come ricorda l’apostolo Pietro:
“Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché … al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio” (1Pt 2,12).
La vita eterna non è quella che si prolunga dopo la morte, la vita eterna è conoscere Dio, una conoscenza che abbiamo già fin d’ora, anche se non ancora in un faccia a faccia. Questa conoscenza è la fede, e dimorare nella fede significa essere già nella vita eterna.
“Ed essi hanno osservato la tua parola!”. Qui c’è lo sguardo lungimirante e misericordioso di Gesù, che sembra dimenticare tante cose: il rinnegamento di Pietro, il tradimento di Giuda. Perché? Perché per il Signore sono importanti le cose buone, ed egli dimentica il resto. Noi invece, magari con una pretesa di oggettività, crediamo di vedere le cose così come stanno. Gesù non era certo un ingenuo, sapeva quello che c’è in ogni essere umano. Ma nei momenti in cui le persone credevano alla sua parola c’erano lampi di bellezza e autenticità che lui sapeva cogliere nella loro vita, e sapeva fissare lo sguardo su quei momenti. Sapeva guardare oltre, vedere in prospettiva, e anche noi dovremmo poter ricevere in dono, dimorando nella sua preghiera, quello sguardo lungimirante, mite e compassionevole, su noi stessi e sugli altri.