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Le dieci stanze del rito cristiano /5. La stanza dell'anamnesi

Alla riscoperta del senso della messa

Carmine Di Sante


(NPG 01-09-04)



LA STANZA DELL’ANAMNESI


Il discorso della redenzione ci introduce nella quinta stanza del rito cristiano, sul cui frontespizio troviamo la scritta anamnesi che significa «memoriale», «memoria» o «ricordo»: non di ciò che è passato e che all’io è accessibile solo con la forza della nostalgia, uscendo dal proprio presente, ma di ciò che è presente in ogni presente e grazie al quale – come la linfa per la pianta, la luce per gli occhi, l’anima per il corpo – il presente, per l’io, è davvero presenza di vita e di senso, presenza cioè redenta e non fuga nel passato o proiezione nel futuro. Questo «presente sempre presente» di cui si fa anamnesi è ciò che Gesù ha fatto nella sua vita e soprattutto nella sua morte sulla croce. È in forza di questo «qualcosa» che ha fatto sulla croce che egli è il «presente sempre presente» o, per ricorrere al linguaggio dell’Apocalisse: «l’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente» (Ap 1,8).

Parlando, nella stanza precedente, della lode a Dio, se ne sono ricondotte le ragioni alla creazione, alla rivelazione e alla redenzione.

Tra queste, nel rito cristiano, la più sviluppata è l’ultima in cui si intrecciano le altre due in una modalità di intreccio quasi inestricabile.

Nel rito cristiano Dio infatti viene lodato e bene-detto soprattutto per Gesù: perché in lui si concentra e giunge a compimento il mistero della creazione, della rivelazione e della redenzione; perché lui ci ha detto definitivamente chi è Dio, facendocene l’esegesi con la sua vita, come vuole Giovanni nel suo prologo: «Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui ne ha fatto l’esegesi» (Gv 1,18); perché lui è stato voluto da Dio per redimere il mondo sfigurato dal peccato: «Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8); perché lui infine ha riportato la creazione al suo splendore originario: «Se uno è in Cristo è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17).

C’è un testo neotestamentario particolare dove la concentrazione cristologica della lode rivolta a Dio raggiunge un’altezza forse irraggiungibile:

«Benedetto sia Dio,

Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

che ci ha benedetti con ogni

benedizione spirituale nei cieli, in Cristo.

In lui ci ha scelti

prima della creazione del mondo,

per essere santi e immacolati

al suo cospetto nella carità,

predestinandoci a essere suoi figli adottivi

per opera di Gesù Cristo,

secondo il beneplacito della sua volontà.

E questo a lode e gloria della sua grazia,

che ci ha dato nel suo Figlio diletto;

nel quale abbiamo la redenzione

mediante il suo sangue,

la remissione dei peccati,

secondo la ricchezza della sua grazia.

Egli l’ha abbondantemente riversata

su di noi,

con ogni sapienza e intelligenza,

poiché egli ci ha fatto conoscere

il mistero della sua volontà,

secondo quanto nella sua benevolenza

aveva in lui prestabilito

per realizzarlo nella pienezza dei tempi:

il disegno cioè di ricapitolare in Cristo

tutte le cose,

quelle del cielo come quelle della terra»

(Ef 1, 3-10).

Per Paolo Cristo è colui nel quale «sono ricapitolate» tutte le cose, celesti e terrestri, colui che, quale nuovo «capo» o «testa» di un organismo, risignifica tutta la realtà, sia divina che umana. Le ragioni per cui, nel rito cristiano, Dio viene benedetto, è per questa «ricapitolazione» di tutte le cose in Cristo, nel duplice significato di «riassunto», nel senso che in lui si ritrova il meglio della storia umana, e di «ricostituzione, nel senso che in lui riacquista vita e viene risanato tutto ciò che era perduto, disperso e frantumato.

La parte più segreta di questa ricapitolazione o concentrazione cristologica, che occupa la parte centrale del trittico della lode, è quel «qualcosa» che, per il rito cristiano, va sempre ricordato e, per questo, costituisce l’oggetto specifico dell’anamnesi liturgica o memoriale: «Egli offrendosi liberamente alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi’. Dopo la cena, allo stesso modo, prese il calice e, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli, e disse: ‘Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me».

Queste parole del memoriale cristiano, pronunciate da Gesù nella sua ultima cena in cui anticipa e iscrive nell’ordine del linguaggio quello che avrebbe fatto sulla croce, assumendo quella morte iniqua in obbedienza al Padre e per amore ai fratelli, sono il sancta sanctorum dell’edificio rituale cristiano; e la sacralità con cui la tradizione le ha rivestite (i meno giovani dei lettori ricorderanno con quale tono di voce arcana venivano pronunciate le parole della consacrazione prima della riforma del Vaticano II), come pure le interminabili diatribe interpretative, a volte anche violente, alle quali esse hanno dato luogo (si ricordino solo i conflitti ermeneutici tra cattolici e protestanti sulla «transustanziazione», sul diventare il «pane» e il «vino» il «corpo» e il «sangue» di Gesù Cristo), lungi dal far sorridere, sono l’attestazione dell’importanza assoluta che esse rivestono per le coscienze cristiane e per le comunità celebranti.

Sancta sanctorum dell’edificio rituale cristiano, il senso dell’anamnesi è nel ricordare ciò che Gesù ha fatto nella sua ultima cena: il suo essersi offerto liberamente alla passione e l’aver detto ai discepoli, nell’atto di condividere con loro il pane e il vino, come faceva abitualmente il padre o capo di famiglia nella tradizione ebraica: «prendete e mangiate tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi. Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me». Parole che nella versione di Giovanni suonano ancora più scioccanti:

«In verità in verità vi dico, se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6, 53-56).

Prima di gridare allo scandalo (lo stesso evangelista nota che già subito alcuni «si misero a discutere di loro: ‘Come può costui darci la sua carne da mangiare?’») e prima di invocare il simbolismo, bisogna ritrovare il sano realismo che, non condizionato dall’ipertrofia del razionalismo, prende sul serio il fatto che vivere è mangiare, come vuole la celebre formula di Feuberbach per il quale l’uomo ist was isst, «è ciò che mangia» (formula da interpretare non riduttivamente), e che mangiare è nutrirsi dell’alterità dell’altro: non solo di quell’altro che è il mondo ma anche di quell’altro singolare che è l’uomo, come sa ogni padre e ogni madre che nel pane dato al figlio c’è – e non metaforicamente ma realmente – il loro stesso «corpo» e il loro stesso «sangue», la loro soggettività «sacrificale», il loro amore, di cui quel pane è il linguaggio materiale e quotidiano.

Dividendo il pane con i suoi discepoli, nei quali vede i rappresentanti del mondo intero, Gesù fa dono della sua soggettività sacrificale, del suo amore: ma – differenza abissale – il suo non è l’amore dato a chi lo ama e contraccambia, come il padre al figlio o l’amico all’amico, bensì l’amore dato a chi lo rifiuta e gli sottrae la stessa vita con la violenza. Fare memoria di Gesù è fare memoria della sua soggettività sacrificale che, nella storia, è il vertice della storia, anche per quanti la ritengono irraggiungibile o impossibile. 

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