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Le dieci stanze del rito cristiano /4. La stanza della lode

 

Alla riscoperta del senso della messa

Carmine Di Sante

(NPG 2001-09-4)

 


LA STANZA DELLA LODE

Si racconta che un giorno alcuni dei suoi discepoli gli chiesero cosa avrebbero fatto, dopo morte, per tutta l’eternità e che Agostino avrebbe risposto: «laudabimus», che vuol dire: «loderemo». Non soddisfatti, i discepoli chiesero ancora: «e poi?». E il Santo: «laudabimus». Ma i discepoli chiesero per la terza volta: «e poi?». E Agostino: «laudabimus». «Ma dopo che avremo lodato?», incalzarono ancora per l’ultima volta? E il Santo di Ippona: «Laudabimus, et semper laudabimus, laudabimus et laudabimus».
Questa storia mi veniva raccontata spesso durante gli anni di formazione collegiale, ed essa illustra come nessun’altra lo splendore della quarta stanza dell’edificio rituale cristiano sul cui frontespizio sono incise, appunto, con caratteri di fuoco, le lettere che compongono la parola lode.
Alcuni anni fa, trovandomi, per la prima volta, a Delfi e ammirando estasiato i resti del tempio sul cui frontespizio i sette saggi fecero incidere l’epigrafe «conosci te stesso», in cui si condensa tutta la saggezza greca, all’improvviso mi tornò in mente un altro tempio, distante qualche migliaio di km dal tempio di Delfi, il tempio di Gerusalemme, sul cui frontespizio mi apparve un’altra scritta (anche se in realtà non incisa sulle pietre del tempio ma su tutti i testi biblici e sinagogali dell’ebraismo), che in greco suonava eucharistesomen to Kirio, corrispondente al latino gratias agamus Domino e all’italiano: lodiamo, benediciamo o rendiamo grazie, in cui si condensa tutta la sapienza biblica, altra e irriducibile dalla saggezza greca, perché l’una centrata sulla alterità dell’altro che l’io è chiamato a riconoscere, mentre la seconda sulla identità dell’io che è chiamato a conoscersi e che, per conoscersi, si prende cura di sé e della sua anima, inaugurando il viaggio verso l’interiorità, dove il punto di partenza, l’io conoscente, coincide con lo stesso punto di arrivo, l’io conosciuto, nella chiusura di quel cerchio dello Stesso, del Medesimo e dell’Identico in cui Lévinas vede l’essenza stessa del pensiero greco e dell’Occidente che, del pensiero greco è divenuto l’erede. Due mondi affascinanti e storicamente intrecciati e contaminantisi ma che, nella loro verità ultimativa, restano irriducibili e pongono un aut aut: Atene o Gerusalemme, la filosofia o la bibbia, l’identità o l’alterità, il pensare l’altro o il pensare all’altro (è il bellissimo titolo di un libro di Lévinas in cui vengono raccolti alcuni suoi saggi), il sapere o la giustizia, l’amore della saggezza o la saggezza dell’amore.
Con questo frammento autobiografico siamo già all’interno della quarta stanza del rito cristiano dove si delinea il tratto peculiare del credente e dell’orante che è di essere soggetto che loda, benedice o rende grazie, a differenza dell’io identitario che, chiuso in sé e interessato a sé, è l’io riflettente le cui labbra si aprono solo per parlare di sé ma non dell’altro, non essendoci, per l’io identitario, nessun altro veramente altro. Stanza – questa – singolare, da dare il nome non solo alla seconda parte del rito cristiano, dal Vaticano II denominata come liturgia eucaristica, ma all’intero edificio rituale di cui la prima parte – la liturgia della parola – è la preparazione necessaria; ma soprattutto labirintica e a più piani, dai nomi molteplici e venerandi, a seconda dei diversi riti liturgici e delle varie confessioni cristiane, le cui lettere arcane provengono da lontano e i cui suoni, per la patina dei millenni che le riveste, suonano a volte incomprensibili e affascinanti.
Tra questi nomi, oltre a quello della lode che a lettere cubitali abbiamo trovato sul frontespizio dell’ingresso, ne ricordiamo altri quattro: canone, anafora, prefazio e preghiera eucaristica.
Il primo dei quattro, il canone, è il termine più antico e venerando ed è con questo che in Occidente, da san Gregorio Magno (535-604), è stato indicato e tramandato, fino al Vaticano II, il cuore più intimo e segreto dell’edificio rituale cristiano. Canone: che rimanda ad una radice ebraica che vuol dire canna e che, assunta come unità di misura, è divenuto sinonimo di ciò che è normativo e vincolante, come nell’espressione «il canone biblico» (l’insieme dei libri rivelati che, per le chiese, sono la misura e la norma del loro credere e agire).
Con il ricorso a questo termine la tradizione ha inteso dire che la lode o la benedizione, che segue la preghiera universale, non va considerata una preghiera tra le tante, ma la preghiera per eccellenza (per questo, come vuole la tradizione ebraica riecheggiata nell’aneddoto agostiniano, in paradiso regnerà solo la preghiera di lode) e che, per i credenti, essa è la vera preghiera alla quale conformarsi e da assumere come parametro della propria preghiera per crescere nella fede.
Il termine anafora si è imposto soprattutto nelle chiese d’oriente e proviene dalla radice greca che vuol dire elevamento o innalzamento.
Con esso si mette in luce il movimento ascensionale della preghiera di lode con cui l’orante esce dal mondo del suo io, dove vige la legge dell’eterno ritorno e dove l’unica alterità è il riflesso del suo io, e si eleva in alto, a quell’altezza vertiginosa che è il luogo dell’alterità divina di fronte alla quale l’orante sosta nella riconoscenza e nella lode. Simile a questo termine è prefazio (che rimanda al latino praefari, proclamare) con cui si mette in luce l’aspetto pubblico e solenne della lode che il presidente dell’assemblea formula ufficialmente a nome di tutta l’assemblea celebrante.
Ma tra tutti i linguaggi, quello che dal Vaticano II in poi si è imposto come specifico ed ufficiale è la preghiera eucaristica che, con una traduzione approssimativa, può essere resa con preghiera di ringraziamento (gratiarum actio): una preghiera composita e complessa, ampliatasi progressivamente nel corso dei secoli, e fatta di tanti fili, a volte indistinguibili, che si intrecciano, si richiamano, si rincorrono e si confondono in una pluralità di sfumature e di colori dove l’armonia resta sempre prevalente.
Il nuovo rito della messa riconduce a otto questi fili che si intrecciano (azione di grazie, acclamazione, epiclesi, racconto della istituzione, anamnesi, offerta, intercessioni, dossologia) e offre delle piste interpretative per evitare di perdersi nel labirinto testuale con il quale la comunità celebrante celebra la sua lode a Dio. In queste pagine prescindiamo da tutti questi aspetti e sostiamo in questa stanza solo per riflettere sul significato profondo della lode e della triplice articolazione con cui si presenta.
Stanza della lode, si è detto. La bibbia conosce un termine privilegiato per dire lode: il termine ebraico berakah, che la traduzione dei Settanta rende con eucaristia o eulogia e che in italiano corrisponde a bene-dizione, nel senso letterale della scomposizione del termine che è il dire bene. La preghiera eucaristica – la preghiera canonica o esemplare del credente – è la preghiera di bene-dizione, con la quale si dice bene di Dio perché Dio vuole bene all’uomo colmandolo dei suoi beni.
Nella preghiera di benedizione si annodano e si dispiegano quindi tre livelli semantici di bene distinti e irriducibili: l’uomo che dice bene (la dimensione antropologica della benedizione), il mondo per il quale si dice bene (la dimensione materiale e cosmologica) e Dio che è il Bene che dona beni e per il quale si dice bene (la dimensione teologica).
La preghiera di benedizione è questo spazio mirabile – anticipazione dello spazio escatologico in cui le lacrime saranno tutte asciugate – dove la comunità celebrante bene-dice Dio, dicendo bene di lui, riconoscendolo come donatore, ringraziandolo e lodandolo.
Questa lode può essere formulata col silenzio (il versetto 2 del salmo 65 dice che «il silenzio per Dio è lode»!), con una o più parole («grazie», «Ti benediciamo», «Ti ringraziamo», «Ti lodiamo»), con formulari ampi e articolati, come è appunto la preghiera eucaristica, oppure con la confessione di impotenza nella stessa possibilità di una lode adeguata, come vuole uno stupendo testo che si legge nella haggadah (il racconto ebraico dell’uscita dall’Egitto):
«Anche se la nostra bocca fosse piena di inni come il mare è pieno d’acqua, la nostra lingua di canti come numerose sono le sue onde, le nostre labbra di lodi come esteso il firmamento, i nostri occhi luminosi come il sole e la luna, le nostre braccia estese come le ali delle aquile del cielo, e i nostri piedi veloci come quelli dei cervi, non potremmo ringraziarti, o Signore nostro Dio, e benedire il tuo Nome, o nostro Re, per uno solo delle mille migliaia e miriadi di benefici, di prodigi e di meraviglie che tu hai compiuto per noi e per i nostri padri lungo la nostra storia… Perciò le membra che tu hai distribuito in noi, l’alito e il respiro che hai soffiato in noi, la lingua che ci hai posto in bocca, ringrazino, benedicano, lodino, esaltino, cantino il suo nome, o nostro re, per sempre (Testo in O. Carena, Cena pasquale ebraica per comunità cristiane, Marietti, Casale Monferrato 19833, p. 42).
La preghiera eucaristica o di benedizione è la formula più alta e codificata con la quale le chiese cristiane (anche se con delle varianti spesso accentuate) formulano la loro benedizione a Dio e la tramandano nella storia. Preghiera codificata – e per questo difficilmente modificabile se non lentamente attraverso impercettibili cambiamenti che, lungi dal rompere con il passato della tradizione, ne sono la ripresa attualizzante – la preghiera eucaristica ha una struttura a trittico, dove, nel primo si introduce il tema della lode («Rendiamo grazie al Signore nostro Dio», cui segue la risposta dell’assemblea: «È cosa buona e giusta», con la ripresa del celebrante: «Veramente è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza…»), nel terzo la si riprende e la si conclude (la dossologia: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen»), mentre in quello centrale se ne dispiegano solennemente le ragioni attraverso una triplice articolazione.
La prima serie di ragioni è legata alla creazione. Dio viene lodato perché ha posto in essere il mondo e per il miracolo o meraviglie che l’apparizione dell’essere rappresenta, soprattutto quell’essere straordinario che è l’uomo: «Noi ti lodiamo, Padre Santo, per la tua grandezza: tu hai fatto ogni cosa con sapienza e amore, a tua immagine hai formato l’uomo, alle sue mani operose hai affidato l’universo perché nell’obbedienza a te, suo creatore, esercitasse il dominio su tutto il creato».
La seconda serie di ragioni è legata alla rivelazione: Dio viene lodato perché, oltre ad aver creato il mondo, con la sua parola ne ha disvelato il senso che è di essere dono del suo Amore all’uomo che, per questo, non è cosa tra le cose ma altro dalle cose, sua «immagine e somiglianza», l’amato, il prescelto, l’eletto come suo alleato, come suo tu e suo partner con il quale con-creare la creazione nella responsabilità.
La terza serie di ragioni è legata alla redenzione. Dio viene lodato perché, oltre ad aver creato il mondo e averne svelato il senso nell’affidamento alla responsabilità umana, ne promette e realizza anche la redenzione: «E quando, per la sua disobbedienza, l’uomo perse la tua amicizia, tu non l’hai abbandonato nel potere della morte, ma nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro perché coloro che ti cercano ti possano trovare».

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