Il Vangelo del giorno (Bose)

Siamo ciechi?

Sorella Cecilia - Bose

24 maggio

17In quel tempo, i farisei dissero di nuovo al cieco che Gesù aveva guarito: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
18Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». 20I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé». 22Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga.23Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età: chiedetelo a lui!».
24Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore».25Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». 26Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». 27Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». 28Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! 29Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». 30Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. 32Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». 34Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
35Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». 36Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». 37Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». 38Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.
39Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». 40Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». 41Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane».
Gv 9,17-41

Oggi con questa pagina dell’evangelo ci raggiunge una buona notizia: l’annuncio che Gesù è venuto nel mondo come luce affinché chiunque crede in lui non rimanga nelle tenebre (Gv 12,46)! Notizia di gioia, notizia di festa in questo tempo pasquale. Ma notizia che è buona di fatto solo per coloro che gioiscono di essere illuminati, rischiarati, portati a vedere a partire da una condizione di cecità.
Sì, perché gioire della luce che viene a noi non è qualcosa di automatico: Gesù è “la luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), è “la luce degli uomini” (Gv 1,4), è “la luce del mondo” venuta a chi la segue a portare “la luce della vita” (Gv 8,21; cf. Gv 12,35-36). Eppure, è possibile per noi anche non gioire di questa luce, non accoglierla.
Quando avviene questo? L’evangelo di oggi ci dice che avviene soprattutto quando siamo convinti di non averne bisogno, cioè di non essere ciechi, quando siamo convinti di vedere: “Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane” (Gv 9,41).
Gesù, così, ci rivela che spesso le nostre tenebre non sono quelle che noi percepiamo come tali, quello stato di cose, quelle situazioni in cui ci sembra di non capire, di non avere chiaro il senso di ciò che accade e come dovremmo comportarci, ma le nostre vere tenebre spesso stanno proprio là dove invece ci sembra di vedere, di avere chiaro il perché, il senso e il come delle situazioni e delle persone, quando siamo convinti di vederci bene, di avere discernimento, di capire! Spesso proprio lì è il nostro non vedere, la nostra cecità!
Gesù ci rivela che proprio di fronte a quella che talvolta ci può sembrare un’evidenza delle cose, una chiarezza delle situazioni, un palese discernimento su certe persone, proprio lì dovremmo lasciare in sospeso il giudizio, relativizzare la nostra capacità di discernimento, metterci in ulteriore ascolto, lasciar ulteriormente affinare, illuminare dalle parole del Signore anche quella nostra apparente chiarezza dalla quale ci lasciamo guidare perché ci sembra così evidente, definitiva e assodata.
Quella luce che è in noi, talvolta è tenebra (cf. Mt 6,22-23)! E allora non resta altro che vivere rimanendo sempre in ascolto, disposti a non assolutizzare le proprie convinzioni e i propri punti di vista, nella consapevolezza che quel discernimento per cui ci sembra di vedere una pagliuzza nell’occhio del fratello è forse, in realtà, una cecità su se stessi, un’incapacità di vedere la trave che è nel proprio occhio (cf. Lc 6,41-42).
Il cristiano, perciò, è colui che non è mai sicuro dell’esattezza del proprio discernimento, ma sempre, lottando contro il potere su di sé delle dominanti della mondanità, si sforza di vivere in perenne stato di conversione, cercando di lasciarsi trasformare dalla Grazia per rinnovare, per affinare continuamente il proprio discernimento della volontà di Dio (cf. Rm 12,2), pronto sempre a ricevere ulteriore luce dalla Parola del Signore, dalle persone che incontra, dalle situazioni della vita...
Ecco, dunque, la buona notizia: il Signore si presenta come medico, come colui che porta il collirio che guarisce la nostra cecità (cf. Ap 3,18). Ma noi ci riconosciamo ciechi?