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Le dieci stanze del rito cristiano /2. La stanza della risposta

Alla riscoperta del senso della messa

Carmine Di Sante


(NPG 01-09-04)



LA STANZA DELLA RISPOSTA


Particolare importanza ha, nella liturgia della parola, il salmo responsoriale, il salmo nel quale si esprime la struttura dell’uomo come struttura responsoriale, come quell’essere il cui essere è di essere risposta, secondo l’etimo del termine che rimanda al verbo latino respondere. Di qui la seconda stanza del rito cristiano sul cui frontespizio sono incise le lettere risposta. Alla presenza di una parola che gli parla, che non ha scelto ma dalla quale è stato scelto, l’uomo si scopre costitutivamente risposta. Costitutivamente vuol dire che il rispondere, per l’uomo, non si aggiunge al suo essere, come se egli prima fosse e poi rispondesse, ma che, per lui, il rispondere è il suo stesso essere e che mancare di rispondere sarebbe, per lui, come non essere.

Parlando della prima stanza dell’edificio rituale, se ne è sottolineata la dimensione sovvertitrice dell’ordine costituito sulla forza e instauratrice dell’ordine costituito sull’amore per il quale non ci sono né possono esserci oppressi ed oppressori, vinti e vincitori. Bisogna ora aggiungere che la parola sconvolgente che Dio parla non ha la forma del «manifesto» o «programma» astratto ed universale, come ad esempio quello di Marx del 1848 che pure, nella sua formulazione, come è noto, riecheggia espressamente temi biblici (Marx proveniva dall’ebraismo e gli ebrei, anche quando sono secolarizzati, sono e restano sempre il popolo della bibbia e per la bibbia!): «La storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotta di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori ed oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente, ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta».

La parola sconvolgente che Dio parla non ha la forma del principio universale ma la forma dell’appello singolare, e il sovvertimento che essa annuncia e istituisce non riguarda in primo luogo l’ordine sociale e materiale, ma l’ordine soggettivo dell’io al quale – e solo al quale – la Parola è rivolta in prima persona e in forma imperativa.

Una pagina biblica narra cosa accadde al giovane Samuele mentre si trovava nel tempio del Signore sotto la guida di Eli, sacerdote del santuario dell’arca dell’alleanza a Silo:

«La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: ‘Samuele!’ e quegli rispose: ‘Eccomi’, poi corse da Eli e gli disse: ‘Mi hai chiamato, eccomi!’. Eli rispose: ‘Non ti ho chiamato, torna a dormire!’. Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: ‘Samuele!’ e Samuele alzatosi corse da Eli dicendo: ‘Mi hai chiamato, eccomi!’. Ma quegli rispose di nuovo: ‘Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!’. In realtà Samuele fino allora non aveva conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: ‘Samuele!’ per la terza volta; questi si alzò ancora e corse da Eli: ‘Mi hai chiamato, eccomi!’. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto. Eli disse a Samuele: ‘Vattene a dormire e, se ti si chiamerà di nuovo, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta. Samuele andò a coricarsi al suo posto. Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte: ‘Samuele, Samuele!’. Samuele rispose subito: ‘Parla, perché il tuo servo ti ascolta’. Allora il Signore disse a Samuele: ‘Ecco, io sto per fare in Israele una cosa tale che chiunque udirà ne avrà storditi gli orecchi» (1 Sam 3, 3-11).

Il racconto dell’irruzione della parola sconosciuta e inconoscibile («Samuele fino allora non aveva conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore») che, nel buio della notte, irrompe nell’esistenza di Samuele, più che esperienza singolare riguardante il protagonista che lo ha vissuto (se così fosse la storia non avrebbe per noi più interesse di qualsiasi altra storia del passato), è il racconto rivelativo di quanto accade all’io, prima e al di là della sua identità conoscitiva e volitiva. «Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte».

Ciò che Dio ha fatto a Samuele – il suo «venire a lui», il suo «stargli accanto» e il suo «chiamarlo» – è ciò che Dio fa ad ogni uomo: infrangerne il solipsismo e la solitudine della identità ed elevarlo all’altezza della relazione dove, interpellato e apostrofato per nome («Samuele, Samuele»), accede alla dimensione dell’io uditore della Parola: «Samuele rispose subito: ‘Parla, perché il tuo servo ti ascolta’».

Il sovvertimento che Dio introduce nella storia con la sua parola è il sovvertimento dell’io – genitivo oggettivo – che, da io immerso nel buio della notte, è elevato all’altezza della relazione dove, reso tu dalla parola che lo chiama per nome, è istituito io unico e singolare, al di là della totalità e al di là dell’universale.

La ragione per la quale Dio, per la bibbia, «ad-viene» all’uomo, «gli si pone accanto» e «lo chiama» per nome, è per istituirlo «uditore della sua Parola», «una cosa tale che chiunque udirà ne avrà storditi gli orecchi». Il miracolo della creazione dell’uomo, per la bibbia, non consiste nella sua produzione dal nulla e neppure nella sua dotazione intellettiva, come vuole la filosofia greca, per la quale lo specifico dell’essere umano, rispetto ad ogni altro essere, è il logos, bensì nel suo essere uditore della parola e interlocutore di Dio che gliela rivolge.

 Uditore della parola vuol dire innanzitutto, per l’io, la priorità dell’ascolto su ogni sua attività o pretesa di protagonismo. Per questo, nella bibbia, la preghiera più importante è lo shema Israel: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze». Così suona l’inizio dello shema Israel («ascolta Israele»), di questa preghiera che è più che preghiera o professione di fede e costituisce «il nucleo stesso del giudaismo» (Ben Chorin):

«La natura dello Shema non è di essere una confessione di fede, come spesso erroneamente viene detto, perché non ha nessun carattere dottrinale astratto, ma soprattutto perché non consiste, da parte dell’Israelita fedele, nella dichiarazione davanti a Dio o davanti agli uomini, della propria fede. Al contrario con esso l’israelita ascolta – e accetta – l’invito all’obbedienza radicale che Dio gli rivolge. Non si tratta di una dichiarazione di Israele, bensì della proclamazione di Dio a Israele. In questo senso, in fondo, non è neppure una preghiera» (Mauro Pesce, Il centro della spiritualità ebraica alle soglie dell’era volgare in Palestina, in Storia della spiritualità, 2, La spiritualità del Nuovo Testamento, Borla, Roma 1985, 29-30).

In secondo luogo, uditore della parola vuol dire, per l’io, l’impossibilità di sottrarsi alla risposta, per cui egli non può non rispondere, o con il sì che l’accoglie o con il no che la rifiuta. La ragione di questo paradosso, per cui l’io non può non rispondere, va cercata nel fatto che non è l’io a scegliere la parola ma la parola a scegliere l’io, anteriormente e indipendentemente dalla sua scelta e dalla sua libertà che la modernità rivendica come sovrana e illimitata. Non così per la bibbia per la quale l’io, incontrato dalla parola e risvegliato dalla sua potenza, si trova deposto nella sua libertà sovrana e «costretto» (paradossale costrizione che è vera libertà come libertà per l’altro o responsabilità!) alla scelta, dicendo «eccomi», come Samuele, come Abramo, come i profeti e come la Vergine, oppure dicendo: «torno ad occuparmi di me e degli affari – il da fare – legati al mio io». Scelto dalla Parola, l’io è l’io che dice sì o no: dove il sì e il no non sono possibilità identiche (come quando si sceglie tra andare in montagna o al mare), ma irriducibili (come quando si sceglie di rispettare la legge di gravità o di precipitarsi nel vuoto), dove la prima istituisce la verità dell’io, il suo essere dall’altro e per l’altro, mentre la seconda la sua condanna, il suo essere in sé e per sé, nella notte dell’identità che, per Lévinas, è la radice stessa dell’angoscia:

«Noi contrapponiamo l’orrore della notte, ‘il silenzio e l’orrore delle tenebre’, all’angoscia heideggeriana; la paura d’essere alla paura del nulla. Mentre in Heidegger l’angoscia realizza l’‘essere per la morte’ , che in qualche modo viene colta e compresa, l’orrore della notte, ‘senza via d’uscita’ e ‘senza risposta’ è l’esistenza irremissibile» (E. Lévinas, Dall’esistenza all’esistente, Marietti, Casale Monferrato, 1986, p. 55),

Una celebre pagina evangelica narra di un re che un giorno preparò un festoso banchetto di nozze per suo figlio, invitando tutti a partecipare gratuitamente:

«Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i loro servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città» (Mt 22, 4-6).

 La parabola mostra cosa accade all’io quando, risvegliato dalla Parola che, nella pagina matteana assume le sembianze del re che invita ad un banchetto, invece che positivamente risponde negativamente: il ritorno alla prigionia del sé, dove vige la legge del proprio («andarono chi al proprio campo»), dell’interesse («chi ai propri affari») e della violenza («altri poi, presero i loro servi, li insultarono e li uccisero») e dove, invece della liberazione, l’io trova la morte: «Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città».

Non ci si lasci ingannare dalla crudezza delle immagini da non interpretare alla lettera: non si tratta della violenza del padrone (se così fosse il re riprodurrebbe la stessa logica dei servi che contesta), ma dello smascheramento del nulla che minaccia l’essere per sé invece che per l’altro. Il destino dell’io, la sua vocazione escatologica, cioè ultima, non è di essere chiuso in sé, intento al proprio, all’interesse e agli affari, ma di uscire da sé e andare all’altro.

L’altro è la patria dell’io e fuori di questa patria l’angoscia del nulla consuma l’io.

Reazione alla parola di Dio che ha parlato, il salmo responsoriale è la traduzione linguistico-rituale della struttura antropologica dell’uomo come uditore della parola: parola da ascoltare, comprendere (di qui il significato della omelia, come aiuto a superare la distanza culturale che separa il lettore dagli autori biblici), meditare, assimilare, acconsentire e, nell’invocazione, riconoscere che spesso la si è tradita.






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