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LE DIECI STANZE

DEL RITO CRISTIANO 

Alla riscoperta del senso della messa

Introduzione

Carmine Di Sante 

 bolsena

 

(NPG 2001-09-04) 

 

INTRODUZIONE 

Al centro della religione c’è il rito. Che è come l’esecuzione musicale di un’opera nella quale le note rivivono in suoni ed armonia. La «musica» che il rito delle religioni esegue è l’ordine del mondo e l’armonia dell’esistenza. Il rito è annuncio e canto che l’uomo, nel mondo, non è solo, non vi è capitato casualmente, non vi è gettato e abbandonato tristemente e che, come non ne è il padrone, neppure ne è il servitore o una parte come le altre. Il rito annuncia che, nel mondo, l’uomo deve rispondere ad un «al di là» del mondo i cui nomi variano da religione a religione (antenati, progenitori, eroi, esseri extraterrestri o dei) e che, nel monoteismo della tradizione ebraica, acquistano il volto del Dio unico – personale e universale – così come si è rivelato escatologicamente, cioè definitivamente, attraverso Israele e in Gesù. L’ordine del mondo (intendendo per «mondo» non quello cosmologico, frutto della ricerca razionale, ma quello vissuto, oggetto dell’esperienza quotidiana) che il rito annuncia, proviene da questo «al di là» del mondo o alterità divina e si mantiene tale solo là dove l’uomo, nel mondo, si mantiene in contatto con questo «al di là» del mondo.
Per questo il rito più importante della tradizione cristiana porta il nome di ordo missae: «rito della messa». Che vuol dire: l’insieme ordinato delle varie parti che compongono il rito cristiano; ma soprattutto: la messa in scena, attraverso l’ordine del rito, dell’ordine del mondo che il rito cristiano custodisce e, eseguito, riattualizza. Come vuole il suo probabile etimo, rito rimanda infatti a ritmo, armonia, ed è la radice stessa della aritmetica o matematica che, non senza significato, per i filosofi pitagorici coincideva con la filosofia stessa perché, come motiva Aristotele, essi «pensarono che gli elementi del numero fossero elementi di tutte le cose, e che tutto quanto l’universo fosse armonia e numero».
Messa in luce dell’ordine e dell’armonia, il rito non va identificato dunque con la ripetizione sterile o ossessiva che, del rito, è la caricatura e la degenerazione. E – precisazione ancora più importante – l’ordine che esso annuncia non è lo spazio chiuso e limitante (chi non ricorda la cattiva retorica dei regimi che dell’ordine fanno il principio delle loro politiche repressive?), ma lo spazio aperto e aprente, dove, come in un giardino, si corre, si danza e si gioisce.
L’ordine che il rito annuncia è il Senso del mondo: non il senso soggettivo – che il soggetto gli dà – ma il senso oggettivo, che al soggetto è dato in dono e che, per questo, è come una melodia che incanta, una luce che orienta, una fonte che irriga, un’acqua che disseta, una roccia che sostiene, una parola che illumina, una mano che accarezza o un volto che sorride. Per ritrovare il significato profondo del rito cristiano, penetrandone i meandri complessi e affascinanti, è necessario riscoprire il senso profondo e positivo della parola ordine, il cui significato originario, nelle religioni, è di essere, sul piano oggettivo la negazione del caos e del nulla, mentre sul piano soggettivo il superamento dell’angoscia e del disorientamento. In una intervista rilasciata in occasione del suo ultimo libro, dal titolo Come diventare buoni, alla domanda se, come autore, non si sentisse di impersonare «il ruolo dell’uomo qualunque di fine millennio afflitto da turbe emotive e comportamentali», Nick Hornby ha risposto: «Completamente. Un numero enorme di persone ha problemi, per un verso o per l’altro la gente si sente persa e alienata, gira a vuoto, intrappolata nel lavoro sbagliato, nella relazione sbagliata. È una sensazione così diffusa che forse non è corretto parlare di problemi comportamentali, forse sentirsi così significa solo essere umani» (in «La Repubblica» 1.6.2001, p. 37). Il rito, che le religioni vogliono a fondamento dell’umano, è per definizione l’antidoto allo spaesamento dell’uomo nel mondo.
Lo è stato nel passato. Può tornare ad esserlo anche nel presente. Ad una condizione: che ci si disponga ad ascoltarne la melodia e comprenderne il linguaggio.
Fin dai primi secoli, in occidente, il rito per eccellenza della tradizione cristiana è stato conosciuto e tramandato con il nome di messa: termine non facile da spiegare che, forse, rimandava al momento conclusivo della prima parte della celebrazione quando i catecumeni venivano congedati (etimologicamente il termine vuol dire «congedo», dal verbo latino mittere) non potendo partecipare al rito vero e proprio, perché non battezzati e, quindi, non ancora cristiani.
A parte i nomi comunque (che, nel corso dei secoli, sono stati tanti, tra i quali: «cena del Signore», «frazione del pane», «eucaristia», «sacrificio», «anafora», «liturgia», «riunione», «colletta»), l’importante è capire l’insieme del rito cristiano, individuandone la struttura e l’articolazione interna.
Cosa non facile: perché i riti sono come le città che si sviluppano lentamente e spesso caoticamente, per esigenze ed urgenze provenienti da chi le abita e vi interagisce quotidianamente. Ciò spiega perché in un rito ci si può «perdere», come in una città o in un palazzo, quando non se ne conoscono la mappa e i punti di riferimento.
La riforma della messa voluta dal Vaticano II offre una mappa dettagliata del rito cristiano, ricorrendo a nomi venerandi e affascinanti che, se allontanano per i loro suoni incomprensibili, attraggono per il segreto che custodiscono: come quei cocci, mattoni o pietre delle zone archeologiche che, per chi le sa interrogare, parlano e veicolano la saggezza del passato Per essa dieci sono le grandi parole o indicazioni da seguire per non perdersi e che, quali segnavia, introducono in altrettante stanze – le dieci stanze appunto – dell’edificio rituale cristiano:
1. La parola o il logos;
2. La risposta o il dia-logos;
3. La preghiera o la oratio;
4. La lode o la benedizione
5. L’anamnesi o il memoriale
6. Il sacrificio o la gratuità
7. La comunione o la sequela
8. La «frazione del pane» o la fraternità
9. La testimonianza o la missione
10. Il «fiat voluntas tua» o l’abbandono.
Sosteremo lentamente in ciascuna di queste stanze, per contemplarne la bellezza e fissarne le immagini che, come quelle di un mosaico, custodiscono e svelano l’ordine che regge il mondo e sostiene l’esistenza umana, dotandola di senso e orientandola.

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