Il Vangelo del giorno (Bose)

Riporre la fiducia in Gesù

Sorella Lisa - Bose


4 maggio 2019

In quel tempo, Gesù 43partì di là per la Galilea. 44 Egli stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. 45Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch'essi infatti erano andati alla festa.
46Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. 47Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. 48Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». 49Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 50Gesù gli rispose: «Va', tuo figlio vive». Quell'uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. 51Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». 52Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un'ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». 53Il padre riconobbe che proprio a quell'ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. 54Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.
Gv 4,43-54

Non ora. Non è questo il tempo. Gesù sembra difendersi da richieste fuori luogo, che esigono da lui ciò che avverrà alla fine, nel regno. Per ora occorre credere alla sue promesse, fidarsi della sua parola. Già un’altra volta a Cana aveva reagito quasi con durezza a sua madre gli chiedeva di intervenire sopperendo alla mancanza di vino durante la festa di nozze. “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora” (Gv 2,4). Poi aveva ceduto e aveva trasformato l’acqua in vino operando il primo “segno”. Anche in quest’occasione cede, seppure malvolentieri, alla richiesta del funzionario del re che lo prega di scendere a casa sua, a Cafarnao, a guarire il suo bambino morente. In prima istanza Gesù obietta con tristezza: “Se non vedete segni e prodigi non credete!”; adopera un plurale come a dire che queste parole non sono rivolte soltanto a quel povero uomo che è venuto a implorarlo, ma a tutti noi che ascoltiamo il racconto di questo episodio. Gesù si oppone alla richiesta di gesti straordinari che vanno oltre il corso ordinario delle cose. Non si è fatto uomo per questo! È divenuto realmente uno di noi. Ignazio di Antiochia lo ricorda con forza: “Realmente è nato, ha mangiato e ha bevuto; realmente è stato perseguitato, realmente è stato crocifisso ed è morto, realmente è risorto dai morti, essendo stato risuscitato dal Padre suo” (Lettera ai cristiani di Tralli 9,1-2). Per sé non ha fatto nessun “miracolo”, nessun prodigio. Non ha trasformato le pietre in pane, non si è gettato giù dal punto più alto del tempio contando sulla protezione di angeli; ha vissuto la nostra vita umana, quotidiana con tutte le sue difficoltà, le sue gioie e le sue sofferenze abbandonandosi con fiducia al Padre, il quale sa di che cosa abbiamo bisogno, nel quale tutto riceve senso, e dunque “sia fatta la sua volontà” (Mt 6,10), che è volontà di amore sempre, fino alla fine.
Agli scribi e farisei che gli chiedevano di vedere un segno Gesù ha risposto: “Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato altro segno se non il segno di Giona il profeta” (Mt 12,38 e par.; anche Mt 16,4); l’unico segno è la resurrezione da morti di Gesù. Il termine “segno” (semeίon) rimanda a qualcos’altro, invita a pensare e a chiedersi quale sia la sua origine, quale significato porti con sé, e dunque orienta verso l’autore del segno. Nei vangeli Gesù, a volte, qualche rara volta, ha richiamato qualcuno dai morti: lo ha fatto, ad esempio, per il figlio della vedova di Nain, e per Lazzaro. Non ha guarito né fatto risorgere tutti i morti della Palestina o anche solo tutti i morti che ha incontrato lungo il suo cammino su questa terra.
Ma questa volta, dinanzi alla fiducia, all’insistenza del funzionario del re, di cui non si dice nemmeno se era ebreo, Gesù cede, compie un segno. La luce pasquale irrompe: “Tuo figlio vive”, è il ritornello che ritorna per tre volte in questi pochi versetti, è un canto pasquale.
Gesù agisce da lontano, con la sua parola. Forse questo rinvia alla nostra condizione di credenti in lui. Noi non vediamo segni e prodigi, crediamo al segno della passione, morte e resurrezione di Gesù, che non è più fisicamente in mezzo a noi. Lo è con la sua parola. Di questa parola viviamo, di questa parola nutriamo le nostre vite, di questa parola ci fidiamo. E allora sentiamo cantare nel nostro cuore: “Tuo figlio vive”; “Tua figlia, tua madre, tuo padre, tuo marito, tua moglie … vive”. Lo straordinario dentro l’ordinario è stata la fiducia di Gesù nell’amore del Padre; lo straordinario dentro l’ordinario delle nostre vite è riporre la nostra fiducia nella parola di Gesù. Allora percepiremo qualcosa già ora della resurrezione.