Fede, speranza, carità /. Introduzione

Inserito in Fede, speranza, carità (C.Di Sante).


L’esistenza teologale come esistenza responsabile e felice

Carmine Di Sante

(NPG 2002-09-6)



INTRODUZIONE

In Resurrezione, il grande romanzo di Tolstoj, al termine del servizio liturgico celebrato nel carcere da un sacerdote “vestito d’uno speciale, strano e scomodissimo costume di broccato”, il narratore commenta:
“Con coscienza tranquilla il sacerdote faceva tutto ciò che faceva, perché fin da bambino era stato allevato nell’idea che in questo consistesse l’unica vera fede, in cui avevano creduto tutti i santi uomini vissuti finora, e in cui attualmente credevano le autorità ecclesiastiche e civili. Non credeva già che il pane si fosse mutato in carne, o che giovasse all’anima pronunciare tante parole, o che lui avesse realmente mangiato un pezzetto di Dio (queste sono cose in cui non è possibile credere), ma credeva nella necessità di credere in questa fede. Soprattutto, poi, lo confermava nella sua credenza il fatto che, nell’esplicazione delle esigenze di tale fede, già da diciotto anni egli riscuoteva un reddito che gli era sufficiente per mantenere la famiglia, e il figlio al liceo, e la figlia in un istituto tenuto dal clero. Lo stesso credeva il suddiacono, e anzi con ancora più forza del sacerdote, giacché aveva completamente scordato in che consistessero i dogmi di tale fede, e sapeva soltanto che per il vino annacquato, mesciuto dopo la comunione, per la messa funebre, per la lettura dei salmi e altre preghiere, per il Te Deum semplice e per quello cantato, insomma per ogni cosa, c’era un prezzo ben determinato, che i buoni cristiani pagavano volentieri” (Tolstoj, Resurrezione, Biblioteca Economica Newton, Roma 1995, p. 127-8).
Per Tolstoj ciò che minaccia la fede – non soltanto la fede cristiana ma ogni fede – è l’abitudine che la riduce ad un deposito di verità lontane confinate nel passato (“in cui avevano creduto tutti i santi uomini vissuti finora”), cui si aderisce per consuetudine o pigrizia (“non credeva già che il pane si fosse mutato in carne, o che giovasse all’anima pronunciare tante parole, o che lui avesse realmente mangiato un pezzetto di Dio – queste sono cose in cui non è possibile credere –, ma credeva nella necessità di credere in questa fede”) e soprattutto per opportunismo (“soprattutto, poi, lo confermava nella sua credenza il fatto che, nell’esplicazione delle esigenze di tale fede, già da diciotto anni egli riscuoteva un reddito che egli era sufficiente per mantener la famiglia, e il figlio al liceo, e la figlia in un istituto tenuto dal clero”).
Oltre all’abitudine, nella sua duplice figura di pigrizia e di opportunismo, per Tolstoj una seconda minaccia incombe sulla fede:
“Quanto poi al direttore della prigione e ai sorveglianti – benché mai avessero saputo né si fossero fatto un concetto di quello in cui consistessero i dogmi di tale fede, o del significato che avesse quanto si svolgeva in chiesa – credevano che fosse assolutamente necessario credere in tale fede per il fatto che le più alte autorità, e lo stesso imperatore, ci credevano. Inoltre, anche se vagamente (non avrebbero saputo chiarire, infatti, come la cosa propriamente avvenisse), sentivano che tale fede veniva a giustificare le crudeli mansioni che essi esplicavano. Se non ci fosse stata tale fede, non solo sarebbe stato per loro più difficile, ma fors’anche impossibile adoprarsi con tutte le forze a far soffrire degli uomini, come ora facevano con perfetta tranquillità di coscienza. Il direttore era un uomo d’animo così buono, che in nessun modo sarebbe stato capace di fare questa vita, se non avesse trovato un sostegno in tale fede. E perciò stava piantato là immobile, eretto, e con tanta diligenza faceva gl’inchini e i segni di croce e cercava di commuoversi mentre cantavano ‘Allorché i cherubini’; e, quando cominciarono a comunicare i bambini, si fece innanzi e, di sua propria mano, sollevò uno di quei piccini che doveva prendere la comunione e così lo tenne per un po’” (ivi, p. 128).
Per l’autore di Resurrezione, oltre che dall’abitudine, la fede è minacciata dalla sua riduzione ad uso “civile”, alla sua funzione di legittimazione e collante dell’ordine costituito o costituendo: in questo caso, da istanza critica del disordine di ogni ordine (a confronto con il Regnum Dei ogni organizzazione sociale e le stesse chiese si configurano sempre come insufficienti e incoerenti e, per questo, sempre reformandae, da riformare) essa si converte in ideologia con la quale fondare e giustificare ruoli e comportamenti sociali: “sentivano che tale fede veniva a giustificare le crudeli mansioni che essi esplicavano. Se non ci fosse stata tale fede, non solo sarebbe stato per loro più difficile, ma fors’anche impossibile adoprarsi con tutte le forze a far soffrire degli uomini, come ora facevano con perfetta tranquillità di coscienza”.
Se l’abitudine è quel fare di cui non si coglie più il senso o l’intenzione ultima o veritativa, e se l’ideologia è quel pensare che si vuole per principio sottratto alla critica perché assunto a fondamento e conferma della giustezza e sacralità del proprio agire, l’unico modo per contrastarle e denunciarne l’ambiguità è di riscoprirne il senso profondo che non è quello di imporsi al soggetto e alienarlo ma di esprimerne le potenzialità e orientarle.
Per il musicista l’abitudine a suonare non è un “imbrigliamento” alla sua soggettività creatrice, ma una seconda natura o abito (habitus è il termine latino che sta per abitudine) che porta alla luce e ne favorisce le potenzialità musicali; “imbrigliamento” diventa se da segno e strumento della sua soggettività creatrice, l’abitudine diventa, per lui, valore e fine in sé che la mortifica. Lo stesso vale per l’ideologia: questa, prima che un insieme di idee miranti ad occultare il reale, secondo l’accezione negativa di K. Marx (si ricordi la sua celebre definizione della religione come “l’oppio dei popoli”), è come una carta geografica o mappa con cui una collettività si orienta. Fuorviante è solo se la si scambia con il territorio o città cui essa rimanda.
Alla forza negativa dell’abitudine e dell’ideologia ci si sottrae solo con l’esercizio critico della riappropriazione personale: con la presa di coscienza che il senso delle pratiche, individuali o comunitarie, è da ricondurre sempre alla soggettività del soggetto che le esige ma anche le giudica e le trascende. Soprattutto questo vale per la fede biblica ebraico-cristiana per la quale l’io, ogni io, nella sua irriducibile singolarità, è “il tempio” di Dio, il luogo escatologico, ultimo e veritativo, dove l’assoluto entra nel mondo e si dà nella storia.
Le pagine che seguono sono un tentativo di “riappropriazione” della fede cristiana, ri-cogliendone il senso al di là della traduzione rituale che, come denuncia Tostoj, può trasformarla in pratica abitudinaria, e al di là della strumentalizzazione che, come vuole sempre Tolstoj, può pervertirla in ideologia ad uso del potere costituito. Oltre l’abitudine e oltre l’ideologia, la fede cristiana disegna uno spazio che è quello dell’esistenza responsabile, libera e felice. La tradizione cristiana ha come racchiuso e raffigurato in tre maestose arcate il suo immenso patrimonio plurimillenario: sulla prima splendono le lettere che formano il termine fede, sulla terza quelle che formano il termine carità, mentre al centro quelle che compongono il termine speranza. Fede, speranza e carità: le tre virtù cosiddette teologali che definiscono l’uomo nel suo rapporto con Dio, a differenza delle virtù cosiddette morali che esprimono il rapporto dell’uomo nei confronti del suo prossimo e tra le quali eccellono le quattro più importanti (giustizia, fortezza, prudenza e temperanza) che, per questo, sono state chiamate cardinali.
A parte la terminologia, il senso profondo delle virtù teologali è di definire l’esistenza umana come esistenza teologale: esistenza il cui dispiegamento si realizza alla presenza dell’alterità di Dio, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù che, nelle scritture ebraiche e nelle scritture cristiane, si è rivelato come il Dio dell’amore e della compassione incondizionati e senza ritorno. Alla presenza di questo Dio che “è Amore” (cf 1Gv 3,8: Dio è agape) l’esistenza umana si svela e appare come esistenza responsabile e felice, come suggerisce il sottotitolo di questo dossier, il cui intento è di aiutare a riappropriarsi del nucleo incandescente del messaggio ebraico-cristiano.
Riappropriarsene: non nel senso di ridurlo alla propria soggettività manipolativa che di Dio si serve invece che servirlo, come spesso accade nelle nuove forme religiose tipo New Age; nel senso piuttosto che ogni soggettività, da quella di chi ha scritto queste pagine a quella di chi in questo istante le sta leggendo, è chiamato a interrogarsi su cosa voglia dire, per la propria singolare esistenza, vivere alla presenza del Dio d’Israele e del Dio di Gesù.
Questo processo di riappropriazione sarà fatto in tre tappe: nella prima riflettendo sul termine fede che campeggia luminosa nella prima arcata, nella seconda lavorando sul termine carità che domina la terza arcata, nella terza infine sostando sulla speranza, il termine che splende al centro tra la prima e la terza.