«Christus vivit»: cinque glosse

Lorenzo Prezzi

Da un onesto contenitore alla visione

Questo mi sembra essere il passaggio fra il documento finale (DF) del Sinodo e l’esortazione apostolica post-sinodale, Christus vivit (CV). Firmata a Loreto il 25 marzo e resa pubblica il 2 aprile, l’esortazione innova più che riassumere il lungo lavoro preparatorio e assembleare del Sinodo che si è svolto a Roma dal 3 al 28 ottobre 2018. Non solo i capitoli 1, 2 e 4 sono sostanzialmente nuovi, ma viene meno la struttura del DF che riprendeva il ritmo ternario di vedere-giudicare-agire.
Una rinnovata forza di visione che si intuisce anche dal titolo «Cristo è vivo!» e dall’evidenza che assume il tema cristologico, in precedenza ricondotto a un semplice numero del DF (63). Non è affatto nuova la libertà di papa Francesco verso i lavori sinodali. Evangelii gaudium parte dal Sinodo sulla nuova evangelizzazione (2012) ma diventa il programma del suo pontificato. Al contrario, Amoris laetitia, frutto dei due sinodi sulla famiglia (2014-2015), è fortemente ancorata non solo al processo, ma anche ai testi assembleari.
In ogni caso, è utile sottolineare che il privilegio che papa Francesco concede allo strumento “esortazione postsinodale” rispetto a quello di “enciclica” dice la sua attenzione e cura nei confronti della sinodalità come modo di vita della Chiesa. Si può aggiungere l’insistenza sulla tonalità della letizia che entra sistematicamente nei titoli e nei testi: da Evangelii gaudium ad Amoris laetitia, da Veritatis gaudium a Gaudete et exsultate, fino a Laudato si’ e all’attuale Christus vivit.

Deposito e struttura

È impressionante la quantità di riflessioni che i Sinodi trascinano e producono. Nel caso di Christus vivit, oltre al documento preparatorio e alle risposte, alle osservazioni libere inviate alla segreteria, all’Instrumentum laboris, ai lavori assembleari e al documento finale, è necessario aggiungere i risultati precedenti relativi a un seminario internazionale sulla condizione giovanile e al documento della riunione presinodale celebrata da un’assemblea di 300 giovani.
Il tutto prende forma finale nell’esortazione. Essa si sviluppa in 190 pagine, 299 numeri, distribuiti in nove capitoli: Che cosa dice la parola di Dio sui giovani; Gesù Cristo sempre giovane; voi siete l’adesso di Dio; il grande annuncio per tutti i giovani; percorsi di gioventù; giovani con radici; la pastorale dei giovani; la vocazione; il discernimento. La modalità dello scritto è duplice: da un lato, il testo è un’interlocuzione diretta con i giovani, dall’altro, assume il riferimento all’insieme del popolo di Dio, alla Chiesa tutta.

Cristo è vivo

L’accento sul kerigma, sul primo e immediato annuncio di salvezza in Cristo prende il centro della scena. Dio è amore, Cristo ti salva, Cristo vive: non sono solo le scansioni del capitolo quarto, sono il contenuto di un messaggio di speranza e di salvezza: «Noi siamo salvati da Gesù perché ci ama e non può farne a meno. Possiamo fargli qualunque cosa, ma lui ci ama. Perché solo quello che si ama può essere salvato. Solo quello che si abbraccia può essere trasformato. L’amore del Signore è più grande di tutte le nostre contraddizioni, di tutte le nostre fragilità e di tutte le nostre meschinità. Ma è precisamene attraverso le nostre contraddizioni e meschinità che lui vuole scrivere questa storia d’amore» (n. 120).
La fede non è determinata da verità astratte e neppure da appartenenze, ma è questione di incontro con lui. La Chiesa, se vuole essere attrattiva e non proselitistica, non deve guardare a se stessa, ma favorire l’incontro fra il dono rappresentato dai giovani e la promessa di bene contenuta nel Vangelo. Per questo vi è nel testo una singolare attenzione al Cristo giovane e ai volti giovani.
Non è solo il bambino e il fanciullo raccontato con somma discrezione dai Vangeli, ma anche quella straordinaria stagione di silenzio e di «assenza» rappresentata dai trent’anni della «vita nascosta» a Nazaret. Note evangeliche appena accennate di un bambino «rifugiato e rimpatriato» e di «un giovane che condivideva tutta la vita di una famiglia ben integrata nel villaggio» (n. 28).
I volti giovani sono sia veterotestamentari (Giuseppe il sognatore, Gedeone, Davide, Salomone, Geremia, Rut), sia neotestamentari. Molto lungo l’elenco dei santi giovani: Sebastiano, Francesco, Giovanna d’Arco, Andrea Phû Yên vietnamita, Caterina Tekakwitha americana, Domenico Savio, Zeffirino Namuncurá argentino, Isidoro Bakanja congolese, Pier Giorgio Frassati, Marcel Callo, Chiara Badano.

Pastorale oltre i confini

Della scansione evangelica «Gesù, i suoi e la folla» Francesco ama guardare in particolare alla «folla», al popolo che attende il Vangelo. Il testo della postsinodale è attraversato da questo sforzo di giungere a tutti i giovani, dall’invito a innovare metodi e forme, dal desiderio di vedere riconosciute le genialità delle nuove generazioni, prima e oltre l’auspicio di una loro appartenenza ecclesiale.
Non si tratta affatto di cedere a una sorta di idolatria rispetto alla giovinezza (che di fatto ignora i giovani reali), ma di non fermarsi alle genealogie clericali, all’ossessione di riempire i giovani di «contenuti religiosi» prima di riconoscerne le potenzialità e la bellezza. «Dobbiamo soltanto stimolare i giovani e dare loro libertà di azione perché si entusiasmino alla missione negli ambienti giovanili» (n. 210). «Plachiamo l’ansia di trasmettere una gran quantità di contenuti dottrinali e, soprattutto, cerchiamo di suscitare e radicare le grandi esperienze che sostengono la vita cristiana» (n. 212).
Questo è possibile se scatta il legame di amicizia con Gesù. «La percezione di Gesù come amico è la più adeguata per un giovane, perché l’amicizia non è una relazione fugace o passeggera, ma stabile, solida, fedele, che matura col tempo, in cui potersi esprimere con sincerità e fiducia» (M. Gronchi). «L’amicizia con Gesù è indissolubile. Egli non ci abbandona mai, anche se a volte sembra stare in silenzio» (n. 154). «Contempla Gesù felice, traboccante di gioia. Gioisci con il tuo Amico che ha trionfato. Hanno ucciso il santo, il giusto, l’innocente, ma Egli ha vinto il male. Il male non ha l’ultima parola. Nemmeno nella tua vita il male avrà l’ultima parola, perché il tuo Amico, che ti ama, vuole trionfare in te. Il tuo Salvatore vive» (n. 126).

Coscienza giovanile e leadership popolare

Nel Sinodo era risuonata con forza l’alleanza intergenerazionale. Il testo la conferma: «Al mondo non è mai servita né servirà mai la rottura tra generazioni» (n. 191). «Questo non significa che tu debba essere d’accordo con tutto quello che dicono (gli adulti), né che tu debba approvare tutte le loro azioni. Un giovane dovrebbe avere sempre uno spirito critico» (n. 190).
La corretta relazione fra le generazioni deve partire dalla consapevolezza di come si forma oggi la coscienza giovanile. Pur nell’enorme diversità dei luoghi, delle culture e delle storie, la percezione dell’insufficienza dei percorsi formativi tradizionali è diventata evidenza. L’azione della famiglia, della scuola e della Chiesa non basta più. La coscienza viene certo alimentata dalle tradizionali agenzie ma è messa alla prova dalle fragilità delle famiglie, dalla distanza della scuola rispetto al compito educativo, dall’insofferenza verso l’istituzione ecclesiale. Essa trova conforto nei gruppi dei pari, nelle filosofie alternative, nei social. Lì si affrontano i momenti cruciali e le decisioni della vita del giovane.
Per questo l’esortazione spinge, da un lato, a consolidare il passaggio dalla domanda «io chi sono?» a quella «per chi sono io?» e, dall’altro, al riconoscimento delle leadership spontanee in una pastorale giovanile popolare. «Consiste in una pastorale più ampia e flessibile che stimoli, nei diversi luoghi in cui si muovono concretamente i giovani, quelle guide naturali e quei carismi che lo Spirito Santo ha già seminato tra loro. Si tratta prima di tutto di non opporre tanti ostacoli, norme, controlli e inquadramenti obbligatori a quei giovani credenti che sono leader naturali nei quartieri e nei diversi ambienti. Dobbiamo limitarci ad accompagnarli e stimolarli» (n. 230). «I leader popolari, quindi, sono coloro che hanno la capacità di coinvolgere tutti, includendo nel cammino giovanile i più poveri, deboli, limitati e feriti» (n. 231).
Il materiale del documento è molto vasto e le suggestioni assi numerose: dalla vocazione all’accompagnamento, dal tema del corpo al rapporto uomo–donna, dalla paternità–maternità all’«estasi» di uscire da se stessi, fino alla consacrazione della propria vita e alla missione. L’auspicio finale è di veder correre velocemente i giovani verso il futuro di Dio: «E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci» (n. 299).

(Settimana, aprile 2019)