Simone Weil

Azione e contemplazione


Un orizzonte di spiritualità per i giovani oggi


Angela Anna Tozzi

simoneweil

Per poter entrare nel pensiero di Simone Weil (3 febbraio 1909-24 agosto 1943) per comprendere la logica dei suoi atteggiamenti e delle sue scelte abbiamo bisogno di entrare nel suo mondo, nel suo ambiente intellettuale.
Siamo costretti, pertanto, a tener conto della complessità editoriale dei suoi scritti. Tutte le opere di Simone Weil sono state sistemate e pubblicate da amici e parenti dopo la sua morte.
I canali di diffusione sono stati due: da una parte Padre Perrin[1] e Gustave Thibon[2] che si ritenevano i legittimi proprietari di un materiale a loro affidato da lei stessa, perché venisse offerta alle sue idee una felice sistemazione; dall'altra parte la sua stessa famiglia.
Le origini della madre Selma (diminutivo di Solomea) Reinhers sono varie. Il padre era galiziano, la madre viennese. Cresciuta ad Anversa, Belgio: “Selma aveva avuto una nutrice cosacca e l’ambiente vario, libero, stimolante di una famiglia ricca e colta.”[3]
Il fratello Andrè, di tre anni più grande di Simone, più robusto, dotato di straordinaria intelligenza è per lei un’attrazione costante, il compagno ideale di giochi: “Andrè e Simone: una solidarietà magica e formativa li unisce. Sono racchiusi insieme in un loro universo, con un loro codice di simboli e giochi”.[4]
Simone cresce avvinta dalla personalità del fratello, forte di carattere; vuole essere alla pari con lui. Di fatto negli anni dell’infanzia riesce a tenere il passo con lui, ma a quattordici anni, quando la brillante carriera di studi del fratello si distaccò dalla sua, entrò in una crisi profonda da pensare al suicidio.

“Ho seriamente pensato alla morte, a causa delle mie mediocri facoltà naturali. Le doti straordinarie di mio fratello, che ha avuto un’infanzia e una giovinezza paragonabili a quelle di Pascal, mi obbligavano a rendermene conto.”[5]

La famiglia Weil aveva abolito al suo interno qualsiasi credo religioso o politico. Il Dottor Bernard era ateo convinto, e la signora Selma avendo sofferto dei pregiudizi contro gli ebrei aveva deciso, d’accordo con il marito, di non parlare di religione ai figli.
I forti legami affettivi, la generosità, l’intelligenza, l’elevato grado di cultura costituivano la base per una solidarietà morale che si esprimeva in libertà e ampiezza di idee.
Da tutte le descrizioni di amici, familiari, persone di alta cultura che sono venuti a contatto con la famiglia Weil emerge l’insieme di una famiglia felice, serena, unita.
Ciò nonostante nello sviluppo dell’infanzia e della fanciullezza di Simone manca una identificazione con la figura femminile. L’unica identificazione possibile nella sua situazione di “figlia unica”, con la madre, non sembra si sia realizzata.
La madre, donna colta e intelligente, non era riuscita a realizzarsi pienamente come persona nella sua femminilità, né ad incanalare le sue doti in una precisa e definitiva professione.
Inconsciamente fa ricadere sulla figlia una situazione di difficoltà psicologica non permettendole di sviluppare pienamente le proprie caratteristiche di donna.

Faccio del mio meglio per incoraggiare in Simone, non le grazie della fanciullina, ma la dirittura del ragazzo, anche se rischia di passare per ruvidezza.[6]

Un altro punto molto importante da sottolineare nella vita di Simone è una salute molto delicata e fragile. Le malattie infantili sono per lei sempre complicate e lunghe.
Anche gli studi non sono regolari. La famiglia Weil ha provveduto alla istruzione dei propri figli in una forma tutta particolare, alternando lezioni private a corsi regolari.[7]
Fin dalla fanciullezza Simone è fortemente stimolata a livello intellettuale e corrisponde con capacità e disinvoltura, ma deve anche misurarsi in un confronto costante con una persona molto più dotata di lei, il fratello che diverrà un grande matematico.
Gli elementi che caratterizzano il nucleo primario di formazione della Weil all’interno della sua famiglia sono:
- una mescolanza di razze, di culture e di usi;
- l’origine ebraica non si esprime in nessuna forma religiosa.Il padre si professa ateo e la madre desidera per i figli una educazione agnostica;
- la cultura medico-scientifica del padre produce nella famiglia una esagerata esigenza igienista.
Per questo motivo in casa Weil viene privilegiato il contatto con la natura ma si crea un certo isolamento nella crescita dei ragazzi.[8]
La madre, proveniente da famiglia molto colta, in possesso lei stessa di cultura varia e molteplice, non avendo raggiunto una professionalità, è ossessionatamente alla ricerca di una cultura ottima, impeccabile e quanto più possibile varia per i figli.

Una studentessa originale

La sua preparazione fino alla prima parte della licenza liceale, fu prevalentemente di tipo privato.Questo ha contribuito molto ad accrescere in lei il senso della libertà: libertà che si esprime negli atteggiamenti, nelle scelte, nei tempi.
Nell’anno 1924-1925 aveva sentito parlare di Le Senne [9] come di un ottimo filosofo, professore al liceo Victor Duruy di Parigi. Si iscrisse a questo liceo e divenne la migliore allieva di Le Senne.
Un giorno si irritò molto perché Le Senne che si interessava di caratteriologia, l’aveva definita molto emotiva.
Accetta l’invito di Raymond Aron, allora professore a Duruy, convertito al cattolicesimo, a riunioni nella sua casa, in cui si discuteva di religione.
Quando deciderà di seguire i corsi regolari al liceo Henri IV, i suoi rapporti con l’ambiente, con i docenti non saranno per nulla facili. Il suo anticonformismo esagerato, l’aspetto mascolinizzato e goffo, provocava giudizi negativi. Per le autorità scolastiche era “una ragazza impossibile”. Il Preside l’aveva ammonita più volte per il suo comportamento: gesti maschili, vestiario inconcepibile. Con una sorvegliante scolastica era venuta alle mani. Una volta fu sospesa per otto giorni perché aveva fumato nel cortile dei ragazzi.[10]
Anche nella linea del profitto ordinario insorgono difficoltà. Nonostante la sua intelligenza non riesce a farsi apprezzare dai docenti, fatta eccezione del professore di filosofia Emile Chartier Alain per il quale ebbe una grande ammirazione e dal quale ottenne apprezzamenti di notevole considerazione.
La sua cultura è ampia e varia ma non si confronta quasi mai con le esigenze di una didattica programmata in una struttura ed offerta, paritariamente, ad una classe di studenti.
Cresce così una personalità molto originale, nutrita nel meglio del sapere ma sempre impegnata ad elaborare sintesi di tipo personale.

Discepola di Alain

Simone entra al liceo Henri IV°, nell’ottobre dell’anno 1925.
Nella filosofia di Alain trovano eco le sue grandi aspirazioni, la sua ricerca della verità, le sue esigenze morali. Il metodo di Alain affascina Simone: è un metodo di insegnamento che non prevede l’uso di manuali e tantomeno di lezioni preparate. L’avvio di una disquisizione poteva essere una frase scritta sulla lavagna da lui stesso o dagli studenti, da cui dovevano estrarre tutte le affermazioni e le opposizioni possibili nel campo del sapere.Gli autori andavano incontrati nelle loro opere, ma le proposte erano sempre contemporaneamente su due autori diversi tra loro distanti nel tempo, come ad esempio, i dialoghi di Platone e il romanzo di Balzac, le Critiche di kant e l’Iliade di Omero. Inoltre gli studenti erano invitati a presentare lavori scritti che chiamavano “topos”. Erano delle dissertazioni brevi su argomenti a totale scelta degli allievi allo scopo di sviluppare con attenzione il pensiero, perché il maestro riteneva che imparare a scrivere bene, significa imparare a pensare bene.
Questa metodologia piaceva agli studenti perché dava loro fiducia e si stabiliva un ottimo rapporto tra docente e allievi.

La filosofa

Simone Weil è annoverata tra i filosofi contemporanei, anche se non ha nulla in comune con loro. Non è mai stata attratta dal moderno ha sempre preferito l’antico, il classico.
Platone è il filosofo più amato e stimato da Simone. Insieme a Platone ama anche il mondo greco: Sofocle, Eschilo, la tragedia, il mito. Conosce bene la lingua greca ed elabora interpretazioni personali del pensiero classico. Sente una profonda attrazione per Spinoza di cui ammira il coraggio, l’intraprendenza, lo spirito di povertà, la serenità.
Ma seguendo la linea di Alain finisce per accordare una preferenza alle idee di Descartes.
Tanto che per il suo diploma sceglierà una dissertazione su Descartes: “Science et perception dans Descartes”.
Comunque il suo vero e grande maestro rimane Alain.

La politica

Simone si dichiara comunista ma non è mai stata iscritta al partito comunista. Partecipa a tutti i congressi sindacali dei lavoratori, si mette a contatto con i sindacalisti rivoluzionari: Louzon, Pierre Monatte, Boris Sauvarine e il gruppo di Saint-Etienne che faceva capo a Thevenon.
Si mette sempre a fianco degli operai, i minatori, si impegna come insegnante nei corsi per lavoratori, contribuisce alla progettazione di attività sindacali.
Studia Marx e contesta la proposta rivoluzionaria, perché crede che l’organizzazione della rivoluzione presuppone già un nucleo di potere il quale tende a strumentalizzare il proletariato.
Passa da una visione rivoluzionaria di progresso sociale ad una visione riformista.
Dopo il viaggio a Berlino contesta l’attività internazionale del partito comunista mentre esprime simpatia e fiducia in Trockij e nella “Quarta internazionale”.
Finirà i suoi giorni lavorando intensamente, con un gruppo di studiosi, suoi amici, per il progetto “Francia libera”, a cui lo stesso De Gaulle era molto interessato.
Arriva anche ad ipotizzare la necessità dei partiti politici, giudicati un pericolo ricorrente verso un totalitarismo accecato nella ricerca affannosa del proprio potere.

La religione

Simone Weil è di origine ebraica, cresciuta in un completo agnosticismo, è presto attratta dal fenomeno religioso cristiano nel suo complesso.
Si interessa delle religioni indiane, cinesi, e dell’antico Egitto.
Impara il Sanscrito per leggere le Upanisad in lingua originale, in particolare è attratta dalla Bhagavad Gita.Già al tempo dei suoi studi all’Henri IV si nota un grande interesse e una forte simpatia per il cristianesimo. Si tratta però, di una riflessione filosofica.
Nel 1938 dopo Solesmes, legge per intero la Bibbia ebraica (nella versione ufficiale del rabbinato di Francia) e prova repulsione per l’idea di Dio espressa nei libri storici; apprezza soltanto i libri profetici, in particolare Isaia e Daniele, il Cantico dei Cantici e il libro di Giobbe.
Quando verrà a contatto con il cristianesimo, lei stessa descrive questo incontro come folgorante:

Cristo è disceso e mi ha presa.[11]

Nella lettera inviata a p. Perrin il 15 maggio 1942 da Marsiglia, Simone Weil descrive tre tappe
significative della sua conversione al cristianesimo: la processione dei pescatori in Portogallo nel 1936, Assisi 1937, Solesmes Pasqua 1938.
Nell’autunno del 1941, traduce il Padre Nostro e ne fa un commento:

Egli è nostro Padre… Ma è il Padre che è nei cieli. Non altrove…Non possiamo fare un solo passo verso di lui: non si cammina verticalmente…
Il regno di Dio è lo Spirito Santo che colma tutta l’anima delle creature intelligenti…
Il perdono è la purificazione. Il male che è in noi, e che vi resta neppure Dio ha il potere di perdonarlo.[12]

AZIONE E CONTEMPLAZIONE IN SIMONE WEIL

Negli scritti di Simone Weil ricorre sovente il termine di schiavitù: la schiavitù imposta e la schiavitù accettata. La schiavitù imposta, lesiva della dignità della persona umana può essere accettata, è immorale.
Cercherà con tutte le forze di combattere questo tipo di schiavitù, mentre con impegno aderirà alla schiavitù quale inalienabile condizione dell’essere umano.
La schiavitù dei tempi moderni, per Simone Weil, è costituita dalla moderna industrializzazione, dal lavoro a catena nelle fabbriche, dove l’operaio viene asservito alla logica della produzione, senza alternative per la sopravvivenza:

In tutte le altre forme di schiavitù, la schiavitù è nelle circostanze. Solo qui è trasferita nel lavoro stesso.[13]

Ed è proprio questo meccanismo snervante che Simone vuole a tutti i costi correggere perché genera una sofferenza alienante, priva di senso:

Non le sofferenze congiunte alla necessità di lavoro; quelle si può essere fieri di sopportarle; bensì quelle che sono inutili. Feriscono l’anima…[14]

La tragica realtà di questa condizione lei tenta di farla capire prima di tutto agli operai stessi, con i quali viene a contatto impegnandosi in un’ azione politico-educativa attraverso il “movimento operaio”, poi rivolgendosi ai responsabili e dirigenti di fabbrica.
Ad un direttore di fabbrica che l’accusava di fomentare uno spirito di rivolta nella fabbrica scrive:

L’accettazione delle sofferenze fisiche e morali inevitabili, nella precisa misura in cui sono inevitabili, è il solo mezzo di conservare la propria dignità. Ma accettazione e sottomissione sono due cose molto diverse.[15]

Matura così la decisione di entrare in fabbrica come operaia.
Condividere per aiutare, per impostare il problema con suggerimenti che siano frutto del contatto diretto con la vita di fabbrica. Un’esperienza durissima che la impegnerà con sforzi eroici.
Alla sua amica Albertine Thèvenon scrive:

Lentamente, soffrendo ho riconquistato attraverso la schiavitù il senso della mia dignità di essere umano.[16]

Simone dirà a p. Perrin che in quel paesino portoghese di fronte alla processione con i ceri sulle barche, ascoltando il canto lento e doloroso dei battellieri del Volga, nello stato d’animo in cui si trovava:

… improvvisamente, ebbi la certezza che il cristianesimo è per eccellenza la religione degli schiavi, che gli schiavi non possono non aderirvi, ed io con loro.[17]

In questo atteggiamento di adesione-accoglienza in Simon Weil si evolve il senso religioso e si coniuga con quello di distacco-passività e di abbandono-obbedienza all’essere supremo, a Dio.
Il desiderio del distacco, della passività, dell’obbedienza, il pensiero che il giusto rapporto con Dio sia l’abbandono totale, diventa esasperato in S. Weil tanto che nel V Quaderno d’America troviamo una terribile preghiera:

Padre, nel nome di Cristo, concedimi questo:Che io sia incapace di fare corrispondere a nessuna delle mie volontà alcun movimento del corpo, alcun abbozzo stesso di movimento, come un totale paralitico. Che io sia incapace di ricevere alcuna sensazione…[18]

Nel cristianesimo lei crede di individuare il senso del valore autentico della schiavitù, ma non a livello di Chiesa.
La ragione per cui il cristianesimo praticato nella Chiesa, ancora oggi, ha perso il senso del valore della schiavitù come rinuncia, abbandono, annullamento di sé, sarebbe da ricercare nel fatto che i cristiani dei primi secoli pur di porre fine alle tribolazioni inflitte loro dai romani, sono venuti ad un compromesso con la mentalità dell’Impero . Hanno attribuito a Dio, Padre di Gesù, quei diritti che erano prerogativa dell’Imperatore, facendolo diventare un Dio gradito ai potenti. In tal modo Dio diventava proprietario di una moltitudine di schiavi che gli rendevano culto, ma un culto idolatra perché privo di amore e di significato spirituale. Un cristianesimo svuotato così del suo significato spirituale e profetico poteva ben essere accettato dai romani ma perdeva la sua funzione liberante.
Il concetto di liberazione formulato da Simone Weil è fortemente difforme dal concetto di liberazione cristiana. Per lei la liberazione è quasi una decreazione, una rinuncia a vivere al di fuori di Dio.
Ci ha resi liberi perché ci ha creati. Siamo fuori del suo regno. Solo in questo consenso, col tempo, può compiere l’operazione inversa, e fare di noi qualcosa di inerte, qualcosa di simile al niente, dove Dio sia padrone assoluto.[19]
Nel cristianesimo crediamo che Gesù Cristo con la sua morte-resurrezione ci ha ricreati; ci ha liberati dal peccato e ci ha dato la possibilità di “rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio (Ef 4,4). Ci ha ridato la dimensione del rapporto originale, familiare con Dio, distrutto con il peccato.

CONTEMPLAZIONE

Amore e contemplazione sono per Simone Weil due atteggiamenti che si completano a vicenda, costituiscono un’unica facoltà: non c’è amore vero senza contemplazione, non si può contemplare Dio senza amore.
Lei stessa dichiara a p. Perrin di non essere stata una persona devota,incline alla preghiera:

Fino al settembre scorso (1941) non mi era mai capitato in vita di pregare.[20]

In seguito darà alla preghiera un valore spirituale che chiamerà : virtù, potere, suggestione, secondo le circostanze.
Eppure a sua insaputa aveva già fatto esperienza di preghiera. Aveva imparato a memoria la poesia “Love” di George Herber, e la recitava spesso:

Credevo di recitarla soltanto come una bella poesia, mentre a mia insaputa, quella recitazione aveva la virtù di una preghiera. Fu proprio mentre la stavo recitando che Cristo, come già vi scrissi, è disceso e mi ha presa.[21]

Quando ebbe occasione di studiare il Padre Nostro in greco fu coinvolta dal fascino di questa preghiera:
La dolcezza infinita del testo greco mi prese a tal punto che per alcuni giorni non potei fare a meno di recitarlo tra me continuamente…..

Mentre recito il Padre Nostro oppure in altri momenti, Cristo è presente in persona, ma con una presenza infinitamente più reale, più toccante, più chiara, più colma d’amore della prima volta in cui mi ha presa.[22]

La preghiera diventa per lei un momento contemplativo in cui fa esperienza dell’incontro d’amore. Esperienza possibile perché è già stata afferrata dall’amore di Dio.E’ unicamente questa la posizione che costituisce il presupposto della contemplazione. L’uomo guidato dagli ordini di Dio può entrare nella comprensione della sua volontà, del suo amore.

L’amore per il prossimo è l’amore che scende da Dio verso l’uomo. E’ anteriore a quello che sale dall’uomo verso Dio. Dio è ansioso di scendere verso gli sventurati. Non appena un’anima, fosse anche l’ultima, la più miserabile, la più deforme, è disposta ad acconsentire, Dio si precipita in lei per poter guardare e ascoltare gli sventurati per tramite suo.[23]

Il Cristo di Simone Weil

Cristo è disceso e m’ha preso…

Così Simone Weil descrive il suo incontro fascinoso con Cristo.
Un incontro inatteso, un incontro vero, ma che è diviso tra l’adesione d’amore e la resistenza intellettuale. La sua formazione culturale, la sua esigenza morale erano tese alla ricerca della Verità ed è logico che una volta incontrato il Cristo come Verità non farà molta strada senza cadere fra le sue braccia.
L’incontro con Cristo diventa per lei la conferma della validità e della positività del suo orientamento filosofico-culturale-spirituale di ricerca della verità. La conoscenza di Cristo non modifica le sue prospettive, ma con la sua capacità intellettuale, con la sua solida cultura, interpreta il Cristo come la più alta e autorevole dimostrazione della verità contenuta nelle filosofie antiche.
Viene spontaneo chiedersi: Chi è Cristo per Simone Weil?

Ascoltiamo le sue risposte:

Non mi sono mai domandata se Gesù è stato o no l’Incarnazione di Dio; ma di fatto ero incapace di pensare a lui senza pensarlo come Dio.[24]

E ancora:

La parola di Dio è silenzio. La segreta parola d’amore di Dio non può essere altro che il silenzio. Cristo è il silenzio di Dio.[25]

Il Cristo di Simon Weil è una potenza cosmica che incarna tutto l’amore, che acconsente all’obbedienza, che possiede tutte quelle virtù che mancano all’uomo, ma non è l’unico.
Tutte le divinità morte e risuscitate, simbolizzate nel grano, Persefone, Atte, ecc… sono immagini di Cristo, e Cristo stesso ha riconosciuto questa simbologia: “Se il grano non muore…

Ha fatto lo stesso per Dionisio con le parole: “Io sono la vera vite”.[26]

Ma né Prometeo, né Persefone, né Dionisio hanno proposto all’uomo una liberazione dalla schiavitù del male e del peccato. Soltanto Cristo :”A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Quindi “non più schiavi, ma figli” (Gal 4,7).

Questa radicale differenza è sfuggita a Simone Weil. E’ vero che l’iniziativa di riconciliazione parte da Dio, e non potrebbe essere altrimenti, ma con l’Incarnazione del Figlio di Dio si è annullata la distanza tra Dio e l’uomo: l’uomo è diventato figlio nel Figlio.

Per Simone Weil non è così. L’Incarnazione di Cristo al pari della Creazione e della Passione, sono la causa di una distanza infinita da Dio:

Separazione che è poi tutto il creato, distribuito nella totalità dello spazio e del tempo, fatto di materia meccanicamente bruta, interposta fra Cristo e il Padre.[27]

AZIONE-CONTEMPLAZIONE CRISTIANA

Quando s. Paolo parlò agli ateniesi nell’Areopago, luogo frequentato da gente colta, filosofi, epicurei e stoici, stettero ad ascoltarlo finché parlò di Dio e della creazione, ma quando parlò di Gesù Cristo: “alcuni lo deridevano, altri dissero: Ti sentiremo su questo un’altra volta (At 17,31-32). Non era assolutamente conciliabile il discorso su Gesù Cristo e la cultura ellenica.
Simone Weil crede di conciliare la sua cultura d’ispirazione greca con l’insegnamento di Cristo. La prima operazione che lei cerca di fare a livello intellettuale è quella di separare Cristo dal cristianesimo, una operazione che le sembrava facile per la sua intelligenza educata a dividere il buono dal cattivo, lo spirito dalla materia.
Nel Cristo lei ritrova la pienezza delle sue aspirazioni mistiche: farsi obbediente fino alla morte, accettando una schiavitù carica di sofferenza, di delusione, di lavoro duro e stressante, di malattia; ma ritrova l’amore che trascende tutta la sofferenza umana e la proietta nell’amore di Dio dove lei rimane in uno stato di contemplazione cioè rifiutando di esistere.

Dio mi permette di esistere al di fuori di sé. Tocca a me rifiutare quella autorizzazione.[28]

Questa sarà fino alla fine la sua posizione, il suo rapporto con Dio attraverso il Cristo, in perfetta fedeltà al

grado di probità intellettuale che per me è obbligatorio, in forza della mia vocazione.[29]

Pur rispettando il suo pensiero e la sua vocazione dobbiamo però constatare la distanza che c’è tra il suo pensiero e la tradizione cristiana.
Tutta la tradizione cristiana è un superamento di questo dualismo. Negli scritti di Giovanni è molto forte l’istanza della contemplazione di Dio attraverso l’opera e la realtà di Gesù Cristo.

….ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato (1 Gv 1,1).
Cristo è la Verità, è colui che rivela Dio, ma il Dio rivelato da Gesù Cristo non è un’entità astratta, è il Padre, dunque soggetto di relazione personale di amore (Gv 17,1 ss.)
L’amore di Dio in Gesù Cristo si esprime nei fatti, nelle azioni; per gli uomini sussiste lo stesso comandamento: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore”.
Nella tradizione patristica, pur essendo molto vicina l’influenza culturale ellenista, tanto che si utilizzano schemi e paragoni della filosofia greca, tuttavia non vi è dubbio di una organicità univoca tra azione e contemplazione nella vita del credente orientata dalla fede verso Dio..
San Basilio, rispondendo alla domanda se è bene trascurare i lavori per dedicarsi alla preghiera risponde citando un versetto dell’Ecclesiaste:

“C’è un tempo per ogni cosa (Eccl 3,1), ma per la preghiera e la salmodia, come pure per molte altre cose, ogni tempo è adatto, cosicché, mentre si muovono la mani nel lavoro possiamo lodare Dio, o con la lingua –quando ciò è possibile, o piuttosto, utile per l’edificazione della fede-o altrimenti col cuore, con salmi e inni e cantici spirituali, come sta scritto (cf Col 3,16), e compiere la preghiera nel mezzo del lavoro”.[30]

Il cristianesimo insegna agli uomini che l’amore conta più dell’intelligenza, meglio amare Dio che conoscerlo; è meglio anche amare i nostri fratelli, recanti in sé il mistero dell’immagine di Dio, piuttosto che conoscerli. E l’amore di carità, è non solo nell’ordine morale, ma anche nell’ordine ontologico, quello che vi è di più perfetto nell’anima umana e nell’angelo.
Il cristianesimo ha trasfigurato il concetto dell’azione e ha dato un nuovo significato. Cristo assumendo il lavoro e la condizione di artigiano d’un piccolo borgo ha riabilitato il lavoro, e manifestato la sua dignità naturale misconosciuta agli antichi.
Il cristianesimo ha insegnato che la contemplazione non è opera di specialisti o di privilegiati.
Tutti sono assoggettati alla legge del lavoro. Non vi sono più privilegiati della fatica; essa è per tutti come il peccato di cui bisogna guarire: “Se qualcuno non vuol lavorare neppure mangi” l’ha detto san Paolo…nessuno è dispensato dall’attività volta al bene degli uomini, sia che questa attività serva a vestire e a nutrire i loro corpi, oppure a istruire gli uomini stessi o a guidarli, o a volgerli verso la verità e la bellezza e i diletti dello spirito, o a nutrirli delle parole uscite dalla bocca di Dio.

DIALOGO CON IL CRISTIANESIMO E LE SUE GRANDI DIFFICOLTÀ

L’incontro di Simone Weil con il cristianesimo è avvenuto a tappe, tra il settembre 1935 e la Pasqua 1938.
L’interesse religioso di S. Weil si concentra intensamente sulla figura di Gesù Cristo, ma non è l’unico. Il tempo che trascorse a Marsilia fu tutto dedicato alla riflessione religiosa. Otto degli undici quaderni scritti in questo periodo sono dedicati a trascrizioni, riflessioni sui testi greci, sul Vangelo, lettere di s. Paolo, San Giovanni della Croce, testi induisti con traduzioni personali.
Questi quaderni costituiscono un materiale originale difficile da leggere e interpretare, ma l’unico in cui si può cogliere la complessità del suo pensiero e della sua personalità,
Il suo incontro con Dio, la sua conversione sono scritte due volte a persone confidenti. Si tratta di due lettere scritte tra il 12 e il 15 maggio 1942, in attesa della imminente partenza per l’America; una è indirizzata a p. Perrin (autobiografia spirituale) e l’altra all’amico Joe Bousquet. Sono due documenti importanti dove troviamo espressa tutta l’intensità della sua esperienza spirituale.
Ad entrambi gli amici invia una copia della poesia di G. Herbert, “Love”.
In un insieme di toni affettuosi e riconoscenti, queste lettere costituiscono certamente il meglio, il livello più alto del suo linguaggio religioso. Anche se proprio in queste lettere, quella inviata a p. Perrin, afferma categoricamente che non intende con il Battesimo, entrare nella Chiesa, perché crede:

Che Dio non mi vuole nella Chiesa.[31]

Negli scritti d’America e di Londra si affievolisce l’intensità ed anche la qualità delle trattazioni dell’argomento. Ne è prova la lettera a un religioso. In questi scritti cogliamo una profonda coerenza con la sua formazione culturale ed insieme la duplice sofferenza di dover restare fuori dalla Chiesa in fedeltà alla sua “probità intellettuale” e nella consapevolezza della distanza che separa la Chiesa dalla “verità” quella verità che lei crede d’aver intuito e trovato in Cristo.
Ciò che appare molto chiaro in questi scritti, dopo il periodo di Marsiglia, è proprio questa nostalgia non tanto di fare parte della Chiesa, ma di sentirsi impotente ad operare per la conversione della Chiesa.
Se mi concedesse il Battesimo, pur sapendo che io persevero nell’atteggiamento suddetto, si spezzerebbe una routine di almeno diciassette secoli. Se questa rottura è giusta e desiderabile, se oggi in particolare essa si presenta come urgente e vitale per la salvezza del Cristianesimo (cosa che a me pare evidente), bisognerebbe allora per la Chiesa e per il mondo che essa avvenisse in modo vistoso e massiccio e non per iniziativa isolata di un prete che amministrasse un Battesimo oscuro e ignorato.[32]
Simone Weil non ha raggiunto il Battesimo; tutte le ragioni, i quesiti che ella pone sono per giustificare la sua scelta di restare fuori della Chiesa.
Il suo amore vissuto nella fedeltà al valore della Croce, rimane un amore personale e non trabocca in unione d’amore con i fratelli. La collettività, la comunità le crea un ostacolo.[33]

CONCLUSIONE

Simone Weil crede in pratica a molti dogmi di fede, ma vi aderisce in maniera personale.

Io vi aderisco grazie all’amore alla verità perfetta, inafferrabile, racchiusa in quei misteri.[34]

Non parla mai di “Risurrezione”, né di “vita futura”. Questo sta a indicare che il suo orientamento spirituale non è dinamizzato dallo spirito di Cristo Risorto.
La sua fede, a livello cristiano, rimane una fede implicita. Questo non impedisce all’amore gratuito di Dio di raggiungerla nella sua storia personale.
Il suo esplicito rifiuto del Battesimo è stato di profonda coerenza con la sua esperienza di vita travagliata e sofferta.

Dio non mi vuole nella Chiesa!

sono profonde affermazioni che vanno accolte e rispettate .
La sua conversione non è di fatto al cristianesimo. Lei cercava una religione pura, eroica e non riusciva a vederla chiaramente nel cristianesimo. C’erano molti ostacoli da sormontare: la storia delle inquisizioni, le scomuniche, una teologia basata sul diritto, che velava anche la verità; ma forse più di tutto un ritualismo estraneo alla vita e all’impegno morale.
Il suo eroismo, il suo profondo impegno nel lavoro per il bene del prossimo, la povertà come scelta di vita, sono valori morali che certamente ha gridato con la vita nella sua insaziabile sete di giustizia e di verità. Questo è il suo messaggio morale che Simone Weil ha lasciato a noi cristiani e come Chiesa dobbiamo accogliere e rispettare.
Non ci ha forse il Concilio invitati a cogliere i “Semi del Verbo” nelle religioni non cristiane?


OPERE DI SIMONE WEIL

Attente de Dieu, Paris, 1966.
Cahier I, Paris, 1956.
Cahier II, Paris, 1956.
Cahier III, Paris, 1956.
Ecrits de Londres et dèrnieres lettres, Paris, 1957.
Ecrits historiques et politiques, Paris, 1960.
Intuitions prè-chretiennes, Paris, 1951.
L’enracinement Prèlude, Paris, 1949.
La condition ouvrière, Paris, 1951.
La connaissance surnaturelle, Paris, 1950.
La pesanteur et la grace, Paris, 1947.
La source greque, Paris, 1953.
Lettre à un religieux, Paris, 1951.
Oppression et libertè, Paris, 1955.
Pensèes sans ordre concernant l’amour de Dieu, Paris, 1962.
Poèmes, suivis de Venice sauvèe, Paris, 1968.
Sur la science, Paris, 1966.

TRADUZIONI ITALIANE DELLE OPERE DI SIMONE WEIL UTILIZZATE

Amore di Dio, Torino 1968.
Attesa di Dio, Milano 1983.
L’ombra e la grazia, Milano 1984.
La condizione operaia, Modena 1980.
La Grecia e le intuizioni pre-cristiane, Torino 1967.
La prima radice, Modena 1980.
Lettera a un religioso, Torino 1970.
Quaderni vol I, Milano 1982.
Quaderni, vol II, Milano 1985.
Quaderni, vol III, Milano 1988.
Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione, Milano 1983.
Sulla scienza, Milano 1971.

ABBREVIAZIONI

AD= Amore di Dio
AT= Attesa di Dio
CO = Condizione operaia
GI= La Grecia e le intuizioni pre-cristiane
LR= Lettera a un religioso
OG= L’ombra e la grazia
OL= Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione
PR= Prima radice
Quad III= Quaderni III
Quad II= Quaderni II
Quad I= Quaderni I


NOTE

[1] Padre Joseph-Marie Perrin nato a Troyes nel 1905, domenicano. Assegnato al Convento dei Domenicani a Marsiglia è animatore di numerose attività ministeriali. Autore di libri, saggi e articoli di spiritualità. Personaggio di spicco tra gli amici di Simone Weil.
[2] Gustave Thibon, nato a Saint Marcel, 1903, agricoltore e filosofo, autore di molte opere, ha avuto una grande attività di conferenziere in Francia e all’estero.
[3] G. FIORI, Biografia di un pensiero, Milano 1981, p. 22.
[4] Ibidem, p. 25.
Tutte le notizie riguardanti la vita di Simon Weil sono state attinte da G. FIORI, Biografia di un pensiero.
Si confronti anche: Azione e contemplazione (a cura di) M. Clara Lucchetti Bingemer, G: Paolo Di Nicola, Cantalupa (To) Effatà Editrice, 2005. (Il libro conduce il lettore a gustare le riflessioni weiliane seguendo una linea logica del suo pensiero). L. ADLER, L’indomabile: S. WEIL, Jaca Book, 2009. R. FULCO, Corrispondere al limite: Il pensiero e la luce. Roma, Studium 2002. A. PEZZINI, Pensare la soglia: tra filosofia e mistica, Cantagalli 2007. A. PUTINO, Simon Weil: un’intima estraneità. Saggi, Città Aperta, 2006.
[5] AT., p. 38. “J’ai sèrieusement pensè à mourir, à cause de la mèdiocritè de mes facultès naturelles.. Les dons extraordinaires de mon frère, qui a eu une enfance et une jeunesse comparables à celles de Pascal, me forcaient à en avoir conscience » ; AT 2, p. 38.
[6] Lettera di Selma a Mlle Chaintreuil del 21 giugno 1914, S. PETREMONT I°, p. 67. "Je fait de mon mieux pour encorauger chez Simone, non les graces de la fillette, mais la droiture du garcon, meme si elle devait ressembler à la brusquerie".
[7] La biografia della Petremont cita tantissime persone che furono insegnanti privati in casa Weil.
[8] Cf. G. FIORI, op. cit., p. 28.
[9] Renè Le Senne (1882-1954), filosofo e psicologo. Fu professore di psicologia pedagogica e poi di morale alla Sorbona.
[10] Cf. G. FIORI, op. cit., p. 49.
[11] AT., p. 24 “Le Christ lui-meme est descendu et m’à prise”.
[12] A.T., pp. 168-169-175. “C’est notre Père…Mais c’est le Père qui est dans les cieux. Non ailleurs…Nous ne pouvons pas faire un seul pas vers lui : on ne marche pas verticalment…Le règne de Dieu, c’est le Saint-Esprit emplissant complètement toute l’ame des creatures intelligentes… Le pardon, c’est la purification. Le mal qui est en nous et qui y reste, Dieu lui-même n’à pas le pouvoir de le pardonner. AT 2, pp 215-226.
[13] CO., p. 132. “Dans toutes les autres formes d’esclavages, l’esclavage est dans les circostances. Là seulement il est transportè dans le travail lui-meme ». p. 124.
[14] Idem, p. 258. Non pas souffrances lices aux necessitè du travail ; celles-là, on peut etre fier de les supporter ; mais celles qui sont inutiles. Elles blessent l’ame. CO., p. 243.
[15] Idem, p 156. “L’acceptation des souffrances physiques et morales inèvitables, dans la mesure prècise où elles sont inèvitables, c’est le seul moyen de conserver sa dignitè. Mais acceptation et soumission sont deux choses bien diffèrentes « CO., p. 145.
[16] CO., p. 21. (Lentement, dans la souffrance, j’ai reconquis à travers l’esclavage le sentiment de ma dignitè d’etre humain: CO., p 21.
[17] Idem, p. 41. “Là, j’ai eu soudain la certide que le christianisme este par excellence la religion des enclave, que des enclave ne peuvent pas y adhèrer, et mooi parmi les autres”: AT., p. 42.
[18] CS., p. 204. “Père, au nom du Christ, accorde moi ceci. Que je sois hors d’ètat de faire correspondre à aucune de mes volontès aucun mouvement du corps, aucune èbauche meme de mouvement, comme un paralytique complet. Que je sois incapable de recevoir aucune sensation… »
[19] PR., p. 238. “Il nous a affranchir du fait qu’il nous a crèès. Nous sommes hors de son royaume. Notre consentement seul peut, avec le temps, accomplir l’opèration inverse, et faire de nous-meme quelque chose d’inerte, quelque chose d’analogue au nèant, où Dieu soit maitre absolu » : E., p. 235.
[20] AT., p. 45. “Jusqu’en septembre dernier (1941), il ne m’ètait jamais arrivè dans ma vie de prier meme une seule fori” AT .2, p 47.
[21] AT., p. 42. “Jecroyais le reciter seulement comme un beau poème, mais à mon unsu, cette rècitation avait la vertu d’une prière. C’est au cours d’une de ces rècitation que, comme je vous l’ai ècrite, le Christ lui-meme est descendu et m’à prise ». AT., 2, p.44.
[22] AT., pp. 45-46.”La douceur infinie de ce texte grec m’a alors tellement prise que pendant quelques jours je ne pouvais m’empecher de me rèciter continuellement…”
[23] AT., 113 “ L’amour du procaina est l’amour qui descendu de Dieu verso l’homme. Il est antèrieur à celui qui monte de l’homme vers Dieu. Dieu a hàte de descendre vers les malheureux. Dès qu’une ame est disposèe au consentement, fut-elle la dernière, Dieu se prècipite en elle pour pouvoir, à travers elle, regarder, ècouter les malheureux » : AT. 2, p. 137.
[24] AT. p. 44. “Je ne me demandais jamais si Jèsus a ètè ou non une incarantion de Dieu; mais en fait, j’ètait incapable de penser à lui sans le penser comme dieu ». AT 2, p. 49.
[25] AD., pp. 205-206. “La parole de Dieu èst silence. Le secrète parole d’amour de Dieu ne peut pas etre autre chose que le silence. Le Christ est le silence de Dieu » : PSO., p. 129
[26] AD 182., p.182 “Promèthèe est le Crist meme, avec la dètermination du temps et de l’espace en mois; c’est l’histoire du Christ projetèe dans l’èternitè. Il est venu jeter le feu sur la terre. Il s’agit su saint-Esprit, comme plusieurs textes le montrent (Philèbe, Promèthèe enchainè, Hèraclite, Clèanthe…)Toutes les divinitès mortes et ressuscitèes figurèes par le grain, Persèphone, Attis etc…sont des images du Crist, et le Crist a reconnu cette ressemblance par la parole : « Si le grain ne meurt… Il en a fait autant pour Dionysos par la parole : « je suis la vraie vigne » PSO., pp 60-61.
[27] AT., p. 93. “Separation qui est toute la creation, ètalèe à travers la totalitè de l’espace et du temps, faite de matière mècaniquement brutale, interposèe etre le Christ et son Père” AT., 2,p. 110.
[28] OG., p. 83. “Dieu me permet d’exister en de hors de lui. A moi de refuser cette autorisation » PG, p. 47.
[29] AT., p. 57. “Le degrè de proibitè intellectuelle qui est obligatoire pour moi, en raison de ma vocation propre” AT 2, p. 65.
[30] S. BASILIO, Regole ampie, Risposta alla domanda 37, in San Basilio, Torino 1980, pp. 303-304.
[31] AT., p. 48 “Je crois que…Dieu ne me veut pas dans l’Eglise ».
[32] “Si on m’accorde le bapteme, ètant dans l’attitude où je persèvère, en ce cas on rompt avec une routine d’au moins dix-sept siècles. Si cette rupture est juste et desiderable, si aujourd’hui prècisèment elle se trouve etre pour le salut du christianisme d’une urgence plus que vitale-ce qui est manifeste à mes yeux-il faudrait alors, pour l’Eglise et pour le monde, qu’elle s’opère d’un manière èclatante, et non par l’initiative isolèe d’un pretre accomplissant un bapteme obscur et ignorè ». PSO, p. 152.
[33] Cf. AT., p. 51.
[34] “J’adhère par l’amour à la vèritè parfaite, insaissble, enfermèe à l’intèrieur de ces mystères” PSO., p. 149.