L'anno in corso

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Inserito in NPG annata 2019.

LA PAROLA AI RAGAZZI

Lettera aperta ai genitori, agli insegnanti, agli educatori... ma anche agli adulti con cui condividiamo questo mondo e la vita

Virginia Di Vincenzo *


(NPG 2019-04-60)



Cari adulti,

perché scrivo? Perché vi scrivo?
Ho solo 13 anni, ho già 13 anni; ovviamente non sono ancora adulta ma lo diventerò, e intanto ci siete nel nostro mondo e noi ci siamo nel vostro. Insomma, condividiamo tante cose, ma in tante altre siamo diversi.
Anche se ci dite che a volte siamo incomprensibili a voi (ma anche voi, credetemi, lo siete per noi), e anche se a volte ci fate tenerezza, a volte rabbia, vorrei dialogare con voi, perché ho delle cose da dire, e non mi va più di stare soltanto ad ascoltarvi.
Parlo per me, ma parlo anche per i miei amici e compagni. Cosa credete che facciamo nelle nostre interminabili conversazioni e telefonate? Parliamo di noi, certo, ma parliamo anche di voi e di come vi vediamo, cosa proviamo, cosa vorremmo.
Ecco, dunque, un dialogo con voi in forma di lettera (sperando che leggere vi costi meno fatica che ascoltarci). E parto subito da una parola che forse voi avete abolito dal vostro vocabolario per senso di "realismo" (o opportunismo?), ma che noi ci fa ancora sobbalzare e ci attrae: la Felicità.
Essa deriva – lo abbiamo appreso da alcuni libri di letteratura che studiamo a scuola e anche da alcuni film che ci hanno emozionati e che rivediamo quasi ossessivamente – dal compimento di un sogno inseguito, soprattutto se con fatica, anche con sofferenza. E ci chiediamo: perché ci dite subito che la realtà non è così e non volete lasciarci sognare? Perché "addomesticate" la parte della nostra mente che ci fa desiderare di raggiungerla? Perché ci fate sentire esagerati quando puntiamo ad arrivarci, in alto? Forse perché avete dimenticato cosa significhi immaginare, darsi degli obiettivi, per quanto grandi e "impossibili" sembrino. Beh, questo proprio non ci va, non vogliate in questo essere per noi "modelli"! Non capiamo la vostra indifferenza nei confronti di quei piccoli dettagli "perfetti" che ci capita di incontrare ogni giorno; non capiamo la vostra disillusione e la vostra paura che si tratti solo di un’illusione; non capiamo la vostra carenza di curiosità e di domande, sì, proprio quelle domande che ritenete stupide quando ve le poniamo. Eppure un uomo che non si pone domande “stupide” non è un uomo intelligente.
Ricordate quando, camminando per strada, osservavate le facce di tutti i passanti e immaginavate una storia per ognuno di loro? Ricordate cosa si prova ad amare per la prima volta e ad essere amati per la prima volta? Ricordate tutte le litigate coi genitori senza un motivo, forse per sfogo, forse per stanchezza? Ricordate cosa si prova ad essere adolescenti? Probabilmente no, e allora è un gran peccato perché forse, se ricordaste, potreste aiutarci ad affrontare questa fase che ci rende spavaldi e intimoriti. Ma, in parte, è una cosa positiva, perché questa, oltre ad essere l’età della speranza, delle nuove emozioni e dei castelli in aria, è anche l’età in cui dobbiamo imparare a cavarcela da soli, a maturare e a raggiungere l’autosufficienza.
Siamo ad-olescenti... e la parola stessa (ci avete "linguisticamente" spiegato, ma noi lo sentiamo sulla nostra pelle, e nel nostro corpo e nella nostra mente) indica tensione in direzione di una pienezza. Oggi questa pienezza – lo constatiamo – viene in genere associata all’essere apprezzati da tutti, al rispettare gli standard imposti dalla società, invece che rappresentare per ognuno un proprio modo di essere. Siamo obbligati a stare dentro a dei limiti che vorremmo valicare, ma nei quali rimaniamo per paura di essere criticati. Tutto questo è difficile da capire e soprattutto da accettare. Posso sognare? Vorrei un mondo nel quale ognuno possa mostrare ed esprimere la parte più autentica di sé, senza maschere né timore del giudizio altrui. Ognuno di noi ha dei propri pregi e valori, degli aspetti che ci contraddistinguono dalla moltitudine, e dovremmo imparare a mostrarli e a sfruttarli. Dovremmo imparare ad aiutare gli altri a comprendere le loro peculiarità specifiche e soprattutto a rispettarle, per quanto diverse dalle nostre siano. Sarebbe un passo in avanti verso il sentirci e condividere una comune umanità.

Davvero scienza e tecnologia sono tutto? La maledizione del telefonino

Una cosa che non accetto di questa generazione di adulti (ma che comincia a toccare anche il nostro mondo di ragazzi) è l'idea di una scienza che cancella il mistero e la presunzione di una illimitata conoscenza del mondo, resa possibile dalla tecnologia: quasi un preludio al dominio del mondo. Io, personalmente, sono sempre stata affascinata dal concetto di infinito, di qualcosa che va sempre oltre: e questa è un'altra cosa! Sono convinta che l’infinito nasca dai limiti: Leopardi immagina l’immensità di un paesaggio solo dopo che una siepe gli impedisce di vederlo. Ma questo costante utilizzo degli smartphone (la nostra "tecnologia" quotidiana), che ci mettono a contatto immediato (e anche sfacciato) con tutto e tutti, subito, senza neanche chiedere il permesso, oltre a ridurre drasticamente i nostri sensi, sta anche facendo svanire la nostra curiosità verso l’infinito. D’altronde, se noi abbiamo la possibilità di usufruire di qualsiasi tipo di informazione senza ostacoli né limiti, come facciamo ad essere incuriositi dall’inseguire l’immensità della cultura, la profondità dell'anima, l'intensità dei sentimenti, il mistero della vita e degli altri, il senso del tutto? Come dice un poeta del XX secolo che abbiamo studiato a scuola: “Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo? Dov’è la conoscenza che abbiamo perduto nell’informazione?” (T.S. Eliot). Beh, cari adulti, provate ad insegnarci a distinguere l’informazione dalla cultura, la conoscenza dalla comodità. Provate ad insegnarci a guardare oltre all’ostacolo, a “fingere nel pensiero” ciò che potrebbe presumibilmente esserci oltre la siepe. Solo così ci salverete dal perdere ogni tipo di attrattiva, di sogno. E poi gli smartphone, internet, stanno sostituendo i libri, ed è una cosa terribile. I libri (alcuni almeno) sono la chiave di lettura della nostra vita, ci offrono una spiegazione di quelle emozioni inspiegabili che, durante l’adolescenza, convivono con noi, e non ci fanno sentire strani perché le proviamo. Ci sono libri che cambiano la nostra visione della vita, per sempre. Questo avviene, però, solo quando una persona riesce a rendere proprie le parole di altri, e tra di noi oggi avviene poco. Sono davvero dispiaciuta che la lettura stia perdendo valore tra tanti miei compagni, perché ho sempre trovato che sia una di quelle cose indispensabili, utile a tutti, un po’ come la musica.

Assetati di meraviglia

Siamo in quell'età nella quale siamo naturalmente assetati di meraviglia, nella quale dobbiamo capire qual è il nostro posto. Dobbiamo imparare a stimarci, a riconoscere le nostre capacità e soprattutto a sperare. Sperare non è merce a buon mercato. Richiede tanta conoscenza di se stessi e può essere origine di tanti fallimenti. Ma è anche l’unico modo per non essere superficiali.
Siamo in quell’età nella quale abbiamo bisogno sia di essere costantemente circondati da amici, sia di passare ore in camera da soli, con le cuffiette a volume massimo nelle orecchie.
Siamo in quell’età nella quale ci troviamo in bilico tra l’essere bambini e l’essere adulti, tra avere la testa tra le nuvole e i piedi per terra.
Siamo in quell’età nella quale dobbiamo imparare l’equilibrio tra la ragione e il sentimento, tra la mente e il cuore. “La vita di un uomo, oltre ad essere, è divenire, e l’adolescenza è divenire più di qualsiasi altra tappa” (Alessandro D’Avenia, uno degli autori che amiamo).
Lasciateci divenire, lasciateci crescere, lasciateci cambiare. Permetteteci di sperimentare tutto, sia cose positive che (con prudenza) negative, e di trarne sempre qualcosa di costruttivo. Accompagnateci ogni volta che vedrete che i nostri problemi, molto spesso insulsi rispetto ai vostri, ci sembreranno molto più grandi di noi, e lasciateci andare quando impareremo a stare in piedi da soli.
Capiteci quando saremo "bipolari" e aggressivi senza motivo. Il problema non siete voi (o non siete sempre voi), ma le nostre troppe emozioni che fanno a pugni dentro di noi: la gioia con l’illusione, e la rabbia con la delusione. Osservate lo stupore nei nostri occhi quando proveremo cose nuove, e permetteteci di provare ad adattarci ad esse per conto nostro. Ma soprattutto amateci. Non smettete mai di farlo, anche quando vi sembrerà che noi non l’abbiamo fatto. Amateci perché ne abbiamo bisogno, amateci perché sennò non saremo mai in grado di amare, amateci perché dobbiamo costruire il futuro e, in fondo, senz’amore crolla tutto.
Amateci non da "amici" (li abbiamo già i nostri, ce li scegliamo noi), ma da "adulti".
Siate gli adulti di cui abbiamo bisogno, anche se noi non saremo più i vostri "bambini".

​Virginia

* Frequenta la III media nella scuola Oscar Levi a Chieri (Torino).