Il Vangelo del giorno (Bose)

 

“Non uccidere” ma “ama”

Sorella Elisa - Bose

14 marzo 2019

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:« 20Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: «Stupido», dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: «Pazzo», sarà destinato al fuoco della Geènna. 23Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. 25Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!»
Mt 5,20-26

“Avete inteso che fu detto” (v. 21): la legge implica il nostro ascolto. Ma noi cosa ascoltiamo? Ci troviamo di fronte a quelle che vengono definite “antitesi”, ma potremmo chiederci: dove sta l’antitesi? Gesù contro la legge? Questo è un utilizzo strumentale e una manipolazione della parola di Gesù.
Gesù mette un cappello a questo suo lungo discorso che ci accompagnerà per qualche giorno: “Non sono venuto per abolire, ma per dare compimento” (Mt 5,17). Non vi è in lui nessun intento rivoluzionario (in senso politico), nessuna intenzione di stravolgere o di sovvertire ciò che veniva dalla tradizione. Niente di tutto questo nelle sue parole. Gesù appartiene al suo popolo, alla sua tradizione, vi appartiene a tal punto che vuole andare al fondo, al cuore della relazione speciale che Dio ha voluto con questo popolo, una relazione di elezione, di chi può stare “faccia a faccia” con Dio. E infatti, se di antitesi si può parlare, non è tra la legge e la parola di Gesù, ma tra il dire di Gesù e un possibile ascolto che si può fare della legge, e che però è ancora insufficiente: ciò che Dio ci ha detto può avere un significato più profondo, la sua parola richiede più radicalità. Se la legge è parola di Dio, espressione della sua volontà, Gesù vuole rivelare la portata salvifica di questa legge: Dio non solo ci dice “non uccidere” ma “ama”. Le parole di Gesù aprono a una possibilità di rinnovamento della nostra esistenza aprendoci a una logica paradossale: quella della “giustizia superiore” intesa come dismisura, della sovrabbondanza rispetto alle misurazioni della legge. In questo senso possiamo dire che qui Gesù ci chiede di sospendere la ragionevolezza: solo ciò rende possibile l’incontro con l’altro.
Il compimento dell’antico nella parola di Gesù non significa “fare di più” ma “fare fino in fondo”. Gesù vuole risvegliare gli esseri umani a una libertà che risale a prima del comando, che vive la legge non come obbligo che imprigiona ma come spazio in cui possiamo sperimentare la gratuità. Di fronte al dolore del fratello non conta da dove sia partito il torto, chi abbia provato maggior ira, ciò che conta è ripercorrere la strada all’indietro e aprire la via della riconciliazione, accorciare le distanze. Non c’è comunione con Dio se non c’è comunione con il fratello.
E Gesù parla appunto di fratelli, non rimane sul generale “non uccidere”, egli colloca la sua nuova parola all’interno dell’orizzonte di chi vive relazioni di fraternità. Il comando enunciato in generale sembra quasi non ci riguardi… Ma la parola di Gesù invece non ci rimane indifferente. Parole di offesa, liti, sono la declinazione che Gesù dà dell’omicidio, del voler eliminare colui che ci minaccia, che minaccia la nostra vita, il nostro spazio, il nostro ambiente, la nostra tradizione, il nostro modo di vedere, le nostre idee… Gesù desidera una comunità in cui i rapporti siano davvero fraterni, senza insulti o ira, in cui l’ira non rimanga covata nel cuore e in cui si cerchino, nel quotidiano “mentre siamo per via” (v. 25), vie di riconciliazione per vincere l’incomprensione e giungere al perdono.
E se possiamo chiudere gli orecchi e il cuore alle parole di Gesù, possiamo sempre meno chiudere gli orecchi al grido dell’umanità vittima di violenza, di ingiustizia. Oggi sappiamo che è urgente ascoltare una parola altra e Gesù ci propone una via che noi, se ci diciamo suoi discepoli, abbiamo la responsabilità almeno di provare a vivere tra noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità.