Il Vangelo del giorno (Bose)

Il coraggio di perdonare

Fratel Mauro - Bose

26 febbraio 2019

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:«23Il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito.26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!». 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Mt 18,23-35
Il capitolo 18 del Vangelo secondo Matteo, il discorso ecclesiale, si apre con una domanda dei discepoli: “Chi è più grande nel regno dei cieli?”. Gesù risponde che il più piccolo è il più grande nel Regno, ma la sua risposta è più articolata: “Se non vi convertirete e non diventerete piccoli, non entrerete nel regno dei cieli”. E il capitolo si chiude con una parabola che spiega cosa significa convertirsi: avere il coraggio di agire come agisce Dio, perdonare come lui perdona a noi. Le ultime parole che chiudono e spiegano la parabola aggiungono una qualificazione al perdono: “Perdonare dal cuore”. Un perdono che nasce dall’intimo del cuore e coinvolge tutta la persona. Il discorso comunitario tocca molti temi che riguardano i rapporti comunitari che vanno dall’accoglienza reciproca a come risolvere i conflitti e si conclude con l’invito al perdono reciproco che nasce dalla consapevolezza di essere perdonati dal Padre celeste. Il perdono reciproco è il vero legame comunitario.
La parabola con cui l’evangelista chiude il discorso ecclesiale è una parabola del Regno, perché è nella prospettiva del Regno, una prospettiva escatologica, di giudizio e di svelamento del cuore, che il Signore esercita il perdono dei debiti. È la misericordia di Dio che svela ciò che abita il nostro cuore, che rivela a noi stessi se viviamo il perdono di Dio, se siamo capaci di misericordia verso i nostri fratelli. Ognuno è un debitore insolvente e insolvibile, ma lì si mostra la misericordia del Padre. In questa prospettiva del Regno, di giudizio-svelamento del cuore e di misericordia, che vanno compresi i rapporti, e anche i conflitti, all’interno della chiesa e della comunità cristiana.
Nel raccolto il re è intenzionato ad applicare la giustizia, ma per la preghiera del servo, si muove a compassione, letteralmente si lascia toccare nelle viscere, e lo lascia andare condonandogli il debito: “Dimisit eum et dimisit debitum”, come dice la versione latina. Non è solo una remissione del debito è anche una remissione del servo. Il re lo rimanda libero, senza condizioni. Ma il servo nei confronti di un altro con-servo, di fronte ad un debito infinitamente inferiore a quello che aveva con il padrone, non riesce ad agire come il re, non è capace di lasciarsi toccare nelle viscere dalla preghiera del con-servo. Pur avendo invocato la longanimità, la macrotimia del padrone, non sa accogliere la stessa preghiera che il suo compagno gli rivolge. Invoca solo la giustizia.
Le parole di Gesù nella conclusione aggiungono un altro motivo per avere misericordia gli uni degli altri: se di fronte al re, al padrone, siamo tutti con-servi, di fronte al Padre celeste siamo tutti fratelli. E questo spiega la risposta di Gesù a Pietro che chiedeva quante volte si deve perdonare al fratello. Come allora far crescere in noi la capacità di perdonare di cuore, anzi dal cuore, dal profondo di noi stessi? Indirettamente ce lo suggerisce la parabola. Possiamo diventare consapevoli del perdono del Padre celeste se ci lasciamo abitare dalla longanimità, se ci lasciamo toccare nelle viscere dalla compassione, se siamo uomini e donne di preghiera.