Il Vangelo del giorno (Bose)

Intimità e adesione


Sorella Maria

22 febbraio 2019

In quel tempo Gesù31espose ai discepoli un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
33Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
34Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, 35perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.
Mt 13,31-35

 

La presenza invisibile e vivificante del Regno dei cieli è il tema delle due piccole parabole di oggi. Esse paragonano l’invisibile mistero di Dio a ciò che constatiamo presente seppur nascosto al cuore delle nostre realtà. Un mistero potente eppure mite: come il più piccolo dei semi, e come il lievito, che agiscono diventando invisibili.
Come l’incarnazione, che è la vocazione di Gesù a compiere la parola di Dio incarnandola, è al contempo rivelazione e nascondimento di Dio, così le parabole. Per questo sono le parole più miti e più inesauribili. Chi ascolta capisce il linguaggio, che è quello della vita quotidiana; capisce che esso parla di ciò che ci riguarda e che non è lontano da noi, ed è libero di accogliere o rifiutare il mistero presente e invisibile di cui Gesù parla e che è egli stesso. Non è certo per escludere il linguaggio parabolico, che pur resta velato per chi non ascolterà anche la sua spiegazione: Gesù non ha mai escluso nessuno né nessuna! È piuttosto per rispetto di chi ascolta, e per il senso della realtà di cui Gesù è così dotato: chi non patisce la sete, chi non è in cerca di una sorgente per dissetarsi, non ha ancora il fiuto della frescura dell’acqua vicina.
Gesù rivela questo mistero solo ai discepoli, ma anche per loro, come per noi, il Regno resta nascosto seppure rivelato, confidato a noi eppure sempre da cercare, da accogliere, da invocare. Il nascondimento, che la rivelazione non annulla, né dice la presenza mite e mostra che solo l’ascolto ce ne rende partecipi: perché è simile alla voce di silenzio che udì Elia sull’Oreb, al mite fuoco che abitava il roveto senza consumarlo affatto. Dio resta un Dio elusivo, nascosto, seppure salvatore.
Gesù usa nelle parabole le immagini e le realtà degli umili gesti quotidiani, con i quali uomini e donne, a pari titolo e senza saperlo, gli parlavano del mistero di Dio. E così con le parabole Gesù ci insegna a vedere come lui vedeva, ad ascoltare come lui ascoltava.
Ascoltiamo oggi Il gesto di un contadino che semina nell’orto un seme di senape, il più piccolo tra tutti i semi, ma che, seminato, cresce fino a diventare un albero, una creatura che, a differenza di verdure e ortaggi, offre accoglienza e riparo agli uccelli del cielo. E il gesto di una donna che, per fare il pane, nasconde del lievito in tre staia di farina (proprio la misura di farina che usò Sara per i tre angeli) perché tutta si fermenti.
E ascoltiamo, al cuore di queste parabole, una realtà solo evocata, la più nascosta, quella che più ci riguarda, che dipende anche da noi e alla quale siamo chiamati: l’intimità e l’adesione profonda e continua di cui abbisognano il seme e la terra in cui è seminato, perché possa morire come seme e, germinando, dare frutto. L’intimità e l’adesione che deve avvenire tra la farina e il lievito: senza questa profonda intimità, adesione e contaminazione reciproca, e ciò nel più nascosto nascondimento, nulla succederebbe. E noi lo sappiamo: il seme è la parola di Dio, così come è la potenza del lievito, e siamo noi la terra chiamata ad aderire di tutto corpo al seme, siamo noi la farina che deve lasciarsi contaminare e trasformare dal lievito della sua parola.