Le virtù teologali

Bruno Ferrero


Parlare di virtù, oggi, è piuttosto complicato. Se non altro, per una questione di vocabolario: la parola virtuale oggi significa qualcosa che non esiste. La parola virtù non significa più niente, soprattutto per la scarsità dell'uso che se ne fa. Le grandi qualità della persona umana sono state dimenticate e malamente sostituite da criteri esteriori. Perfino i più piccoli si stanno abituando a giudicarsi dal tipo di scarpe da ginnastica, dalla tuta firmata, dal possesso del gioco più pubblicizzato in televisione. Genitori ed educatori molte volte si adeguano. In questo modo la struttura personale dei ragazzi rischia di crescere fragile e incompleta. Le virtù, umane e religiose, devono essere »educate». La fiaba che presentiamo può diventare il momento iniziale di un cammino educativo riguardo alle classiche virtù teologali, fede, speranza e carità.

Le tre pietre

Per i ragazzi della tribù della Grande Pianura c'era un solo mezzo per essere considerati da tutti veri uomini: attraversare il terribile Deserto di Maagh, bruciato e pietroso, fino alle Montagne del Sole. E di là portare lo strano fiore rosso che cresceva soltanto lassù.
Ogni anno erano molti i giovani che tentavano l'impresa. Da molto tempo nessuno aveva più portato il fiore rosso. Ciò che dovevano affrontare era davvero terribile. Il deserto di Maagh circondava le Montagne del Sole da tutte le parti per miglia e miglia. In mezzo non c'erano oasi o pozzi d'acqua. Violente bufere di sabbia che smerigliavano tutto al loro passaggio, si abbattevano con violenza sui malcapitati che osavano avventurarsi. Le notti erano gelide e i giorni infuocati.
I giovani della Grande Pianura potevano solo sperare nella fortuna. Una volta arrivati alle Montagne del Sole non erano finiti i pericoli. Sui fianchi delle montagne abitava una feroce tribù di predoni che catturava i giovani per farne degli schiavi da vendere ai ricchi mercanti della costa. Per questo quasi tutti i giovani che partivano per l'impresa tornavano sconfitti a mani vuote, dopo pochi giorni.
Qualcuno non tornava più e di lui non si sapeva più nulla.

Omar e un asino testardo
Anche per Omar, il figlio del calderaio, venne il tempo di dimostrare di aver raggiunto la maggiore età. E decise di misurarsi con il Deserto di Maagh.
Da due anni raggranellava i suoi piccoli risparmi per potersi comprare un cavallo. Ma i cavalli costano molto. Dovette così accontentarsi di un giovane asino, testardo e capriccioso, che se non altro aveva l'aspetto ardito e robusto. E lo chiamò Vittorioso, in segno di speranza.
Gli altri giovani della sua età potevano permettersi cavalcature migliori. Qualcuno era pronto a partire con due o tre cavalli di ricambio, con cammelli e muli e perfino con qualche uomo di scorta.
Omar non si scoraggiò, accarezzò la testa di Vittorioso, che sbuffò e frustò l'aria con le lunghe orecchie. Il giovane preparò con cura gli otri per l'acqua e le provviste per sé e per la sua cavalcatura.
Una sera, mentre il sole calante incendiava il deserto e i bassi strati dell'aria sembravano liquidi ondeggianti, i giovani partirono incitando le loro cavalcature. I destrieri e i cammelli si mossero sollevando nuvole di polvere. Genitori e fratelli agitavano le braccia in segno di saluto e gridavano per incitare i loro cari. Qualche madre si asciugava le lacrime di nascosto.
Omar gridò: ,Arri, Vittorioso!». L'asino alzò una zampa conmolta degnazione e fece mezzo passo. Poi si fermò. Ad Omar venne da piangere. «Per favore...», implorò. L'asino sbuffò e lentamente cominciò a trotterellare. Tutti gli altri erano già spariti all'orizzonte. Dopo qualche miglio, il giovane e l'asino cercarono un anfratto per riposare e ripararsi dal vento.
«Benvenuti!». Una voce pacata venne dal fondo di una caverna che si apriva sulla piccola gola in cui si erano fermati.
«Chi sei?», chiese Omar inquieto. «Chi sei tu?», rispose la voce.
«Sono uno dei tanti giovani che sfidano il deserto».
«Ho visto i tuoi compagni correre nel vento, molte ore fa». «Lo so. Io ho soltanto un asino».
Vittorioso, come avesse capito, scalciò un sasso. «Scusami», mormorò Omar rivolto all'asino. «È un animale molto suscettibile», aggiunse.
«Vieni avanti, figliolo».
Omar avanzò nella caverna e, alla luce rossastra di un mucchio di brace, distinse la scarna figura di un anziano eremita. Aveva un cappuccio che gli lasciava in ombra il volto, ma gli occhi brillavano.
«Correvano nel vento, ma non arriveranno. Non sono i cavalli o le armi che li faranno arrivare. Ci vuole qualcosa qui!». Il vecchio si battè una mano sul petto.
«Che cosa?», chiese Omar.
«Vieni vicino. Ti darò qualcosa che ti aiuterà, in questa impresa e in tutte le altre che vorrai affrontare». Il vecchio trasse da un sacchetto di cuoio tre pietre colorate e le fece cadere, una alla volta nella mano del giovane.
«Il topazio, giallo, ti ricorderà la fiducia, perché il Signore non abbandona mai i suoi figli... Lo smeraldo, verde, è la speranza, senza la quale non si può vivere... Il rubino, rosso, ti ricordi l'amore, che è la forza più grande dell'Universo. Portale sempre con te, non perderle: solo così arriverai alla tua meta».
Omar prese le pietre e le mise con cura nella sua borsa. Di-
vise un po' di cibo e di calore con il vecchio eremita e, do- 1 ' 3 po qualche ora, ripartì.

L'oasi
Il deserto lo inghiottì con le sue fauci di sabbia e pietre. Vittorioso procedeva sempre più stancamente, Omar sentiva il cuore pesante e nubi nere invasero la sua mente. «Forse mi hanno ingannato... Non c'è nulla dopo questo deserto. Non è mai esistito nulla. È tutta una trappola per eliminarci». In quel momento il topazio scivolò fuori dalla sua borsa e cadde nella sabbia. Vittorioso ragliò. Omar si chinò per raccogliere la pietra.
«No, no! C'è veramente una meta alla fine del deserto. Devo continuare», pensò raddrizzandosi.
Proprio in quel momento vide molti dei giovani della tribù che a capo chino si trascinavano stancamente. Tornavano indietro. Avevano rinunciato. Omar strinse forte il topazio, simbolo della fiducia che aveva ritrovato, e incoraggiò Vittorioso.
Passarono altri giorni. Il sole, il vento e il gelo della notte martellavano senza pietà il giovane e la sua cavalcatura. La loro andatura si fece sempre più penosa. L'orizzonte continuava ad essere una piatta desolazione. Nessuna traccia di montagne o di oasi. E negli otri rimaneva pochissima acqua. Omar aveva visto altri compagni tornare indietro, vacillanti come fantasmi. Anche lui stava per abbandonarsi, quando si accorse di qualcosa che scivolava fuori dalla sua bisaccia. Si chinò per raccoglierlo: era lo smeraldo. La sua luce verde sembrò risvegliare il suo spirito: «Ce la farò. Domani, domani qualcosa troverò di certo: un'oasi, un pozzo, qualcosa. Questo deserto deve pur finire!».
Continuò la sua marcia e finalmente incontrò una macchia di arbusti cresciuti intorno ad uno stagno. Anche Vittorioso raccolse le ultime forze per arrivare alla piccola oasi. Ma troppa gente era passata e al fondo dello stagno rimaneva solo poca acqua. Omar stava per lanciarsi a bere, ma vide i grandi occhi supplichevoli di Vittorioso e si ricordò della terza pietra, il rubino rosso come il cuore. Liberò l'asino dal basto e dalle briglie e lasciò che bevesse per primo. Quando l'animale alzò il muso, restavano nella pozza poche sorsate.
Omar si inginocchiò e le raccolse con cura in una ciotola. Se la portò alle labbra, ma dal folto dei cespugli filtrò un lamento: «Pietà! Aiutatemi! Un po' d'acqua... Sto morendo». Il giovane si inoltrò fra gli arbusti e quasi inciampò in un uomo steso al suolo. Aveva gli occhi annebbiati e le labbra screpolate. Il suo vestito e le armi che portava lo denunciavano chiaramente come appartenente alla tribù dei predoni. Omar sentì l'impulso di bere e allontanarsi in fretta dall'oasi, ma il pensiero del rubino lo trattenne. Si chinò e accostò la ciotola alle labbra del predone.
L'uomo bevve avidamente e poi mormorò: «Grazie».
Il povero Omar si accontentò di qualche goccia rimasta in fondo alla ciotola.
Appena l'uomo ebbe ripreso un po' di forze, Omar lo caricò sull'asino e ricominciò a camminare. Qualche ora dopo, con un tuffo al cuore, vide nell'aria tremolante dell'orizzonte il profilo delle Montagne del Sole. Anche Vittorioso ragliò di gioia. Ma la loro felicità durò poco. Come emerso dal vento e dalla sabbia, un nugolo di predoni armati fino ai denti li circondò.
«Questa volta è finita davvero!», pensò Omar. Ma l'uomo che aveva raccolto, alzò un braccio verso i suoi compagni e disse chiaramente: «Questo ragazzo mi ha salvato la vita». Invece di catturarlo, i predoni lo festeggiarono. Lo rifornirono di viveri ed acqua e gli indicarono la via più breve per raggiungere le Montagne del Sole.
Così Omar fu l'unico a tornare con il fiore rosso. «E tutto grazie alle mie tre pietre», diceva a tutti.

Indicazioni didattiche

L'esperienza nascosta nel racconto
Per dimostrare di essere adulto, il giovane Omar deve attraversare il deserto, affrontare i pericoli e trovare una soluzione ai problemi che si trova di fronte. I suoi compagni (e 1 4, 5 in fondo anche lui) sono convinti che il successo dell'impresa possa essere assicurato soprattutto dai mezzi materiali, dal coraggio, dalla fortuna. L'eremita, figura dell'educatore, gli fornisce le tre pietre, simboli della fede, della speranza e della carità. E saranno proprio queste le qualità decisive per vincere la prova del deserto, che è la prova della vita.

Per il dialogo
• Vi sembra giusto paragonare il diventare grandi alla traversata di un deserto? A che cosa lo paragonereste voi?
• Perché Omar riesce nell'impresa mentre i suoi compagni falliscono?
• Che cosa significano le tre pietre?
• Le tre virtù di cui si parla nella storia sono veramente necessarie, secondo voi? O quello che conta è tutt'altro?
• Tre qualità come la fede, la speranza e la carità vi potrebbero già servire nella vostra situazione attuale? Come?

Per l'attività
Tutti i bambini si procurano tre pietre su cui possono scrivere i nomi delle virtù teologali o il loro personale impegno di viverle.

Anche la Bibbia racconta...
Il deserto è nella Bibbia uno dei luoghi tipici della prova. L'insegnante può leggere e commentare ai bambini le vicende del popolo ebreo nel deserto o l'episodio delle tentazioni di Gesù (Mt 4,1-11).

(Parabole & Storie per la scuola e la catechesi, Elledici 2000, pp. 141-146)

Le virtù teologali
Bruno Ferrero
 
 
Parlare di virtù, oggi, è piuttosto complicato. Se non altro, per una questione di vocabolario: la parola virtuale oggi significa qualcosa che non esiste. La parola virtù non significa più niente, soprattutto per la scarsità dell'uso che se ne fa. Le grandi qualità della persona umana sono state dimenticate e malamente sostituite da criteri esteriori. Perfino i più piccoli si stanno abituando a giudicarsi dal tipo di scarpe da ginnastica, dalla tuta firmata, dal possesso del gioco più pubblicizzato in televisione. Genitori ed educatori molte volte si adeguano. In questo modo la struttura personale dei ragazzi rischia di crescere fragile e incompleta. Le virtù, umane e religiose, devono essere »educate». La fiaba che presentiamo può diventare il momento iniziale di un cammino educativo riguardo alle classiche virtù teologali, fede, speranza e carità.
 
Le tre pietre
 
Per i ragazzi della tribù della Grande Pianura c'era un solo mezzo per essere considerati da tutti veri uomini: attraversare il terribile Deserto di Maagh, bruciato e pietroso, fino alle Montagne del Sole. E di là portare lo strano fiore rosso che cresceva soltanto lassù.
Ogni anno erano molti i giovani che tentavano l'impresa. Da molto tempo nessuno aveva più portato il fiore rosso. Ciò che dovevano affrontare era davvero terribile. Il deserto di Maagh circondava le Montagne del Sole da tutte le parti per miglia e miglia. In mezzo non c'erano oasi o pozzi d'acqua. Violente bufere di sabbia che smerigliavano tutto al loro passaggio, si abbattevano con violenza sui malcapitati che osavano avventurarsi. Le notti erano gelide e i giorni infuocati.
I giovani della Grande Pianura potevano solo sperare nella fortuna. Una volta arrivati alle Montagne del Sole non erano finiti i pericoli. Sui fianchi delle montagne abitava una feroce tribù di predoni che catturava i giovani per farne degli schiavi da vendere ai ricchi mercanti della costa. Per questo quasi tutti i giovani che partivano per l'impresa tornavano sconfitti a mani vuote, dopo pochi giorni.
Qualcuno non tornava più e di lui non si sapeva più nulla.
 
Omar e un asino testardo
Anche per Omar, il figlio del calderaio, venne il tempo di dimostrare di aver raggiunto la maggiore età. E decise di misurarsi con il Deserto di Maagh.
Da due anni raggranellava i suoi piccoli risparmi per potersi comprare un cavallo. Ma i cavalli costano molto. Dovette così accontentarsi di un giovane asino, testardo e capriccioso, che se non altro aveva l'aspetto ardito e robusto. E lo chiamò Vittorioso, in segno di speranza.
Gli altri giovani della sua età potevano permettersi cavalcature migliori. Qualcuno era pronto a partire con due o tre cavalli di ricambio, con cammelli e muli e perfino con qualche uomo di scorta.
Omar non si scoraggiò, accarezzò la testa di Vittorioso, che sbuffò e frustò l'aria con le lunghe orecchie. Il giovane preparò con cura gli otri per l'acqua e le provviste per sé e per la sua cavalcatura.
Una sera, mentre il sole calante incendiava il deserto e i bassi strati dell'aria sembravano liquidi ondeggianti, i giovani partirono incitando le loro cavalcature. I destrieri e i cammelli si mossero sollevando nuvole di polvere. Genitori e fratelli agitavano le braccia in segno di saluto e gridavano per incitare i loro cari. Qualche madre si asciugava le lacrime di nascosto.
Omar gridò: ,Arri, Vittorioso!». L'asino alzò una zampa conmolta degnazione e fece mezzo passo. Poi si fermò. Ad Omar venne da piangere. «Per favore...», implorò. L'asino sbuffò e lentamente cominciò a trotterellare. Tutti gli altri erano già spariti all'orizzonte. Dopo qualche miglio, il giovane e l'asino cercarono un anfratto per riposare e ripararsi dal vento.
«Benvenuti!». Una voce pacata venne dal fondo di una caverna che si apriva sulla piccola gola in cui si erano fermati.
«Chi sei?», chiese Omar inquieto. «Chi sei tu?», rispose la voce.
«Sono uno dei tanti giovani che sfidano il deserto».
«Ho visto i tuoi compagni correre nel vento, molte ore fa». «Lo so. Io ho soltanto un asino».
Vittorioso, come avesse capito, scalciò un sasso. «Scusami», mormorò Omar rivolto all'asino. «È un animale molto suscettibile», aggiunse.
«Vieni avanti, figliolo».
Omar avanzò nella caverna e, alla luce rossastra di un mucchio di brace, distinse la scarna figura di un anziano eremita. Aveva un cappuccio che gli lasciava in ombra il volto, ma gli occhi brillavano.
«Correvano nel vento, ma non arriveranno. Non sono i cavalli o le armi che li faranno arrivare. Ci vuole qualcosa qui!». Il vecchio si battè una mano sul petto.
«Che cosa?», chiese Omar.
«Vieni vicino. Ti darò qualcosa che ti aiuterà, in questa impresa e in tutte le altre che vorrai affrontare». Il vecchio trasse da un sacchetto di cuoio tre pietre colorate e le fece cadere, una alla volta nella mano del giovane.
«Il topazio, giallo, ti ricorderà la fiducia, perché il Signore non abbandona mai i suoi figli... Lo smeraldo, verde, è la speranza, senza la quale non si può vivere... Il rubino, rosso, ti ricordi l'amore, che è la forza più grande dell'Universo. Portale sempre con te, non perderle: solo così arriverai alla tua meta».
Omar prese le pietre e le mise con cura nella sua borsa. Di-
vise un po' di cibo e di calore con il vecchio eremita e, do- 1 ' 3 po qualche ora, ripartì.
 
L'oasi
Il deserto lo inghiottì con le sue fauci di sabbia e pietre. Vittorioso procedeva sempre più stancamente, Omar sentiva il cuore pesante e nubi nere invasero la sua mente. «Forse mi hanno ingannato... Non c'è nulla dopo questo deserto. Non è mai esistito nulla. È tutta una trappola per eliminarci». In quel momento il topazio scivolò fuori dalla sua borsa e cadde nella sabbia. Vittorioso ragliò. Omar si chinò per raccogliere la pietra.
«No, no! C'è veramente una meta alla fine del deserto. Devo continuare», pensò raddrizzandosi.
Proprio in quel momento vide molti dei giovani della tribù che a capo chino si trascinavano stancamente. Tornavano indietro. Avevano rinunciato. Omar strinse forte il topazio, simbolo della fiducia che aveva ritrovato, e incoraggiò Vittorioso.
Passarono altri giorni. Il sole, il vento e il gelo della notte martellavano senza pietà il giovane e la sua cavalcatura. La loro andatura si fece sempre più penosa. L'orizzonte continuava ad essere una piatta desolazione. Nessuna traccia di montagne o di oasi. E negli otri rimaneva pochissima acqua. Omar aveva visto altri compagni tornare indietro, vacillanti come fantasmi. Anche lui stava per abbandonarsi, quando si accorse di qualcosa che scivolava fuori dalla sua bisaccia. Si chinò per raccoglierlo: era lo smeraldo. La sua luce verde sembrò risvegliare il suo spirito: «Ce la farò. Domani, domani qualcosa troverò di certo: un'oasi, un pozzo, qualcosa. Questo deserto deve pur finire!».
Continuò la sua marcia e finalmente incontrò una macchia di arbusti cresciuti intorno ad uno stagno. Anche Vittorioso raccolse le ultime forze per arrivare alla piccola oasi. Ma troppa gente era passata e al fondo dello stagno rimaneva solo poca acqua. Omar stava per lanciarsi a bere, ma vide i grandi occhi supplichevoli di Vittorioso e si ricordò della terza pietra, il rubino rosso come il cuore. Liberò l'asino dal basto e dalle briglie e lasciò che bevesse per primo. Quando l'animale alzò il muso, restavano nella pozza poche sorsate.
Omar si inginocchiò e le raccolse con cura in una ciotola. Se la portò alle labbra, ma dal folto dei cespugli filtrò un lamento: «Pietà! Aiutatemi! Un po' d'acqua... Sto morendo». Il giovane si inoltrò fra gli arbusti e quasi inciampò in un uomo steso al suolo. Aveva gli occhi annebbiati e le labbra screpolate. Il suo vestito e le armi che portava lo denunciavano chiaramente come appartenente alla tribù dei predoni. Omar sentì l'impulso di bere e allontanarsi in fretta dall'oasi, ma il pensiero del rubino lo trattenne. Si chinò e accostò la ciotola alle labbra del predone.
L'uomo bevve avidamente e poi mormorò: «Grazie».
Il povero Omar si accontentò di qualche goccia rimasta in fondo alla ciotola.
Appena l'uomo ebbe ripreso un po' di forze, Omar lo caricò sull'asino e ricominciò a camminare. Qualche ora dopo, con un tuffo al cuore, vide nell'aria tremolante dell'orizzonte il profilo delle Montagne del Sole. Anche Vittorioso ragliò di gioia. Ma la loro felicità durò poco. Come emerso dal vento e dalla sabbia, un nugolo di predoni armati fino ai denti li circondò.
«Questa volta è finita davvero!», pensò Omar. Ma l'uomo che aveva raccolto, alzò un braccio verso i suoi compagni e disse chiaramente: «Questo ragazzo mi ha salvato la vita». Invece di catturarlo, i predoni lo festeggiarono. Lo rifornirono di viveri ed acqua e gli indicarono la via più breve per raggiungere le Montagne del Sole.
Così Omar fu l'unico a tornare con il fiore rosso. «E tutto grazie alle mie tre pietre», diceva a tutti.
 
Indicazioni didattiche
 
L'esperienza nascosta nel racconto
Per dimostrare di essere adulto, il giovane Omar deve attraversare il deserto, affrontare i pericoli e trovare una soluzione ai problemi che si trova di fronte. I suoi compagni (e 1 4, 5 in fondo anche lui) sono convinti che il successo dell'impresa possa essere assicurato soprattutto dai mezzi materiali, dal coraggio, dalla fortuna. L'eremita, figura dell'educatore, gli fornisce le tre pietre, simboli della fede, della speranza e della carità. E saranno proprio queste le qualità decisive per vincere la prova del deserto, che è la prova della vita.
 
Per il dialogo
• Vi sembra giusto paragonare il diventare grandi alla traversata di un deserto? A che cosa lo paragonereste voi?
• Perché Omar riesce nell'impresa mentre i suoi compagni falliscono?
• Che cosa significano le tre pietre?
• Le tre virtù di cui si parla nella storia sono veramente necessarie, secondo voi? O quello che conta è tutt'altro?
• Tre qualità come la fede, la speranza e la carità vi potrebbero già servire nella vostra situazione attuale? Come?
 
Per l'attività
Tutti i bambini si procurano tre pietre su cui possono scrivere i nomi delle virtù teologali o il loro personale impegno di viverle.
 
Anche la Bibbia racconta...
Il deserto è nella Bibbia uno dei luoghi tipici della prova. L'insegnante può leggere e commentare ai bambini le vicende del popolo ebreo nel deserto o l'episodio delle tentazioni di Gesù (Mt 4,1-11).
 
(Parabole & Storie per la scuola e la catechesi, Elledici 2000, pp. 141-146)