La religione:

elemento identitario

e relazionale

Brunetto Salvarani


Parto da qualche considerazione su due termini chiave di questo nostro tempo così incerto: identità e differenza. Entrambe le parole, a ben vedere, sono attualmente messe fortemente in discussione: dalle ingombranti tendenze all’universalità e alla globalizzazione (più del mercato che dei valori, in realtà), da un lato, ma anche da un parossistico rinchiudersi sul proprio tribalistico particulare, sul proprio etnocentrismo o comunitarismo come unica reazione – spesso scomposta – a simili tendenze, dall’altro. Nel primo caso, l’identità è negata alla radice, così come la differenza; nel secondo, l’identità è celebrata acriticamente e spesso retoricamente (in non rari casi, direi paranoicamente), come un fragile totem perennemente uguale a se stesso, mentre la differenza viene percepita come un disvalore cui si deve dare ogni forma possibile di ostracismo, e come un attentato alla propria superiore specificità. Va riconosciuto onestamente che è naturale, del resto, manifestare uno stato di insicurezza psicologica nei confronti di un’alterità sconosciuta e non rielaborata; di una complessità sociale di fronte alla quale è semplice smettere di pensare e opporre una lettura semplificatoria del reale, buoni versus cattivi, bianchi versus neri, autoctoni versus immigrati e così via. Mentre la differenza, nel quadro della pedagogia interreligiosa significa diritto all’opacità: sei così diverso da me che non capisco tutto del tuo universo, che mi tocca non dare per scontato nulla del mio universo, che qualcosa tra noi rimane opaco.
Eppure, ciò non impedisce la relazione, la convivenza, il rapporto. Anche perché capisco che la diversità fa appieno parte della realtà. C’è una diversità di fatto che diventa di principio.
Se non subentra una qualche forma di etica, quell’etica dell’incontro e del dialogo di cui – nel secolo scorso – ci hanno parlato, fra gli altri, maestri come Buber, Heidegger, Lévinas, e i pensatori francesi del personalismo, appare impossibile uscire positivamente dal sopra citato cul-de-sac. Ma è proprio vero che identità e differenza si oppongono irrimediabilmente?

Per una pedagogia della differenza

L’esperienza di ogni relazione di incontro e di dialogo, che si tratti di dialogo fra cristiani o con persone di altre convinzioni, è che proprio attraverso l’incontro, e tramite lo sguardo degli altri, è possibile scoprire (o riscoprire) qualcosa della nostra identità. Questo è il segreto di ogni incontro e di ogni dialogo autentici. Certo, dialogare è difficile. Eppure – come spiega Adriano Fabris nel suo Etica della comunicazione [1] - il dialogo rappresenta il paradigma di ogni rapporto comunicativo, nella misura in cui, dialogando, l’interlocuzione viene a realizzarsi nella maniera più adeguata. Secondo tale autore, il primato del dialogo semplicemente s’impone, in piena evidenza: basta, però, aver chiaro cosa significa, in senso proprio, dialogare. Si può prendere le mosse dall’esperienza quotidiana: perché si dia dialogo, ciascun interlocutore è chiamato a riconoscere da subito, almeno implicitamente, le buone ragioni dell’altro. Sarebbe la differenza reciproca, dunque, su questa linea, accettata e percepita e vissuta come un’occasione di autopurificazione e di miglioramento del proprio cammino, il punto di partenza per ogni autentico dialogo. Con uno slogan: l’identità non risiede nel soggetto, come si crede di solito, ma nella relazione, nel rapporto, nella dimensione io-tu. Una simile considerazione, tuttavia, non è stata sempre pacificamente riconosciuta, anzi. Per parecchio tempo il senso comune sul dialogo ecumenico e interreligioso ha predicato che esso si sarebbe potuto realizzare meglio sulla base di una rinuncia – più o meno tattica – alla propria identità religiosa da parte dei partecipanti al dialogo stesso. In nome di una sorta di minimo comune denominatore tra le fedi coinvolte, semmai… In tale prospettiva, per dialogare e capirsi basterebbe che ciascun dialogante si dimostrasse arrendevole su qualche punto spinoso del proprio credo, fino a giungere a un generico embrassons-nous che sorvolasse sui problemi aperti.
Attualmente, però, si ritiene (correttamente) che una simile prospettiva non funzioni più e non aiuti per nulla a fare qualche passo avanti. Piuttosto, è appunto la consapevolezza della propria identità a consentire qualsiasi forma di dialogo.
Un’identità non è costituita da un idolo, bensì da esperienze vissute e condivise nel tempo, e spesso, quando ci imbattiamo in appelli all’identità cristiana presentata (oggi capita con una certa frequenza) come irrimediabile impedimento al dialogo, in realtà mi pare si tratti di pura strumentalizzazione, se non di mera ideologia. Lo mostra felicemente, fra gli altri, un bel saggio del teologo peruviano Gustavo Gutierrez, da poco novantenne, che scrive: “Avere convincimenti fermi non è di ostacolo al dialogo, ne è piuttosto la condizione necessaria. Accogliere, non per merito proprio ma per grazia di Dio, la verità di Gesù Cristo nelle proprie vite è qualcosa che non solo non invalida il nostro modo di fare nei riguardi di persone che hanno assunto prospettive diverse dalla nostra, ma conferisce al nostro atteggiamento il suo genuino significato.
Di fronte alla perdita di riferimenti, che alcuni sembrano vivere, è importante ricordare come l’identità costituisca una componente essenziale di una spiritualità”.[2] Mentre Piero Coda, fra i teologi da anni più impegnati sul terreno del dialogo interreligioso, evidenzia a più riprese che per un dialogo autentico non si può in alcun caso prescindere dall’identità altrui: occorre invece rispettarla “nella sua originalità, conoscendola nella sua diversità ed entrando in un reale rapporto di reciprocità”[3], e che “solamente delle identità religiose vive, profonde e stagliate sono capaci di poter conoscere anche le altre, e di interagire con esse”[4]. Nessuna abdicazione alla propria identità, quindi, per predisporsi efficacemente all’incontro con l’altro, ma piuttosto un investimento serio su una pedagogia della differenza. Perché l’identità, per di più – vale la pena di non dimenticarlo – è un elemento in perenne movimento, che si plasma nel relazionarci alle persone, allo spazio, persino agli oggetti. Che cambia nel trascorrere del tempo, costruita su alcuni punti irrinunciabili, provenienti dalla tradizione e dalla lettura dei segni dei tempi, operata nel discernimento [5]. Come ci ha spiegato Zygmunt Bauman, un’identità perfetta non esiste: esiste un puzzle, composto di tessere differenti come differenti sono gli elementi che ci definiscono. Di più: la nostra identità è “un puzzle difettoso, in cui mancano alcuni pezzi”.[6]
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La Bibbia, il Grande codice dell’ospitalità

Nel cuore di un’identità consapevolmente situata nell’ambito della lettura ebraicocristiana della realtà, è necessario evidenziarlo, risiede la Bibbia, grande codice della cultura occidentale. E nella crisi di quell’identità, pertanto, non può essere sottaciuto il vero e proprio dramma della cronica ignoranza di essa, che affligge anche paesi di consolidata tradizione cristiana come il nostro. Lo conferma una percezione generalizzata, oltre che una discreta serie di inchieste dedicate a tale argomento.[7]
Ritengo legittimo sostenere che, in assenza di una consapevolezza almeno minima della Bibbia, ci si preclude la comprensione di numerose presenze nella vita quotidiana di molti Paesi di antica cristianità, compreso il nostro: come interpretare edifici, sculture e immagini che popolano città e campagne, capire espressioni, modi di dire e proverbi del linguaggio popolare e colto, muoversi tra calendari, celebrazioni e feste, se si è privi dell’alfabeto che li ha generati e nutriti? E come auspicare, inoltre, l’inte(g)razione e la convivenza di quanti giungono qui provenendo da mondi religiosi multicolori, se chi dovrebbe accoglierli non è in grado di spiegare loro testi e meccanismi che nella storia ne hanno originato usi e costumi? Sì, sono domande tutt’altro che marginali – e tutt’altro che neutre - nell’attuale quadro sociale nazionale: quali episodi, volti, immagini bibliche hanno plasmato l’orizzonte simbolico e culturale di generazioni di uomini e donne nati e cresciuti in una società che, un tempo almeno, non poteva non dirsi cristiana? Quali dei racconti e dei personaggi biblici parlano ancor oggi un linguaggio universale, come fanno, ad esempio, le figure immortali del teatro classico o la raffinata sapienza orientale? Non poche, direi… Si noti, poi: la rilevanza della Bibbia non riguarda soltanto aspetti legati alla fede.
Seguendo una suggestione del cardinal Martini, in una società di laicità matura potremmo evidenziarne anche il carattere di libro che educa:[8] non solo come libro letterario ma anche come testo sapienziale, “che esprime la verità della condizione umana, di qualunque continente e cultura, può sentirsi specchiata almeno in qualche
parte di esso”, e come libro narrativo. In tale direzione, lo è “perché descrive le vicende di un popolo nell’ambito di altri popoli attraverso un cammino progressivo di liberazione, di presa di coscienza, di crescita di responsabilità del soggetto individuale, fornendo un paradigma storico valido per l’intera storia dell’umanità”. La Bibbia è un libro con il quale siamo chiamati a confrontarci, credenti o (cosiddetti) non credenti, laici o religiosi che siamo. I suoi personaggi si affannano e comunicano, s’innamorano e lavorano, combattono e piangono, mentono e tradiscono, uccidono e vengono uccisi, desiderano e sognano, mangiano e si divertono: sono, dunque, come gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo, di ieri e di oggi, chiamati, se ci riescono, a umanizzarsi e a fare i conti con la nostra fragilità così come lo siamo noi. La Bibbia, con Dio a scuola di umanità. Anzi, a scuola di fragilità, di relazioni e di ospitalità.[9]


NOTE

1 A. FABRIS, Etica della comunicazione, Carocci, Roma 2006, pp.74-79.
2 G. GUTIERREZ, “Un nuovo tempo della teologia della liberazione”, in Il Regno Attualità 41(1997)10, pp.298-315.
3 P. CODA, “Nuove frontiere per il dialogo interreligioso”, in Protestantesimo 55 (2001)56, p.178.
4 IDEM, L’amore di Dio è più grande del nostro cuore, Piemme, Casale Monferrato (AL) 2000, p.30.
5 A. SEN, Identità e violenza, Laterza, Roma-Bari 2006.
6 Z. BAUMAN, Intervista sull’identità, a cura di B. Vecchi, Laterza, Roma-Bari 2003, pp.56s.
7 Cfr., ad esempio, I. DIAMANTI, Gli italiani e la Bibbia, EDB, Bologna 2014.
8 C.M. MARTINI, “La parola di Dio nel futuro dell’Europa”, in AA.VV., Non passare oltre, EDB, Bologna 2003, pp.383-390.
9 È questa la tesi di fondo del mio Teologia per tempi incerti, Laterza, Roma-Bari 2018.

(CEM - Bergamo "LE PAROLE CHE ESCLUDONO, QUELLE CHE INCLUDONO" - 24 novembre 2018)