Giovani nel digitale

Esercizi di discernimento /3

«Perché tutti

devono sapere tutto?

Vite vetrinizzate»

Giacomo Ruggeri


Starnutisco? Lo carico subito in rete…

Come si fa a caricare su Internet, e nei social, un mio starnuto? Questo arriva all’improvviso, non ti avvisa e, per quanto sia veloce con lo smartphone, non riesco a ‘selfizzarmi’ mentre starnutisco. Al di là della battuta, la questione è seria. Uno dei pilastri delle dinamiche digitali è l’immagine. Questa è più forte della parola perché non richiede ragionamento, ma arriva fiondata nell’impatto altrui. Leggere una frase, un pensiero, un paragrafo o – addirittura – un articolo, richiede impegno, scelta nel volerlo leggere presumendo di ricevere nutrimento per il cervello e l’anima, perseverare nel leggere, resistere alle sirene dell’abbondono passando ad altra notizia, arrivare sino in fondo all’articolo, fermarmi a riflettere per ricevere un primo input da quanto ho appena letto.
Ecco, tutti questi passaggi – importanti, necessari, basilari per formarsi un pensiero – sono letteralmente centrifugati e melassati dall’immagine. Per elaborare un pensiero devo riflettere, darmi tempo, non avere fretta, capire cosa dire e non dire, valutare l’importanza di una parola rispetto ad un'altra, ponderare le parole sapendo che hanno un loro peso. Con l’immagine tutto ciò è contratto, ridotto, accartocciato. L’immagine ha una sua potenza intrinseca perché prima parla all’istinto, poi agli affetti e in ultimo alla ragione. Infatti, dico: mi piace e la carico in rete. Poi, dopo (e solo dopo) ci rifletto, ci ripenso e valuto di toglierla.

“Mio” profilo? È di tutti

Decidere di aprire un profilo social è una scelta di non poco conto. È illusorio pensare che l’aggettivo possessivo “mio” valga per le dinamiche social network. Dire “ho un mio profilo” significa – invece – che è di tutti, appartiene a tutti, tutti entrano ed escono come e quando vogliono. Nella rete di Internet non vi è nulla di privato e personale. Anzi, tutto ciò che risiede nella sfera del privato e del personale lo lancio come un missile nella digitalsfera della rete. I social hanno la potenza di attivare un prurito interiore facendomi sentire il reale bisogno di dire a tutto il mondo quello che faccio, come lo faccio, con chi sono, dove sono, cosa mangio, come mi vesto, ecc.
Più considero un fatto come privato, e intimo, e più avverto l’adrenalina di gettarlo nell’arena dei social. È sufficiente pensare al raccontarsi, in Internet, di persone (sconosciute e note) che hanno un tumore, devono affrontare la chemio, la perdita di una persona cara, ecc. Dirlo a tutti è dirlo a me stesso. Parlarne a perfetti sconosciuti (a parte le persone che mi conoscono) mette in moto un processo di progressiva realizzazione (e successiva accettazione, non scontata) di quanto ho vissuto in prima persona, o di persone care a me vicine. Vomitarlo al mondo è dire a me stesso: è successo, è vero, è accaduto a me. Tenermelo dentro scatena i demoni della colpa, del rimorso, della rabbia, della paura, della vendetta, della voglia di farla finita.

Il social psicologo

Potrà sembrare strano, ma è così: il profilo social ha preso il posto del lettino dallo psicologo. Non ne parlo a qualcuno, ma a tutti. Non mi confido con qualcuno che mi può aiutare, ma con tutti che mi possono ascoltare. Le dinamiche digitali attivano processi mentali che mi portano ad avere fame e sete di qualcuno che mi ascolti. So bene che quanto scriverò, posterò, caricherò sul mio profilo social con foto, video, emoji andrà nel tritacarne di favorevoli, contrari, neutrali, stupiti, arrabbiati, nevrotici, scettici, faciloni, deridenti, giustizialisti, moralizzatori, crocerossine, ecc. Non importa: ciò che conta è in tanti mi ascoltino, leggano quello che scrivo, vedano quello che filmo in tempo reale, diano il loro like o meno, rilancino ad altri e virilizzino a tamburo battente (con tanti altri profili) in una sorta di delirio socialpower. E a me cosa ne viene? Che ho vomitato quello che mi fa star male e che mi genera dolore. L’ho detto non a uno, ad alcuni, ma nei social. Da una persona cara posso sentirmi giudicato, cosa devo fare o non fare; lo psicologo mi dice di ritornare la prossima volta e, nel contempo, sono 100 € a seduta (di 30 minuti); i miei amici mi danno una pacca sulla spalla, mi consolano (ma non ho bisogno di questo); le persone della famiglia non mi capiranno (mai) perché non c’è spazio tra me e loro, e la troppa vicinanza rende incapaci a vedere in profondità.
Esercitare il discernimento, in questo preciso contesto, significa distinguere tra il bisogno di essere ascoltato e la necessità di essere accompagnato in un percorso serio e progressivo (sia in ambito psicologico, sia in ambito spirituale sapendo che sono cammini che possono integrarsi, ma totalmente diversi tra loro, per natura, sostanza, finalità). L’istantaneo, subitaneo, repentino rovesciamento nei social della mia intimità risponde a molteplici esigenze tra cui la paura di rimanere da soli implosi nell’urlante solitudine, andando a pescare nella pancia dell’istinto, nelle viscere dell’immediatezza. Non importa cosa dico e come lo dico: ciò che conta è dirlo.

Morbosi, curiosi, socialosi

Vi sono dei profili social che mi avvisano (con notifica, suono, ecc.) ogni qualvolta è aggiornato il profilo delle persone che ho nei miei contatti. Provo solo a immaginare quale foresta di suoni, voci e vocine, sibili e trilli elettrizzano lo smartphone ogni 15” come minimo (dipende dai contatti caricati). A volte mi chiedono perché non ho WhatsApp! Perché vedo gli effetti sugli altri e me ne guardo bene dall’esserne travolto. È una scelta tra altre scelte. Vi sono persone che sono diventate morbose e curiose dopo aver aperto un profilo social (prima non lo erano). Curiosare nei profili social degli altri è oramai equiparato al caffè della mattina. Brioche, cappuccino e una visitina sui social altrui. Discernere, pertanto, significa chiedermi: perché ho bisogno di andare su FB, su Instagram e altro social della tal persona? Cosa si attiva in me (nell’inconscio) sentendo il bisogno di dopaminizzarmi? E dopo aver curiosato (per non poco tempo, sottratto ad altro) cosa me ne torna? Un vento di confusione, una cascata di disordine, una diga di morbosità che si autoalimenta nell’aggiornare costantemente il mio profilo (quasi ogni respiro o giù di lì).
Il profilo nutre il mio essere socialoso: trovare benessere nelle relazioni social. Vi sono persone che dicono: «vado sempre a leggere ciò che scrive quella persona (anche sconosciuta) perché le sue parole mi fanno star bene, ciò che scrive è quello che penso anch’io, mi aiuta a dare senso alla giornata spesso grigia e con poche soddisfazioni». E molte persone hanno capito che cosa si mette in moto nelle retrovie di Internet, capendo che il proprio profilo social è fonte di denaro, business, soldo veloce e con poca fatica. All’inizio è gratis, poi nel tempo mi creo un piccolo zoccolo di aficionados, affiliati dei social. I loro ritorni sono fondamentali perché mi servono per profilizzarli sempre più a me e io a loro.
Se quello che cerco è di qualità, è utile al mio lavoro, mi aiuta a entrare in dinamiche della rete che ignoro, sono disposto anche a pagare. È così che nascono gli «imprenditori di me stesso»: uomini e donne che fanno della propria specifica professionalità una fonte economica e di business (con cifre molto alte). Ogni giorno, un video di pochi minuti sul proprio profilo social per coltivare la profilizzazione con i propri clienti digitali. Il negozio sotto casa si è trasformato nel proprio profilo social dove compero, vendo, conosco, prendo, lascio, conosco, ecc. Con un dettaglio non secondario: nel negozio sotto casa stringo la mano della persona; nel profilo social basta il dito indice a cliccare sullo schermo e la “relazione” è fatta. Già, a quale prezzo?

Tutti di tutto. Individualità vetrinizzate

Il concetto di relazione si fonda, per dirla in parole povere, su un sentiero che va da una casa all’altra. La terra la devi calpestare per andare ad incontrare la persona e per essere incontrato. La relazione è quel terreno che non appartiene alle persone che lo percorrono, ma è loro donato. Nelle dinamiche digitali è l’esatto contrario: il profilo social è il mio giardino di casa che curo e custodisco con passione, tenacia, impegno, impiego di tempo, energie, denaro. Vetrinizzare la mia vita non ha un valore e un significato per me, ma lo ha per gli altri. Il profilo social sono gli occhi con i quali desidero essere visto, pensato, considerato, apprezzato, cercato, amato dagli altri. Il significato profondo, e poco confessato, sono le aspettative che ripongo nel creare il mio profilo social con foto selezionate, parole scelte, video studiati. Nulla è lasciato al caso perché in gioco c’è l’immagine (digitale) che gli altri coltivano di me (reale). Nel profilo social – spesso – c’è la persona che vorrei essere. Il profilo social è un ottimo canale dove far crescere apparenze, aspettative, desideri.
Poi c’è la realtà, l’uomo e la donna che sono tutti i giorni come genitore, figlio, prete, insegnante, nonno, educatore, ecc. Esercitare il discernimento significa capire quali bisogni interiori mi inducono a dare tanta attenzione alla cura del mio profilo social. Se discernere significa distinguere, e poi anche decidere, è bene per me riconoscere le vere dalle false motivazioni nell’essere così socialoso/a. Un saggio discernimento mi aiuta a dare il giusto valore a tutto e a tutti, incluso il mio profilo in rete.