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“Continuiamo

ad ascoltare

ed interpellare

i giovani”

Intervista a Alois Löser

a cura di Cristina Uguccioni


A poche settimane dalla conclusione del Sinodo dedicato ai giovani e nell’imminenza della tappa europea del Pellegrinaggio della Fiducia, l’incontro con i giovani promosso dalla Comunità di Taizé, che si svolgerà a Madrid dal 28 dicembre al 1° gennaio 2019, il priore della Comunità, frère Alois Loeser, dialoga con Vatican Insider tracciando un bilancio della sua esperienza al Sinodo, al quale ha partecipato in qualità di “invitato speciale”. Cattolico, 63 anni, di origine tedesca e nazionalità francese, frère Alois dal 2005 guida la Comunità che attualmente è costituita da un centinaio di fratelli di diverse confessioni cristiane provenienti da quasi trenta Paesi.

Quali sono, a suo giudizio, i punti più qualificanti e fecondi del Documento Finale? «Anzitutto vorrei sottolineare che il Documento Finale riflette l’esperienza sinodale vissuta da tutti i partecipanti: in particolare, in questo testo, ritrovo il desiderio di mettersi in ascolto dei giovani e delle diverse esperienze che vivono: questo desiderio mi sembra sia stato uno dei punti forti dell’assemblea di ottobre. Forse la parte più feconda del Documento è la riflessione sulla sinodalità poiché questo passaggio chiama ciascuno di noi ad assumere pienamente la responsabilità di partecipare alla vita della Chiesa, invitandoci a non rimanere spettatori che guardano “dal balcone”, come ha detto in alcune occasioni Papa Francesco con un’immagine molto eloquente».

Quali sviluppi immagina avranno le riflessioni conclusive del Sinodo?
«Affinché i lavori del Sinodo portino frutti durevoli è indispensabile che ora nella Chiesa, a tutti i livelli, si continui ad approfondire la riflessione. Mi aveva colpito, nelle settimane precedenti il Sinodo, quanto i giovani con cui dialogavo a Taizé fossero felici di parlare, di essere ascoltati, di esprimere le loro attese. Sarebbe possibile continuare a interpellare le giovani generazioni, così come è avvenuto durante i lavori preparatori dell’assemblea sinodale, in una forma ancora da definire, nella vita quotidiana delle Chiese locali? Naturalmente questa opera di ascolto dovrebbe essere compiuta anzitutto nelle parrocchie e nelle diocesi dei diversi Paesi del mondo».

I suoi interventi durante i lavori del Sinodo su quali temi si sono soffermati in particolare?
«Nel mio intervento all’inizio del Sinodo ho evidenziato l’importanza dell’ascolto e dell’accompagnamento: a partire dalla nostra esperienza a Taizé, sappiamo quanto sia essenziale ascoltare veramente i giovani con il cuore e rispettare il santuario della loro coscienza. Un altro punto che ho voluto sottolineare, in modo particolare quando abbiamo lavorato sul Documento Finale, è la ricerca dell’unità dei cristiani. A Taizé constatiamo che molti giovani amano pregare con coetanei di diverse confessioni e anche assumere insieme un impegno concreto a favore degli altri.
Comprendono, anche solo implicitamente, la chiamata di Cristo a riconciliarci senza tardare».

Nel Documento Finale, al paragrafo 9, si legge: “Il Sinodo riconosce la necessità di preparare consacrati e laici, uomini e donne, che siano qualificati per l’accompagnamento dei giovani”.
Quale forma di preparazione lei pensa possa essere adeguata a questo accompagnamento?
«Come dicevo, da lungo tempo a Taizé constatiamo quanto i giovani siano spesso alla ricerca di un ascolto personale. Per questa ragione, ogni sera, nella nostra chiesa, dopo la preghiera comune alcuni sacerdoti si trattengono per offrire il sacramento della riconciliazione mentre alcuni fratelli e suore si posizionano in diversi angoli della chiesa per ascoltare quanti mostrano il desiderio di condividere qualcosa della loro vita. Con questa disponibilità incoraggiamo i giovani ad aprirsi, a compiere un primo passo che potrà prepararli a compierne altri e andare lontano. A Madrid, come in tutti i nostri incontri europei, una chiesa sarà riservata proprio all’ascolto e alla preghiera silenziosa.
A proposito dell’ascolto, per il quale nella Chiesa mancano persone disponibili, distinguerei due livelli. Molte volte i giovani (e anche i meno giovani!) cercano semplicemente un orecchio attento, una persona disponibile a condividere le loro gioie e i loro dolori. Per questo primo livello di ascolto è sufficiente una preparazione anche minima e la pratica è la migliore formazione. Si potrebbe cominciare subito, senza indugio, affidando questa responsabilità a fedeli laici, da sostenere e accompagnare. Vi è un secondo livello che riguarda l’accompagnamento a lungo termine o l’ascolto di persone in difficoltà. In questi casi una vera preparazione umana e in certa misura anche psicologica è necessaria. A volte, poi, ci troviamo impotenti di fronte a una persona colpita da una sofferenza che sconfina nella malattia: dobbiamo allora orientarla verso qualcuno che sappia intervenire in forma più professionale».

L’ascolto dei giovani richiede tempo, proprio quel tempo che, specie nelle società occidentali, sembra mancare spesso agli adulti.
«Dedicare tempo per stare con i giovani è molto importante. Se l’altro vede che io sono molto occupato o distratto come potrà confidarsi? Spesso le cose più essenziali non si possono esprimere tutte in una volta: occorre un po’ di tempo perché cresca la fiducia. I giovani che durante l’anno scelgono di passare una settimana in silenzio a Taizé ci ricordano che il tempo è indispensabile per l’ascolto reciproco, per l’ascolto di Dio nella preghiera e per l’ascolto di se stessi, per accettare i propri talenti e le proprie contraddizioni. Quest’accettazione è anche una condizione necessaria per andare avanti (è una lunga maturazione): la pazienza si rivela virtù indispensabile».

Al paragrafo 69 del Documento Finale si legge: «Papa Francesco invita i giovani a pensare la propria vita nell’orizzonte della missione: “Tante volte, nella vita, perdiamo tempo a domandarci: ‘Ma chi sono io?’. Tu puoi domandarti chi sei tu e fare tutta una vita cercando chi sei tu. Ma domandati: ‘Per chi sono io?’” (Discorso nella veglia di preghiera in preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù, Basilica di Santa Maria Maggiore, 8 aprile 2017). Questa affermazione illumina in modo profondo le scelte di vita perché sollecita ad assumerle nell’orizzonte liberante del dono di sé. È questa l’unica strada per giungere a una felicità autentica e duratura!». Quale riflessione le suscita questo passaggio del Documento?
«Sono molto felice che Papa Francesco insista sulla dimensione relazionale dell’esistenza. È grazie alle nostre relazioni con gli altri che possiamo, poco a poco, comprendere meglio noi stessi. E ciò è vero anche sul piano sociale: lo sperimentiamo a Taizé nell’accoglienza dei rifugiati: abbiamo imparato molto aprendo loro le nostre porte. Questa ospitalità ci fortifica nella nostra vocazione e nella nostra vita fraterna in comunità. Più in generale, la nostra vita comunitaria è nutrita anche dalla presenza dei giovani che vengono a Taizé. Papa Giovanni Paolo II ce lo aveva detto con parole molto belle durante la sua visita dell’ottobre 1986: “Come non pensare che questi giovani sono il regalo e il mezzo che Dio vi dona per stimolarvi a rimanere insieme, nella gioia e nella freschezza del vostro dono, come una primavera per tutti quelli che cercano la vera vita?”».

Come descriverebbe la sua esperienza al Sinodo?
«Durante il Sinodo abbiamo vissuto un’autentica esperienza di universalità. La parola sinodo significa “fare strada insieme”: è il sentimento profondo che ho del nostro cammino durante quelle settimane. I padri sinodali e tutti i partecipanti provenivano da Paesi diversi e le loro realtà ecclesiali erano differenti: il confronto è stato un grande arricchimento».

Durante i lavori sinodali quale volto di Chiesa ha visto delinearsi?
«Pur esprimendo spesso punti di vista differenti, i vescovi e tutti i partecipanti hanno mostrato un volto molto fraterno della Chiesa. Papa Francesco ha sottolineato sin dall’inizio dei lavori la speranza che tutti i partecipanti potessero confrontarsi nella carità, nella verità e con vera libertà di parola. Abbiamo potuto entrare in dialogo con i giovani senza avere risposte già pronte, preconfezionate. L’immagine di una Chiesa in cammino è quella che custodirò del Sinodo».

Quali ritiene siano stati i contribuiti più significativi portati dai giovani presenti al Sinodo?
«Di loro ricordo la gioia di partecipare ai lavori, la freschezza quando prendevano la parola, la spontaneità. Devo dire che sono rimasto colpito anche da alcuni interventi: penso, ad esempio, al giovane iracheno che ha molto emozionato tutti descrivendo la situazione del suo Paese. Il ragazzo giunto dal Vietnam ha raccontato dei 400 giovani catechisti animati da grande spirito missionario, che costituiscono una bella speranza per tutta la Chiesa. Diversi giovani provenienti dall’Africa hanno sottolineato l’importanza di mostrare la vitalità di questo grande continente e non solo i problemi che lo affliggono».

(“La Stampa Vatican Insider” - 27 dicembre 2018)

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