Un corpo

in relazione

Marco Tondello


Introduzione

Credo che analizzare il ruolo che il corpo ha nell’esperienza personale di Etty Hillesum sia doppiamente difficile. Al problema, comune a qualsiasi analisi sugli scritti della studiosa olandese, di ricavare nozioni lineari e schematiche da ciò che non lo è si aggiunge infatti il fatto che per l’allieva di Spier il corpo non può essere considerato se non nelle sue relazioni con tutto ciò che insieme a lui costituisce un’unica persona umana. Ammettendo dunque i miei limiti di fronte ad un tema così complesso, e aggiungendo che non ho potuto far riferimento che alle selezioni italiane dei testi della Hillesum, mi accingo a tentatare di ricostruire il rapporto dinamico che la giovane donna mostra di avere con il proprio corpo.

Un corpo in conflitto

Femminile. Forse, è questo l’attributo più adatto a descrivere il corpo della Esther Hillesum che in quei mesi di fine inverno del 1941, tormentata da disturbi psico-fisici, si rivolge al celebre psicochirologo Julius Spier.
Il suo è un corpo femminile, e non solo per gli evidenti caratteri biologici ma anche per due aspetti della cosiddetta “questione femminile” [1], su cui la Hillesum riflette spesso nelle prime pagine del suo diario, che riguardano proprio la dimensione corporea.
A volte, “il mio cervello, le mie lotte e sofferenze mi diventano un peso, li sento come qualcosa di brutto e di non femminile e vorrei essere solo bella e stupida” [2], confessa la ragazza ventisettenne ancora succube del modello di femminilità, drammaticamente scisso tra ragione e sensualità, imperante nella cultura occidentale [3]. Quello che la Hillesum vive è un corpo eminentemente sensuale in lotta con un’anima tendenzialmente razionale: il “conflitto tra corpo e anima” [4] che subito nota in Spier è lo stesso che lei percepisce dibattersi nelle sue proprie membra. [5]
Certo, “corpo e anima sono una cosa sola” [6] le ha subito insegnato lo psicoterapeuta ma l’unico modo in cui tale identità sembra manifestarsi in lei in questo frangente è attraverso i disturbi psico-somatici. Ecco che, per esempio, “un gran raffreddore di testa” può provocarle “svogliatezza e malessere e antipatia” [7], mentre, viceversa, un “mal di stomaco” può essere da lei riconosciuto come “il prezzo che debbo pagare ogni tanto per la mia avidità di conoscere” [8].
“Una volta – scrive a Spier la Hillesum - la mia passionalità non era nient’altro che un aggrapparsi disperato a che cosa precisamente? A qualcosa a cui non ci si può affatto aggrappare col corpo. Ed era proprio al corpo di Max […] che allora mi ero aggrappata” [9]. La contraddizione che Etty riconosce al fondo dell’elemento femminile è che la donna aspira al “Paradiso e all’Assoluto” [10], ma cercando “ la concretezza del corpo e non l’astrattezza dello spirito.” [11]. Qui emerge un secondo aspetto della “questione femminile”, un’altra caratteristica del corpo di Etty in quanto donna, e un ulteriore motivo per cui questo è fonte di sofferenza. Esso infatti rende la donna “troppo sensuale, vorrei quasi dire troppo ‘possessiva’” sottomettendola ad un “desiderio troppo fisico” [12], condannandola a “fantasie erotiche” destinate ad esaurirsi in “una gran delusione” [13] nel momento in cui si scontrano con i limiti di una realtà fisica a cui chiedono l’assoluto.
Come ogni elemento del pensiero della Hillesum, queste non sono solo speculazioni, la “sfrenata ragazza chirghisa” [14] che “da un punto di vista erotico” si definisce “piuttosto raffinata” [15], le vive in prima persona, se ne sente dominata quando chiede aiuto a Spier e deve lottarci a lungo quando il magnetico terapeuta dai metodi poco ortodossi diventa suo amante coinvolgendola in una sfida in cui l’uno diviene “compito” per l’altra. [16]
Dunque, quello della giovane donna di questo primo periodo è un corpo fonte di dolore, un corpo che si esaurisce in un desiderio erotico insaziabile e che proprio per questo vive un unione conflittuale con la sua compagna immateriale.

Un corpo riconciliato

È quindi da questo corpo di desiderio che la giovane ebrea deve liberarsi e non dalla corporeità in quanto tale ed è all’unità organica tra corpo e anima che deve tendere non alla dittatura della seconda sul primo o all’annichilimento di quest’ultimo.
È così che, mettendosi nelle mani esperte di Spier, Etty accetta di sottoporsi ad un trattamento fondato junghianamente proprio su di una concezione olistica dell’uomo: si tratta di un percorso in cui le forze dell’anima, alimentate da letture edificanti e meditazioni, iniziano a lottare non più contro il corpo ma contro la sua libido, la sua “curiosità erotica” [17], mentre, parallelamente, la disciplina imposta al corpo, temprato da esercizi ginnici e docce fredde, cominciano a ridimensionare i pensieri di un anima troppo razionale [18].
Ma se in una prima fase della terapia sono corpo e anima gli attori di questa sorta di cammino di autoredenzione e la disciplina esteriore svolge un ruolo fondamentale, ben presto Etty capisce che questa forzata “tendenza all’ascesi” non può bastare a se stessa, è utile solo se apre la strada ad una “disciplina interiore” [19] che sembra essere frutto non tanto dello sforzo congiunto di anima e corpo quanto di un attore nuovo: Dio, inteso come “la parte più essenziale e profonda” [20] di sé.
È a questo punto che le piccole prove che lo psicoterapeuta le sottopone si fanno “ veri e propri esercizi spirituali” [21] e che la giovane paziente inizia ad “ascoltarsi dentro. [A] non lasciarsi più guidare da quello che si avvicina da fuori, ma da quello che si innalza da dentro” [22].
In questo modo, lo sforzo, tanto del corpo quanto dell’anima, si trasforma in una crescita psico-fisica endogena in cui “la cosa principale è l’equilibrio spirituale, il resto funziona allora da sé” [23].
Così, quel corpo debole, molle, fonte di autocommiserazione annichilente [24] e capace di rendere ogni “tendenza all’ascesi” un vano “romanticismo” [25], viene temprato divenendo capace di sopportare la fatica in un modo che stupisce la stessa Hillesum [26], è fortificato, tanto da abituarsi a chiedere solo l’indispensabile in vista dei “tempi difficili” incombenti [27], da una forza che non gli è né propria né estranea: “Mio Dio […] il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo purché tu mi tenga per mano” [28], scrive Etty in una pagina significativa.
Così, parallelamente, quel corpo sfrenato, acceso di passioni, ansioso di possedere [29] e di essere posseduto come “un giocattolo desiderato da un uomo” [30], pian piano e non senza cadute, si lascia ammansire da un “desiderio di armonia” [31], i suoi sensi, educati, si fanno porte attraverso cui il “gelsomino dietro casa” [32] e il “corpo nudo” [33] di S., tutta la creazione e tutta l’umanità, entrano nelle ampie sale dello spazio interiore, non per essere posseduti ma per essere custoditi e contemplati [34], per diventare germe di “un grande e tenero trasporto amoroso per una primavera, per tutti gli uomini” [35].
Così, infine, quel corpo che era un ricettacolo di dolori diviene “dimora terrena” in cui “offrire a Dio ospitalità” [36], accetta di farsi strumento di quelle “faccende intime, quasi più intime di quelle del sesso” [37] che rappresentano una preghiera nata dall’intrecciarsi di erotismo e religiosità [38], fatta dall’armonioso coordinarsi di parole e di gesti [39]: proprio lei, “la ragazza che non sapeva inginocchiarsi” [40], si lascia scorgere qua e là nel diario “spinta a terra da qualcosa che era più forte di lei” [41], inginocchiata “sul ruvido tappeto di cocco, con le mai che coprono il viso” [42], in un gesto che da forzato si fa spontaneo, “l’unico atto degno di un uomo che ci sia rimasto di questi tempi” [43].
Dunque, con il passare del tempo il corpo della Hillesum si armonizza con l’anima ed entrambe le realtà sembrano relativizzarsi, farsi simili sotto la guida di un unico spirito, realizzare davvero quell’unità che a Maria Giovanna Nocelli ricorda l’ànthropos téleios di Bonoeffer [44].

Un corpo altro

Questa ritrovata unità però non è definitiva, anzi più si presenta come piena e omogenea più rischia di essere frutto della tendenza dello spirito a fagocitare il corpo fino ad annullarlo.
È vero che il percorso ascetico della giovane donna non passa per la demonizzazione del corpo e dei suoi bisogni [45], così come la progressiva rinuncia alle “raffinatezze della civiltà” [46] non comporta la negazione della loro piacevolezza. E tuttavia, come la lode per i piaceri terreni non viene mai meno in Etty, ma è accompagnata dal riconoscimento della loro non necessarietà, così anche il corpo rischia di essere percepito come positivo ma non indispensabile.
Il corpo affronta costantemente il pericolo di essere, da un lato annoverato nel numero di quei condizionamenti esterni che devono essere superati o soggiogati dall’autonomia interiore [47], dall’altro a tal punto ospitato all’interno di quello spazio spirituale capace di accogliere il mondo intero da perdere la sua identità [48].
Certo, si tratta solo di una tendenza, e nemmeno disgiunta da inclinazioni di segno opposto visto che non mancano nelle pagine di diario che precedono la partenza per il Drenthe invocazioni come “mio Dio, dammi forza, non solo spirituale ma anche fisica” [49].
Tuttavia, una simile tendenza esiste; lo riconosce la stessa Hillesum nel momento in cui il corpo sembra ribellarsi: “Sono costretta a ricordarmi che un essere umano ha anche un corpo. Avevo creduto che il mio spirito e il mio cuore potessero sopportare tutto da soli. Ma il mio corpo si fa sentire e dice:alt” [50], scrive dopo essere stata costretta a lasciare il campo di Westerbork per un’ulcera allo stomaco.
Etty non riesce a capire: perché quel Dio che ha riscoperto dentro di sé e che per un anno e mezzo l’ha educata alla condivisione della sofferenza del suo popolo, proprio ora la ferma, impedendole di vivere ciò per cui l’ha preparata?
Forse si tratta di un “avvertimento” [51], forse “mio Dio, è un bene che tu abbia fatto fermare il mio corpo. Devo guarire completamente per fare ciò che devo” - è la prima risposta che la Hillesum tenta di darsi - “Ma forse, anche questa è un’idea convenzionale. Lo spirito non dovrebbe forse continuare a lavorare e a essere creativo anche quando il corpo è malato?” [52] La giovane sente che la malattia chiama in causa la sua tendenza a considerare il corpo ininfluente di fronte allo spirito ma non è convince nemmeno dall’idea alternativa: ritenere la fragilità fisica un invito alla prudenza.
Emerge allora anche una spiegazione di carattere eziologico: “Forse ho esagerato a forza di vivere interiormente? […] Il medico diceva ieri che ho una vita interiore troppo intensa, […] che il mio fisico non può reggere a tutto ciò” [53]. Etty riflette molto su una tale possibilità, ma alla fine la scarta con decisione: “È vero che vivo intensamente, a volte mi sembra di vivere con un’intensità demoniaca ed estatica, ma ogni giorno mi rinnovo alla sorgente originaria, alla vita stessa, e di tanto in tanto mi riposo in una preghiera” [54].
No, non si tratta nemmeno di questo: l’esperienza spirituale della Hillesum non culmina nell’ex-stasis, ma nell’en-stasis, non è un uscita dal mondo e da sé ma – come lei stessa dice - un “aprirmi un varco fino alle sorgenti originarie che abbiamo dentro di noi e che io chiamerò «Dio»”.
Dunque, non sembra avere né un fine né una causa quest’infermità, eppure essa inizia a suscitare una consapevolezza nuova nella malata: “l’uomo soffre soprattutto per la paura del dolore”, e dunque anche l’ascesi come processo di affrancamento “dalle necessità materiali, dal pensiero della fame, del freddo e dei pericoli. È pur sempre un’idea non una realtà. La realtà è qualcosa che bisogna prendere su di sé, con tutto il suo dolore e con tutte le sue difficoltà, e intanto che la si sopporta la nostra pazienza aumenta. Ma l’idea del dolore – non il dolore ‘vero’, che è fruttuoso e può render la vita preziosa –, quella va distrutta” [55]. È giusto perciò relativizzare i bisogni del corpo perché non siano fonte di preoccupazioni inutili, ma non è né positivo né possibile rinunciare al corpo come realtà, affrancarsi dai limiti intrinseci alla sua fisicità.
Ancora non basta, però, questo corpo malato che si riafferma come alterità e che propone l’assunzione del dolore trova ancora un obiezione nella Hillesum. La giovane ebrea accetta di condividere il pesante fardello toccato al suo popolo, non fugge, non si ribella, e tuttavia non sopporta l’idea di essere “una foglia malata e avvizzita che si stacca dal tronco della comunità” [56], non riesce a trovare un senso ad una sofferenza patita nella solitudine della sua stanza, ad un dolore che non alleggerisce in alcun modo quello degli altri.
La sua obiezione nei confronti di quel corpo infermo è sensata, il suo desiderio di condividere “onestamente il freddo e il buio e la minestra di piselli e il filo spinato” con gli amici di Westerbork è sincero, la sua impazienza di “sopportare insieme ogni cosa” è autentica, “ma – come lei stessa scrive – «sopportare» è un’arte che dev’essere imparata” [57].
E forse è proprio questo che il suo corpo debole le sta insegnando: l’arte del sopportare.
Prima di tutto, quella “corazza di debolezza” di cui si sente prigioniera la sta spingendo a rinunciare ai suoi “progetti presuntuosi” [58], troppo umanamente ragionevoli, perché la vera sopportazione richiede fiducia e umiltà: “Dovrò ancora imparare questa lezione – scrive - e sarà la lezione più difficile, mio Dio: prendere su di me il dolore che mi imponi tu e non quello che mi sono scelta io” [59]. Non è sufficiente, dunque, accogliere un dolore qualsiasi, Etty sente di dover sopportare il proprio dolore, quello che non si è scelta ma che un altro, Dio, ha scelto per lei, quello che non comprende, che non le dà soddisfazione, in cui non riconosce nulla di eroico. Solo la sopportazione di questo tipo di dolore libera dal rischio dell’autocompiacimento e apre al vero amore per l’altro. [60]
E allora ecco che inaspettatamente quella stessa prigione di debolezza sembra educarla ad una forma altra di amore, perché la vera sopportazione è anche compassione.
“Sono ammalata, non ci posso far niente. Più tardi raccoglierò tutte le lacrime e le paure, laggiù. In fondo lo faccio già in questo letto” [61]. In lei si insinua il dubbio che quel letto di infermità non sia un carcere che la separa dagli uomini con i quali vuole patire ma una porta verso un unione diversa ma altrettanto autentica con quegli stessi uomini e anzi con l’intera umanità.
“Un barlume d’eternità filtra sempre più nelle mie piccole azioni e percezioni quotidiane. Io non sono sola nella mia stanchezza malattia tristezza o paura, ma sono insieme con milioni di persone di tanti secoli: anche questo fa parte della vita che è pur bella e ricca di significato nella sua assurdità” [62], scriveva la Hillesum 3 mesi prima, non a caso in un momento in cui era costretta a confrontarsi con un corpo fragile, “del tutto privo di difese” [63] e ineliminabile quanto una “indisciplinata vescica” [64]. La sopportazione del proprio dolore è quindi inevitabilmente compassione anche se non è vissuta nel contesto di una prossimità fisica, perché è condivisione non tanto del dolore degli altri ma di quel “dolore altro” che ogni uomo è chiamato a portare come suo proprio dolore, che può solo essere assunto non spiegato e che richiede di essere vissuto per il semplice fatto che è parte imprescindibile di una vita altrettanto assurda ma insieme ricca di significato. [65]
Dunque, al termine della sua esperienza la Hillesum si rapporta con un corpo il cui dolore tanto inevitabile quanto incomprensibile, rappresenta un segno vivo di quell’alterità, espressa primariamente da Dio, che sconvolge chiamando ad un dono di sé totalmente gratuito, spingendo a quel sacrificio su cui Jung ha spesso riflettuto [66] e ben rappresentato da quelle ultime parole del diario che suonano“Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini.” [67]

Conclusione

Quello della Hillesum è un corpo in relazione. È un corpo passionale che aspira possessivamente a ciò che è oggetto del suo desiderio e che si scontra continuamente con un’anima a lui radicalmente opposta. È un corpo riconciliato, libero di guardare con affetto disinteressato ai suoi bisogni, capace di cogliere la bellezza profonda del cosmo e di offrirla allo spirito per esserne trasformato in strumento di preghiera. È un corpo altro che chiama Etty a sopportare un “dolore altro” tanto inutile e illogico, quanto, e proprio per questo, rappresentativo della pienezza dell’esistenza che la giovane ebrea vuole lodare e assumere su di sé.


Bibliografia

HILLESUM Etty, Diario 1941-1943, tr. It. C. Passanti, Milano, Adelphi, 1996
HILLESUM Etty, Lettere 1942-1943, tr. it. C. Passanti, Milano, Adelphi, 2001
ADINOLFI Isabella, Etty Hillesum, La fortezza inespugnabile, Genova, il melangolo, 2011
NERI Nadia, Un’estrema compassione, Etty Hillesum testimone e vittima del Lager, Milano, Mondadori, 1999
NOCELLI Maria Giovanna, Oltre la ragione, Risonanze filosofiche dal pensiero e dall’itinerario esistenziale di Etty Hillesum, Roma, Apeiron, 2004
VAN OORD Gerrit (a cura di), L’esperienza dell’altro, Studi su Etty Hillesum, Roma, Apeiron, 1990

 

NOTE

[1] E. Hillesum, Diario 1941-1943, p.52
[2] Ibidem, p.52
[3] Cfr. M. G. Nocelli, Oltre la ragione, Apeiron, 2004, p. 49
[4] E. Hillesum, Diario 1941-1943, p.24
[5] Cfr. I. Adinolfi, Etty Hillesum, p.110
[6] E. Hillesum, Diario 1941-1943, p.27
[7] Ibidem, p.59
[8] Ibidem, p.62
[9] Ibidem, p.103
[10] Ibidem, p.63
[11] Ibidem, p.56
[12] Ibidem, p.33
[13] Ibidem, p.28
[14] Ibidem, p.97
[15] Ibidem, p.23
[16] Cfr. I. Adinolfi, Etty Hillesum, p.111
[17] E. Hillesum, Diario 1941-1943, p.36
[18] Cfr. Ibidem, p.68
[19] Cfr. Ibidem, p.66
[20] Ibidem, p.202
[21] I. Adinolfi, Etty Hillesum, p.56
[22] E. Hillesum, Diario 1941-1943, p.93
[23] Ibidem, p.91-92
[24] Cfr. Ibidem, p.28
[25] Cfr. Ibidem, p.66
[26] Cfr. Ibidem, p.227
[27] Cfr. Ibidem, p.128
[28] Ibidem, p.74
[29] Cfr. Ibidem, p.33
[30] Ibidem, p.52
[31] Ibidem, p.98
[32] Ibidem, p.170
[33] E.Hillesum, edizione integrale, p.600, tr. it. A.Vitolo, cit. in N.Neri, Un’estrema compassione, p.62
[34] I. Adinolfi, Etty Hillesum, p.65
[35] Ibidem, p.105
[36] E.Hillesum, edizione integrale, p.600, tr. It. A.Vitolo, cit. in N.Neri, Un’estrema compassione, p.61
[37] E. Hillesum, Diario 1941-1943, p.72
[38] Cfr. M. G. Nocelli, Oltre la ragione, p.52
[39] Cfr. G. Limentani, Il linguaggio del corpo, in G. Van Oord, L’esperienza dell’Altro, p.140-141
[40] E. Hillesum, Diario 1941-1943, p.72
[41] Ibidem, p.87
[42] Ibidem, p.82
[43] Ibidem, p.182
[44] Cfr. M. G. Nocelli, Oltre la ragione, p.62
[45] Cfr. I. Adinolfi, Etty Hillesum, p.54
[46] E. Hillesum, Diario 1941-1943, p.146
[47] Spesso, ad esempio, nelle lettere da Westerbork associa le richieste di generi alimentari agli amici a rassicuranti “per me stessa non avrei bisogno di niente” (E. Hillesum, Lettere 1942-1943, p.84) Cfr. I. Adinolfi, Etty Hillesum, p.63
[48] Anche la preghiera, per esempio, tende ad interiorizzarsi. Cfr. E. Hillesum, Diario 1941-1943, p.200
[49] Ibidem, p.181
[50] Ibidem, p.193
[51] Ibidem, p.195
[52] Ibidem, p.201
[53] Ibidem, p.195
[54] Ibidem, p.220
[55] Ibidem, p.223-224
[56] Ibidem, p.231
[57] E. Hillesum, Lettere 1942-1943, p.24
[58] E. Hillesum, Diario 1941-1943, p.226
[59] Ibidem, p.224
[60] Cfr. I. Adinolfi, Etty Hillesum, p.72
[61] E. Hillesum, Diario 1941-1943, p.232
[62] Ibidem, p.143
[63] Ibidem, p.144
[64] Ibidem, p.191
[65] Cfr. M. G. Nocelli, Oltre la ragione, p.65-66
[66] Cfr. N. Neri, Etty Hillesum: identità femminile e sacrificio, in G. Van Oord (a cura di), L’esperienza dell’Altro, p.151
[67] E. Hillesum, Diario 1941-1943, p.238