In cerca della

forma perfetta

La vita e il pensiero di Etty Hillesum

Enrico Galvagni


A un anno dalla pubblicazione italiana dei Quaderni Neri (1931-1941) di Martin Heidegger, che tanto hanno infiammato il dibattito filosofico degli ultimi mesi, l’opera di Emanuela Miconi Etty Hillesum. La forma perfetta (Il Margine 2015, 128 pp.) ci ricorda che altri quaderni venivano scritti in quegli stessi anni. Tra il 1941 e il 1943 Esther (Etty) Hillesum, ragazza olandese di origine ebraica, trova la forza di scrivere, scrivere per cercare dentro di sé, scrivere per raccontare quello che accade davanti ai suoi occhi.
Il libro ricostruisce la figura di una donna dall’intelligenza brillante, ricca di interessi e di passione che, spinta dalle sue forti convinzioni, scelse di rifiutare la possibilità di una salvezza da privilegiata e di condividere il destino di morte del suo popolo. Una ricostruzione chiara e ben scritta, di agevole lettura, ma dai contenuti ricchi.
Il libro non si apre tuttavia con le parole di Emanuela Miconi, ma con la prefazione di Roberto Celada Ballanti, un breve scritto illuminante, che consegna al lettore una chiave interpretativa indispensabile per comprendere a fondo l’intera opera. La lettura di questa decina di pagine può richiedere un certo sforzo al lettore, ma non senza un compenso nella comprensione di ogni pagina successiva. Mi riferisco in particolar modo all’attenzione che Celada Ballanti dedica all’opera di Ulrich Beck Il Dio personale (Der Eigene Gott).
Con la sua categoria interpretativa di “Dio personale”, Beck ci può offrire infatti uno sguardo prezioso sulle parole della Hillesum. A questo proposito è bene fare un po’ di chiarezza. Quello che il sociologo tedesco sostiene nel Der Eigene Gott è che al contemporaneo sbiadire del sacro nel piano sociale, politico e culturale la “domanda religiosa”, presente nel profondo di ogni essere umano, non perde vigore. Semplicemente cambia lo scenario.
Con la felice espressione «secolarizzazione sommersa», Roberto Celada Ballanti intende quindi mostrare, sulle orme di Beck, come il processo di secolarizzazione sia in realtà una metamorfosi del religioso, e non la sua scomparsa.
Introdurre e sottolineare la distinzione tra religiosità e religione, cosa che la prefazione fa in modo molto efficace, diventa, in tale contesto, fondamentale.
Potremmo dire che è come se la comune radice religiosa si divaricasse, dando origine a due piani differenti: quello trascendentale, religioso, e quello contingente, storicamente determinato della religione in senso stretto. La religiosità è interiore, propria, astorica, mentre la religione è esteriore, cultuale, paradossalmente quasi materiale.
È proprio questa la lettura che si dà nella prefazione dell’opera: a partire dalle riflessioni di Esther Hillesum, Roberto Celada Ballanti pone poi una domanda che non ha soluzione e che, almeno per ora, non può averne una: «E se l’esodo del Dio personale delle Chiese fosse l’alba di una rinnovata religiosità?». Proprio questa strutturazione teoretica, messa in luce in prefazione, permetterà al lettore di cogliere tutta la profondità delle pagine successive.

Parole per scolpire

Un interrogativo sugli ultimi istanti, a tutti sconosciuti, di quella vita; così si apre il primo dei tre capitoli. E dopo tale rievocazione ipotetica, come in un enorme flashback, l’autrice ripercorre uno ad uno i passi della vita di Esther Hillesum che, a partire dalla nascita, portano il lettore – in uno sviluppo circolare – a una congiunzione di inizio e fine. E nel mezzo c’è il racconto appassionante di una vita.
L’opera ha, nel complesso, il grande pregio di essere filologicamente e filosoficamente attendibile. La narrazione è infatti intervallata, o meglio, sostenuta da frequentissimi passi dal Diari [1], che ne fanno qualcosa di più che una semplice biografia. Comoda e chiara è inoltre la suddivisione in brevi paragrafi, grazie ai quali emerge nitidamente, accanto alla linea temporale, anche quella tematica. Parole chiave poste al fondo di ogni pagina aiutano infine il lettore a focalizzare l’attenzione sui concetti più significativi, e a tracciarne mentalmente lo sviluppo.
Etty Hillesum. La forma perfetta è l’attenta ricostruzione di una vita, di un pensiero, a partire dalle parole che Esther fissò sulla carta tra il 1941 e il 1943. È sul Diario che Emanuela Miconi indugia, su quelle parole la cui storia inizia con l’incontro tra Etty e Julius Spier, psicoterapeuta tedesco allievo di Jung, a cui la Hillesum si era rivolta, cercando aiuto durante una delle sue giovanili crisi depressive.
È nel febbraio del 1941 che, proprio su consiglio dello psicologo (nell’opera originale citato come S.), Etty inizia a scrivere un diario, non senza provarne inizialmente vergogna, la vergogna di chi mette a nudo la propria anima, di chi indaga tra le pieghe del proprio essere. Questo sentimento nasce dalle parole che Etty scrive, dalle lettere che divengono specchio in cui guardare il proprio volto fino allora ignoto. Il Diario è, ci ricorda l’autrice, il racconto della battaglia contro un’attrazione sessuale prepotente, trascinante; è il duello all’ultimo sangue tra istinto e razionalità, alla ricerca fra i propri pensieri di una nuova coscienza di sé.
Lo scopo del Diario è maieutico. Le parole divengono lo strumento per scolpire il blocco di granito in cui la nostra anima è racchiusa. La tradizione filosofica in cui questo movimento si inserisce è antichissima, è la nascita stessa della filosofia. Dalla celebre sentenza nel tempio di Apollo a Delfi gnôthi sautón (conosci te stesso) e l’inizio della riflessione greca con Socrate, fino alle Confessiones di Agostino, la filosofia è sempre stata introspezione.
Importante agli occhi di Etty è anche la riflessione di Plotino, filosofo del III secolo d.C. che ci invita a non smettere mai di scolpire la nostra statua interiore, immagine su cui la donna indugerà più volte all’interno del Diario.
Certo, si può obiettare che la filosofia si propone anche come indagine degli enti, come sguardo sul mondo volto a interpretare e capire ciò che accade fuori di noi, eppure questo momento non può sussistere senza una precedente fondazione interiore. Da questo punto di vista la grande bellezza letteraria del Diario passa in secondo piano: l’opera di Etty Hillesum è innanzitutto filosofica.

Dall’interno all’esterno

Inutile negarlo: c’è in questo movimento di riconquista di sé, di ricerca interiore, una vena che non può rifiutare il nome di misticismo. Quella che emerge dal fecondo dialogo tra le parole di Emanuela Miconi e di Etty Hillesum è però una mistica del tutto particolare. L’inabissarsi nel proprio sé fino a trovare Dio non può essere separato dalla necessità di far emergere la Forma Perfetta racchiusa nella materia che siamo, di portare alla luce il Dio che abbiamo trovato in noi. Quello a cui Etty fa riferimento con parole enigmatiche è un superamento della superficialità, un prendere coscienza del caos che si nasconde in ognuno di noi e cercare di farne un cosmos, un ordine.
«Dio è sepolto»: eppure la Hillesum non si lascia incantare da una «fine interiore». Quello che Etty cerca è un «nuovo, più maturo stadio di vita», non è un arroccarsi in se stessa come in una turris eburnea, ma piuttosto, dice l’autrice citando Marco Aurelio, cercare una cittadella interiore. Non si tratta di una fuga in se stessi: questa «archeologia del sé» è piuttosto la ricerca di un luogo distante dal fragore del mondo in cui prepararsi consapevolmente all’azione. La ricerca interiore della Forma Perfetta, la forma divina nelle nostre profondità, allora non è il fine della vita, ma un mezzo, una forza propulsiva. La mistica dell’interiorità ha in realtà uno scopo pratico, che dopo la catabasi nelle proprie profondità, vede necessaria una risalita alla luce.
Viene allora a delinearsi un movimento dall’interno all’esterno, che porta Etty ad arricchire di pensieri e riflessioni personali il mondo, senza lasciarsene assorbire, senza perdere in esso la propria identità. Questo rapporto tra interiorità e mondo esterno si riflette anche nella concezione del divino espressa da Esther. È un Dio personale quello che emerge nel Diario, un Dio che però non viene relegato nella propria intimità più profonda, ma viene portato alla luce, trasformandosi così in un Dio universale, potenzialmente trascendentale. La dinamica ricorda quella che Ungaretti descrive nei primi versi della celebre poesia Il porto sepolto, risalente al 1916: «Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde».
Il tema di un’interiorità personale portata alla luce non è l’unica cosa che accomuna la Hillesum a Ungaretti. Anche le parole di Etty, come quelle del letterato italiano, sono infatti fortemente poetiche, e questo traluce in modo chiaro dalle pagine della Miconi. Questa intrinseca poeticità non è però mai sconnessa da una profondità filosofica notevole.
Il rapporto della Hillesum con la poesia è sottolineato anche nelle approfondite pagine del libro dedicate alla sua lettura di Rainer Maria Rilke, poeta austriaco la cui influenza attraversa tutto il Diario come una venatura brillante nella chiarezza del marmo. È proprio a partire dalla lettura di Rilke che si svilupperà nella riflessione di Etty la possibilità di un’interiore «costruzione di Dio», possibilità di riscoprire la disseccata sorgente interiore e, con un’azione umana, riportarla a fluire.

Una scintilla di umanità

Emanuela Miconi non si limita, nella sua opera, al Diario, ma dedica l’intero terzo e ultimo capitolo alle Lettere da Westerbork. È proprio il campo di transito di Westerbork, anticamera dello sterminio, che ospiterà Etty Hillesum per gli ultimi tredici mesi della sua vita, conclusasi ad Auschwitz il 30 novembre 1943. Anche in questo caso le parole dell’autrice sono capaci di evidenziare i tratti fondamentali del suo pensiero, nella consueta ed efficace struttura che associa citazioni della Hillesum a proprie riflessioni esplicative.
In queste righe lo scenario non è più l’Amsterdam del Diario, ma un «arido pezzetto di terra, in mezzo alla brughiera»: il campo di transito. Nonostante la drammaticità della situazione, Etty non lascia trapelare dalle sue lettere parole di disperazione o di sconforto. Anzi, davanti agli eventi disumani a cui assiste tra il ’42 e il ’43, nasce in lei la forte necessità di un nuovo umanesimo.
È la cultura che, nonostante tutto, riesce a ricordare il mondo al di là del male che ingombra ogni cosa in quel campo. È la cultura che riesce a tener unite le persone anche nelle condizioni più difficili, dando nuova vita alla dignità calpestata, come testimoniato anche da Primo Levi.
Nella sua esperienza di deportata la donna entra in contatto con una radicale mutazione antropologica dell’umano, che sembra stravolgere l’uomo tanto nella grigia “banalità del male” quanto nelle condizioni dei deportati, ridotti a involucri inerti. Facile sarebbe, davanti a tutto questo, cedere al completo nichilismo, perdere ogni fiducia, rinnegare ogni Dio. Etty invece ha la forza di reagire, di ricordarci che anche in quelle profondissime offese, anche in una condizione tanto disumana, non viene meno la dignità della vita. La scintilla che abita le profondità di ogni essere umano può essere nascosta, mai spenta. Ecco allora perché le parole di Etty, così ben valorizzate nell’opera della Miconi, devono essere ricordate. Non dobbiamo dimenticare che anche nel civilissimo Occidente l’humanitas non è mai al sicuro, quel fuoco che arde in ogni vita deve essere continuamente conquistato e rinnovato.
E la speranza non può svanire. Anche nella notte più buia, una scintilla da cui riaccendere la luce della dignità umana rimarrà sempre. Una rilettura dell’opera di Etty Hillesum ci deve allora aiutare a non dimenticare questa fede nell’uomo che, anche nei momenti più difficili, non dev’essere abbandonata.
Le parole dell’autrice, insieme a quelle ancora piene di vita del Diario, testimoniano che, anche nei tetri eventi del “secolo breve”, qualcuno riusciva ancora a intravedere una scintilla di umanità. 


NOTA

1 Etty Hillesum, Diario. 1941-43, a cura di Jan G. Gaarlandt, Adelphi, Milano 2012.

(Fonte: Il Margine 35 (2015), n. 8, pp. 25-29)