Parole dall’anima

e la scrittura infinita:

l’irrequietezza «sacra»

di Etty Hillesum

Arianna Rotondo


Sono un ebreo nato e cresciuto in un paese cattolico; non ho mai avuto un’educazione religiosa; la mia identità ebraica è in gran parte il frutto della persecuzione. Quasi senza rendermene conto mi ero messo a riflettere sulla tradizione molteplice cui appartengo, cercando di guardarla da lontano, se possibile criticamente. Dell’insufficienza della mia preparazione ero, e sono, del tutto consapevole. Seguendo il filo delle citazioni scritturali sono arrivato a rileggere i vangeli, e la stessa figura di Gesù, da un punto di vista per me inatteso. Ancora una volta ho ritrovato l’opposizione tra ostensione e narrazione, tra morfologia e storia: un tema inesauribile, che mi appassiona da tempo.[1]

Il 15 gennaio 1914 a Middelburg nasceva Esther Hillesum, autrice di un diario distribuito in undici quaderni e di lettere, entrambi scritti negli ultimi due anni della sua vita, conclusasi ad Auschwitz, presumibilmente il 30 novembre 1943.[2] 
È dunque trascorso un secolo dall’inizio della storia personale di questa giovane e brillante donna olandese, cui si deve una singolare testimonianza degli orrori della Shoah e il racconto sincero di come la sua anima smarrita, in cammino verso il recupero e la riappropriazione di sé, abbia fatto esperienza del divino, sentendo il bisogno di raccontarla. Il primo e fortunato editore degli scritti della Hillesum, J. G. Gaarland, teologo protestante, riceve alla fine degli anni ’70 i diari, affidati per volontà della stessa Hillesum al prof. Klaas A.D. Smelik, e ne pubblica con la casa editrice di cui era allora redattore, la De Hann, nell’ottobre del 1981 ad Amsterdam, una scelta antologica col titolo Het verstoorde leven [trad. La vita disturbata]; un anno dopo è la volta delle lettere scritte a Westerbork, pubblicate con il titolo Het denkende hart van de barak. Brieven van Etty Hillesum [trad. Il cuore pensante della baracca. Lettere di Etty Hillesum]. La fortuna degli scritti della Hillesum è enorme e numerose traduzioni si susseguono in tutto il mondo: in Inghilterra, Stati Uniti, Spagna, Brasile, Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Israele e Giappone. Anche l’Italia fa da cassa di risonanza a questo successo planetario, grazie all’attenzione dell’editore Adelphi, che propone dapprima un’antologia dei Diari 1941-1943, data alle stampe nel 1985, e qualche anno dopo, nel 1990, delle Lettere, entrambe tradotte da Chiara Passanti. Nel frattempo, il 17 ottobre 1983, si costituiva la Fondazione Etty Hillesum, promotrice dell’edizione integrale della sua opera, che viene data alle stampe dall’editore olandese Balans nel 1986, col titolo Etty: De nagelaten geschriften van Etty Hillesum, 1941-1943, la curatela di Klaas A.D. Smelik e un testo critico stabilito da Gideon Lodders e Rob Tempelaars. La sesta ristampa pubblicata nel 2012, rivista e accresciuta grazie all’attento lavoro della stessa équipe, presenta per la prima volta il nome dell’autrice: Etty Hillesum, Het Werk 1941-1943. In Italia, ancora per i tipi di Adelphi, nel 2012 viene data finalmente alle stampe l’edizione integrale dei Diari, [3] e nel 2013 delle Lettere,[4] con la traduzione italiana di Chiara Passanti,Tina Montone e Ada Vigliani.[5]
La storia editoriale degli scritti della Hillesum [6] ha condizionato più di quanto non s’immagini la conoscenza e l’esegesi della sua figura e del suo pensiero: molte analisi e studi appassionati, soprattutto quelli pubblicati negli anni ’80, per il fatto stesso di fondarsi in taluni casi su edizioni antologiche e non integrali [7] e per la ostinata pretesa di trarre una sorta di ritratto agiografico [8] della giovane ebrea olandese, hanno fornito chiavi di lettura spesso fuorvianti, cedendo alla tentazione di trovare in quegli scritti ciò che si desiderava dicessero. Una lettura acritica insomma, spesso una sovrainterpretazione, che ha registrato, a mio parere, le sue forzature maggiori nella pretesa di definire l’identità religiosa di Etty, ora liquidata come un’ebrea non troppo autentica, ora celebrata come martire cristiana, una neoconvertita testimone del messaggio evangelico al punto da andare con gioia e volontariamente incontro alla morte. È paradossale tutto questo, tanto più se simili riduzioni e semplificazioni sono applicate ad una personalità che si riconosceva ambigua e contraddittoria.[9] Basta leggere le pagine dei diari e delle lettere, una lettura oggi confortata dai ricchi apparati dell’edizione critica, per rendersi immediatamente conto che la stessa Hillesum palesa perplessità e diffidenza rispetto alla tendenza molto comune di “incasellare” entro schemi e categorie la realtà e gli uomini: uno spunto, offertole dalle sue usuali letture, le fa annotare una riflessione che desideriamo applicare ai suoi stessi scritti. Al mattino del 13 dicembre 1941, leggendo con difficoltà L’idiota di Dostoevskij, scrive:

bisognerebbe accostarsi a un libro come ai propri simili, cioè senza idee preconcette o pretese. A volte, già dalle prime pagine, ci si forma un’idea dell’opera e si rimane attaccati a tale immagine; non si vuole prendere distanza da essa e ciò va spesso a discapito delle intenzioni dell’autore. Alle persone bisogna garantire la massima libertà, e così ad un libro. Ogni espressione usata da una persona o presente in un libro può improvvisamente gettare una luce nuova su tutto l’insieme e distruggere quella data immagine che ci eravamo fatti e le certezze che ci aveva dato.[10]

Possiamo, senza forzature, estendere a Dio questo anelito di libera accoglienza che la Hillesum riferisce alla relazione fra gli uomini e all’esperienza della lettura; limitare Dio entro rigidi steccati confessionali equivale a costringerlo in una rappresentazione prevalentemente confortante:

va bene che tu affacci la tua testa in cielo, ma non che tu cacci il cielo nella tua testa. Ogni volta vorresti rifare il mondo, invece di goderlo com’è. È un atteggiamento alquanto dispotico.[11]

Appare emblematico il racconto, annotato il 30 novembre 1941, sebbene avvenuto due giorni prima, della discussione fra Julius Spier e il sionista Werner Levi su Cristo e gli ebrei, a cui Etty assiste; un confronto che pare ebbe riverberi importanti sui presenti: il giorno dopo, Spier leggeva il volume dello scrittore sionista Joseph Kastein, Eine Geschichte der Juden, e Werner Levi approfondiva la sua conoscenza del Nuovo Testamento. La Hillesum apprezza in quel dibattito appassionato le «due filosofie di vita, ambedue nettamente delineate, brillantemente documentate, compiute e armoniose, difese con passione e aggressività»; ma trova «che in ogni filosofia che si vuol difendere si insinua l’inganno; e che si finisce sempre per usar la violenza a spese della verità».[12] In breve, bisogna avere il coraggio di pensare e di non adattare la verità alle proprie convinzioni. È implicita in quest’affermazione anche una critica ad ogni costruzione del pensiero che si cristallizzi in teoria, rinunciando alla realtà e quindi alla verità. Questo vale anche e soprattutto per l’esperienza religiosa. Per la Hillesum «la tendenza dell’uomo a sistematizzare, per poter comporre molte contraddizioni in una struttura unitaria» è un impulso autentico, «per sfuggire al caos. […] Ma è necessario lasciare che le cose vadano avanti da sé».[13] 
La fortuna degli scritti della Hillesum in ambito cattolico è stata ampia e caratterizzata da un’eccessiva assimilazione. Ria van den Brandt afferma che la teologia cattolica olandese degli anni ’90 ha operato una “doppia canonizzazione” della Nostra: «si inserisce da un lato l’eredità di Etty Hillesum nei canoni del mito, la sua opera viene percepita dall’altro come un esempio di empowerment nel quadro dei canoni condivisi dalle donne».[14] In questa percezione gioca un ruolo di primo piano l’assonanza spirituale della Hillesum con alcuni principi cristiani (l’universalismo, l’amore per l’altro, la soggettività) [15] da una parte, e dall’altra quell’approccio che vede nel positivo percorso personale e nella sua evoluzione religiosa un modello esistenziale per orientarsi di fronte agli interrogativi più difficili del vivere. Hélène Cixous,[16] per esempio, vede nei diari e nelle lettere della Hillesum una «bible du savoir vivre», una «leçon de deuil».[17] 
Un elemento che ha determinato, al contrario, giudizi negativi e fin troppo duri, è la consapevolezza e la presunta volontarietà che hanno accompagnato Etty Hillesum al suo appuntamento con la morte: (a) se avesse realmente potuto, si sarebbe sottratta alla deportazione nazista? (b) Qual è la sua attendibilità come testimone dell’olocausto? In risposta al quesito (a) ricordiamo forse la più dura e infelice detrattrice di Etty Hillesum, la studiosa Henriëtte Boas, che ne biasima l’assenza di interesse verso il sionismo, inteso come unico rimedio contro l’antisemitismo, e di ogni qualsivoglia forma di resistenza; arrivando a sostenere che la Hillesum più che una martire è stata un’egoista che ha tentato, invano, di salvare se stessa.[18] La scelta di una sofferenza che appare passivamente accettata e l’assenza di una “dignità ebraica” l’hanno resa particolarmente invisa agli ambienti ebraici in Olanda più che altrove. Incomprensibile è apparsa la sua elaborazione troppo pacifica del genocidio in atto, un dramma che fa ‘solo’ da sfondo ai fatti narrati nel suo diario, mentre la Hillesum sembra dimostrare tardivamente una vera consapevolezza di ciò che stava accadendo, anche se forse la sistematicità con cui veniva realizzato l’orribile disegno nazista doveva sfuggirle. Per questo e per la sua visione della figura del nemico, per il rifiuto assoluto dell’odio anche nei confronti dei suoi persecutori, agli occhi di alcuni Etty Hillesum non è apparsa degna di essere annoverata fra gli autentici testimoni della Shoah (b). Sem Dresden [19] ha contestato la troppa preponderanza degli eventi connessi all’interiorità della giovane ebrea presente nel suo diario, che non può essere considerato per questo motivo parte della produzione diaristica di guerra. David Patterson più esplicitamente sostiene che «her diary is inauthentic. Hers, therefore, is not a Holocaust diary».[20] Dissentendo da simili semplificazioni mi sembra opportuno ricordare che i primi scritti della Hillesum, pubblicati clandestinamente e sotto altro nome, sono due lettere da Westerbork,[21] che hanno rappresentato una testimonianza degna di considerazione per storici dell’ebraismo olandese come Jacques Presser, teorico dell’Ego-Dokument,[22] un genere di documentazione storica entro cui la produzione diaristica della Hillesum può senza difficoltà rientrare.
La nostra lettura, limitata per ragioni di spazio al solo diario, cercherà di ripercorrere la vicenda di Etty Hillesum considerando le due grandi passioni, la lettura e la scrittura, che l’hanno sostenuta e le hanno fornito una strumentazione intellettuale e spirituale per comprendere, accettare e vivere, l’orrore del suo tempo. Prima del campo di smistamento di Westerbork con le sue baracche, la brughiera, il suo cielo impietosamente azzurro sulle teste di migliaia di esseri umani privati del diritto alla vita, è la stanza affittata in casa di Han Wegerif, al numero 6 della Gabriel Metsustraat di Amsterdam, l’ambiente dominante nei diari: l’amata scrivania, i libri e il letto che accoglie il suo corpo intemperante e sofferente sono testimoni di un cambiamento interiore e di una nuova presenza, quel Dio che accompagnerà Etty negli ultimi anni della sua vita. In questa stanza la giovane legge, studia, impartisce lezioni di russo, scrive e medita sulle sue nuove e feconde conoscenze, sopra tutte lo psicochirologo junghiano, Julius Spier, ebreo tedesco rifugiatosi ad Amsterdam e conosciuto nel 1941. Divenuto sua guida spirituale e amante, Spier le spalanca l’insperata possibilità di saper agire in modo maturo su se stessa, di potersi prendere cura di sè per liberarsi dalle dipendenze, per superare una possessività distruttiva e aprirsi al mondo. Etty trascrive come segretaria le lezioni di Spier ed entra a far parte del suo circolo di amici, che periodicamente si riuniva in casa del fascinoso maestro, un uomo dalla personalità magnetica e dai molteplici interessi. Henny Tideman (Tide), parte di questo gruppo e amica inizialmente odiosamata dalla Hillesum che ne era gelosa, svolge con la sua fervente fede cristiana [23] un ruolo importante nel condizionare la spiritualità di Spier, iniziandolo alla pratica della lettura biblica, che egli a sua volta trasmette con tutto il suo carisma all’amica e discepola Etty. Tide, dopo la morte di Spier, diventerà la principale confidente degli slanci e delle riflessioni religiose della Hillesum.[24]

«Puoi dire che non c’è bisogno di leggere tanto, solo quando hai già letto molto»[25]

La stessa voracità sensuale e affettiva, che Etty sente la necessità di arginare nella sua persona per non correre il rischio di smarrirsi inseguendo bisogni inappagabili, sembra contraddistinguerne anche l’atto della lettura. Accanita lettrice fin dall’età di 12 anni, divoratrice di libri per il solo gusto di consumarne le parole, le storie, i mondi, ella confessa di ingurgitare tutto con una certa passività, rallentando così la sua maturità intellettiva. A 27 anni si scopre una lettrice più consapevole, confrontandosi con testi a cui non chiede più di somigliarle per poterle appartenere; vede allentarsi quell’ingordigia di parole da possedere, da usare, per esprimersi allo stesso modo dei modelli che avrebbe voluto eguagliare. Etty attribuisce alla sua crescita spirituale una maggiore creatività e una più profonda consapevolezza. Le sue ore di studio sono segnate da una continua ricerca, il cui fine talvolta le appare poco chiaro, e da un disporsi all’ascolto: «cerco di tendere l’orecchio fin nel cuore delle cose», scrive,

sono sempre tesa e piena di attenzione, cerco qualcosa ma non so ancora cosa. Cerco una verità profonda, ma non ho ancora idea di che cosa si mostrerà. Rincorro alla cieca un fine determinato, sento che c’è un fine, ma ignoro dove e come.[26]

Si rende chiaramente conto che per esprimere questa particolare attività che chiama hineinhorchen, ‘prestare ascolto a se stessa’, agli altri, al mondo, occorre un’adeguata strumentazione espressiva; riconosce tuttavia che, in questa fase, prima di tutto le manca proprio il contenuto da esprimere, trattenuto ancora al fondo di sé. Anche lo studio le appare strano:

trascrivo brani dai libri, quasi in maniera istintiva; spesso mi soffermo su una sola frase, una parola, che mi pare di dover conservare per il futuro, così almeno penso per il momento.[27]

«L’officina» della sua testa e la «fornace ardente» del suo cuore, per usare alcune sue immagini, si sono messe in moto:

sto lavorando per qualcosa, lavoro in un contesto più ampio che però non è ancora delineato, eppure sento che mi conduce da qualche parte, alla ricerca di una sintesi. A volte, seduta a questa scrivania, mi sento un’avventuriera e talvolta, alla fine della mia giornata, mi sento un paziente contadino che ha di nuovo coltivato un appezzamento infinitamente piccolo del grande campo dello spirito. E poi ecco, di nuovo, la pazienza contadina che lascia spazio allo scatenato desiderio di avventura. E poi, di nuovo, arriva lo sconforto, il senso di insicurezza, l’incapacità di dare forma a ciò che si ha dentro.[28]

La lettura diventa una pratica importante nella sua vita, una sorta di ‘farmaco’ per differenti situazioni: passa dalle ore trascorse sul divano a leggere per far fronte a momenti di depressione, o – come lei stessa li descrive – quelli in cui non era in grado di stabilizzare il suo umore, alle letture “impulsive” e intense, ovvero i testi di Jung, Rilke e il faticoso quanto irrinunciabile Dostoevskij, letto in lingua originale e per lei sempre difficile da tradurre. Infine l’approdo alla lettura disciplinata, molto spesso mattutina, delle Scritture. Una frequentazione metodica dei testi biblici accompagna gratificanti momenti di condivisione e le restituisce calma e chiarezza nei giorni di sconforto e di confusione. Corre parallelamente l’impegno nella scrittura del suo diario, un esercizio che la avvia ad un percorso di conoscenza di sé, foriero di una ‘conversione’, (nel senso letterale del termine), del suo sguardo sul mondo. Gli autori più amati e letti con passione attenuano la sua solitudine e le restituiscono parole, immagini, suggestioni e perfino silenzi: costruiscono per lei una sorta di vocabolario dell’anima, a cui attinge per descrivere, a se stessa e agli altri, una realtà tanto spesso paradossale e a cui chiede in prestito esperienza e saggezza per vincere la paura, per capire l’inconcepibile, per rimanere viva fino alla fine. «Leggere e scrivere, in un modo o nell’altro (perché ci sono tanti modi), è indispensabile a chi ha bisogno di stare in presenza di altro».[29] 
Tuttavia viene spontaneo chiedersi: di fronte all’orrore della persecuzione, di fronte e ad una vita offesa, che cosa può la letteratura? Etty Hillesum era convinta che nessuna formula psicologica può spiegare l’essere umano, «solo l’artista è in grado di rendere ciò che resta di irrazionale nell’uomo».[30] E così l’ultima pagina dell’undicesimo quaderno che chiude il suo diario, scritta a Westerbork il 13 ottobre 1943, poco prima della deportazione, contiene una commovente riflessione sull’immortale scrittura di spiriti alti, su una letteratura immune ad ogni inflazione temporale:

Finisco sempre per tornare a Rilke. È così strano, Rilke era un uomo fragile e ha scritto gran parte della sua opera fra le mura di castelli ospitali, e magari sarebbe stato distrutto dalle circostanze in cui ci troviamo a vivere noi. Ma non è proprio questo un segno di buona economia – il fatto che, in circostanze tranquille e favorevoli, artisti sensibili possano cercare indisturbati la forma più giusta e più bella per le loro intuizioni più profonde; e che poi, in tempi più agitati e debilitanti, queste stesse forme possano offrire appoggio e protezione agli uomini smarriti? Ai turbamenti e ai problemi che non trovano forma o soluzione, perché ogni energia è consumata dalle necessità quotidiane? In tempi difficili si tende a disprezzare le acquisizioni spirituali di artisti vissuti in epoche cosiddette più facili (ma essere artista non è di per sé abbastanza difficile?) e si dice: tanto, cosa ce ne facciamo? È un atteggiamento comprensibile, ma miope. E rende infinitamente poveri. Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite.[31]

«Dammi un piccolo verso al giorno, mio dio…»[32]

L’8 marzo 1941 Etty Hillesum inizia a scrivere il primo quaderno degli undici, salvo il settimo mai ritrovato, che compongono il suo diario di vita e di viaggio, di pace e di guerra. È il diario di un’anima che vuole e sa mettersi a nudo. La penna nelle mani di Etty diventa strumento per ‘spiegare’ di fronte a sé un flusso di coscienza incontenibile, scandito da zone d’ombra e da improvvisi coni di luce. Ogni riga è scossa dalle interferenze emotive scatenate dal suo giovane corpo irruento e istintivo, prepotente e capriccioso, in apparente cortocircuito con una mente, che si dimostra, pur sempre, razionale e lucida. In Etty Hillesum la carne sembra essere la frontiera dello spirito, un luogo di confine continuamente battuto, un limite, un vero e proprio campo di battaglia, bombardato da forti scossoni emotivi. La giovane donna ne è vittima e carnefice: su di esso scarica involontariamente frustrazioni irrisolte, somatizzando la confusione generata dal suo sentirsi ambivalente e saturando il suo erotismo nell’abbandono fisico; lancinanti emicranie la costringono a letto, il suo uso di aspirine talvolta è smodato con ricadute sullo stomaco,
spesso malconcio. Tuttavia proprio agendo su quel corpo dalla problematica gestione, ella sperimenta i primi traguardi della sua rinascita spirituale: il vaso delle sue debolezze si trasforma in strumento d’amore e di relazione; corpo e spirito unificati le fanno desiderare di poter essere pane spezzato e dimora ospitale per l’umanità affamata e dispersa, incontrata a Westerbork. Nelle fitte righe del suo diario la Hillesum racconta, con disarmante sincerità, della sua faticosa ricerca di verità e bellezza: pagina dopo pagina, si staglia prepotente un amore per la vita che sembra mettere in secondo piano la drammaticità di una morte incombente. È più urgente alimentare il coraggio di vivere piuttosto che dare spazio alla paura di morire; v’è più apprensione per la salute dello spirito che per la consunzione del corpo.
Etty inizia a scrivere il suo diario su sollecitazione di Julius Spier, a scopo terapeutico. D’altra parte la scrittura è un mezzo che le è congeniale: la sua formazione letteraria l’aveva educata ad apprezzarne il valore e il senso, fino ad instillare in lei la velleità di sognare un futuro da scrittrice. Fra le righe del suo diario molto spesso fa capolino il progetto di scrivere un romanzo, per il cui soggetto l’esercizio alla descrizione poteva fornire materiale preparatorio. Sul treno per Deventer, nella mattina del 30 dicembre 1941, Etty si guarda attorno e, colpita dal paesaggio «ampio, quieto e anche un po’ triste» fuori dal finestrino e dagli altri passeggeri, annota sul suo quaderno: «quando vedo tanti visi intorno a me, voglio scrivere un romanzo. Abelardo e Eloisa».[33] Il titolo, non certo casuale, richiama volutamente una lettura di Spier, uno dei libri presenti sul tavolo dell’amico, un testo su cui lo psicochirologo era solito interrogarsi e partecipare gli altri delle sue riflessioni, una lettura portata a termine con fatica.[34] Quel paesaggio, che le scorre davanti agli occhi dal finestrino di un treno in corsa, è da fotografare con la scrittura, perché è uno specchio del suo paesaggio interiore: Etty sente di viaggiare lungo i binari della sua anima, di camminare dentro di sé e la scrittura diventa ancora una volta la via per andare a fondo, per scoprirsi. Nel racconto di questi impeti creativi emerge una forte autocritica sulle sue capacità espressive, che le appaiono inadeguate: la sua scrittura non sa “dire”, non sa “tradurre” in modo consono un mondo interiore in continua evoluzione. E così, stizzita, si ammonisce: «che modo stomachevole di dire le cose, sta’ zitta».[35] 
Questo desiderio di aderire completamente alla vita attraverso le parole, ragion per cui una descrizione deve poter restituire la forza e l’importanza di ciò che racconta, è spesso accompagnato dalla rassegnazione di fronte ad un’«intensità di vita» impossibile da annotare, nemmeno usando la stenografia. La scrittura non può tradurre «la sensazione di diventare sempre più coscienti e al tempo stesso di vivere più profondamente, nell’intimo, sottraendosi sempre più al caos e acquisendo la propria forma».[36] Sono considerazioni che il diario stesso, affresco quanto mai nitido di un difficile cammino di maturazione, costantemente smentisce: una scrittura potente coinvolge il lettore in un tormentato cammino, nella lotta continua che Etty ingaggia con se stessa, per colmare vuoti e sbrogliare il gomitolo della sua anima. Il suo lucido indagare sul senso della vita stupisce per l’immediatezza con cui è raccontato e confessato, senza mediazioni di sorta, in pagine di sfogo scritte in preda alla confusione e alla paura, in cui una semplicità disarmante accompagna il racconto di ogni nuova scoperta ed esperienza.
Una sorta di ‘ansia da prestazione’ domina soprattutto la prima parte dei diari. La Hillesum ammette i suoi limiti ma ha anche fiducia nelle sue potenzialità: «la mia ambizione letteraria è più grande dei miei risultati. Forse un giorno accadrà il contrario».[37] Di certo non pone di fronte a sé e al proprio talento letterario facili modelli di confronto: Rilke, il poeta dell’anima e della natura, lettura amata e mai abbandonata, col suo genio capace di incastonare in versi inimitabili la complessità dell’animo umano e il mistero della vita, rappresenta il paradigma più alto. In molti luoghi del diario Etty trascrive brani, più o meno lunghi e sempre nell’originale tedesco, tratti dalle diverse opere di Rilke che legge e medita costantemente: in essi riconosce l’estrema sintesi di una scrittura oltre il tempo e lo spazio, tanto più alta quanto più traduce fedelmente l’universo interiore di chi con essa ha scelto di esprimersi. L’8 marzo 1942 a tal proposito scrive:

aspettare e ascoltare ed essere paziente; fare le cose di ogni giorno; diventare sempre più me stessa e al tempo stesso un anello nel tutto: e nessuna consumata imitazione, né un vivere, nemmeno per un minuto, in modo inconsulto. Devi diventare uno strumento, non solo nella mente ma anche nel corpo. Questo l’ho scritto ovviamente sotto l’influsso di Rilke, di Rainer Maria, che, nelle ultime settimane, si è imposto come figura a grandezza naturale nel cuore della mia vita e che è ormai un sostegno sempre più stabile per i teneri ramoscelli che, tanto timidamente, sono sul punto di fiorire nel mio profondo; sotto l’influsso di Rilke, ma comunque anche per mia ispirazione.[38]

Rilke rappresenta per Etty l’esempio di uno spirito robusto e saldo, il poeta coerente e vero: come uno specchio impietoso la sollecita ad essere leale verso quei valori che dentro se stessa riconosce come irrinunciabili. Non avere paura di dire, non adattarsi al pensiero altrui per timore dell’impopolarità, scrivere parole “fedeli”: questo è l’insegnamento più grande ch’ella sente di ricevere. Il 13 aprile del 1942, dopo essere stata rapita ancora una volta dalle lettere del poeta annota:

A volte mi prende la sensazione febbrile di dover descrivere tutto, tutto quello che vivo, nel mio “diario”, perché sarebbe davvero un peccato, Dio ce ne guardi, se un dettaglio interessante andasse perduto.[39] Ma mi devo togliere una cosa simile dalla testa, una volta per tutte. La maggior parte delle cose può essere tralasciata.[40]

La ricerca dell’essenziale, iniziata in un’interiorità costipata e caotica bisognosa di ordine, deve essere estesa anche al dire. Di che cosa bisogna dire? Della bellezza semplice e umile, di tutto ciò che circonda l’uomo e fa parte ogni giorno della sua vita, spesso passando inosservato perché, discreto e silente, se ne sta al suo posto. Etty ha bisogno di trovare le giuste parole, quelle parole che sono ‘cose’. Rilke

ogni giorno trovava nuove parole, buone e affettuose per il mondo della natura e degli uomini. Ogni giorno, per così dire, trovava nuovi vezzeggiativi e gesti amichevoli, per l’aria, la pioggia, il sole, per le “cose”. […] Perché mai non si dovrebbero trovare ogni giorno parole nuove e vezzeggiativi per le cose quotidiane che ci circondano e per l’aria che respiriamo?[41]

Il mistero della vita con le sue infinite sfumature richiede di essere nominato, scelto, ricreato; necessita di parole sempre nuove e diverse per essere descritto, raccontato. La scrittura di Rilke riesce ad attingere alla tavolozza di colori con cui è stata dipinta la bellezza del cosmo e delle sue creature, restituendone le infinite combinazioni e variabili: Etty vede in quest’uso creativo della parola il fine stesso del suo scrivere.
Il 24 aprile 1942 ricorda fra le altre cose uno dei suoi primi esperimenti di scrittura, a quindici anni, nel piccolo studio del padre. Riporta le parole scritte allora: «Rosso, verde, nero. Attraverso le foglie di un albero verde vedo una ragazza con un vestito rosso brillante», insieme ad altre scritte tempo dopo, in viaggio su un treno verso Parigi, durante la guerra: «grigio, scuro, nero, ma dentro arancione acceso e rosso fuoco».[42] Su un piccolo block notes aveva annotato in quell’occasione anche una frase che, a distanza di tempo, le sembra singolare: «“Nella vita di ogni individuo, il mondo dev’essere di certo crollato almeno una volta, eppure esiste ancora”. Singolare».[43] Frasi come questa, «frasi intelligenti sulla vita, che nel passato inventavo sentendomi tanto ingegnosa»,[44] avevano il pregio di attenuare la sua «oppressione interiore». Il compiacimento verso una scrittura elegante ma artificiale, emotiva e “forzata”, aveva lasciato il posto ad un’esigenza di verità, di essenzialità: «Ho più bisogno di scrivere di narcisi gialli e rami di castagno fiorenti, che di ponderare pensieri profondi. La “giusta misura” arriverà. Pazienza».[45] La scrittura a cui Etty aspira le richiede di trovare un centro, che metaforicamente visualizza nella sua scrivania, di «raccogliere i pezzetti sparsi in tutti gli angoli e forgiarli in un unico insieme».[46] Occorre una scrittura che sappia “dire” l’indefinito che le erompe da dentro e che chiede di essere comunicato. Tuttavia ci sono parole, quelle «nate da notti solitarie, notti di contemplazione»,[47] che sono intraducibili, refrattarie ad ogni trascrizione. La notte è il momento in cui il mondo che le pulsa dentro appare chiaro, nitido, assumendo i contorni di un’immagine; un’epifania repentina, che si dilegua alla luce del giorno:

stanotte ho avuto tutto d’un tratto la sensazione che il mio paesaggio interiore fosse come un vasto campo di grano che stava maturando. Di notte tutto questo suona molto semplice e familiare: in me ci sono campi di grano che crescono e maturano. Ma quando si cerca di traghettare tali parole oltre il confine della prima mattina fin nel cuore del giorno, esse appaiono inadeguate.[48]

Dopo lunghe giornate di insofferenza, si fa prepotente un bisogno di silenzio e di raccoglimento: la Hillesum lo scrive nel suo diario, mentre si rifugia nelle letture più amate, la Bibbia e Rilke. Il silenzio è lo spazio che consente al suo dire di tradursi in essere e all’essere di farsi. Il silenzio tanto agognato è «il fondo su cui si stagliano le parole […]. Il silenzio dunque non distrugge il dire, ma è quanto lo permette. […] È il silenzio della presa d’atto, ed è anche il silenzio che segnala il lavoro sottile del ricordo».[49] La notte è il tempo del silenzio, un momento di sospensione fecondo:

In quei giorni avevo la sensazione che, ad un certo punto, mi sarei svegliata nel cuore della notte e avrei scritto un libro. Ma anche la sensazione di essere incinta, incinta spiritualmente, e avrei desiderato mettere al mondo qualcosa.[50]

Partorendosi giorno dopo giorno, Etty Hillesum compie un processo lento e doloroso alla conquista di una vita da celebrare come bella, sempre e comunque; una vita «piena di prospettive per il futuro, qualunque cosa accada».[51] Vivere diventa allora compiere, con la schiena dritta, un percorso non dato a priori, un cammino da scegliere fino in fondo, perché «in realtà una persona crea il proprio destino dall’interno».[52] 

«La Bibbia è la carta di navigazione dei singoli e dei popoli. Lì c’è da dove vieni, dove sei e dove vai»[53]

«Ho aperto a casaccio la Bibbia ma stamattina non dava risposte»:[54] così scrive la Hillesum il 25 febbraio 1942, quando leggere le Scritture era diventata per lei una pratica consolidata. Spier, spesso apostrofato proprio come l’«amico lettore-della-Bibbia», la inizia e la guida alla scoperta della Scrittura infinita, a cui Etty chiede parole di conforto e verità. La lettura della Bibbia è, come anche per Spier, un momento in cui ella sperimenta una consonanza con la sua concezione dell’uomo, del mondo e di Dio. L’Antico Testamento le restituisce la voce antica di Israele, le consegna una storia di nomadismo e di promesse, la storia di un popolo alla ricerca del proprio destino in una continua e drammatica relazione con Dio. La toccano nell’intimo anche le parole vive di Gesù riportate nei vangeli e nelle lettere di Paolo, che danno forma alla sua idea di amore e di misericordia.[55] 
Nel suo diario la Hillesum, come per le sue altre letture, ricopia le pericopi [56] bibliche, soprattutto neotestamentarie, che l’hanno colpita, accompagnate da estemporanee riflessioni. Il 28 giugno 1942 annota le prime impressioni sul libro della Genesi, letto al mattino «con cinque tavolette di carbone e una mentina presi a stomaco vuoto».[57] Il suo progetto è di leggere sistematicamente tutta la Bibbia, un po’ per volta, ogni mattina. Occorre dunque cominciare dall’inizio. L’attenzione è subito calamitata da Genesi 1,2: la descrizione del caos originario prima dell’ordine creato dal divino le appare impressionante, il seguito invece «stranamente naïf». Quest’ultimo giudizio si riferisce a Genesi 1,21: «Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque». Proprio le creature marine, quelle che Etty chiama «grandi balene», la commuovono in un modo inspiegabile.
Alcuni giorni dopo, il 5 luglio, annota del felice risveglio con Spier, l’amato, con cui condivide la mattutina lettura dei Salmi, «un buon nutrimento a digiuno»:[58] insieme ai vangeli i Salmi sono i testi più frequentati da Etty. La lettura dell’Antico Testamento la entusiasma per la forza primordiale che emana, per la sua radice “popolare”:

magnifiche figure, forti e poetiche vivono in quelle pagine. Un libro davvero avvincente, aspro e tenero, ingenuo e saggio, interessante non solo per ciò che dice, ma anche perché permette di conoscere chi lo dice.[59]

La Bibbia, popolata da «intere tribù di figure sconosciute», le appare come un infinito contenitore di vita e di storia, un’enciclopedica rassegna d’umanità:

Dalla Bibbia scaturiscono tutte le correnti che in questo momento scorrono in ogni spirito e in ogni cuore umano, correnti che si sono cristallizzate in -ismi e differenti confessioni, dottrine e conflitti.[60]

La Bibbia dunque come deposito di una sapienza umana oltre il tempo, di una Storia infinita nel senso che le comprende tutte: è innegabile l’influenza di Jung, di cui Spier era stato discepolo e di cui Etty legge molti scritti. Di Jung [61] trascrive passaggi relativi all’esperienza di Dio come relazione, dialogo con un TU reale, presente, immanente, un Dio persona, lungi dall’essere una forma di rappresentazione, una “teoria”. Da Il significato della psicologia per i tempi moderni, testo di una conferenza tenuta da Jung in Renania nel febbraio 1933, Etty trascrive quest’emblematico passaggio:

conosco perciò persone per le quali l’incontro interiore con una forza estranea rappresenta un’esperienza alla quale danno il nome di “Dio”. Anche “Dio”, considerato in questo senso, è una teoria, una forma di rappresentazione, un’immagine che lo spirito umano si costruisce nella sua limitatezza per esprimere un’esperienza impensabile e ineffabile. L’esperienza è l’unica realtà che non si possa annullare con le discussioni, laddove le immagini possono venire insudiciate e distrutte.[62]

Più volte nel suo diario Etty annota dell’assidua frequentazione biblica in compagnia di Spier: molti momenti importanti per la costruzione della loro relazione intellettuale e sentimentale sono legati a lunghe conversazioni sulle Scritture, accompagnate da un animato confronto su altre letture che li appassionavano in quel momento. Etty ricorda serate trascorse sulle ginocchia di Spier ad ascoltarlo parlare della Bibbia e leggere passi da Tommaso da Kempis,[63] sua lettura abituale insieme alle Confessioni di Agostino, al Decamerone di Boccaccio e ad un libro molto antico sulla chiromanzia.[64] Letture quotidiane, continuamente ripensate, ruminate. Certamente l’asceta Thomas Hamerken, testimone luminoso della devotio moderna, doveva essere una fonte estremamente feconda per la spiritualità religiosa di Spier, da cui la Hillesum è “contagiata”: fra le pagine del suo diario non di rado si ha la sensazione di risentire l’eco di una mistica affettiva e l’esercizio di un colloquio interiore verso il rinnovamento di sé, per un autentico incontro col divino.
Queste letture richiedono «una base di serenità e concentrazione»: Etty si esercita con fatica a ritagliare nel suo tempo quella salutare stille Stende, «l’ora quieta» che le consente di stabilire un profondo contatto con se stessa. La mattina dell’8 giugno 1941 ne parla in questi termini: «Penso che lo farò comunque: “mi guarderò dentro” per una mezz’oretta ogni mattina, prima di cominciare a lavorare: ascolterò la mia voce interiore. Sich versenken, “sprofondare in se stessi”».[65] Tuttavia questo tempo di quiete occorre impararlo. E questo è il metodo:

Prima è necessario spazzare via dall’interno tutte le insignificanti preoccupazioni, i detriti. In fin dei conti, persino in una testolina così piccola c’è sempre una montagna di distrazioni irrilevanti. È vero che ci sono anche sentimenti e pensieri edificanti, ma il ciarpame è sempre presente. Sia questo, dunque, lo scopo della meditazione: trasformare il tuo spazio interiore in un’ampia pianura vuota, senza tutta quell’erbaccia che impedisce la vista. Così che qualcosa di «Dio» possa entrare in te, come c’è qualcosa di «Dio» nella Nona di Beethoven. E anche qualcosa dell’«Amore», ma non quella sorta di amore di lusso in cui ti crogioli di buon grado per una mezz’ora, orgogliosa dei tuoi sentimenti elevati, bensì amore che puoi applicare alle piccole cose quotidiane.[66]

Il fine di quest’esercizio meditativo che Etty chiede a se stessa è fare spazio a Dio, perché possa abitare un luogo interiore liberato da inutile ciarpame: è un’esperienza di bellezza, quella Bellezza ineffabile, che s’intravede e si “sente” nel religioso stupore di fronte alla genialità creativa dell’essere umano. Etty si circonda di questa Bellezza attraverso la musica di Beethoven, l’arte di Van Gogh, «il grande cercatore del sole»,[67] e di Botticelli, che la scaldano quasi più del fuoco del camino a casa di Han, presso cui era solita confortare i suoi piedi freddi.[68] In questa galleria di spiriti straordinari campeggia la genialità assoluta di Michelangelo e Leonardo («anche loro sono nella mia vita e la riempiono»):

Frequento un’ottima società. E non c’entra più il “bello spirito da letterati” di un tempo: ognuno di loro ha qualcosa di vero da raccontarmi, e molto da vicino. Certe cose di Michelangelo mi hanno presa inaspettatamente alla gola, è stato un incontro di grande immediatezza.[69]

Tuttavia è la natura a rappresentare il gesto creativo perfetto e ad offrire un immaginario che descrive efficacemente quell’anelito alla semplicità, all’essenzialità, che informa adesso la vita di Etty. Non poteva non esserle cara quella delicata immagine dei gigli del campo e degli uccelli del cielo di Matteo 6,24-34, che diventa la metafora dello stato interiore da raggiungere per affrontare il dramma del suo tempo, quell’abbandono fiducioso alla vita che non conosce la rassegnazione: «Vorrei proprio vivere come i gigli del campo. Se sapessimo capire il tempo presente lo impareremmo da lui: a vivere come un giglio del campo».[70] Leggere il proprio tempo come un insieme compiuto, lambirne i confini con dita sensibili, è possibile per Etty Hillesum solo dopo aver imparato, seduta alla sua scrivania, a leggere se stessa e, scaraventata «in un centro di dolore umano», uno dei tanti sparsi per l’Europa, ad accostarsi alla vita dopo averla toccata dentro di sé. Due giorni dopo ritorna «su questo istinto che passa i confini, che sa scoprire un fondo comune nelle varie creature in lotta fra loro su tutta la terra».[71] Di questo «fondo comune» desidera parlare, per raccontare «con voce sommessa e dolcissima e insieme persuasiva e ininterrotta» un dolore universale che riguarda gli uomini di ogni tempo: ad ogni latitudine si perpetua ancora la lotta fratricida per quel distruttivo bisogno di affermazione di sé, che nel dramma dei fratelli edenici conserva la sua più emblematica immagine simbolica. «Dammi le parole e dammi la forza», chiede al suo Dio. In questa volontà di lucida lettura del presente Etty Hillesum trova il suo slancio per il futuro, la sua speranza di esserci ancora, di sopravvivere per raccontare, descrivere, testimoniare che è possibile annientare l’odio proprio non lasciandosene annientare, contrastandolo con «una salutare accettazione della vita», con un amore caparbio per l’essere umano. Il dolore poi, quando è subdolo ‘oggetto del desiderio’ d’istinti masochisti, va conosciuto e affrontato: «si soffre di più giocando a nascondino col dolore, e maledicendolo».[72] 
Solo pochi versetti prima della pericope sul problema delle preoccupazioni più volte ripresa nel diario e di cui si è detto sopra, il Gesù matteano pronuncia parole che sintetizzano perfettamente l’evoluzione che la Hillesum compie e registra sulle pagine del suo diario, usando parole come appendiabiti imperfetti su cui poter sistemare, un giorno, pensieri più maturi. Etty vuole far luce dentro se stessa, vuole smascherare le sue ipocrisie, per trovare finalmente il suo tesoro: «Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce, ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!» (Matteo 6,21-23). E Paolo nelle sue lettere aggiunge che ogni uomo possiede un tesoro custodito in fragili vasi di creta, perché abbia sempre chiaro che la luce che rifulge da esso deriva solo da Dio (2 Cor 4,7). Armata dei suoi occhi e del suo cuore, Etty sceglie e agisce seguendo un’etica “evangelica”, ma che per certi versi potremmo definire anche socratica: smantella ogni illusione e si ribella all’idolatria di un mondo governato da formalismi, ipocrisie e da un inguaribile egoismo. Dopo aver sperimentato, fino a consumarsi, la volubilità e il senso di vuoto generati dalle dipendenze, in poco tempo si trova costretta ad un’essenzialità estrema e sconosciuta: è impossibile essere preparati all’orrore, alla più inaudita delle follie; ma è possibile agire per non esserne fagocitati. Senza cedere alla disperazione, guadagna a se stessa l’abilità di scegliere ciò che le viene imposto per non subirlo passivamente, per avere la possibilità di reagire al male, rimanendone libera fino alla fine: ed ecco che fra le baracche di Westerbork decide di farsi “lucerna” nel buio della sofferenza e della paura altrui, per vincere la sua.
Letti e riletti, ricopiati per essere fissati quasi come un mantra, i versetti matteani sono ancora il rifugio spirituale e la fonte di conforto più ricercata negli ultimi angoscianti mesi prima della deportazione, in attesa di quell’«ora amara» tanto paventata ma a cui non ci si può sottrarre: «Il mio arricchimento di questi ultimi giorni: gli uccelli del cielo e i gigli del campo e Matteo, 6, 33: “Ma cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in sovrappiù”».[73] In questo tempo di attesa Etty pratica un continuo esercizio di spoliazione di sé, di annientamento delle preoccupazioni, mentre ogni cosa, poco per volta, le viene tolta.
Qualche giorno dopo, il 29 settembre, ricopia Matteo 6,34 («Non siate dunque inquieti per il domani perché il domani avrà le sue inquietudini; a ciascun giorno basta la sua pena») accompagnandolo con questa riflessione:

Bisogna combatterle come pulci, le tante piccole preoccupazioni per il futuro che divorano le nostre migliori forze creative. Ci organizziamo l’indomani nei nostri pensieri ma poi va tutto in modo diverso, molto diverso. A ciascun giorno basta la sua pena. Si devono fare le cose che vanno fatte e per il resto non ci si deve lasciar contagiare dalle innumerevoli paure e preoccupazioni meschine, che sono altrettante mozioni di sfiducia nei confronti di Dio. Andrà tutto a posto con quel permesso di soggiorno e con quelle tessere, è inutile che io ci rumini su, è molto meglio che faccia una traduzione dal russo. In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità, fintanto che si sia in grado d’irraggiarla anche sugli altri. E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato.[74]

In preda all’insonnia e al malessere fisico, invocando pace e fiducia, chiederà a Dio di darle un dolore forte e pieno, piuttosto che

mille, piccole preoccupazioni che consumano completamente. Dammi pace e fiducia. Fa’ che ogni mia giornata sia qualcosa di più che le mille preoccupazioni per la sopravvivenza quotidiana. E tutte le nostre ansie per il cibo, i vestiti, il freddo, la salute, non sono forse altrettante mozioni di sfiducia nei Tuoi confronti, mio Dio?[75]

Bisogna fare quello che si deve fare: e se nel momento della prova l’angoscia e la paura sopraggiungono, solo la forza e il coraggio di una scelta, per l’amore e la vita, possono sostenere. Etty rivede se stessa nel Gesù del Getsemani, sofferente e in preda al turbamento di fronte al compiersi dell’ora ultima: «Ma non devo volere le cose, devo lasciare che le cose si compiano in me ed è proprio ciò che non sto facendo. Che sia fatta non la mia, ma la Tua volontà».[76] Occorre accettare di vivere in un tempo caotico e chiassoso, folle e atroce; non lasciarsi derubare della propria coerenza, non mercanteggiare la fedeltà ai propri valori e principi. Risuonano nel vissuto di Etty le parole di Matteo 10,17-20, puntualmente appuntate:

Stamattina mi sono imbattuta in queste parole in Matteo: «E sarete trascinati davanti a governatori e re», ecc. E poi: «Ma quando sarete arrestati, non preoccupatevi di quel che dovrete dire e di come dirlo. In quel momento Dio ve lo suggerirà».[77]

La vera difesa di fronte ai tribunali umani verrà da quel Dio, spiritualmente presente, che dimora in lei. Nel passo evangelico citato Gesù si rivolge ai Dodici con parole forti e decise: scegliere di vivere secondo la sua parola attirerà loro l’incomprensione della comunità a cui appartengono, persecuzioni e ogni sorta di sofferenza da parte di coloro che detengono il potere. Come pecore fra i lupi dovranno essere fermi e saldi nella loro testimonianza, pellegrini nel mondo senza certezze materiali: prudenti come serpenti e semplici come colombe. Vale la pena riportare, anche se Etty non lo ricopia nel suo diario pur avendolo certamente letto, un versetto successivo a quello citato, sempre parte del discorso ai Dodici, che sintetizza, a mio modo di vedere, il suo atteggiamento di fronte al dramma della persecuzione. Si tratta di Matteo 10,28: «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima». D’altra parte Etty aveva già sperimentato che la più grave perdita è quella di sé, quando ci si adegua, ci si compromette, in un mondo destinato ad essere un eterno campo di battaglia.
L’amore rimane l’esperienza fondamentale su cui la giovane ebrea costantemente s’interroga: fin dalle prime pagine del suo diario mostra il suo approccio vorace e caotico alle relazioni sentimentali; Spier ne è il protagonista assoluto, l’oggetto del desiderio prima e una guida spirituale dopo. Nella lotta terapeutica, ingaggiata col corpo e con lo spirito, ella impara un amore che non conosceva, impara a sentirlo attraverso la percezione della bellezza, scavalcando gli stretti confini delle sue convinzioni. Letture straordinarie e importanti le forniscono parole nuove per raccontarsi e risposte inaspettate alle domande che la tormentano; la sostengono nella scoperta di un amore che libera, orienta, costruisce, fonda e che rappresenta la vera svolta del suo cammino personale. Ma di quale amore si tratta?

Sono presuntuosa nel dire che possiedo troppo amore per darlo a una persona sola? L’idea che per tutta la vita si debba amare sempre e soltanto una persona mi sembra così infantile. Può impoverire e inaridire parecchio. Chissà se la gente imparerà che l’amore per la persona reca assai più felicità e buoni frutti che l’amore per il sesso, e che questo priva di linfe vitali la comunità degli uomini?[78]

Il Nuovo Testamento le fornisce un modello nel cosiddetto “inno alla carità”, contenuto nella Prima Lettera ai Corinzi di Paolo, al capitolo 13: Etty lo cita molte volte nel suo diario, in modo diretto e indiretto, ricopiando soprattutto i primi versetti. L’amore puro cantato da Paolo è la meta da raggiungere, ma prima bisogna scalare la montagna delle proprie pulsioni più distruttive e di una sensualità intemperante, fiaccante, che rendono faticoso anche il più piccolo gesto d’amore. Il 27 febbraio 1942 racconta che nel pomeriggio precedente, di ritorno a casa, seduta davanti al fuoco si era ritrovata ad aprire la Bibbia «per l’ennesima volta» proprio in quel passo paolino:

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla… La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto. E quando ho letto quelle parole, mi sono sentita… già, come mi sono sentita? Non riesco ad esprimerlo bene. Le parole hanno operato su di me come una verga da rabdomante, che sferzava il fondo duro del mio cuore, facendone improvvisamente scaturire sorgenti nascoste. D’un tratto mi sono ritrovata inginocchiata accanto al tavolino bianco e l’amore sprigionato scorreva di nuovo dentro di me, libero da desiderio, invidia, odiosità […].[79]

Nulla deve ritrarsi nel profondo, là dove crea inferno: tutto ciò che scorre in profondità deve essere riportato alla luce, come vena d’acqua viva, che nascosta nel grembo della terra è convogliata verso la superficie per dissetare un’umanità che ne è bisognosa.

Per non concludere

Leggendo i vangeli Etty Hillesum si era di certo imbattuta nell’unica preghiera che Gesù aveva comunicato ai suoi. Per la giovane ebrea, come anche per Spier che le insegna a farlo, pregare è un fatto intimo, che appartiene alla sfera privata: Etty prega in solitudine, con un forte senso del pudore, chiusa nel suo bagno e inginocchiata su un tappetino di cocco. Vive la preghiera come «un muro oscuro» che offre riparo, «la cella di un convento» in cui ritirarsi per recuperare concentrazione e forza. La preghiera, il suo tempo e il suo gesto «sono la condizione di Dio»[80] e le parole della preghiera, spesso scritte e condivise, sono parole “attive”, nel senso che contengono un impegno, un atto di responsabilità, una promessa (che può suonare paradossale) d’aiuto verso quello stesso Dio a cui sono rivolte. Il 12 luglio 1942 Etty riporta la sua preghiera della domenica:

Discorrerò con Te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo Ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per Te e a esserTi fedele e non Ti caccerò via dal mio territorio.[81]

Non è un Dio assente, indifeso o impotente quello della Hillesum: Dio è la pura sorgente che scorre nelle profondità dell’animo umano, è la Bellezza, è l’Amore che non conosce compromessi e che dunque non può essere coinvolto nelle scelte umane capaci di contemplare la negazione di tutto ciò che Egli è. L’odio, la violenza, l’egoismo non possono essere ascritti a un Dio che ha dato all’uomo una totale libertà di scelta, perfino la libertà di sceglierLo. Non si tratta di un Dio deresponsabilizzato e disinteressato alla follia umana; è invece l’autore del più difficile dei gesti d’amore: lasciare libero l’amato, sua creatura, di essere se stesso e di scegliere autonomamente quell’amore per cui è costantemente atteso. Sicché in quella che mi sembra una sua, personale, versione parafrasata del Padre Nostro, Etty ritiene offensivo pregare Dio per chiedere la soddisfazione di bisogni immediati, seppur importanti: la giustizia sociale non sembra essere di questo mondo; per uno che ottiene, un altro è privato. Ritroviamo lo stesso ragionamento a proposito della possibilità di sottrarsi all’internamento nei campi come Westerbork:

Chiunque si voglia salvare deve pur sapere che se non ci va lui, qualcun altro dovrà andare al suo posto. Come se importasse molto se si tratti proprio di me, o piuttosto di un altro, o di un altro ancora. È diventato ormai un “destino di massa” e si dev’essere ben chiari su questo punto.[82]

Perciò le sembra più opportuno chiedere ad un Dio, in silente attesa, che l’uomo ritorni a desiderarlo nella sua vita, restituendogli quello spazio interiore che nessun violento invasore o persecutore potrà usurpare.

Ho di nuovo ringraziato Dio, non per il letto caldo e la zuppa di piselli, ma perché lui acconsente di nuovo a vivere in me. […] Non mi attira l’idea di ringraziare per qualcosa che manca a tante persone. Le cose non vanno ancora come dovrebbero per quanto riguarda la distribuzione dei beni terreni su questa nostra terra imperfetta. E mi pare un caso che uno finisca tra i sazi o tra gli affamati. Sicché non riuscirò mai a ringraziare per il mio pane quotidiano, se so che così tanti altri non lo hanno. Ma, quando non avrò neanch’io quel pane quotidiano, spero di riuscire comunque a ringraziare per qualcos’altro: per avere Dio in me stessa. Ciò non ha niente a che vedere con il fatto che uno sia o meno ben nutrito. Perlomeno lo dico adesso, accanto alla mia calda stufa, dopo una congrua colazione.[83]

Questa concezione di un divino a cui bisogna fare posto, anche quando il suo silenzio di fronte al dolore umano appare inaccettabile, mi ha riportato ad una lettura importante, fatta più di un decennio fa: Diario di un dolore di C. S. Lewis. Si tratta di un piccolo libretto, edito da Adelphi negli anni ’90, con grande successo di pubblico. Lewis vi annota, nella forma di un breve diario, il suo percorso di elaborazione del lutto per la perdita della moglie. Racconta della “notte oscura” vissuta subito dopo la perdita, lo smarrimento della mente e la ferita del cuore, il suo grido d’aiuto a Dio (in questo caso il Padre cristiano) e la rabbia di fronte ad un silenzio insostenibile. Ritrovando, giorno dopo giorno, un po’ di pace Lewis comincia a riflettere sul disperato bisogno che si avverte quando si è attanagliati da un profondo dolore: si spera che Dio ascolti, consoli, aiuti. Se questo bisogno rimane inappagato il dubbio che un Dio misericordioso esista si fa subito strada.

Chi chiede (o perlomeno, chi chiede con troppa insistenza) non ottiene. Forse se lo preclude. Con Dio, forse, è lo stesso. A poco a poco ho cominciato a sentire che la porta non è più sprangata. È stato il mio delirante bisogno a sbattermela in faccia? Forse, quando nell’anima non hai nulla se non un grido d’aiuto, è proprio allora che Dio non può soccorrerti: sei come uno che annega e non può essere aiutato perché annaspa e si aggrappa alla cieca. Forse le tue stesse continue grida ti rendono sordo alla voce che speravi di sentire».[84] […] Però è stato detto: «Bussate e vi sarà aperto». Ma bussare significa dare pugni e calci alla porta come un invasato? E anche: «A chi sarà dato». Dopotutto, a chi non ha la capacità di ricevere, neanche l’onnipotenza può dare. Forse il tuo stesso smaniare distrugge temporaneamente questa capacità.[85]

Non è forse questo ciò che la Hillesum sperimenta negli ultimi anni della sua vita? Riconosce la possibilità di una relazione in cui si è chiamati a saper ricevere e dare, senza che tutto si riduca ad un istintivo abbandono. Matura una fede nell’uomo e in Dio, sorretta dalla presenza: la sua a se stessa, propedeutica alla presenza di Dio nella parte più profonda di sé. Scopre nel suo Dio un TU silenzioso, che, custodito dentro di lei come patrimonio inestimabile, le consente di sopportare senza impazzire la paura.
Credo che Etty Hillesum sia salita sul vagone che l’avrebbe poi condotta ad Auschwitz non certo con gioia, né con eroico coraggio, ma con la morte nel cuore, la paura negli occhi e il suo Dio stretto nell’anima: di certo si era fatta un’idea, anche se non abbastanza chiara, di ciò che sarebbe accaduto a lei e soprattutto alla sua famiglia. Nonostante questo, la giovane ebrea olandese che sale sul convoglio che la condurrà alla morte è un’autentica “convertita” alla vita. Quella “sacra” e creativa irrequietezza che l’aveva agitata per anni le aveva regalato la possibilità di toccare con mano la grandezza e la miseria dell’essere umano, di vedere ricomporsi in un ordine, garantito dall’amore, quel caos e quella contraddizione che sono parte di ogni esistenza, perché elementi costitutivi della sostanza di cui è impastato l’essere umano. Non credo che Etty Hillesum abbia mai rinunciato alla sua identità ebraica, nella libertà con cui l’ha vissuta e condivisa, né che mai abbia pensato di diventare cristiana. Nel suo ultimo viaggio ha portato con sé i suoi libri e pochi effetti personali, e ha lanciato dal treno in corsa una cartolina, come ultimo messaggio ai vivi, con su scritto: «Abbiamo lasciato il campo cantando». Cantando… recitando forse lo Shemà, l’invocazione ripetuta del nome di Dio, la preghiera per chi sta morendo, come quei deportati, descritti in una sua lettera,[86] che l’avevano recitato per se stessi prima di essere trascinati via dal campo di Westerbork. Si compie così per Etty Hillesum quel Massenschicksal, quel «destino collettivo», il destino del suo popolo, che aveva scelto di condividere e che paradossalmente le aveva “insegnato” la vita.

«Sto di nuovo navigando a vele spiegate.
Ieri mattina, nella sala d’attesa del dentista. Libro d’ore:
[…] Lo vedi: voglio molto.
Forse tutto:
il buio d’ogni infinita caduta
il baluginio giocoso d’ogni ascesa».[87]


NOTE

1 C. Ginzburg, Prefazione a Occhiacci di legno. Nove riflessioni sulla distanza, Milano, Feltrinelli 1998, p. 12.
2 «Non c’è nessuna data certa. Il 30 novembre 1943 è una scelta amministrativa», così afferma G. Van Ooord in Etty Hillesum. Studi sulla vita e l’opera, a cura di G. Van Oord, Sant’Oreste, Apeiron Editori 2012, p. 17 nota 20. 132
3 Etty Hillesum, Diario 1941-1943, (ediz. integrale), a cura di Klass A.D. Smelik, trad. it. di C. Passanti, T. Montone, 4 ed., Milano, Adelphi 2012, («Ebraismo e letteratura ebraica, diari»), pp. 922. Tutti i brani del diario riportati in questo contributo sono tratti da questa edizione, d’ora in poi citata come Diario (a seguire l’indicazione della data in cui è riportata la citazione e la pagina dell’edizione adelphiana).
4 Etty Hillesum, Lettere, Edizione integrale 1941-1943, a cura di R. Cazzola, C. Di Palermo, trad. it. di C. Passanti, T. Montone, A. Vigliani, Milano, Adelphi 2013 («La collana dei casi»), pp. 269. D’ora in poi citata come Lettere (a seguire l’indicazione della data in cui è riportata la citazione e la pagina dell’edizione adelphiana).
5 Da più parti e in particolare sul sito curato dalla Comunità di Ricerca Etty Hillesum e della casa editrice Apeiron Editori viene contestata all’editore italiano, per quanto riguarda il Diario, una duplice inesattezza: la curatela dell’edizione integrale olandese, cui si riferisce la traduzione italiana, non è di Jan G. Gaarlandt (sic!), ma dello studioso Klaas A.D. Smelik, mentre il testo critico si deve ai filologi Gideon Lodders e Rob Tempelaars. Inoltre gli anni indicati nel titolo, 1941-1943, cui farebbe riferimento il contenuto del diario rappresentano un’inesattezza: l’ultima pagina scritta da Etty Hillesum, infatti, è del 13 ottobre 1942.
6 Gerrit van Oord ha dedicato un contributo (Italiaans enthousiasme. Het dagboek van Etty Hillesum in Italië) sulla fortuna di Etty Hillesum in Italia, contenuto nel volume collettaneo che ricostruisce la popolarità della Nostra nei diversi paesi in cui ne è stata tradotta l’opera: R. Van den Brandt, Klaas A.D. Smelik (eds.), Etty Hillesum in facetten, Budel, Damon 2003, pp. 111-128.
7 È ancora il caso dell’editore Adelphi, criticato da Gerrit Van Oord per non aver aggiornato per anni l’edizione italiana del Diario, pubblicata nel 1985 in forma antologica, alla luce delle nuove acquisizioni dell’edizione critica olandese uscita solo un anno dopo, nel 1986.
8 Una prova di questa tendenza è rappresentata dalla famosa foto che ritrae la Hillesum con il volto appoggiato sulla mano destra, mentre con la sinistra tiene una sigaretta. Tale foto appare modificata, ovvero scompare la sigaretta, in un volume di contributi sugli scritti della Hillesum curato dal suo primo editore, J. Gaarlandt (‘Men zou een pleister op vele wonden willen zijn’. Reacties op de dagboeken en brieven van Etty Hillesum, Amsterdam, Balans 1989). A lui va riconosciuto il merito di aver ‘fiutato’ il talento della Hillesum e di aver reso i suoi scritti best sellers mondiali, (ricordiamo il successo della prima edizione antologica olandese del 1981, su cui molti hanno continuato inspiegabilmente a rifarsi, nonostante la pubblicazione della prima edizione critica degli scritti della Hillesum nel 1986), ma sua è anche la responsabilità di averne ridotto il profilo, attribuendole un’aura di ‘santità’ martiriale.
9 Diario, 25 marzo 1941, p. 93.134
10 Diario, 13 dicembre 1941, pp. 276-277.
11 Diario, 4 ottobre 1941, p. 191.135
12 Diario, 30 novembre 1941, p. 246.
13 Diario, 13 dicembre 1941, p. 277.
14 R. van den Brandt, Etty Hillesum. amicizia, ammirazione, mistica, Sant’Oreste, Apeiron Editori 2010, pp. 63-64.
15 Il Card. Carlo Maria Martini cita più volte nei suoi scritti (C. M. Martini, Nel cuore della Chiesa e del mondo, Genova, Marietti 1991, pp. 53-54) e nei suoi interventi pubblici il Diario della Hillesum, consigliandone la lettura. Ne apprezza l’esperienza mistica e la propone come esempio di conversione (ad una fede oltre le confessioni) che scopre nell’altro il vero volto di Dio: questa conversione si traduce in un’esperienza di relazione. Lungi da un’appropriazione “cattolica” della Hillesum, Martini la ricorda ancora in un passaggio della sua lectio su Intercedere: farsi carico dell’altro, tenuta alla Hebrew University di Gerusalemme il 3 gennaio 2008, (il cui testo è apparso sulle colonne de «L’Avvenire» il 20/01/2008), accostando un passo del Diario della Hillesum ad un brano de I fratelli Karamazov, in cui lo staretz Žosima parla dell’importanza dell’amore infinito e universale a cui abbandonarsi, un amore capace di salvare il mondo intero, riassunto nell’invito: «Amate il popolo di Dio».
16 Hélène Cixous (Orano, 1937-) è una scrittrice, drammaturga e docente di letteratura inglese presso l’Università di Paris-Nanterre, dove ha fondato un Centro di Studi femminili. Specialista di Joyce, è stata la fondatrice con G. Genette e T. Todorov nel 1974 della rivista Poétique.
17 Le citazioni di H. Cixous, registrate in un seminario tenuto il 23/10/1985, sono tratte da D. de Costa, Un arancione vivace e un rosso scuro. Come una tesi di dottorato olandese su Etty Hillesum fu colorata dalla filosofia francese, in Etty Hillesum. Studi sulla vita e l’opera, a cura di G. van Oord, Sant’Oreste, Apeiron Editori 2012, p. 33 [trad. it. di G. van Oord dall’originale Fel oranje en vuurrood. Hoe een Nederlands proefschrift over Etty Hillesum gekleurd werd door de Franse filosofie in Etty Hillesum in facetten, a cura di R. Van den Brandt, K.A. D. Smelik, Budel, Damon 2003, pp. 77-92].
18 Cfr. H. Boas, Etty Hillesum in niet-joodse en joodse ogen, in L. Dasberg, J. N. Cohen, Neveh Ya’akov: Jubilee Volume Presented to Dr. Jaap Meijer on the Occasion of His Seventieth Birthday, Assen, Van Gorcum 1982, pp. 255-279; cfr. K. A.D. Smelik, La scelta di Etty Hillesum, in Etty Hillesum. Studi sulla vita e l’opera, cit., p. 107 e le sue pagine in ‘Men zou een pleister op vele wonden willen zijn’. Reacties op de dagboeken en brieven van Etty Hillesum, a cura di J. G. Gaarlandt, Amsterdam, Balans 1989, pp. 41-43.
19 S. Dresden, Vervolving, vernietiging, literatur, Amsterdam, Meulendorf 1991, pp. 39-40.

20 D. Patterson, Along the Edge of Annihilation: the Collapse and Recovery of Life in the Holocaust Diary, (A Samuel & Altea Stromm book), Washington, University of Washington Press 1999, pp. 25-28.
21 Nella traduzione italiana di Stefano Musilli e con la prefazione di M. Filippa, queste due lettere sono state pubblicate nel recentissimo libretto: Etty Hillesum, Due Lettere da Westerbork, Roma, Castelvecchi 2014 («etcetera»).
22 Questa è la definizione ufficiale che ne dà il Center for the Study of the Egodocuments and History: «The word ‘egodocument’ refers to autobiographical writing, such as memoirs, diaries, letters and travel accounts. The term was coined around 1955 by the historian Jacques Presser, who defined egodocuments as writings in which the ‘I’, the writer, is continuously present in the text as the writing and describing subject» (http://www.egodocument.net/egodocument). 23 Henny Tideman faceva parte dei ‘gruppi di Oxford’, fondati dall’evangelista Frank Buchman, e diffusi nei Paesi Bassi a partire dagli anni Trenta. Caratterizzato da un sentimento di appartenenza e dal bisogno di un “ritorno al cristianesimo”, questo movimento raccomandava alcune norme di vita interiore e pratica (rispetto dei quattro principi assoluti: assoluta probità, assoluta purezza, assoluto sacrificio e assoluto amore) e la confessione vicendevole dei peccati.
24 Sul rapporto fra Henny Tideman e Spier e sulla sua amicizia con Etty Hillesum si veda il saggio di R. Van den Brandt, Etty Hillesum. Amicizia, ammirazione, mistica, Sant’Oreste, Apeiron Editori 2010, pp. 21-50.
25 Diario, 18 dicembre 1941, p. 294.139
26 Diario, 23 agosto 1941, p. 151.
27 Ibidem.140
28 Ivi, pp. 151-152.
29 L. Muraro, Il Dio delle donne, Milano, Mondadori 2003, p. 23.
30 Diario, 4 luglio 1941, p. 120.
31 Diario, 13 ottobre 1943, p. 797.
32 Diario, 24 settembre 1942, p. 773.
33 Diario, 30 dicembre 1941, p. 316.
34 Diario, 12 dicembre 1941, p. 273.
35 Diario, 30 dicembre 1941, p. 316.
36 Diario, 29 dicembre 1941, p. 309.
37 Diario, 22 giugno 1942, p. 646.
38 Diario, 8 marzo 1942, pp. 407-408.
39 Di Rilke, della necessità di scrivere un diario per sé, della pretesa di dovervi annotare tutto, parla anche Cristina Campo, in un passaggio delle sue Lettere a Mita (11 giugno 1957), riportato da A. Brigantini all’inizio del suo saggio Nuovi pensieri dai pozzi della miseria. Vita e scrittura in Etty Hillesum in «ACME» – Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, LXII/2 (2009), pp. 201-225: «Non credi che potrebbe farti bene – e un giorno aiutarti molto a comprendere – se tu scrivessi in un quaderno sigillato (per te sola, con l’idea di bruciare tutto tra un anno) tutto quello che vivi? “E si tratta precisamente di vivere tutto” disse Rilke, che qualche volta era molto grande anche lui. Quello che stai vivendo è prezioso. Scrivi un diario senza colori – ma tutto ci dev’essere, tutto. E dimentica il mondo, là dentro; e te stessa, e i tuoi amici – e Dio stesso. Di’ tutto e nient’altro. È importante».
40 Diario, 13 aprile 1942, p. 488.
41 Ibidem.
42 Diario, 24 aprile 1942, p. 504. Denise de Costa prende spunto da questa descrizione contenente un contrasto cromatico per intitolare un suo saggio (Un arancione vivace e un rosso scuro, cit.), in cui affronta il tema della contraddizione in Etty Hillesum: porre ordine nel caos contempla comunque l’accettazione della complessità come parte del vivere. Mi appare più intensa di quella di Chiara Passanti la traduzione italiana di questo stesso passo a cura di G. van Oord: «grigio, plumbeo, nero, ma dentro di me c’è un arancione forte e un rosso profondo» (Ibidem, 24).
43 Ibidem.
44 Ibidem.
45 Ivi, p. 505.
46 Ivi, p. 506.
47 Diario, 20 febbraio 1942, p. 367.
48 Ivi, p. 368.
49 A. Brigantini, Nuovi pensieri dai pozzi della miseria, cit., p. 214.147
50 Diario, 13 aprile 1942, p. 488.
51 Diario, 25 febbraio 1942, p. 379.
52 Ibidem.
53 Il titolo del paragrafo è tratto da un’espressione molto nota di Giorgio La Pira.
54 Diario, 25 febbraio 1942, p. 379.
55 cfr. A. Nagel, Spier cercò conforto nella Bibbia ed Etty Hillesum lo seguì in Etty Hillesum. Studi sulla vita e le opere, cit., p. 73. [trad. it di G. Van Oord dall’orig. Julius Spier zocht en vond houvast in de Bijbel in R. Van den Brandt, K. Smelik, Etty Hillesum in Discours, Gand, Accademia Press 2011, pp. 77-91]. In questo bel contributo l’autrice documenta (con foto) l’esistenza di un album su cui Spier soleva riportare annotazioni, soprattutto bibliche, da cui si evince la sua conoscenza anche degli apocrifi. Leggeva le Scritture su una bibbia luterana, una Lutherbibel 1912 mit Apocryphen.
56 Nella maggior parte dei casi cita dalla Statenvertaling, la traduzione di stato in olandese della Bibbia, risalente al 1637 e condotta direttamente sui testi originali.
57 Diario, 28 giugno 1942, p. 663.
58 Diario, 5 luglio 1942, p. 690.
59 Ivi, p. 691.149
60 Ibidem.
61 Jung aveva trovato nel testo biblico il campo d’applicazione per la sua esegesi simbolica. È nota la sua affermazione secondo cui: «è necessario leggere la Bibbia, altrimenti non capiremo mai la psicologia. La nostra psicologia, tutte le nostre vite, il nostro linguaggio e il nostro corredo d’immagini sono costruiti sulla Bibbia» (C. G. Jung, Visioni. Appunti del seminario tenuto negli anni 1930-1934, a cura di C. Douglas, vol. 1, Roma, Edizioni Scientifiche Magi 2004, p. 483)
62 Diario, 12 gennaio 1942, p. 341. Il testo della conferenza Il significato della psicologia per i tempi moderni si può leggere in trad. it. in C. G. Jung, Opere, vol. X, tomo I, p. 223. Un’importante riflessione sull’influenza di Jung nella dimensione spirituale e intellettuale della Hillesum si legge nel saggio di N. Neri, Un’estrema compassione: Etty Hillesum testimone e vittima nel Lager, Milano, Bruno Mondadori 1999.
63 Diario, 8 maggio 1941, p. 102.
64 Diario, 30 settembre 1941, p. 184.
65 Diario, 8 giugno 1941, p. 103.
66 Ivi, pp. 103-104.
67 Diario, 20 dicembre 1941, p. 295.
68 Diario, 29 novembre 1941, p. 245.
69 Diario, 29 maggio 1942, p. 564.
70 Diario, 22 settembre 1942, p. 766.
71 Ibidem.
72 Diario, 15 dicembre 1941, p. 281.
73 Diario, 24 settembre 1942, p. 771.
74 Diario, 29 settembre 1942, p. 778.
75 Diario, 3 ottobre 1942, p. 786.
76 Ivi, p. 787.
77 Diario, 13 aprile 1942, p. 487.
78 Diario, 9 ottobre 1942, p. 793.
79 Diario, 27 febbraio 1942, pp. 381-382.
80 Sono le parole usate da Rilke in una lettera del 1906, trascritte da Etty Hillesum nel suo diario, il 27 aprile 1942.
81 Diario, 12 luglio 1942, p. 714.
82 Diario, 10 luglio 1942, p. 706.
83 Diario, [s.d.], p. 354. Queste righe sono annotate in una data non precisata, in prossimità del 3 febbraio 1942. Intimidita da un rigido inverno, Etty Hillesum trascorre alcuni giorni ritirata nella sua casa ad Amsterdam, dove ha ancora garantito un pasto caldo e un letto comodo. Sa bene che non tutti godono della sua stessa condizione.
84 C.S. Lewis, Diario di un dolore, Adelphi 1989, p. 54.
85 Ivi, p. 55.
86 Etty Hillesum, Lettere, p. 143.
87 Diario, 18 dicembre 1941, p. 293.

(Fonte: MAESTRI CERCANDO. Per i quarant’anni d’insegnamento di Antonio Di Grado
a cura di Rosario Castelli, Bonanno Editore 2015, pp. 131-160)