Etty Hillesum

Scrittura e spiritualità

nei Diari e nelle Lettere

Gerrit van Oord

 

Scrivere e credere

Etty Hillesum * abitò dal 1937 al 1943 al numero 6 della Gabriel Metsustraat, nei pressi del Museumplein ad Amsterdam. Nel cortile di questa casa si trovava un gelsomino che Etty vedeva dalla finestra. La seguente citazione, un passo piuttosto celebre, fa parte di un testo scritto il 1° luglio 1942, ora incluso nel nono quaderno dei diari [1]. Ne è protagonista il gelsomino bianco, simbolo dell’amore divino [2], che contrasta fortemente con la parola ‘Polonia’, sinonimo del male incarnato dal nazionalsocialismo. Il gelsomino acquisisce in questo passo lo status di metafora letteraria, stando a raffigurare una giovane sposa innocente sulla quale incombe un futuro oscuro e minaccioso.
Etty Hillesum utilizza la metafora per giustificare la sua scelta in favore della luce e della fede in Dio:

’s middags kwart over 4.
Zon in deze serre en een lichte wind door de witte jasmijn. Zie je wel, nu is er weer een nieuwe dag voor me begonnen, de hoeveelste, sinds vanochtend 7 uur? Ik blijf nog 10 minuten bij die jasmijn en dan op de ons gepermitteerde fiets naar mijn vriend, die 16 maanden in mijn leven is en van wie het is of ik hem al 1000 jaar ken en die plotseling soms weer zo nieuw voor me is, dat m’n ademhaling van verwondering even stilstaat. O ja, die jasmijn. Hoe is het toch mogelijk mijn God, hij staat daar ingeklemd tussen de verveloze muur van de achterburen en de garage. Hij kijkt heen over het platte donkere modderige dak van de garage. Tussen dat grauw en dat modderige donker is hij zó stralend, zo ongerept, zo uitbundig en zo teer, een overmoedige jonge bruid, verdwaald in een achterbuurt. Ik begrijp niets van die jasmijn. Dat hoef je ook niet te begrijpen. Men kan nog best in deze 20ste eeuw in Wonderen geloven. Dit is een wonder. En ik geloof in God, ook als de luizen me binnenkort hebben opgevreten in Polen. Die jasmijn, ik ben sprakeloos over die jasmijn. Hij staat er al heel lang, maar nu pas begin ik sprakeloos over hem te worden. [3]

pomeriggio, le quattro e un quarto
Il sole illumina questa veranda e un vento lieve accarezza il gelsomino. Vedi dunque, un altro giorno è appena cominciato per me – quanti ne sono trascorsi da stamattina alle 7? Indugio ancora 10 minuti nell’osservare il gelsomino e poi, sulla bicicletta che non ci è stata requisita, vado dal mio amico, che è presente nella mia vita da 16 mesi e mi sembra di conoscere da 1000 anni – anche se a volte mi appare in una luce così nuova e meravigliosa da togliermi il respiro.
Sì, il gelsomino. Come è possibile, mio Dio, se ne sta là stretto tra le mura dei vicini e il garage, e vede davanti a sè il tetto piatto, scuro e fangoso del garage. In mezzo a quel grigio, spento color di melma è così radioso, così incontaminato, così esuberante e così delicato come una giovane sposa temeraria che si sia persa nei bassifondi. Qualcosa di assolutamente incomprensibile.
Del resto, non c’è alcuna necessità di capire. Si può benissimo credere nei Miracoli, in questo 20° secolo. Questo è un miracolo. E io credo in Dio, anche se tra poco in Polonia i pidocchi mi avranno divorata. Quel gelsomino, quel gelsomino mi fa restare senza parole. È da tempo che si trova là, ma comincia a farmi restare senza parole solo adesso.

La citazione contiene due elementi che si sono rivelati essenziali per la fortuna dell’opera di Etty Hillesum: il talento di scrittrice e la sua spiritualità.
La scrittura e l’evoluzione spirituale vi sono intimamente intrecciati. La Hillesum ha espresso verbalmente l’evoluzione della sua personalità più intima in un diario la cui esistenza va attribuita al caso, poiché è communis opinio che il suo terapeuta e psicochirologo [4] d’ispirazione junghiana, Julius Spier – indicato come ‘il mio amico’ nella citazione – le avesse consigliato, in quanto parte integrante della terapia che seguiva presso di lui, di tenere un diario.
Su questo diario è necessaria una precisazione. Etty Hillesum aveva messo in conto la possibilità di sopravvivere alla deportazione e aveva perciò fatto in modo che i suoi quaderni arrivassero a un amico, il narratore Klaas Smelik. Il figlio di quest’ultimo, il professor Klaas A.D. Smelik, riuscì – coronando in tal modo gli sforzi del padre – a far pubblicare nel 1981 ad Amsterdam l’ormai celeberrima antologia di scritti della Hillesum [5]. Va detto tuttavia che, qualora l’autrice fosse sopravvissuta alla Shoah, certamente non avrebbe pubblicato i diari nella forma che è stata data alle stampe e che noi conosciamo oggi.

I profughi, l’occupazione e la Shoah olandese

I Paesi Bassi avevano accolto le vittime dell’antisemitismo, in particolare gli ebrei fuggiti dalla Spagna e dal Portogallo, già alla fine del Cinquecento.
Il flusso migratorio degli ebrei askenaziti, che provenivano dalla Russia, era invece iniziato negli ultimi decenni dell’Ottocento. Alcune comunità ebraiche si erano distinte, nel corso dei secoli, per spirito di iniziativa e capacità imprenditoriali: alla ricchezza economica e culturale di Amsterdam avevano contribuito per esempio soprattutto gli ebrei originari della penisola iberica.
Le positive esperienze del passato non ebbero però alcuna influenza sulla politica del governo olandese del periodo 1933-1934, l’epoca nella quale l’antisemitismo tedesco si fece sentire in modo violento e crescente. Il governo olandese assunse una posizione attendista, motivata dal desiderio di non mettere in pericolo gli interessi commerciali condivisi con il potente vicino.
Quando giunsero nel Paese alcune migliaia di profughi ebrei tedeschi, ci si aspettava che costoro vi sarebbero rimasti solo per qualche tempo. Questa si rivelò tuttavia un’illusione, poiché il loro numero non fece che crescere provocando un inasprimento dei provvedimenti presi dalle autorità. L’esempio di una famiglia emigrata ad Amsterdam è quella di Anne Frank, il cui padre Otto decise di stabilirsi con l’azienda di famiglia nella città dove fu redatto il diario di guerra probabilmente più conosciuto al mondo [6]. Ottenere il visto per l’Olanda divenne in seguito sempre più difficile e ciò fece aumentare la massa dei profughi illegali. Nel maggio del 1938, la polizia di frontiera bloccò gli ingressi nel Paese.
Il governo olandese non volle che i profughi ebrei si integrassero nella società e nell’economia, e ritenne inoltre la comunità ebraica olandese responsabile della gestione del problema dell’immigrazione ebraica dalla Germania sia dal punto di vista economico che morale. Gli ebrei olandesi dovettero dunque prendersi cura dei profughi mediante le proprie organizzazioni di volontariato e reperire i fondi necessari a sostenere i notevoli costi dell’intera operazione. Un compito che fu reso ancora più gravoso, negli anni 1940-1943, dall’occupazione nazista nonché dalle persecuzioni e deportazioni messe in atto dai tedeschi.
Per contrastare la dispersione nel paese degli ebrei non olandesi, il governo decise l’istituzione nel 1939 di un unico punto di raccolta: il Campo Centrale per i Profughi di Westerbork, dal nome del paese situato nelle vicinanze.
Nel mese di ottobre vi giunsero i primi abitanti, tutti ebrei tedeschi.
La persecuzione degli ebrei e il conseguente problema dei profughi costituisce da sempre una parte rilevante nell’esistenza del popolo della diaspora.
Per quanto riguarda Etty Hillesum, è sufficiente menzionare due persone: la madre Riva (Rebecca) Bernstein (1881–1943) e il già citato Julius Spier (1887–1942) che entrò nella sua vita all’inizio del 1941. La madre era emigrata ad Amsterdam nel 1907 da Suraž (regione di Brjansk), in Russia, per sottrarsi all’antisemitismo zarista che, a partire dal 1880, era ripetutamente sfociato in pogrom e persecuzioni che avevano provocato un gran numero di vittime, rendendo la sopravvivenza degli ebrei russi, nei decenni precedenti lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, di fatto impossibile. Julius Spier era invece arrivato ad Amsterdam all’inizio del 1939 per sfuggire alla minaccia mortale costituita dall’antisemitismo tedesco.
Durante la Prima Guerra mondiale, i Paesi Bassi avevano assunto una posizione di neutralità e, nel settembre del 1939, il governo annunciò che tali sarebbero rimasti anche nel nuovo conflitto. La loro neutralità non venne tuttavia rispettata a lungo, poiché le truppe della Wehrmacht colpirono di sorpresa, entrarono nel Paese il 10 maggio del 1940 e lo occuparono in pochi giorni: il 15 maggio l’Olanda capitolava. La resistenza della parte sudoccidentale, la provincia della Zelanda, ebbe fine a seguito del bombardamento di Middelburg – la città dove Etty Hillesum era nata il 15 gennaio del 1914 – del 17 maggio.
Hitler nominò plenipotenziario l’austriaco Arthur Seys-Inquart, che fu coadiuvato da quattro commissari-generali: il Paese ebbe così de jure un ‘governo’ civile, a differenza per esempio della Francia e del Belgio, che vennero governati da militari della Wehrmacht. Quattro dei cinque alti gradi delle SS erano austriaci e avevano esperienza nella gestione della cosa pubblica; tutti e cinque erano fanatici antisemiti.
Nel corso del 1942 divenne chiaro che la guerra non sarebbe finita in tempi brevi, e l’approccio moderato del plenipotenziario si trasformò in una politica di coercizione e sfruttamento a favore della macchina bellica tedesca.
A portare molti adulti olandesi in Germania fu in particolare il lavoro forzato, il cosiddetto Arbeitseinsatz. Nello stesso anno iniziò anche la deportazione degli ebrei presenti in Olanda.
Con l’arrivo al potere del plenipotenziario Seyss-Inquart le politiche antisemite del Terzo Reich, che erano già state adottate nell’intera Europa occupata, colpirono anche gli ebrei olandesi. Quella che nel linguaggio nazista veniva denominata la ‘soluzione’ del problema ebraico venne perseguita, dopo l’invasione, in modo rapido ed efficace. Anche se inizialmente si procedette con una certa cautela, i diversi provvedimenti vennero attuati con misura ma anche con risolutezza. Il plenipotenziario non incontrò resistenze significative negli alti funzionari che rappresentavano il governo olandese in esilio: alcuni di costoro scelsero anzi la strada della collaborazione. Seyss- Inquart e i suoi uomini poterono dunque preparare in tutta tranquillità la sistematica deportazione della stragrande maggioranza degli ebrei, olandesi e non, verso i campi di sterminio nell’Europa dell’Est. La loro politica può essere riassunta essenzialmente in tre punti: isolamento, privazione dei diritti civili ed esproprio dei beni; sradicamento e trasloco forzato dalle province ad Amsterdam; trasporto da Amsterdam a Westerbork e da lì alla destinazione finale, i campi di sterminio di Auschwitz e Sobibor o, in misura assai minore, a quelli di Bergen-Belsen o di Theresiënstadt.

Etty Hillesum: scrivere a partire dall’interiorità

Gli scritti di Etty Hillesum – diari e lettere – possono essere considerati il risultato di una ‘scrittura autobiografica’. Questo concetto è corrente nella disciplina letteraria che studia il genere dell’autobiografia. In tale tipologia di testi è predominante l’uso dei pronomi ‘io’ e ‘tu’, la scelta del presente indicativo (per il presente e il futuro), l’indicazione precisa del tempo e del luogo della scrittura, la preferenza accordata ai verbi performativi e servili e infine l’impiego dei vocaboli che si riferiscono alla situazione personale del soggetto scrivente, ai suoi sentimenti e alle sue convinzioni: tutti elementi presenti negli scritti di Etty Hillesum, a eccezione delle due lettere da Westerbork.
Collocare i suoi testi nell’ambito del genere dell’autobiografia non significa affatto considerarli tali, e tanto meno si intende minimizzarne il contenuto religioso, psicologico o etico-filosofico.
Nessuno mette in dubbio che la Hillesum pensasse di intraprendere la carriera di scrittrice. Le prime – e ultime – annotazioni che ne dimostrano il talento vennero infatti pubblicate clandestinamente nell’autunno del 1943.
Sono due lunghe missive da Westerbork, redatte rispettivamente nel dicembre del 1942 e alla fine dell’agosto del 1943, e pubblicate in un’edizione clandestina su iniziativa della resistenza olandese. Costituiscono due documenti di particolare interesse che, insieme al diario del giornalista Philip Mechanicus, ci consentono di ricostruire gli avvenimenti accaduti a Westerbork in quel periodo. Si tratta, in entrambi i casi, di appunti presi durante la detenzione e non, per citare lo storico Jacques Presser, di «ricordi trascritti successivamente, basati sempre e comunque su valutazioni posteriori» («achteraf opgestelde herinneringen, die immers altoos op herwaardering berusten» [7]).
Le lettere di Etty Hillesum, nascoste com’erano tra un’altra lettera, un testo del curatore e due illustrazioni, non attirarono tuttavia su di sé particolare attenzione: la loro autrice rimase dunque anonima. Un simile guscio protettivo venne rimosso nel dopoguerra. Le due missive furono dunque riedite nel 1959 e di nuovo, con un’introduzione di David Koning [8], nel 1962. Occorre ricordare come questa fonte sia stata ampiamente utilizzata da Jacques Presser e Lou de Jong, i due maggiori storici della Shoah olandese.
Questo fatto contraddice l’opinione corrente secondo la quale Etty Hillesum, nei decenni che seguirono il secondo conflitto mondiale, era stata dimenticata del tutto, anche se è vero che conobbe la grande popolarità postuma solo a seguito della pubblicazione dell’antologia Het verstoorde leven. Dagboek van Etty Hillesum 1941-1943 (La vita interrotta. Diario di Etty Hillesum 1941-1943), che ebbe inizialmente luogo in Olanda e poi, grazie al rapido susseguirsi delle numerose traduzioni, riscosse un successo internazionale.
La versione italiana, dal titolo Diario 1941-1943, è del 1985. Il titolo è leggermente fuorviante, poiché il diario non va oltre l’ottobre del 1942. La menzione dell’anno ‘1943’ è giustificata da alcune lettere che furono aggiunte alla selezione effettuata dall’editore Jan-Geurt Gaarlandt. Nel 1990 è uscita in italiano una selezione delle lettere (Lettere 1942-1943), che erano state pubblicate in Olanda nel 1982 con il titolo Het denkende hart van de barak. Brieven van Etty Hillesum [9] (Il cuore pensante della baracca. Lettere di Etty Hillesum).
Mentre quindi in un primo momento la Hillesum era nota soltanto come autrice delle due lettere da Westerbork e veniva pertanto collocata nel contesto storico-letterario della Shoah olandese, è solo a partire dal 1981 che l’aspetto della sua spiritualità divenne predominante, rendendola un’autrice conosciuta e amata dai lettori e dalle lettrici di tutto il mondo.
Con l’eccezione delle due lettere da Westerbork e pubblicate già nell’autunno del 1943, tutte le altre a noi pervenute hanno un carattere prevalentemente privato. In questa sede ci occuperemo solo delle due che riguardano Westerbork. La prima fu scritta nel dicembre del 1942; colpita da una malattia, Etty Hillesum aveva lasciato il campo da qualche giorno. Fino ad allora vi aveva trascorso complessivamente sei settimane. L’intento dichiarato è di raccontare alle due sorelle rimaste ignote, alle quali la lettera è destinata, lo svolgersi della vita nel lager. Nella lettera, l’autrice ne descrive l’organizzazione e la quotidianità degli internati, mostrandosi nel contempo piena di dubbi riguardo la propria capacità di narrare le vicende del campo.
Si tratta di dubbi inerenti sia il contenuto che la sua capacità di scrivere.
La seconda lettera [10] su Westerbork fu scritta otto mesi dopo. Lo scenario è radicalmente cambiato: Etty Hillesum non si trova più nella sua stanza ad Amsterdam ma è un’internata nel campo di transito. Nella lettera racconta ai suoi amici di Amsterdam, rimasti nella casa della Gabriël Metsustraat, il trasporto del 24 agosto 1943 in uno stile chiaro e limpido, senza esitazioni di sorta. Lo scritto è diviso in due parti organiche. Nella prima Etty Hillesum racconta il suo giro per la baracca dell’ospedale femminile che le è stata affidata con il compito, in quanto assistente sociale alle dipendenze del Consiglio Ebraico di Westerbork, di fornire sostegno morale e materiale alle donne e ai bambini in partenza. Descrive in modo commovente la tragica vicenda di una decina di donne che, insieme ai loro bambini, molti dei quali malati, stanno per essere deportate ad Auschwitz-Birkenau. Nella seconda parte della lettera leggiamo la sua dettagliata testimonianza relativa al carico e alla partenza del convoglio. La Hillesum e il giornalista Philip Mechanicus, si trovano in una baracca dalla quale osservano il treno, «il serpente» («de slang»), come lo chiama quest’ultimo, fermo lungo la strada asfaltata che divide il campo in due [11]. Vedono caricare sui vagoni merci un enorme numero di malati, donne, bambini, anziani. Mentre la prima parte della lettera descrive la disperazione delle madri, la seconda fornisce gli sconcertanti dettagli del modo in cui agiscono il boia nazista e i suoi ‘complici ebrei’ – per la maggior parte profughi ebrei tedeschi che, arrivati a partire dall’autunno del 1939, costituiscono lo staff incaricato di organizzare lo svolgimento delle partenze dei convogli e si guadagnano in tal modo la permanenza nel lager.
Non di rado, peraltro, una permanenza di breve durata che faceva inoltre il gioco della politica nazista volta alla totale eliminazione degli ebrei europei.
Veniamo ora agli scritti diaristici. I dieci diari che ci sono pervenuti furono redatti da sabato 8 marzo 1941 a martedì 13 ottobre 1942; i quaderni sono numerati da 1 a 11, ma il settimo non è mai stato ritrovato. Mentre si può dire che le lettere formino ognuna un testo a sé, avendo ciascuna il suo destinatario, una data e infine l’atto di recapito, il diario presente di sicuro una maggiore frammentarietà, sebbene non vi manchino alcuni elementi di continuità costituiti da certe tematiche, la cui presenza si rivela costante. Le tematiche che si caratterizzano per una notevole continuità sono per esempio il processo creativo dello scrivere, il proprio universo interiore considerato dal punto di vista psicologico e morale, il divino nei suoi vari aspetti. Moltissime sono le persone – per esempio Julius Spier, i genitori e fratelli, le molte amiche e amici – menzionate e numerosissimi gli argomenti affrontati: noi circoscriveremo tuttavia la nostra analisi a quelli appena ricordati. Leggendo il diario è difficile non avere l’impressione di un testo contraddistinto da un’accentuata frammentarietà. Le osservazioni su se stessa si interrompono non di rado per lasciar spazio a lunghe citazioni da opere poetiche, narrative o saggistiche: citazioni da poesie e lettere di Rainer Maria Rilke, testi di Dostoevskij e passi della Bibbia, trattati religiosi, filosofici o di psicologia si alternano a osservazioni sul proprio corpo, a riflessioni su familiari e amici, talvolta anche a commenti critici sui fratelli e ad affermazioni puerili sulla madre. Per il padre non ha che parole di stima e profondo affetto. Le centinaia di citazioni sono spesso in tedesco, come i concetti chiave presi in prestito dai poeti o dai filosofi. Sullo sfondo si stagliano le vicende del paese occupato dai nazisti la crescente angoscia per la persecuzione antisemita, che colpirà lei e i suoi cari nel corso del 1943. Tutto questo materiale, raccolto in dieci quaderni riempiti con una calligrafia fittissima, avrebbe dovuto costituire, come Etty Hillesum aveva annunciato più volte, la fonte a cui attingere una volta che, nel dopoguerra, avesse intrapreso la carriera di scrittrice.
Quello che aveva preso le mosse dal suggerimento del suo amico e terapeuta Spier, inteso come cura e approfondimento di sé, si era sviluppato in modo tale da diventare una miniera di informazioni sulla stessa Hillesum, sul suo mondo interiore ma anche sui suoi cari, sugli amici e le amiche, sulle loro vite e sui loro pensieri. Alla base di tutto ciò stava il conflitto interiore – quella confusione di cui parla nella prima pagina del diario che l’aveva portata all’incontro, in fondo casuale, con Spier – che le impediva di dar forma al suo straziante desiderio di scrivere. Innumerevoli sono i passi del diario nei quali pone la questione della scrittura; qualche volta, affinché le conceda il dono della parola, arriva addirittura a invocare Dio.
La svolta ha luogo solo quando la giovane ebrea si trova definitivamente internata nel campo di Westerbork. Là, con la famosa lettera del 24 agosto 1943, nasce la scrittrice Etty Hillesum. Il testo rappresenta un punto d’arrivo che sarebbe stato temporaneo per qualsiasi autrice. Per Etty Hillesum fu invece il definitivo punto d’arrivo, giacché venne assassinata dai feroci nemici del popolo ebraico.

Evoluzione spirituale e immagine di Dio

Per raccontare la storia di Etty Hillesum, utilizzeremo due concetti fondamentali: la scrittura e la spiritualità. Il suo diario è un bell’esempio del modo in cui il tornare in sé, la ricerca del sé o della propria soggettività, utilizzando la scrittura e producendo testi destinati a un uso privato, possano condurre a un’immagine di Dio di carattere individuale e immanente. La scrittura autobiografica in circostanze estreme – come la guerra o la reclusione – non porta di per sé all’evocazione di una tale immagine di Dio. Il rapporto tra questi due elementi simbiotici strutturali, onnipresenti nel testo, potrebbe essere definito ‘intimità letteraria’.
Tale rapporto non è da considerarsi causale. Mentre il desiderio di scrivere nasce dall’interno, è di lunga data, contraddistingue il diario fin dall’inizio e va considerato pertanto l’elemento interiore, l’elemento divino è invece di carattere esterno, poiché comincia ad apparire solo nel corso della stesura del testo. Questo secondo elemento acquisisce un rilievo sempre maggiore nel mondo interiore di Etty Hillesum mano a mano che costei procede alla stesura del diario. Il processo dello scrivere mette in moto un movimento di interiorizzazione del divino che si concretizza in un ‘dialogo’ con Dio. Al diario, che è per sua natura un dialogo con il sé, l’autrice aggiunge un livello. Dal punto di vista dell’analisi letteraria si potrebbe affermare che la scrittrice, nell’ambito del suo testo, inizia un dialogo con un nuovo ‘personaggio’; mentre in precedenza lo scrivente coincideva con il personaggio, cioè con lei stessa, adesso l’autrice del diario ha creato un personaggio con il quale inizia un dialogo, al quale si rivolge in quanto altro. Il 15 luglio 1942 scrive una frase memorabile sulla preghiera: «Quando prego, non prego mai per me stessa ma sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che chiamo per comodità Dio» («Als ik bid, bid ik nooit voor mezelf, altijd voor anderen of ik houd een dolzinnige of kinderlijke of doodernstige dialoog met dat allerdiepste, dat ik gemakshalve maar God noem»[12]). In una lettera a Henny Tideman del 18 agosto 1943, definisce la propria vita ponendola in stretto rapporto con Dio: «La mia vita è diventata un ininterrotto colloquio con te, mio Dio, un unico grande colloquio [...] Io non ti sto combattendo, mio Dio, tutta la mia vita è un grande colloquio con te» («Mijn leven is geworden tot één ononderbroken samenspraak met jou, mijn God, één grote samenspraak [...] Ik vecht niet met jou, mijn God, mijn leven is één grote samenspraak met jou» [13]). Si può dunque affermare che Etty Hillesum si sia creata un immagine di Dio di natura immanente [14]. Da notare, dal punto di vista della ricerca filologica relativa al suo lessico, l’uso della parola «colloquio» («samenspraak‛), che appare soltanto tre volte in tutta l’opera e, appunto, in questo particolare contesto. Più frequente è invece la parola «dialogo» («dialoog»), che la Hillesum usa anche in riferimento al rapporto con Spier e altri amici.

L’ebraicità di Etty Hillesum

A differenza di quanto è avvenuto nel mondo protestante e cattolico, l’opera di Etty Hillesum non è stata apprezzata e recepita con uguale entusiasmo dal mondo ebraico. A suscitare non poche perplessità in alcuni rappresentanti di questa cultura è stata soprattutto la tematica riguardante l’identità dell’autrice. In Olanda, a contrastare la popolarità dei suoi scritti e a metterne in discussione l’ebraicità, arrivando addirittura a negarla, è stata la giornalista e scrittrice Henriëtte Boas. Ciò non era mai accaduto ad altri scrittori olandesi, per esempio a Marga Minco, autrice ebreo-olandese che non era certo meno assimilata della Hillesum [15].
Sappiamo che i genitori di quest’ultima non frequentavano la sinagoga, non celebravano le festività religiose né rispettavano le prescrizioni riguardanti l’alimentazione. Sappiamo anche che il padre aveva un profondo interesse per la cultura ebraica, il che non sorprende se consideriamo che aveva studiato presso il seminario rabbinico di Amsterdam e superato gli esami del primo triennio all’età di ventun anni. Egli non proseguì tuttavia gli studi rabbinici ma intraprese la strada delle lingue classiche che divennerò la sua grande passione e nelle quali si laureò, conseguì il dottorato di ricerca e acquisì infine la docenza. Dal 1924 ebbe un incarico di insegnante al Ginnasio Civico di Deventer, di cui divenne rettore a partire del 1927. Presso lo stesso ginnasio lavorò anche Christine van Nooten, a sua volta docente di lingue classiche, che diventò nel corso degli anni intima amica della famiglia Hillesum.
Sappiamo inoltre che, mentre frequentava quel medesimo istituto scolastico, Etty Hillesum seguì per qualche tempo lezioni di ebraico antico.
Dal suo diario e dalla sua corrispondenza emerge come abbia frequentato un ambiente culturalmente vario in cui non mancavano certamente gli ebrei, che erano però in maggioranza assimilati.
Non c’è dubbio che, nei primi quaderni del diario, l’attenzione per l’ebraismo sia assai scarsa. In quelli successivi rileviamo però una presenza sempre maggiore dei temi legati alla cultura ebraica. Un mutamento che, considerato il cospicuo numero di passi nei quali tale cultura sembra influire anche sulle opinioni della Hillesum, non può essere spiegato soltanto con l’inasprirsi dei provvedimenti antisemiti dei nazisti e con le deportazioni. Lo studioso Klaas A.D. Smelik ha analizzato recentemente l’argomento con grande solerzia. Egli identifica nella convinzione della Hillesum, che parte per il campo di Westerbork ‘per condividere il destino del suo popolo’, un chiaro riferimento a questo principio dell’etica ebraica: kol jisrael arawiem zè la-zè (tutto Israele è garante per tutti). La convinzione della Hillesum testimonia inoltre la consapevolezza di essere responsabile per gli internati del campo. Un’idea espressa dalla frase: «Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se gli altri non capiscono qual è la posta in gioco per noi ebrei» [16] («Ik zal anderen niet met mijn angsten lastig vallen, ik zal niet verbitterd zijn, als anderen niet begrijpen, waar het bij ons Joden om gaat» [17]). Non è un caso che Etty Hillesum utilizzi la locuzione «noi ebrei‛ dimostrando così, rispetto alle annotazioni nei primi quaderni diaristici, una crescente consapevolezza della propria ebraicità.
La sensibilità per la dimensione religiosa da parte della Hillesum e, più tardi, la sua spiritualità non nasce dunque dall’incontro con Julius Spier ma trova la propria origine nell’ambito familiare nel quale, e nonostante l’elevato grado di assimilazione, la religione – in quanto elemento portante della cultura ebraica – non è mai stata assente. Non dimentichiamo che, quando Etty Hillesum partirà per Westerbork il 6 giugno 1943, metterà nello zaino tra i pochi libri un’antologia di scritti talmudici.

Gli ultimi mesi a Westerbork

Dal dicembre 1942 alla fine di maggio 1943 Etty Hillesum rimase ad Amsterdam perché colpita da una malattia. Venne ricoverata nel gennaio del 1943 e trascorse poi la convalescenza a casa propria. Ripartì per Westerbork domenica 6 giugno e ne fu molto contenta, come risulta dalle lettere della settimana successiva. Sarà l’ultima volta che lascerà l’amata Amsterdam, dal momento che la sua deportazione ad Auschwitz-Birkenau avrà luogo il 7 settembre di quello stesso anno. Ma, al momento di partire dalla città nella quale ha vissuto dal 1932, tutto ciò le è ignoto.
Durante la permanenza a Westerbork di Etty Hillesum, i genitori e Mischa furono arrestati ad Amsterdam nel corso della grande retata del 20 e 21 giugno 1943 e tradotti poi in quello stesso campo, dove verranno presi in consegna dalla loro figlia e sorella.
Come testimoniano le sue lettere, i tre mesi dell’estate del 1943 furono assai intensi in particolare per due motivi. Il primo è l’incontro con Philip Mechanicus, con il quale strinse una profonda amicizia intellettuale. Il secondo motivo è costituito dalla minaccia della deportazione, un’eventualità che assorbì il tempo e le energie di tutta la famiglia fino all’ultimo. L’incontro con il celebre giornalista ebbe luogo qualche giorno dopo l’arrivo della Hillesum a Westerbork. Mechanicus era noto per i suoi viaggi e reportage dall’Unione Sovietica e dalla Palestina effettuati nella prima metà degli anni Trenta per il quotidiano Algemeen Handelsblad. Dal 1936 divenne capo della redazione esteri del giornale. I suoi autorevoli commenti sulla politica internazionale erano seguiti da una vasta platea di lettori. Mechanicus era ebreo, ma completamento estraneo a ogni forma di spiritualità religiosa nonché alla vita e alle attività delle comunità ebraiche. Benché fosse autodidatta, aveva una vastissima cultura e conosceva numerose lingue, tra le quali il russo. Durante i suoi 14 mesi di permanenza nel campo di Westerbork redasse un diario in cui raccontò le vicende del lager dal punto di vista del reporter-giornalista che era sempre stato, un osservatore decisamente distaccato, facendo prevalere i fatti e scrivendo in un tono non di rado ironico.
Il suo rapporto di amicizia con Etty Hillesum durò solo tre mesi. La deportazione della donna e della sua famiglia, di cui Mechanicus conosceva tutti i componenti e su cui scrisse nel diario ben otto volte, pose tra l’altro fine a quel vivace scambio di idee che a Mechanicus, nei mesi precedenti, era molto mancato.
Da questi contatti con un giornalista e scrittore di grande esperienza la Hillesum poté indubbiamente trarre a sua volta notevoli vantaggi. Ad accomunarli era l’amore per la scrittura e per la Russia dei grandi narratori, dei quali conoscevano ambedue la lingua – la Hillesum aveva frequentato alcuni corsi di slavistica presso le università di Amsterdam e Leida.
Etty Hillesum doveva nel frattempo provvedere ai genitori – che avevano bisogno di cure mediche e di un letto decente, una cosa tutt’altro che facile da reperire – e a Mischa. La loro permanenza nel campo fu messa drammaticamente in pericolo il 9 luglio, quando la madre venne convocata da una rappresentante nazista proveniente dall’Aia e le venne comunicato che la protezione della quale avevano goduto fino a qual momento era venuta meno: il loro nome era stato inserito nella lista del primo trasporto diretto in Polonia. Mischa Hillesum era invece al riparo dalla deportazione grazie al valore che veniva attribuito al suo talento di musicista; Etty, dal canto suo, poiché prestava servizio presso il Consiglio Ebraico di Westerbork, avrebbe dovuto trovarsi nella stessa situazione del fratello. Nel periodo dall’8 giugno al 31 agosto del 1943 furono deportate in sette convogli, cinque diretti a Sobibor e due ad Auschwitz-Birkenau, poco meno di 14.000 persone. A partire dal 9 luglio i genitori di Etty e Mischa Hillesum si trovarono costantemente esposti al pericolo della deportazione ma, grazie all’intervento del potente staff ebraico che gestiva l’organizzazione dei trasporti verso l’Est europeo, il loro nome fu sistematicamente depennato dalle liste. Alla fine, però, arrivò l’ordine di provvedere alla deportazione dell’intera famiglia Hillesum. La mattina del 6 settembre 1943 una telefonata proveniente dall’ufficio IV B 4 [18] dell’Aia comunicava a Gemmeker, il comandante del campo, l’ordine di partenza immediata. La protezione assicurata fino ad allora dagli ebrei addetti alla gestione dei trasporti era dunque venuta meno. Il carteggio pubblicato nell’edizione critica delle opere comprende alcune lettere degli amici di Etty Hillesum nelle quali sono presenti alcune valutazioni relative proprio a quell’ordine giunto dall’Aia [19].
Il viaggio nei vagoni merci durava di solito tre giorni: si passava per le province olandesi del Drenthe e di Groninga e si attraversava il confine con la Germania a Nieuwe Schans. C’era perciò il tempo di gettare dal treno messaggi, soprattutto cartoline postali, ma anche lettere, ed è per questo che ci sono pervenute due cartoline, una della madre e una della stessa Etty, tutte e due recanti la data del 7 settembre 1943 [20]. Quella di Etty Hillesum, per il suo toccante contenuto, è la più nota e citata:

Christien, ik sla de Bijbel op op een willekeurige plaats en vind dit: de Heere is mijn hoog vertrek. Ik zit middenin een volle goederenwagen op m’n rugzak. Vader, moeder en Mischa zitten enige wagens verder. Het vertrek kwam toch nog vrij onverwachts. Plotseling bevel voor ons speciaal uit den Haag. We hebben zingende dit kamp verlaten, vader en moeder zeer flink en rustig, Mischa eveneens. We zullen drie dagen reizen. Dank voor al jullie goede zorgen. Achtergebleven vrienden schrijven nog naar A'dam, misschien hoor je iets? Ook van mijn laatste lange brief? Tot ziens v. ons vieren.[21]

Christien, apro a caso la Bibbia e trovo questo: ‚Il Signore è il mio alto ricetto‛.
Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora a Amsterdam, forse avrai notizie? Anche dalla mia ultima lunga lettera? Arrivederci da noi quattro. Etty. [22]

La cartolina è l’ultimo scritto e segno di vita di Etty Hillesum in nostro possesso. Del periodo che trascorse ad Auschwitz – breve o lungo che sia stato – non sappiamo nulla. La Croce Rossa Internazionale indica come data della sua morte il 30 novembre 1943, ma pare che tale data abbia solo un valore presuntivo.

* Middelburg 1914 – Auschwitz 1943


NOTE

1 La citazione è tradotta, ma con omissioni, in: E. HILLESUM, Diario 1941-1943. A cura di J. G. Gaarlandt, trad. C. PASSANTI, Milano, Adelphi, 1985, pp. 135-136. Le parti mancanti sono state reintegrate.
2 A. CATTABIANI, Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e di piante, Milano, Mondadori, 1999, pp. 372-374.
3 ETTY. De nagelaten geschriften van Etty Hillesum 1941-1943, onder redactie van K.A.D. SMELIK. Tekstverzorging door G. LODDERS en R. TEMPELAARS, Amsterdam, Uitgeverij Balans, 20085 (19861), pp. 483-484. L’opera è una meritoria edizione critica che raccoglie gli scritti di Etty Hillesum. Citato come ETTY.
4 La psichochirologia – disciplina inventata dallo stesso Spier, che aveva anche studiato con Carl Gustav Jung – si occupa dello studio delle mani a scopo di dedurne informazioni sul carattere della persona e suggerire una terapia. Cfr. J. SPIER, Le mani dei bambini. Introduzione alla psicochirologia, trad. R. CONTINO, Palermo, Nuova Ipsa Editore, 1998.
5 Klaas A.D. Smelik è il fondatore e il Direttore dell’EHOC, Etty Hillesum Onderzoekscentrum, presso l’Università di Gand in Belgio: cfr. www.ehoc.ugent.be
6 A. FRANK, Diario. L’alloggio segreto, 12 giugno 1942-1° agosto 1944, O. FRANK-M. PRESSLER (a cura di), postf. N. GINZBURG, trad. L. PIGNATTI, Torino, Einaudi, 2009.

7 PH. MECHANICUS, In Dépôt. Dagboek uit Westerbork, Amsterdam, Polak & Van Gennep, 1964. Jacob Presser, storico della persecuzione degli ebrei in Olanda (J. PRESSER, Ondergang. De vervolging en verdelging van het Nederlandse Jodendom 1940-45, ’s Gravenhage, Staatsuitgeverij, 1965, 2 voll.), è noto anche come romanziere grazie soprattutto a De nacht der Girondijnen (1957), un romanzo che venne tradotto in italiano da Primo Levi: J. PRESSER, La notte dei girondini, trad. P. LEVI, Milano, Adelphi, 1976.
8 La prima pubblicazione ebbe luogo nel periodico letterario «Maatstaf. Maandblad voor de Letteren», VII, 1, 1959,, pp. 3-41. Nel 1962 seguì una pubblicazione in volume: Twee brieven uit Westerbork van Etty Hillesum, intr. D. KONING, Den Haag, Bert Bakker/Daamen, 1962.
9 Het denkende hart van de barak. Brieven van Etty Hillesum, intr. J.G. GAARLANDT, Haarlem, De Haan, 1983.
10 Cfr. G. VAN OORD, Two Voices from Westerbork: Etty Hillesum and Philip Mechanicus on the Transport from Camp Westerbork on 24 August 1943 in K.A.D. SMELIK-R. VAN DEN BRANDT-M.G.S. COETSIER (a cura di), Spirituality in the Writings of Etty Hillesum. Proceedings of the Etty Hillesum Conference at Ghent University, November 2008. Supplements to The Journal of Jewish Thought and Philosophy, Leiden-Boston, Brill, 2010, pp. 313-334.
11 PH.. MECHANICUS, In Dépôt, cit., pp. 22-23, 70, 89, 273, 276.
12 E. HILLESUM, Diario, cit., p. 176; ETTY, p. 523.
13 La lettera si trova in R. VAN DEN BRANDT, Etty Hillesum, amicizia, ammirazione, mistica, Sant’Oreste, Apeiron Editori, 2010, pp. 57-59. Cfr. E. HILLESUM, Lettere 1942-1943, trad. C. PASSANTI, Milano, Adelphi, 1990, pp. 122-123; ETTY, pp. 682-683.
14 Sulla questione dell’‘immagine di Dio’, cfr. K.A.D. SMELIK, L’immagine di Dio in Etty Hillesum in G. VAN OORD (a cura di), L’esperienza dell’Altro. Studi su Etty Hillesum, Sant’Oreste, Apeiron Editori, 1990, pp. 161-168. E inoltre M.G. NOCITA, Etty Hillesum: quale Dio? Un modello del Dio personale di Ulrich Beck? in «Con Etty Hillesum. Quaderni di informazione e ricerca», II, 2011, in corso di stampa.
15 Di Marga Minco si possono leggere in italiano i romanzi Het bittere kruid. Een kleine kroniek (1957, Erbe amare. Una piccola cronaca, 2000), Een leeg huis (1966, Una casa vuota, 2002), De val (1983, La Caduta, 1992) e Nagelaten dagen (1997, Giorni alle spalle, 2007).
16 E. HILLESUM, Diario, cit., p. 138.
17 ETTY, p. 487 [3 juli 1942].
18 Si tratta dell’ufficio olandese preposto all’esecuzione delle politiche antiebraiche che faceva capo all’omonimo ufficio IV B 4 di Berlino, gestito da Adolf Eichmann.
19 Sulla complicata vicenda della deportazione dei quattro componenti della famiglia Hillesum, cfr. G. VAN OORD, Het vertrek. Een reconstructie van de onverwachte deportatie van de familie Hillesum uit Westerbork op 7 september 1943 in R. VAN DEN BRANDT-K.A.D. SMELIK (a cura di), Etty Hillesum in discours, Gand, Academia Press 2012, pp. 115-130. Trad. it.: La partenza. L’inaspettata deportazione della famiglia Hillesum dal campo di Westerbork: una ricostruzione, in G. VAN OORD (a cura di), Etty Hillesum, Studi sulla vita e l’Opera, Sant’Oreste. Apliron Editore, in corso di stampa.
20 La cartolina della madre, anch’essa indirizzata a Christine van Nooten, è stata pubblicata in ETTY, p. 812.
21 ETTY, p. 702.
22 E. HILLESUM, Lettere, cit., p. 149.__

(Fonte: https://www.academia.edu/3829854/Etty_Hillesum_scrittura_e_spritualit%C3%A0_nei_diari_e_nelle_lettere?auto=download)