Domenico Sigalini, ANIMATORE: DALLA PARTE DELLE RAGIONI DI VITA, Elledici 2004

 

Il filo
Molti giovani non riuscirai mai a farli incontrare in una stanza attorno a un tavolo. E’ più forte di loro la voglia di girare, di stare a parlare per ore e ore, di fare niente fino a notte inoltrata in attesa che a qualcuno venga un’idea fulminante e c’è da sperare che non sia demenziale. Sono gruppi spesso di adolescenti, talvolta anche di ventenni che non hanno riferimenti se non nella piazzetta, sui gradini della chiesa, davanti alla pizzeria. E’ possibile aiutarli a fare del loro stare insieme una scommessa sulla vita? Stanare dalle loro battute la voglia di vivere e di offrire il meglio di sé? Infatti capita che quando c’è qualche emergenza questi sono i primi a rendersi disponibili con energie impensabili. Una figura di animatore destrutturato è una chance per aiutare questi giovani a darsi ragioni di vita.

Il dato e i significati

Abbiamo tutti negli occhi e nelle gambe forse le interminabili passeggiate sul corso o alla Villa comunale di tanti giovani o la costellazione di gruppi e gruppetti che stazionano sulle piazze, seduti per terra o appollaiati a qualche muretto. A tutte le ore, ma soprattutto a sera o a notte. Sono spesso più i maschi che le ragazze, ma in alcune occasioni, in alcuni quartieri o soprattutto nella forma del passeggiare, le ragazze sono alla pari. Che si fa? Si vive. Non venire a dirmi che bisogna impegnarsi. Posso lasciare alla mia vita dei momenti in cui non penso a niente, mi affido alla spontaneità, mi aspetto una sorpresa dagli amici, mi relaziono senza progetti, godo della bellezza di una compagnia, metto a prova le mia capacità di relazione?
La strada non la vogliamo descrivere come il luogo della perdizione, dello spaccio, dello sballo, ma come il luogo dello stare, del creare e ricreare relazioni tenui, del racconto della vita per scaricare le tensioni della giornata, per esprimersi in libertà, senza controllo e senza essere funzionali a qualcosa. Esistono animatori di strada che sono dedicati proprio alla prevenzione e sono collegati alla ASL. Il mio intento però è di pensare ai giovani normali. Per loro la strada è un tempo e uno spazio in cui non si sta soli, ma ci si mette assieme. La strada non è il luogo dei single, ma dei piccoli o grandi gruppi, delle piccole comunità di senso. Per molti giovani è proprio qui che si fanno le prove per trovare la forza di decidersi per qualcosa, di dare alla propria vita una direzione. E’ solo per tentativi, per approssimazioni, ma spesso si parte proprio da qui nel contatto semplice con gli amici.
Sono i famosi spazi dell’informale in cui i giovani pongono molte più energie e qualità di quelle che impiegano negli spazi istituzionali (cf esercitazione secondo capitolo). Strada allora diventa sinonimo di tessuto di relazioni che i giovani costruiscono con i loro linguaggi e modelli di vita. Strada diventa anche insieme di nuovi areopaghi, di aggregazioni molto varie e molto libere che scandiscono i momenti di vita dei giovani.

Negli spazi informali dei giovani è possibile una proposta di fede?

Gli spazi dell’informale, quei luoghi “profani”, vivi, necessari, laici, vivaci della vita del giovane sono solo terra di missione, cioè luoghi in cui si va da cristiani a fare l’annuncio, in cui si porta del bene, ci si carica la responsabilità di inscrivervi valori oppure hanno essi stessi dentro le possibilità di diventare cammini di crescita in umanità e in esperienza credente?
Per fare un cammino di fede occorre sempre uscire dalle relazioni quotidiane e inventarne di nuove nei nostri ambienti o è possibile dall’interno di esse scavare tutta quella parola di salvezza che dentro la storia è stata depositata dall’Incarnazione?
Il giovane potrebbe essere aiutato ad esprimere la fede con criteri e modalità nuove, non ancora "benedette"? Le realtà temporali hanno in sé dei valori autonomi o debbono essere sempre benedetti per diventare cammini di crescita nella fede?

Una idea di fondo

“La comunità cristiana scorge un giovane nella sua miseria e nella sua grandezza, nel suo male profondo innegabile, che non ha in se stesso la possibilità di curarsi le sue ferite, e il suo bene superstite, sempre segnato di arcana bellezza e di sovranità indistruttibile. E si ferma maggiormente su questa seconda faccia felice del giovane, che non su quella infelice. Sceglie un atteggiamento molto e volutamente ottimista. Si riprovano gli sbagli, perché ciò lo esige la carità non meno che la verità; ma per i giovani solo richiamo, rispetto e amore. Invece che deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia. I valori dei giovani non devono essere solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e accolte con gratitudine." E’ una lieve forzatura che ho voluto fare del discorso di chiusura del Concilio di Papa Paolo VI il 7 dicembre del 1965. Ho sostituito alla parola uomo, la parola giovane, come del resto ha fatto Giovanni Paolo II in tutto il suo pontificato.
Purtroppo senza avvederci diventa criterio di verità di un percorso di educazione alla fede l’esperienza classica di una catechesi di gruppo, con tanto di animatore, di tavolo, di sedie collocate a semicerchio, di dinamiche di gruppo, di esercizi di animazione, di cartelloni e video, di catechismi e sussidi, di itinerari e tappe, di elenco di atteggiamenti. Sono tutti strumenti utili che, assolutizzati, sono diventati qualità essenziali di un percorso di fede, almeno nella scarsa fantasia di alcuni educatori seduti.
L’idea e la pretesa che ci guida è che non ci accontentiamo di leggere negli spazi informali della strada alcune vaghe possibilità di intrattenimento, innocuo dal punto di vista morale, quasi che un percorso di fede sia qualcosa che esige strutture appropriate, modalità univoche e gli areopaghi siano solo strumentali all’indice di gradimento dei giovani verso la religione, il prete, la parrocchia o il catechista, ma vogliamo scrivere seriamente entro la vita di questi mondi vitali la bellezza di un cammino di crescita nella fede. Altrimenti abbandoniamo il lavoro e diciamo che si possono fare percorsi di crescita nella fede solo nelle associazioni, nei movimenti, con quei giovani che vengono nelle stanze della parrocchia, con i figli fortunati di genitori cristiani, che hanno momenti espliciti di riflessione sul vangelo e sulla fede in casa. Gli areopaghi nel caso diventano solo luoghi per accalappiare e vedere se possiamo dire il verbo “venite”.
La possibilità di agire di un animatore e di una comunità
Per semplificare il discorso mi immagino che per fare un cammino di fede degno di tale nome sia almeno necessario che ci sia: l’annuncio della fede in Gesù, una continuità di riflessione, e una possibilità di sintesi sia cognitiva che celebrativa. Riguardo a questi tre elementi come si presentano i luoghi informali di vita dei giovani, che abbiamo chiamato strada, compagnie, areopaghi?

Riguardo all’annuncio

La strada non poi così generica come sembra. Le aggregazioni giovanili informali sono di vario tipo. Si tratta allora di vedere quali sono gli elementi che, ben analizzati, si prestano a fare un annuncio esplicito dell’evento di fede, della persona di Gesù, della salvezza, non accontentandoci di trovare elementi che si avvicinano anche lontanamente a esprimere bontà, più o meno vaga religiosità, pensieri di trascendente… Infatti in molti di questi ambienti di vita dei giovani esistono non poche domande, interrogativi, bisogni che offrono la “carne” in cui può prendere corpo una esperienza religiosa. Il primo atteggiamento è di guardare oltre le espressività che possono indicare superficialità. Ogni ragazzo, ogni giovane ha necessità di uscire dalla solitudine, ha desiderio di essere accolto, è attratto in maniera determinante da modelli, ha voglia di vivere, desidera esprimere solidarietà, è sensibile al bisogno dell’altro, all’esigenza di libertà oltre ogni controllo, al desiderio di sperimentare gioco, amicizia, protagonismo, valorizzazione, attività concreta. Potremmo allungare l’elenco e prendere quindi coscienza come in ogni raggruppamento anche casuale, proprio perché è un tipico ambiente vitale dell’adolescente e del giovane ci si va proprio per trovare risposte a una vita aperta a tutto. La nostra domanda è: queste attese come possono approdare a una risposta di salvezza? E’ possibile facendo attenzione a non strumentalizzarli, ma coglierli per quello che sono, per i valori che hanno. Non si tratta di trovare solo un animatore carismatico che risolve il problema, anche se per far l’animatore di strada occorre prepararsi. In alcune aggregazioni di stradai esiste maggior facilità, forse dovuta al fatto che sono più vicini ai nostri modelli classici di catechesi (cf squadra sportiva, gruppo della sacra rappresentazione, piazzetta…), per altri sembra assolutamente impossibile (cf curva sud, sala giochi, band musicale, banda dei motorini…). Il segreto è nel modo di responsabilizzare i ragazzi rispetto alla loro vita, alla loro ricerca di felicità, all’attenzione alle domande profonde. Si tratta spesso soprattutto di ridare in mano ai giovani la propria esistenza perché non la subiscano, ma la vivano in prima persona. Esistono esempi di giovani della curva Nord che dal tifo per la squadra del cuore sono arrivati a una autentica professione di fede, dopo essere passati attraverso aggregazione, solidarietà, servizio. Il cammino può essere lungo, ma il sapore della vita alla fine compare. E’ possibile anche per i gruppi di strada fare un annuncio esplicito, purché dentro una relazione e condivisione profonda, una accettazione e stima dell’esperienza in atto, dentro una lettura cristiana della realtà. L’annuncio non deve essere un francobollo, ma una interpretazione nuova di quello che si vive, un suo approfondimento, una sua domanda, che trova in Cristo una proposta sorprendente (es. in una squadra o in una curva Sud nella solidarietà o nell’amicizia si può arrivare a scorgere la presenza di una amicizia più grande, di una solidarietà senza defezioni come è quella di chi dà la vita per i suoi amici, la stessa solidarietà di squadra diventa solidarietà di aiuto a situazioni di emergenza, immagine concreta della solidarietà di Dio con l’uomo…). L’annuncio è non solo o soprattutto verbale, anche se deve essere percepito in maniera cosciente. A questo riguardo vanno approfonditi i diversi linguaggi utilizzati nella strada: corporeità, musica, solidarietà, fascino esercitato dai modelli, gioco… Le domande da farsi allora sono: quando una esperienza positiva di corporeità, quando una espressione musicale è vero annuncio di Gesù e di salvezza? Va pure approfondito che cosa significa annuncio di salvezza e come deve risuonare in me per essere salvifico (es. nella banda dei motorini, può essere decisiva una esperienza di gioia o di dolore in cui si fa riferimento esplicito a una pagina di vangelo).

Circa la continuità

Si tratta di vedere se nella esperienza della strada, nei momenti che la compongono, nelle iniziative e esperienze che la caratterizzano, si può riuscire a tenere un filo conduttore che fa da collegamento a approdi semplici e sporadici alla fede, a esperienze significative di salvezza incontrata. Il filo conduttore serve a costruire nell’adolescente e nel giovane un cammino, a dotarlo di atteggiamenti e non solo di comportamenti. La continuità è data spesso dal tipo di aggregazione, dalla sua vita naturale (cf una compagnia del muretto, una band musicale, una tifoseria…), dalla presenza costante di un giovane asimmetrico che vi si pone come educatore, all’amicizia che vi si sviluppa, alla solidarietà che vi viene esplicitata. Esistono degli animatori che possono fare da memoria storica, che possono mettere in fila le varie azioni compiute, le conquiste fatte, le involuzioni subite e far emergere un minimo di storia. Diceva Coupland [1] “o le nostre vite diventano storie, o altrimenti non c’è modo al mondo di viverle”. Così è della vita di una aggregazione anche spontanea di giovani. La continuità è l’arte di fare una collana di momenti di fede, di risposte all’annuncio. E’ data da una progettualità minima di attività positive e di esperienze significative connaturali al tipo di aggregazione (es. nella curva sud, può essere una attività caritativa che nasce dalla solidarietà sperimentata nella tifoseria; nel gruppo della sacra rappresentazione la tensione spirituale della recita sacra, i dialoghi di camerino che traducono nella vita i sentimenti proposti nella rappresentazione, i momenti di gioia per la riuscita di una iniziativa…).

Rispetto a una sintesi di conoscenza e di esperienza

Si tratta di vedere se nella libera aggregazione che popola la strada esiste qualche momento significativo che aiuta l’adolescente e il giovane a rendersi conto globalmente, coscientemente del cammino fatto. Potrebbe essere un momento che funge quasi da celebrazione e da elemento unificatore dell’esperienza. In molti luoghi di vita quotidiana esistono momenti di festa per una vittoria o per un risultato ottenuto, momenti di lutto inevitabili per qualche disgrazia che capita, momenti che fissano il tempo in una ricorrenza importante: il matrimonio, la nascita di un bambino, la conquista di una meta, il primo CD, la “prima” in un posto importante, la tensione per uno sforzo straordinario comune… Anche qui l’adulto asimmetrico o l’educatore è capace di far scattare quella molla che permette di dare un nome più profondo a ciò che si raggiunge, di celebrare anche quella ricerca difficile di fede che sta sempre sottesa e che in questi casi viene a galla quasi necessariamente. La sintesi può essere anche un momento esterno all’areopago, ma soprattutto deve aiutare l’adolescente e il giovane a percepire il bisogno di ulteriorità, di Dio e di una sua presenza nell’areopago e negli atteggiamenti che in esso si vivono.
Forse quello che abbiamo descritto è troppo debole rispetto a un percorso di fede. Per questo dobbiamo concludere che per fare educazione alla fede occorre riportarci nella “normalità” del gruppo parrocchiale? Che eravamo solo dei sognatori a pensare gli areopaghi luoghi di crescita anche nella fede? Che ci si deve spendere negli areopaghi solo per offrire un desiderio di ulteriorità che va cercata e incontrata, celebrata e vissuta altrove, in luoghi sacri, riparati dalla consuetudine con la vita quotidiana? Che le esperienze della vita sono solo occasioni e non luoghi di santità?
Se chi fa vita di gruppo associativo o parrocchiale in Italia è solo il 5-10 % dei giovani, significa che gli altri non sono riusciti a crescere anche minimamente nella fede? La vita non è stata per loro strada di santità, palestra di crescita motivata, banco di prova? Grazie a Dio questo è avvenuto con immani sforzi dei giovani, da soli, senza aiuto perché le nostre pastorali stavano comode nei loro luoghi chiusi a coltivare la pecorella rimasta, mentre le 99 erano fuori.[2] Ha pensato Dio a saltare gli steccati e a chiamare i giovani alla fede in discoteca, sul posto di lavoro, nei ristoranti, nei pub, nelle squadre di calcio, nelle palestre, negli stadi, per le strade del mondo… Ringraziamo Dio, ma facciamoci un esame di coscienza come esperti o appassionati di pastorale giovanile per usare di più il verbo andare e lasciar dire a Dio i verbi “venite e vedrete”.
Qui è necessario riprendere l’elogio dell’animatore destrutturato [3] per riprendere un po’ di speranza e di consapevolezza.


ESERCITAZIONI

1. Conoscere e progettare presenza educativa in una aggregazione di strada

Scegli una aggregazione di strada ben caratterizzata e prova ad analizzare a fondo:
• il fenomeno: descrizione della aggregazione fatta dall’interno in termini sociologici, antropologici, psicologici e culturali;
• le motivazioni: lettura delle ragioni della presenza dei giovani e dell’importanza che assume per loro, del posto che gli offrono nella loro vita o nella stagione che stanno vivendo;
• le energie che si sprigionano nel contesto creato dall’ambiente, dal rapporto tra loro, dall’obiettivo della aggregazione di strada;
• le difficoltà e le risorse che si incontrano nel condurlo in termini antropologicamente rilevanti e nel trovare spazi di ricerca religiosa.
L'intervento progettuale formativo e il percorso possibile di fede:
• l'obiettivo: definire dove si vuol arrivare in una meta possibile e definita già in se stessa dal tipo di aggregazione che si accosta;
• la valenza educativa: conoscenza di tutte le istanze educative che si porta naturalmente dentro e che possono essere messe in circolo;
• le iniziative possibili da fare, tenendo conto delle collaborazioni da trovare in parrocchia o nella società civile;
• le sfide da affrontare, le derive possibili, l’abbassamento di ideale che l’aggregazione di strada porta naturalmente con sé, le semplificazioni antropologiche e affettive;
• la solidarietà, il dialogo che vi si sviluppano, i valori caratteristici, le aperture alla esperienza esplicita di fede;
• la figura dell'animatore, le caratteristiche professionali o spontanee che deve possedere per frequentare da presenza asimmetrica l’aggregazione o il luogo solito degli incontri.

2. Una curva di tifosi: la strada emigrata allo stadio

* Una descrizione e qualche domanda per un animatore destrutturato.
Ti capita qualche volta in qualche stazione immersa nella nebbia, a Torino o a Milano, la domenica mattina molto presto, di incrociare una fila di giovani assonnati, con bottiglie di birra in mano, con un passo decisamente non di marcia, con zainetto invicta un pò più logoro di quelli del lunedì mattina, tra una siepe di poliziotti che li orientano, immediatamente, in percorsi già predisposti, alla volta dello stadio. Sono i ragazzi della curva Sud, i supporter della squadra del cuore che si batteranno nello stadio per la vittoria dei loro idoli. Hanno bandiere, sciarpe, striscioni non sempre molto ortodossi. Altri si affiancheranno più tardi dai pullman imbandierati, altri ancora arriveranno alla spicciolata con le proprie vetture. In genere non arrivano allo stadio direttamente dalla discoteca. Questa è un'altra popolazione. La squadra del cuore merita qualche sacrificio e qualche dedizione più personalizzata. Allo stadio ci si comincia a pigiare tutti assieme, tutti nello stesso slancio, tutti con un grido, anzi molte grida e slogan. C'è tempo da qui alle tre del pomeriggio per fare tutte le prove necessarie di slogan, battute, gesti , ole, urla, canti e coreografie. Il massimo è il derby; allora le tifoserie si preparano a una vera e propria liturgia, con tanto di cerimonieri (i leaders), accoliti (i lanciatori di razzi), turiferari (quelli che accendono i fumi colorati), commentatori (chi scandisce gli slogan al megafono), il coro e l'organo (un complesso musicale con tutti gli strumenti a fiato e a percussione possibili)... Non si capisce bene se c'è un celebrante: sicuramente lo è la squadra quando entra in campo, i giocatori quando sui megaschermi ne appaiono le gigantografie, chi fa goal, perché fa esplodere la liturgia dividendola in un boato di felicità per gli uni e di rabbia per gli altri, di battimani o di fischi.
E là, pigiato nella curva, c'è il gruppo di amici e di amiche, un mondo vitale, partito dal piccolo paese o dal quartiere, dove staziona tante volte sul muretto, ma che vive una sua passione. S'è fatto una sede, che qualche adulto foraggia, organizza uscite e dimostrazioni, caroselli per le strade in caso di vittoria, rintanamento e riti penitenziali nelle catacombe in caso di cocente sconfitta. Si fa una sua cultura, ha i suoi giornali, la sua biblioteca e il suo museo, le sue discussioni e proposte. Amicizia, solidarietà, sostegno vicendevole, convergenza di fini, possibilità di sconfiggere la solitudine, qualche spinello di troppo, ma controllo sulle droghe pesanti. Spesso purtroppo vi si annida violenza e criminalità, soprattutto quando si collega a grandi disagi sociali: disoccupazione forzata e improvvisa, scandali economici che ciascuno sente come un furto alle sue tasche, contrapposizione istituzionale. Se si innestano droga e ubriachezza, che a loro volta hanno cause molto diverse, si forma una concentrazione esplosiva di violenza a cui è difficile opporre una diga. Ma nella maggioranza dei casi le tifoserie sono un popolo pacifico, un popolo di giovani legati da un interesse, una bandiera, una identificazione, uno scopo, una amicizia.
Un'appendice che non termina mai è l'insieme di commenti e considerazioni dei giornali, dei vari processi televisivi, del "mai dire goal", delle interviste degli spogliatoti, dei rallenty, delle discussioni con il direttore di gara. Si direbbe che la partita è fulcro di tutta una vita di relazioni, di comunicazioni, di informazioni, di valutazioni, con non piccole implicanze economiche.
Un altro mondo con lo stesso tipo di entusiasmo e di dedizione, capacità di aggregazione e elevato interesse è la tifoseria del gran premio di formula 1. La solennità più celebrata è il gran premio di Monza, a ruota seguono le altre città italiane e come premio ci si concede un Le Mans o un Barcellona. Ci si prepara con qualche rally di provincia. Si prende zainetto, moto, pranzo al sacco e binocoli di buon mattino e via alla postazione più strategica, sulle curve più rischiose a veder passare il proprio eroe.

* Qualche domanda ce la possiamo fare anche a questo riguardo.
La passione nel praticare uno sport e tutto quello che sta attorno alla curva Sud e Nord è una unità di vita, capace di far convergere energie impensabili, forse anche di far compiere qualche passo verso voli più alti. Tra le varie aggregazioni giovanili è forse quella che, componendosi e ricomponendosi a ogni stagione, dura di più. Ha un forte legame di amicizia, una netta identità, una precisa distribuzione di ruoli, una finalità che mobilita tutti e tiene alto l'interesse. "Tutte cose che meriterebbe una miglior causa" direbbe un qualsiasi educatore.
E se partecipare alla tifoseria di una squadra aiutasse a far amare maggiormente la vita?
E se togliesse dalla solitudine?
E se aiutasse un giovane a fare una valutazione più vera delle dimensioni della vita, a scoprirne il limite, l'imprevedibilità?
E se facesse sorgere una solidarietà, capace di fare pazzie per risolvere una situazione di disperazione?
E se potesse scriverci dentro qualche gesto esplicitamente religioso che all'inizio parte dalla scaramanzia, poi diventa devozionalismo, poi promessa, infine coerenza con la promessa?
E se entro questa espressione si potesse riscrivere un ritorno alle domande profonde della vita, alla stessa pratica religiosa? [4]


NOTE

1 Cf D. Coupland, Generazione X, Oscar Mondadori, Milano 1996
2 Per chi vuol approfondire il discorso consiglio il testo di Paolo Gambini, In cerca di autenticità, Elledici 2001, e L'animazione di strada, Elledici 2002.
Per chi vuol cogliere alcune belle e semplici esperienze rimando al Notiziario n. 18 del Servizio Nazionale di pastorale giovanile della CEI.
Una trattazione più ampia la si può trovare in un libro della LDC di prossima pubblicazione.
3 Cf capitolo VII.
4 Ho assistito a racconti meravigliati di come i supporter di una squadra argentina abbiano fatto un mega pellegrinaggio alla Madonna di Lucon per ringraziare del campionato. Una notte di cammino, invasati dai colori della squadra, ma forse con la convinzione di esprimere una dimensione della vita che va oltre.
Il sospetto però che stiamo continuamente barando al gioco, che vogliamo addomesticare la catechesi (sicuramente) e la pastorale (di conseguenza) non ce lo leva nessuno. Della serie: "Ma siamo seri anche a questo si sta adattando la comunità cristiana"? E se questa fosse l'unica strada che Dio mette a disposizione di questi giovani per incrociare la sua parola, la sua comunità, il suo vangelo?