Domenico Sigalini, ANIMATORE: DALLA PARTE DELLE RAGIONI DI VITA, Elledici 2004


PARTE SECONDA
Gli animatori in carne e ossa e… con qualche nervo scoperto


Detto nella prima parte in termini generali dell’animatore, di un percorso di base che tutti devono approfondire, ora cerchiamo di proporre come si vive tale ruolo in alcuni ambiti particolari. L’animatore astratto evidentemente non esiste. Esiste, l’animatore di gruppo, di oratorio, di associazione, di strada… Ciascuno si è formato un suo bagaglio di competenza personale, una sua spiritualità. Ora lo aiutiamo a vivere il suo ruolo entro alcuni campi specifici.
Le pagine che seguono danno per scontato quanto detto prima, esigono cioè che un animatore abbia fatto un severo tirocinio spirituale su di sé e una qualificazione minima per il ruolo che vuol assumere o che per lo meno sia consapevole che deve crescere. Qui si definiscono alcune figure caratteristiche o alcuni spazi ben definiti in cui far l’animatore, ma nella realtà spesso non esiste lo specialista che sta in oratorio o nella strada o nel mondo notturno; esistono invece persone che si possono appassionare a questi luoghi in termini educativi. Per questo motivo non si definisce il ruolo in termini stretti, ma si presentano mete e bisogni, così che ciascuno si misuri con essi e esprima la sua creatività nell’interpretarli.


Il filo
Dopo aver delineato gli elementi fondamentali della vita di un animatore, ora proviamo a delinearne una figura concreta. È la più gettonata e la più servita anche da sussidi, testi, indicazioni, pubblicistica, libri è l’animatore di gruppo. È l’esperienza che molti fanno e che lentamente evolve per altre esperienze più articolate. Sicuramente molti educatori hanno la fortuna di seguire un gruppo di giovani in un percorso che gode di una certa continuità. Il gruppo è ancora l’esperienza di base di ogni cammino formativo o di molte iniziative formative (cf campiscuola, grest, feste, pellegrinaggi, settimane di qualificazione, corsi di approfondimento…). Il gruppo giovanile è in continua evoluzione, pur mantenendo qualche caratteristica abbastanza costante.
È utile offrire gli elementi fondamentali della vita di un gruppo in termini semplici e sintetici.

Il gruppo

Il gruppo è il luogo formativo per eccellenza di questi ultimi anni di pastorale giovanile, è l'unità di base di ogni attività che si vuol porre al servizio della crescita della persona e non la vuole strumentalizzare a qualche altra operazione. È talmente diffuso nei metodi educativi da divenire spesso troppo generico, sia perché si presta ad essere pretesto di omologazione, di livellamento di comportamenti, sia perché talora soffoca le persone nel piccolo cabotaggio, crea loro un caldo seno materno in cui si può stare tranquilli e difesi. Alcuni educatori poi non ne vogliono più sentire parlare perché sa troppo di psicologismo, di chiusura, di élite, di “pochi, ma buoni”, di vita artefatta, di linguaggi complicati. Del gruppo si possono aggiungere altre critiche ancora, si possono trovare altri grossi limiti, ma resta sempre uno strumento di formazione oggi insostituibile, anche se non l'unico; le scelte che “il mercato” presenta in alternativa, come il rapporto personale o l'incontro coinvolgente di massa o di categorie specializzate possono essere molto utili, ma al massimo complementari. Lo stesso dialogo personale non è risolutivo di tutto il processo educativo, esige un minimo di crescita e confronto comunitario. Il gruppo però non è una qualsiasi aggregazione; non è sufficiente mettersi assieme a qualche modo per sviluppare un cammino di crescita. Oggi si è fatta molta chiarezza a questo riguardo e si è in grado di descrivere e motivare diversamente le varie aggregazioni giovanili e non. L'animatore le deve conoscere per servirle al meglio e per chiedere tutto quello che esse possono dare dal punto di vista educativo.
Non secondario è il fatto che una buona vita di gruppo può essere mediazione della Chiesa. È sempre uno strumento, ma non solo quello. C'è differenza tra strumento e mediazione: lo strumento tenta di avvicinare due cose lontane tra di loro; ma, mentre le mette in contatto, le mantiene sempre distanti tra loro; quando invece dico che il gruppo è mediazione di Chiesa, non affermo solo che il gruppo è un qualcosa che tenta di avvicinare Chiesa e giovani lasciando tutti a crogiolarsi nel loro brodo, ma faccio essere qualcosa che è già un po' chiesa senza esserlo del tutto.
È ancora luogo di simpatie e compagnie tra giovani, ma nello stesso tempo è luogo di ascolto della Parola e di comunione nella fede, di accoglienza del dono di Dio e di volontà di vivere per il Regno. Vi si esperimenta insomma quella comunione che solo Dio tiene in mano, ma di cui la Chiesa è segno e strumento.
Aver aperto la propria vita al gruppo, che a sua volta non può non riferirsi alla Chiesa, non è però ancora sufficiente. Le iniziative educative in genere si aprono maggiormente di altre dello stesso tipo alla comunità civile o perché sono state programmate con enti pubblici o perché è più facile programmare attività legate al territorio o alla sua cultura.
Diventa necessario allora che l'animatore si senta legato al territorio come a un luogo non solo geograficamente delimitato, ma come a una risorsa educativa e a un obiettivo dell'intervento suo e del gruppo che anima. Qui non è il caso di approfondire la tematica, anche se è necessario presentarla contestualmente, se si vuole che diventi dimensione naturale e costante dell'intervento dell'animatore.
Il gruppo è caratterizzato da quattro aspetti fondamentali, quattro funzioni che, a seconda di come vengono esplicitate, colorano un certo tipo di gruppo anziché un altro.
- La relazione. È il tipo dì rapporto che si stabilisce tra le persone, il modo di parlarsi, di comunicare, di stare assieme, di rendere comprensibile o contorta la propria “anima” per gli altri.
È la comunicazione immediata, non riflessa, che si instaura anche senza volerlo, ma anche quella esplicitamente voluta, frutto di scelte di condivisione, di appartenenza, di partecipazione. La prima è spontanea, legata al carattere, all'ambiente, è un dato quasi precostituito; la seconda è punto di arrivo, frutto di impegno e attenzione vicendevole.
- La struttura. Ogni gruppo, per quanto addomesticato, si dà una organizzazione interna. Spesso ciò avviene automaticamente in base alle dinamiche che vi si scatenano, spesso vi si arriva dopo tentativi, successi, piccole o grosse schermaglie. Nascono allora i leaders, i gregari, i capri espiatori, il burlone di turno, il “rompi”, ecc. In un gruppo come si deve, i ruoli che caratterizzano la struttura sono mete educative frutto di attenzione dell'animatore, studio della realtà, disponibilità di fronte ai bisogni e ai fini.
- La dinamica. È la capacità del gruppo di canalizzare coscientemente o inconsciamente le energie verso una crescita o un equilibrio, un rinforzo o una pressione. Ogni giovane arriva al gruppo con un suo mondo, con sue doti, con particolari personalissime energie e lì le può mettere a disposizione. La dinamica di gruppo le orienta, le esalta o le mortifica, le confronta con norme più o meno scritte, le organizza o le disperde, le finalizza o le fa scatenare senza obiettivi precisi.
- La finalità. Un gruppo viene definito anche dall'obiettivo che ci si propone, dalle attività che si vogliono compiere, dalle iniziative o dai compiti che gli sono assegnati. Le finalità di un gruppo determinano la sua collocazione, sia nella vita di chi lo forma, sia nell'ambiente in cui si trova a vivere. Sono nello stesso tempo la faccia del gruppo verso i componenti e la fotografia del gruppo verso l'esterno. Non sempre la finalità è interiorizzata o consapevole, spesso la conosce solo l'animatore o qualcuno. È in genere una buona spia per vedere se il gruppo è condotto o no democraticamente dall'animatore. Un animatore autoritario in genere cela le finalità del lavoro di gruppo: le deve sapere solo lui.
Il modo di vivere queste quattro funzioni decide se una aggregazione giovanile è massa, classe, compagnia o gruppo.
L’animatore di gruppo purtroppo crede di avere a che fare con un gruppo invece ha all’interno comportamenti da massa o relazioni da classe, o conoscenza di obiettivi da compagnia. È importante allora confrontarsi con queste variazioni per sapere dove maggiormente l’animatore deve impegnare di più i giovani perché la sua aggregazione sia un vero gruppo, altrimenti rimarrà sempre frustrato. Capita che l’animatore si accorga che le relazioni sono superficiali, crede di risolvere il problema con una serie di raccomandazioni, ma forse deve trasformare la classe in un gruppo, attraverso scelte più libere, proposte differenziate da poter fare diventare personali ecc.

La massa

La configurazione sociologica del mondo giovanile, la loro “facile influenzabilità”, una certa leggerezza educativa, spesso portano ad utilizzare l'esperienza di massa come esperienza di crescita.
La massa ha una strutturazione molto debole, è standardizzata, non ci sono in essa ruoli o incarichi, si è tutti uguali.
La relazione tra le persone è legata al fatto di essere in tanti, di fare rumore, di costituire una forza di pressione. Quello che vi conta di più come relazione è il contagio emotivo.
La dinamica che la caratterizza è lo scatenamento delle energie con qualche forma di parossismo. In genere le energie sono scatenate o incanalate dopo una esplosione momentanea da un influsso pilotato.
La consapevolezza dell'obiettivo o del fine la possiedono solo i capi, e ai livelli bassi è percepita come competitività o coreografia o funzionalità.
Talora gli unici interventi educativi per il mondo giovanile sono gli incontri di massa: grandi feste, concentrazioni di cresimandi o comunicandi, intruppamenti liturgici o i famosi grandi giochi.
Le riunioni di massa hanno una loro utilità e dei pregevoli obiettivi (non sempre!), ma non possono essere ritenute come l'unica attività o scelta educativa, soprattutto per un preadolescente che si pensa sia tranquillo, disponibile, credente e praticante, ma che invece per i problemi di fede e le domande che ha (cf L'età negata), ha urgenza dì approfondire, di personalizzare, di domandarsi e di domandare, non di fare da materasso. Gli adolescenti stessi e i giovani sono facilmente aggregabili in concerti e grandi concentrazioni sportive. Le stesse Giornate Mondiali della Gioventù sono fenomeni di massa, ne seguono le leggi sociologiche. Per diventare educativi hanno bisogno di alcuni interventi progettuali.

La classe

È la “proposta” educativa più gettonata. La possiamo definire quella aggregazione cui un preadolescente, un adolescente e talvolta anche un giovane appartiene non per sua scelta personale, ma per un obiettivo che gli viene imposto (vedi scuola) o, anche se un po' forzatamente, “proposto” (vedi preparazione alla cresima, squadra sportiva). Non è lui a scegliersi gli amici, ma li trova; non si sceglie gli obiettivi, ma ci sono già.
La strutturazione non è così debole come in una massa di persone. Esistono dei ruoli più affibbiati che maturati: il pierino, il cretino, il copione, il secchione, la “bella e oca”, l'“alto e basta”... Sono spesso figure legate al merito o alla funzionalità. Sono incarichi e accomodamenti che si creano per poter sopravvivere e per difendersi o dagli insegnanti o dal mister o dalla istituzione.
Le relazioni sono superficiali. Ciascuno nella sua classe trova il suo modus vivendi senza metterci troppo della sua vita. Anche se per qualcuno esiste l'amico del cuore, verso la globalità si esprimono relazioni utilitaristiche. Gli altri sono dati per scontati. Sono così nelle classi della scuola media, ma spesso ripetono e peggiorano lo stesso comportamento al “catechismo”.
Da bambini venivano al catechismo con la sportina di plastica con dentro il libro, alla Cresima si preparavano ancora come si fa a scuola, da adolescenti sono un po’ più sciolti, da giovani non vogliono legami, ma purtroppo il tipo di relazioni è rimasto quello della classe: non sono disposti a mettere in comune niente di quello che essi sono.
Come arrivano, così partono. Sono abituati all'orario: puntuali nell'iniziare, si fa per dire, ma soprattutto nell'andarsene.
La dinamica: le energie di cui tutti dispongono sono canalizzate verso il mantenimento. Ognuno si mantiene in uno stato di “difesa” più che di cambiamento, di evoluzione. Le interazioni sono spesso solo orientate a qualche obiettivo che non riesce a scalfire se non alcune posizioni razionali. Altra dinamica è la sopraffazione dei maschi sulle ragazze o dei piccoli “bulli” sui quieti e ordinati se sono preadolescenti, il fascino se sono adolescenti, i tramini non confessati se sono giovani.
La coscienza delle finalità è piuttosto scarsa. Conoscono pure quello che il gruppo si prefigge, ma il che cosa significhi per loro, per la loro vita, può darsi che non sia così preciso.
Da qui deriva anche la difficoltà a programmare attività verso le quali si oppone sempre una resistenza passiva. Quando si decide di far qualcosa, ci sono i soliti entusiasti che dicono subito di sì, ma che non vi parteciperanno. Gli altri hanno “mangiato la foglia”, fanno silenzio e lasciano cadere. Qualche attività limitata è pure possibile realizzarla, purché esprima un alto gradiente di utilità.[1]

La compagnia o gruppo spontaneo

Prima di parlare del gruppo, è utile fotografare un'altra aggregazione che ha un alto indice di gradimento per i preadolescenti: la compagnia. È quel gruppo spontaneo che si fa a cavallo di qualche bicicletta o motorino all'angolo della strada e, soprattutto per i preadolescenti, in qualche luogo, strada o piazza o prato, in cui si gioca lontano dal controllo di chicchessia. È una aggregazione naturale, muro del pianto per le ragazze, palcoscenico di smargiassate per i ragazzi, per gli uni e le altre valvola di sfogo, voglia di appartenenza spontanea e autogestita.
La struttura di questa forma di gruppo è debole, nel senso che quando i ruoli assegnati non sono graditi, si cambia compagnia. Non è ancora una banda organizzata, al massimo prevale il bullo o la civetta o quello che sa l'ultima. Si rischia sempre l'appiattimento. Non ci si qualifica né in bene né in male.
Le relazioni sono impostate sulla ricerca di chi assomiglia, di chi fa da specchio, di chi la pensa allo stesso modo, di chi tifa per la stessa squadra, di chi ha gli stessi gusti punk, paninaro o metallaro o dark. Aggregazioni di questo tipo sono più dell'età adolescenziale, ma lo stile è lo stesso.
La dinamica prevalente è il rinforzo. Si va alla compagnia per trovare conferma delle proprie scelte, posizioni o contrapposizioni; la coesione, molto forte come dinamica della compagnia, nasce perché ci si dà ragione. La canalizzazione delle energie è verso la esaltazione più che verso la riflessione. Il rinforzo ha per lo meno il vantaggio di far superare gli immancabili stati ansiosi o di conflitto.
La finalità della compagnia, fatta da consapevolezza dell'obiettivo e da azioni comuni, non è molto chiara. È percepita come esperienza positiva globalmente, ma non così da programmare delle attività. Si gioca, si fa qualcosa assieme, ma la compagnia non si qualifica per quello che si fa in questa o quella via, in quel prato o in quella piazza. È una aggregazione molto interessante, è un ottimo punto di partenza, permette il nascere e lo svilupparsi di amicizie, di abilità, di fantasie; può convivere con attività educative; favorisce la socializzazione e l'identificazione del ragazzo o della ragazza, ma non offre le stesse possibilità a tutti, le manca un progetto anche debole ma pur sempre capace di far camminare.

Il gruppo come punto di arrivo

È lo strumento o la mediazione che ci pare necessario proporre come struttura portante dell'animazione del mondo giovanile. In esso il grado di organizzazione interna è elevato. C'è un animatore preciso, ci sono dei leaders, nascono dei ruoli diversificati. Ciascuno è messo in grado (in questa opera l'animatore è determinante) di sviluppare le sue capacità confrontandole con i bisogni del gruppo, con le domande e le proposte presenti. Assumere un ruolo è ricerca di identificazione e sviluppo di vocazionalità. Il rischio è che l'animatore voglia fare da “mamma”, che assommi in sé tutti i ruoli, così da non far crescere mai nessuno.
La relazione tra le persone è ricca, basata sulla stima reciproca. Gli altri diventano significativi per me. C'è una conoscenza più profonda delle persone, uno scambio di informazioni e di amicizia, una capacità di rapportarsi non superficiale o utilitaristica. È in parte spontanea, in parte frutto di una serena consuetudine. È facilitata dal fatto che il gruppo non è imposto, ma scelto; gli stessi componenti del gruppo non sono appena accostati, ma ricercati e voluti.
La dinamica si condensa nel favorire una costante volontà di crescita e di cambio. Le energie sono messe a disposizione sia del clima che dell'attività, ma soprattutto per una continuità di cammino, per una comunicazione e una interiorizzazione più profonda. Certo è bello appartenere a un gruppo in cui ci si sente rinforzati, appoggiati, protetti, ma è un vero gruppo educativo se ciascuno è aiutato a camminare con le sue gambe. Sarebbe pericoloso un gruppo che puntasse sul rinforzo o peggio ancora sul consenso, anche se entusiasmo e armonia non guastano mai, soprattutto tra i preadolescenti.
La finalità del gruppo, se il gruppo è vero, è ben percepita da tutti. Non è perdere tempo aiutare a capire verso quali mete si cammina, scavare nella vita il posto per un obiettivo minimale in cui tutti si riconoscono. Non c'è nessuno incaricato di pensare per tutti. C’è un livello di finalità educativa che deve essere patrimonio di tutti. Senza coscienza dell'obiettivo il fare è fine a se stesso e non fa maturare le persone. Una aggregazione così fatta è un punto di arrivo, è frutto di sforzo educativo. Si parte da dove ci si trova, dalla classe, dalla compagnia o dalla massa, non si snobbano queste altre forme di aggregazione, anche perché non tutti i preadolescenti avranno la possibilità o l'opportunità di un gruppo, e lo stesso gruppo ben fatto non è esente da rischi.

 

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NOTA

1 Un trapianto da superare.
Questa aggregazione, anche se è la più diffusa e la più comoda, va assolutamente superata. In alcune unità sociologiche di popolazione, come i paesi o qualche quartiere, spesso si prendono gli elenchi o le sezioni della scuola media e li si trapianta nella catechesi o nell'oratorio oppure fai tranquillamente gruppi della prima, della seconda della…superiore. Si trasforma così una istituzione educativa ecclesiale in una funzionale scuola con tanto di preside (il dottore, il prete) e gli insegnanti (i catechisti), con tanto di registri di presenza e (perché no?) compiti in classe ed esami, mesi di frequenza suppletiva per chi è stato troppo assente. È sotto gli occhi di tutti l’entusiasmo col quale dopo la terza media un ragazzo o una ragazza sa accogliere una proposta di attività formativa!
Questo è un rischio che corrono anche le scuole cattoliche nelle loro attività formative extrascolastiche, nelle stesse esperienze forti programmate per le varie classi.
Le associazioni (vedi Acr) hanno tentato di rompere questa uniformità; non sempre ci sono riuscite, anche per la mancanza di pluralità di cammini consentiti in preparazione ai sacramenti.