Domenico Sigalini, ANIMATORE: DALLA PARTE DELLE RAGIONI DI VITA, Elledici 2004


Da animatore di gruppo a animatore di giovani

Il filo
Molti animatori iniziano la loro “carriera” in un gruppo, poi lentamente si accorgono che le cose cambiano sia perché il gruppo non è più quella unità di vita assolutizzante come lo poteva essere nella preadolescenza o adolescenza o in certe condizioni sociologiche e geografiche, sia perché l’animatore comincia a non avere più un tempo da dedicare scandito secondo i ritmi di una vita di gruppo. Altri animatori invece di gruppo non sanno niente, ma vogliono dedicarsi ai giovani. Con i passaggi che seguono tento di immaginare l’evoluzione dell’animatore di gruppo verso l’animatore destrutturato, le cui qualità debbono però essere di tutti gli animatori.

Dalla presa in consegna dei giovani per passaggi obbligati alla capacità di generarli alla fede anche nella sofferenza

Fino a pochi anni fa il mondo dei giovani era visto come una naturale susseguirsi di incontri di gruppo dopo la catechesi un po’ stressante della Cresima. Oggi ancora si parla di fuga perché c’è una forte discontinuità e la partecipazione a dei percorsi formativi è una vera scelta, non una continuazione automatizzata. L'educatore si deve conquistare sul campo i giovani, uno per uno in rapporti personali, convincendo la stessa comunità cristiana che è possibile educare, aiutato dall'ambiente e da piccoli progetti. Soprattutto se deve rioffrire la prima evangelizzazione; infatti c’è spesso bisogno di un primo annuncio. Sperimenta fin dall'inizio che educare alla fede è come generare, provare la sofferenza del far nascere in loro la passione verso un cammino di crescita, sostenendoli anche oltre ogni fallimento; anzi, proprio entro il fallimento si vede la qualità morale dell'educazione. Così passa dal valutarli solo entro i traguardi di una programmazione al portarli davanti a Dio sempre nell'intercessione. La preghiera dell'animatore è un appuntamento quotidiano con la speranza per sé e per ciascuno dei giovani a lui affidati.

Dalla tentazione della didattica alla capacità di ascolto profondo

Il lavoro educativo con i giovani è sempre sotto la tentazione di non volere rinnovare niente, al massimo si cambiano gli strumenti didattici. "Abbiamo sempre ottenuto delle ottime risposte con questo metodo, si tratta solo di aggiornare". I giovani hanno bisogno anche di esperti in didattica, ma soprattutto di educatori che li sanno ascoltare, che non si spazientiscono di fronte alla discontinuità o al primo rifiuto, che sanno stare tanto tempo ad attendere, che cercano di carpire da ogni domanda la vera sete. Fa parte di una scelta educativa determinare tempi e metodi per l'ascolto; deve diventare uno dei punti espliciti di un progetto educativo.

Dal concentrare tutto sulla testimonianza alla proiezione verso un progetto morale del vivere da cui ciascuno si lascia giudicare

Si cita spesso al riguardo al frase di Paolo VI, famosa, che aiuta sempre l'educatore a mettersi sulla via della conversione: "Il mondo ha più bisogno di testimoni che di maestri". Verissima. Ma spesso oggi i giovani educatori si scoraggiano. Scambiano l'impegno della testimonianza e la propria vita coerente con il criterio delle verità da proporre ai ragazzi. Se una verità della fede non la vivono, non la propongono, per non essere dei farisei. Il Vangelo che si propone in un cammino educativo non è solo quello che l'educatore sa vivere. La completezza della proposta cristiana non sta nella nostra capacità di viverla, ma nella grandezza che essa è. Non siamo noi educatori che veniamo proposti, ma Lui. E tutti, animatori e giovani, siamo giudicati da un progetto morale del vivere che è sempre più grande di noi. L'educazione non è allora un'opera soprattutto che ciascun animatore dedica agli altri, ma un modo di vivere, di rapportarsi alla propria fede, all'esperienza cristiana. È un esercizio spirituale su di sé. È una struttura di personalità che si delinea nella vita dell'educatore, che lo rende fedele al Signore della vita, a colui che solo tiene le chiavi del cuore dell'uomo e che a Lui continuamente orienta.

Dalla dinamica di gruppo alla proposta educativa pastorale

Ogni educazione dei giovani, soprattutto alla fede, esige un contesto pastorale più ampio del gruppo che da solo non costituisce più una unità di vita del giovane. Infatti:
- la comunità cristiana diventa sempre più soggetto necessario per l'educazione alla fede dei giovani;
- si diffonde la mentalità di lavorare per progetti o per lo meno per programmazione pastorale (cf consigli pastorali, coinvolgimento di laici, unità pastorali, collaborazione tra parrocchie o diocesi);
- risulta sempre più insufficiente una formazione intellettuale o troppo scolastica, e si è obbligati a passare dal gruppo di catechesi al gruppo di vita;
- si sta affermando la necessità di un intervento educativo globale che riguarda tutta la vita del giovane, che non si presenta come membro di una comunità cristiana da aiutare a perfezionare la fede, ma persona, praticamente non credente, da aiutare a accogliere la novità della fede.
L'incontro di gruppo è stato per anni il luogo in cui s'è andata cimentando e dispiegando la capacità educativa degli animatori: dinamiche, interazioni, comunicazione, ricerca, lavori in gruppetti, dialoghi, approfondimenti, sintesi. L'educatore ne era lo stimolatore, il mago della comunicazione, sapeva abilmente gestire le dinamiche di gruppo e aiutare l'acquisizione di atteggiamenti che rimanevano nel giovane come il segno di una profonda formazione. Oggi la vita di gruppo se non viene collegata a tutta la più ampia vita culturale e comunitaria non lascia traccia; se non viene costruita in una sorta di interazione con più interventi formativi, tutti collegati entro una finalità più grande, una progettualità globale della comunità, un dispiegamento di interessi diversificati, complementari e interagenti si rischia di educare un giovane alla maniera dei bonsai, senza la possibilità e la consistenza di poter diventare popolo di Dio in questa società.

Dalla riunione da gestire all'itinerario da elaborare

L'itinerario oltre che essere un distribuire l'educazione alla fede su unità didattiche collegate, oltre che rispondere con interventi diversificati a seconda del destinatario, è coinvolgimento di tutte le dimensioni della vita e di tutto il complesso di relazioni del giovane; chiama in causa quindi altre figure educative. La proposta di educare per itinerari nasce da:
- complessità degli apprendimenti educativi che esigono più una conquista di nuovi valori e atteggiamenti per esperienze che per razionalità;
- consapevolezza che gli adulti detengono comunque le responsabilità degli spazi di vita dei giovani e che quindi non possono non essere coinvolti nei processi educativi;
- l'itinerario per natura sua distribuendo il cammino di crescita secondo dimensioni che investono tutta la vita, con acquisizione di atteggiamenti e proposta di esperienze ha bisogno di collocarsi almeno al crocevia delle varie agenzie educative o istituzioni preposte all'educazione o spazi educativi di fatto.
L'animatore allora è più un costruttore e conduttore di itinerari globali, di cammini, cioè, che aprono il ragazzo su tutto lo spettro della vita ecclesiale e sociale, con continuità e con tante collaborazioni, entro una appartenenza più grande alla vita che un tranquillo, si fa per dire, esperto di dinamiche interpersonali.

Dall'intervento isolato al coinvolgimento di tutti i soggetti "in sistema"

L'animatore non è più solo a giocare sulla piazza, non può preoccuparsi solo di un tratto di strada che i giovani compiono, si sente entro una interazione inevitabile. Spesso trova i giovani cambiati da altri elementi che non riesce, né può controllare. Si intromettono di prepotenza altri fattori che disturbano o aprono a orizzonti più vasti la sua attività educativa:
- è chiamato a superare una sorta di sequestro biologico nei confronti dei componenti il gruppo, maturando una distanza salutare, consapevole e programmata;
- dato il tipo di gruppo di cui si preoccupa, che è dedicato a creare visioni di sintesi della vita, è richiesto di fare da perno tra i vari elementi che entrano a far parte della sintesi. Questa è una operazione non solo di intervento personale sui soggetti, ma anche di collaborazione con gli altri.
La mobilità dei giovani che sono nomadi e randagi in tutto il territorio delle loro molteplici relazioni è molto alta e ha un notevole influsso sui modelli formativi normali.
Nessuna forma educativa può pretendere per sé l'autosufficienza per cui l'animatore non è autosufficiente. La compresenza nel panorama degli animatori di gruppo di diverse figure di animatore capaci ciascuna di operare un rapporto con la realtà ecclesiale e sociale con diverse modalità, secondo una propria inclinazione che non è troppo chiamare vocazione, esige che la non autosufficienza dell'animatore non sia superata solo da una qualificazione più precisa dell'animatore, ma anche da un "gioco di squadra" tra animatori che formano un team affiatato e il più possibile capace di rispondere a tutte le sfide.
Interviene sui meccanismi di transazione dal mondo vitale (il gruppo, l'appartenenza calda e intimista) al sistema sociale. La transazione è attuata col codice dell'alterità, con la scoperta dell'altro da me, che aiuta a trovare i sistemi di valore e a manifestare l'adesione ad essi. È un codice potente che scatta quando si creano le condizioni del confronto tra progetti di vita.

Elogio dell’animatore destrutturato

È l’animatore che si fa trovare là dove sono i giovani, nei luoghi informali di mediazione, nei "corridoi", con l'atteggiamento dell'ascolto che avvia l'attività educativa come un lavoro di scenografia piuttosto che di regia, un incaricato dei consensi, come operatore di mediazioni, con la possibilità di contattare risorse e favorire sintesi. 
È un animatore che non vuole ingrossare le fila di una qualsiasi organizzazione, fosse anche la Chiesa come istituzione, ma vuole spendersi perché la vita di tutti i giorni, in quanto tale, canti la salvezza a cui è chiamata e che quindi riesca a dare alle piccole comunità di senso che sono le relazioni dei giovani tra di loro la possibilità di dirsi e di riversarsi nella comunità di tutti.
È un animatore ricco di verità più che di certezze, entro una spiritualità centrata su Cristo vivo nella propria umanità, meno prodotto confezionato pronto all'uso (magari con marchio doc), ma più capace di mettersi in discussione e in relazione per creare collaborazione; meno competente ("quando sei pronto parti"), ma più itinerante: si fa accompagnare e cresce con gli altri, più disponibile al confronto perché consapevole di non possedere tutta la verità, umile compagni di viaggio.
È una domanda pressante e progettuale all'apertura dell'oratorio, della parrocchia o della zona pastorale, della scuola cattolica, dell'associazione o movimento, della comunità cristiana in genere a tutti i differenti modi di vivere dei giovani, sempre nuovi, sempre da accogliere dopo assenze e ritorni impensati.
È una figura educativa, che permette a molti giovani e adulti non specializzati in particolari discipline religiose di essere educatori-animatori, con gusti, attitudini, passioni, professionalità, abilità e, in ultima analisi, vocazioni diverse, per poter offrire alla comunità cristiana e ai giovani prospettive educative al di fuori del solito giro.
È un classico precario che non si scoraggia se deve fare i conti con animatori professionali, impiegati a tempo pieno, stipendiati; con loro collabora e da loro impara pure. Lui però si deve ritagliare spazi per il suo compito dentro la vita normale e pluriimpegnata, vive la sindrome dell’agenda, ma sa di avere una comunità che lo sostiene.
È un animatore che cresce come cristiano adulto e non con un insieme di "master" specializzati e per questo obbliga la stessa comunità ecclesiale a proporsi come spazio di ascolto, accoglienza, apertura.
Può ben essere “un seduttore nei confronti dei giovani, non per indicare il plagio o la dipendenza, o il plagio, ma per esprimere un momento di proposta capace di mostrarsi significativo tout court, senza costringere a eccessive elucubrazioni o salti mortali per capire che nella comunità cristiana abita la felicità.


ESERCITAZIONI

1. Fotografie classiche dell’animatore

- il bombarolo:
è colui che accosta il mondo giovanile con un approccio distruttore: "È tutto sbagliato! tutto da rifare". In genere non ha alcun progetto educativo e si preoccupa solo di annientare quelli degli altri... e se ci rimettono i giovani tanto peggio;
- il poliziotto:
concepisce l’educazione come controllo sociale; nei tempi passati era un controllo hard, ora è decisamente soft, più raffinato, ma proprio per questo più subdolo;
- il colonizzatore:
è colui che porta la verità, i giusti e sani principi, ad una massa di selvaggi, i giovani soprattutto, che sono senza coscienza e senza cultura... anche con la forza, se necessario;
- il professore in cattedra:
la cattedra è indispensabile per riaffermare e mantenere la distanza tra chi sa e chi non sa, quindi non è; è utile anche la pedana, per far comprendere la magnanimità con cui si concede, dall'alto, il proprio sapere;
- la crocerossina:
fa del lavoro educativo un approccio assistenziale che privilegia il sostegno al giovane da educare non disdegnando di sostituirsi ad esso per alleviargli la fatica di crescere, di fatto costringendolo in una costante subordinazione;
- il terapeuta:
la società è malata, i giovani sono malati, la cura va decisa e somministrata da chi sa cosa va fatto per il bene di tutti... non bisogna preoccuparsi: la medicina, più è amara e più fa bene;
- l'autonomo:
un approccio trasgressivo ad oltranza, sempre e comunque, dove la trasgressione diventa regola e norma totalizzante e non necessaria valvola di sfogo e utile strumento per acquisire maturità e autonomia;
- l'animatore di villaggi turistici:
fonda la sua azione su un approccio semplificante, che riduce e rimuove la complessità appiattendo l'intervento educativo sull'intrattenimento, sul passatempo di evasione;
- l'amico o, come variante, il fratello:
ha un approccio intimista che riduce la relazione educativa ad un cameratesco e complice accordo o ad un edulcorato legame affettivo.
- l'intellettuale disorganico:
gli ideali (la società perfetta, la felicità, l'uomo tutto d'un pezzo che si piega ma non si spezza, il cristiano senza compromessi) sono la meta da raggiungere, costi quello che costi, da imporre anche con il lavaggio del cervello.

Come accade per tutte le caricature, ogni educatore, può essersi riconosciuto in uno o più di questi personaggi. Un po’ di autoironia è necessaria.
In quale ti riconosci meglio nella tua attività educativa che svolgi oggi: animatore, genitore, insegnante, direttore di palestra, barista…
Che cosa ti serve per uscire da queste figure o da questo melting pot che stai combinando?

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