Domenico Sigalini, ANIMATORE: DALLA PARTE DELLE RAGIONI DI VITA, Elledici 2004


Il metodo formativo nella pastorale giovanile

Il filo
L’educatore a cui noi pensiamo è colui che vuole tanto bene al giovane da offrirgli il segreto della felicità: per il cristiano il segreto della vita e della felicità è Gesù Cristo, Figlio di Dio. Non è una scelta confessionale, nel senso di una visione mortificante dell’umanità per ossequio a qualche settarismo religioso, ma la consapevolezza che la pienezza del giovane si scopre solo nella sua vocazione ultima e che essa è scritta già nella sua vita che va fatta crescere e scavata in profondità e che esiste una comunità che ne aiuta a compiere fedelmente i passi. Lavorando tra i giovani come educatore non si può lasciare questo compito alla spontaneità o usare la Parola di Dio come strumento di metodo da cui trarre direttive pedagogiche anche in ordine alla adesione alla fede. Occorre farsi un metodo. Necessaria a questo punto è la conoscenza del volume n. 8 della collana di Giuseppe Ruta, “Progettare la pastorale giovanile oggi”, qui si tenta di ricordare l’impianto di base e di creare voglia di approfondire. Qui inoltre si parla solo di metodo, i contenuti di una educazione alla fede sono ben esposti nel testo della collana di L. Gallo: Per la vita di tutti.

Educazione e evangelizzazione

Educazione ed evangelizzazione hanno ciascuna una loro consistenza e una loro dinamica, anche all’interno della pastorale, sebbene vengano unificate da una finalità unica: la salvezza.
• Gli operatori di pastorale “come educatori” promuovono la maturità della persona attraverso un itinerario che comprende superamento di condizionamenti, preparazione professionale, maturazione culturale, apertura alla libertà e alla verità. Si collocano nel campo culturale della crescita dell’uomo.
• Da educatori alla fede si propongono di rivelare il mistero di Cristo, condurre alla sua persona, far scoprire nel vangelo il senso supremo, aiutare a crescere come uomini nuovi.
Le due dimensioni sono però intimamente unite. Ciascun processo è in ogni tappa aperto all’altro per le sue valenze intrinseche:
- l’educazione si ispira all’umanesimo religioso e trova nel riferimento a Cristo la sua chiave antropologica;
- l’evangelizzazione risveglia energie educative e si traduce in promozione della persona a partire dalla considerazione della sua dignità rivelatasi in Cristo.
Sono intercomunicanti tra di loro anche per le risonanze soggettive nel giovane:
- l’educazione suscita la ricerca di senso e il desiderio di Dio:
- l’evangelizzazione rapporta alla razionalità e organizza i valori in una personalità originale: quella del credente.
Lo sono inoltre per la concezione globale che guida l’operatore, frutto di un’esperienza spirituale: egli è convinto che nell’umano autentico c’è Dio e che dalla grazia scaturisce ricchezza di umanità. L’educazione viene ripresa a partire dall’annuncio di Cristo con una nuova profondità. “In Cristo si trova il senso supremo dell’esistenza e si cresce come uomini”. Viene risignificata quando ha luogo all’interno del senso della fede. La modalità educativa si percepisce nella considerazione del “soggetto” considerato come agente principale: anche l’evangelizzazione “fa appello alle risorse dell’intelligenza, del cuore, del desiderio di Dio che ogni giovane porta nel profondo di sé”, e “incontra i giovani nel punto dove si trova la loro libertà”; “cerca che siano progressivamente responsabili nel delicato processo di crescita della loro umanità nella fede”. La modalità educativa la si vede inoltre nell’intervento dell’evangelizzazione: esso è comunicazione di esperienza, accompagnamento, proposta, stimolo, condivisione, animazione.
Ne consegue allora che l’educazione, la crescita umana vengono considerate come una via verso la fede e una dimensione indispensabile del suo sviluppo. Il processo educativo aiuta i giovani a scandagliare, assumere e amare la vita nelle sue sfide e possibilità, apre al religioso e prepara all’ascolto del vangelo. Il vangelo si fa seme dentro l’esperienza maturata fino al momento del suo annuncio e restituisce ai giovani una nuova progettualità quotidiana. La sua accoglienza si riflette su tutti gli aspetti della crescita umana. Concepire l’educazione come dimensione interagente nella nascita e sviluppo della fede, vuol dire valorizzare al massimo le mediazioni educative, non soltanto come facilitazioni metodologiche esterne, ma come elementi integranti l’esperienza della fede stessa: il rapporto educativo, la comunità, i processi di crescita, la qualità della proposta pedagogica. Il tema centrale, dunque, nel dialogo sulla fede con i giovani, è il binomio vita-salvezza. Il messaggio e la grazia della salvezza vengono percepiti come tali all’interno di un’esperienza umana in cui si è accolti, valorizzati come persone e si acquista nuova coscienza della propria dignità. Questa è anche la terra nella quale ogni seme di vangelo continua a produrre frutti. Dialogare sulla vita-salvezza è far capire che ognuno, anche nelle situazioni più povere, ha la possibilità di rendere valida e desiderabile la propria esistenza e gustare felicità; far percepire quanto il vangelo venga incontro e oltrepassi questo desiderio di pienezza.

Alla ricerca di un modello educativo

In ogni processo educativo prende forma una sequenza che mescola e collega quattro parole, quattro aspetti fondamentali:
- obiettivi, il punto a cui si deve giungere, la meta;
- domande, il punto di partenza, la vita, l’esperienza;
- metodo, come si devono montare gli elementi fondamentali per giungere alla meta ;
- valutazione, verifica dei risultati percepibili del lavoro fatto.
A seconda di come sono messe in sequenza otteniamo un particolare modello formativo, una particolare pastorale giovanile.

Il modello deduttivo o modello idraulico

La sequenza è:
* Obiettivo. È necessario avere chiare le idee da comunicare, le verità già definite fuori dalla mischia, gli eventi che non dipendono dall’uomo e fare in modo di orientare ad essi i giovani.
* Domande. Ogni giovane ha una sua vita, segnata da esperienze di vario genere, spesso è distratto e superficiale, piuttosto lontano dall’obiettivo. Ebbene occorre fare in modo che l’obiettivo entri in lui, lo pervada e lo cambi. Le sue domande sono solo un disturbo e una zavorra per fargli spiccare il volo.
* Metodo. Per fare in modo che il giovane capisca e accetti l’obiettivo la domanda principale da porsi è: come? Quale metodo utilizzare per far entrare nella vita distratta di questo giovane le verità di fede, il cristianesimo, la morale cattolica? Siamo alla ricerca dell’imbuto, che deve essere adatto alla bocca, al collo della bottiglia. Per questo tale metodo pastorale è detto anche idraulico.
* Valutazione. Si tratta ora di vedere se la bottiglia è piena, metterla contro luce per capire a che livello è il contenuto. È un modello statico che valuta gli effetti dal tipo di accettazione dei contenuti.
È evidentemente un metodo che non risponde alle esigenze del principio teologico dell’Incarnazione, che non valorizza l’umanità, ma la considera solo come un contenitore di elementi che sembrano predefiniti. La fede è vista in termini astratti, freddi, fatta solo di enunciazioni di formule di verità. Il vangelo non è una trasformazione della vita, ma una sovrapposizione, che non può contare sulla creatività dei giovani per essere detto anche oggi in maniera viva e affascinante perché legata alla vita.

Il modello riduttivo o a indice di gradimento

La sequenza è:
* Domande: al primo posto stanno le condizioni, i desideri, le aspirazioni dei giovani. La loro vita è qualcosa di bello, di entusiasmante, di positivo. Sono generosi, positivi, senza malizia, anche se conoscono involuzioni, ma sono capaci di ripensare e di riordinarsi verso gli ideali che coltivano quasi spontaneamente.
* Obiettivi: esistono delle realtà più grandi di loro, esistono i dati della fede, ci sono ideali e valori che la tradizione porta con sé, sono utili anche per i giovani, ma la cosa più importante è la loro vita, che non va appesantita delle cose del passato o dei valori degli adulti che tolgono spesso libertà e producono asfissia.
* Metodo: il problema è non tanto come aiutare i giovani a capire gli ideali o i valori, ma che cosa far pervenire a loro di tutto questo patrimonio e che loro possono vivere? In pratica si tratta di adattare al giovane le verità, i valori perché siano felici e soddisfatti.
* Valutazione: la buona riuscita del processo educativo viene misurata dall’indice di gradimento che i giovani esprimono. È vedere se sono contenti, se si trovano bene, se sono soddisfatti, se a loro piace tutto quanto si propone, se li ha aiutati a esprimersi, ad autorealizzarsi.
Anche questo modello, che può essere anche chiamato giovanilista, non solo non accoglie il principio teologico dell’Incarnazione, ma è carente anche dal punto di vista pedagogico. È inaccettabile. Che avere giovani contenti nei nostri ambienti non guasti è vero, che ci siano modelli educativi che valorizzano i giovani è necessario, ma non a costo di ridurre il vangelo a galateo o a approvazione delle mode del tempo. I giovani si sentirebbero doppiamente ingannati, sia perché sono stati privati delle cose grandi della vita, sia perché non hanno potuto caricare delle loro energie e creatività il messaggio cristiano. Si crede che il giovane abbia solo bisogno di sorrisi, di accoglienza delle sue domande. In questo modello ci si lancia un po' ingenuamente a rincorrere temi come la realizzazione di sé, la facile gioia del vivere, la necessità di un cristianesimo giovane, gioioso, quasi il risultato di un movimento automatico e spontaneo del crescere umano. La fede è quasi vista come l'espressione finale di una crescita umana, senza salti di livello. Con questa mentalità anziché elevare la capacità del giovane di puntare su mete alte si è quasi addomesticato il cristianesimo. Il giovane ha bisogno solo di mettere un po' di ordine tra quelle virtù umane che fondano lo star bene. Per non presentare la fede come un ostacolo, una rinuncia alla piena umanità e Gesù Cristo come un pericoloso antagonista della gioia di vivere del giovane si è cercato di adattare il cristianesimo a quello che l'educatore, con scarsa fiducia nel mondo giovanile, riteneva fosse possibile praticare alla media del mondo giovanile. Una generazione di giovani in questa maniera è stata privata delle proposte esigenti del cristianesimo, è stata abituata a vivere nell'acqua tiepida, ad abituarsi a una mediocrità felice. Si è adattato il cristianesimo.

Il modello circolare o ermeneutico

La sequenza è:
* Sullo stesso piano: domande e dato di fede (obiettivo): la vita è l’unica carne in cui può prendere corpo la Parola di Dio, oggi. E l’evento della fede è l’unica possibilità che è data all’uomo per superare la sua invincibile povertà.
* L’obiettivo allora diventa la conclusione nuova di questa mutua interrogazione. È un nuovo cui la vita si apre e la parola innerva. È una sintesi di fede e vita, non è la sola esperienza umana o una fredda enunciazione di una verità astratta, ma una nuova formulazione dell’esistente.
* Il metodo è di mutua interrogazione. Tutto lo sforzo va nel saper leggere nella vita le tracce della parola e nella parola le concretezze della vita e la luce per approfondirla. Una domanda che riassume e orienta la ricerca è: che cosa regala la vita alla parola e che cosa regala la parola alla vita.
* La valutazione è l’esperienza credente che cresce, il giovane diventa sempre più persona e la fede ne illumina sempre più in profondità l’esperienza.
A questo punto occorre riprendere il cammino, perché la vita cambia, si fa più esigente, si allarga a nuove prospettive, il germe che essa è produce nuovi frutti e ha bisogno che la Parola offra sempre maggiori profondità di ascolto e di salvezza.
Noi ci riconosciamo in questo modello circolare o ermeneutico. Rimando al testo di Tonelli, citato sopra, pp. 38-40, per una esplicazione più precisa dell’atteggiamento ermeneutico. Non è assolutizzazione della domanda, né delle proposte, ma attenta lettura della vita che si lascia illuminare dalla Parola. È una operazione che non può fare l’animatore in solitudine, è compito della comunità cristiana, della comunità educativa, della convergenza della ricerca di tutti gli interattori della formazione. Non è un lavoro che inizia solo oggi. Già gli stessi documenti della Chiesa, i catechismi, sono pensati in questa prospettiva. Si tratta di renderla evidente e offrirle una modello formativo capace di far diventare vita concreta.
In questo modello il momento più delicato e più esaltante è la mutua interrogazione tra fede e vita, è analizzare le domande, farle esplodere con tutti i loro significati col metodo della scommessa e metterle di fronte alla luce della Parola che va studiata a fondo. A questo riguardo suggerisco un metodo che permette di rendere concreta questo confronto.

Fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo

Fedeltà a Dio e fedeltà all'uomo sono in ultima analisi un'unica fedeltà che non si può separare. Il tragitto da seguire ha le seguenti tappe.

Analisi dei bisogni e delle domande del mondo giovanile

Non posso progettare interventi educativi, se non conosco il soggetto di questa relazione. Non si tratta di morire di istogrammi, di commissionare alla solita università una poderosa ricerca sul mondo giovanile, ma di acquisire, anche attraverso analisi scientifiche della realtà dei giovani, una capacità di lettura dei comportamenti, delle esperienze simbolo atte a rappresentare il vissuto giovanile, di fotografare i modi di pensare.
C'è da vincere più di una tentazione: quella di leggere con la prospettiva del “come”, cioè pensando immediatamente agli strumenti che si dovrebbero utilizzare per tirare i giovani dalla nostra parte. In questo caso la lettura dei loro bisogni sarebbe del tutto strumentale e incapace di cogliere le provocazione della loro vita. L'altra è quella “manichea” di leggere la situazione giovanile con in testa già un pregiudizio: i giovani sono indifferenti, sono lontani, sono senza valori, manca lo spirito di sacrificio; oppure sono il futuro del mondo, sono generosi, hanno grandi energie. In quest'altro caso l'analisi è solo un pretesto e un perdere tempo per decisioni e progetti già scritti.

Analisi delle risposte della società

Al mondo giovanile si dedicano tante agenzie; chi con occhio commerciale, chi con mire politiche, chi con voglia di controllo, chi con appassionata volontà educativa, chi con impotenza, chi con mire di morte. Un qualsiasi progetto educativo deve saper fare i conti con la complessità della realtà, delle risposte della società ai bisogni dei giovani, delle occasioni che propone, delle prospettive che apre, delle speranze che tradisce, dei diritti che non vengono rispettati, dei faticosi ricuperi e avvii a una vita più dignitosa. Non siamo soli sulla faccia della terra ad appassionarci dei giovani, non siamo “sempre” i più bravi. È importante che non ci sentiamo gli unici sia per collaborare, sia per non illuderci di essere un'isola felice. Anche qui è da evitare una visione sempre e comunque negativa della società in cui viviamo.

Approfondimento delle domande di vita

La lettura dei bisogni resterebbe superficiale, se non si avesse il coraggio di scavare sotto i desideri. Educare non significa spegnere i desideri, ma scavare e aprire voragini di sete, laddove si presenta anche una debolissima domanda. I bisogni, i fatti, i comportamenti nascono da alcune domande profonde, anche se ne manca la consapevolezza. Nell'uomo ci sono qualità irrinunciabili dell'essere che sono veicolate dai comportamenti esterni, dalle domande e dai bisogni: queste occorre intuire se vogliamo scommettere e non essere semplicemente responsoriali. Di che cosa sono segno queste domande profonde? Sono fame e sete di quale cibo e di quale acqua?

La proposta di Cristo, Parola di Dio

In questa ricerca si pone di fronte a noi perentorio il volto di Cristo. Non siamo senza compagnia nell'educare, anzi abbiamo una meta che ci porta continuamente, che ci indica il senso del cammino. L’esperienza di fede del popolo di Israele (l’Antico Testamento), dei discepoli e delle prime comunità apostoliche (Nuovo Testamento) ci illuminano, ci fanno ritrovare il senso della vita proprio dentro quel quotidiano del giovane che abbiamo analizzato e interrogato. La Parola di Dio non è mai sufficientemente conosciuta e soprattutto meditata e interiorizzata. Spesso si attacca sulla nostra attività educativa come un bollo, anziché essere una ristrutturazione di atteggiamenti, di obiettivi e di itinerari. Già la visione della vita e le letture fatte prima risentivano della precomprensione della Parola, che abita dentro di noi. Occorre però qui mettersi esplicitamente all’ascolto per trarre anche cambiamenti radicali di rotta, per spingere la vita del giovane su traguardi impensati, voluti e resi possibili solo da Dio.

Ascolto dell’esperienza della Chiesa

Siamo educatori in una comunità. Abbiamo postulato la sua presenza, compagnia, ma soprattutto paternità di ogni attività di pastorale giovanile. La saggezza della Chiesa, la sua tradizione, i suoi santi, le riflessioni colte (teologia) e popolari (religiosità popolare), gli stessi catechismi ci segnano la strada, ci affiancano nel sorreggere il cammino, ci fanno sentire in una grande famiglia che cerca e dona senso alla vita, diventano stimolo alla missionarietà. Spesso l’educatore giovanile crede di dover inventare di nuovo tutto, di essere all’anno zero non solo della passione educativa, ma anche della proposta di vita cristiana. La tentazione della “palingenesi”, del cominciare tutto daccapo, del darsi la patente di vero cristianesimo, ha colpito più di un gruppo o movimento giovanile. La Chiesa è un segno levato nel mondo, apposta per far da freccia sicura per tutti verso il Regno.
Solo a questo punto si può, tenendo conto di tutti i contributi, definire una meta generale, un obiettivo capace di far crescere la realtà giovanile.

L’educazione è sempre “indiretta”

Non c’è valore, atteggiamento o convinzione, anche soltanto umana, che possano essere “impressi” o travasati nel soggetto senza l’intervento definitivo della sua libertà, alla soglia della quale si fermano tutte le mediazioni. Si rende allora necessario favorire processi piuttosto che far accettare formule o abitudini. Parlare di processi è immaginare una successione di fatti, fenomeni e attività aventi tra di loro un nesso, attraverso i quali si intende aiutare il soggetto perché, partendo dal punto in cui consapevolmente si trova, consapevolmente raggiunga ciò che intravede come realizzazione ideale. L’educazione richiede tempi lunghi, perché non propone esperienze disgiunte dalla vita, ma guarda il muoversi globale della personalità. Senza ragione però si accusa la questo procedere per processi di lentezza e ci si appella all’energia movente del “messaggio”. Anche nell’educazione si ammettono i salti insieme ai passi progressivi, i percorsi imprevisti insieme a quelli regolari. Il proporsi un cammino non vuol dire obbligarsi a sostare a tutte le staffette. L’importante invece è che tutto maturi nella libertà attraverso un dialogo tra realtà percepita e coscienza, e non attraverso plagi, manipolazioni affettive o intellettuali, infatuazioni comunitarie. La qualità intrinseca degli interventi e delle mediazioni diventa allora importante, e di conseguenza diventa “impegnativo” anche riguardo alla fede il discorso sugli educatori, sul rapporto educativo, sulle esperienze, sugli obiettivi a cui viene orientata tutta l’azione.


ESERCITAZIONE

Il modello ermeneutico alla prova

Prova a declinare qualche argomento educativo con i tre modelli sopraelencati.
Esempio: Educazione a rispondere alla vocazione.
- Come si configura nel modello deduttivo?
- Come si configura nel modello induttivo?
- Come dovrebbe invece essere e quali elementi occorre mettere in gioco e come?
Per aiutarti ti presento un esempio di come costruire un intervento educativo per gli adolescenti sulla tematica della vocazione.
Il primo lavoro da compiere è di costruire in maniera corretta la meta generale; per questo la prima parte della raccolta di materiali segue uno schema di lettura comparata da vari punti di vista: psicologico, sociologico, antropologico, biblico, teologico, ecclesiologico. Solo alla fine di questo studio è possibile stabilire la meta generale. Fa da guida a questa ricerca l'ultima stesura del capitolo V del catechismo dei giovani/1 “Io ho scelto voi”, che qui viene smontato secondo le fasce in cui è composto e riscritto in termini più operativi.
In questo modo si fa una sorta di itinerario, tentativo di dare gambe, dinamica e vita al tema del capitolo, non prima di aver capito che cosa esso si propone ultimamente.
Questo materiale non serve direttamente alla conduzione concreta degli incontri con gli adolescenti, ma aiuta i catechisti animatori a operare la sintesi educativa esigita dal modello ermeneutico come integrazione tra la fede e la vita, evitando operazioni deduttivistiche (verità astratte da insegnare) o riduttivistiche (bisogni da accontentare in verità addomesticate).

1. L’esperienza dell'adolescente

Si tratta di vedere da quali situazioni emerge il fatto vocazionale, quali bisogni veicolano la ricerca di una realizzazione di sé, quali comportamenti o esperienze simbolo esprimono la ricerca vocazionale dell’adolescente. Occorre fotografare i modi di fare, di pensare, le opinioni correnti, le aspettative e le involuzioni. È una lettura angolata, che parte da una precomprensione, non però da pregiudizi.
Atteggiamento di fondo è la valorizzazione e attenzione a ogni domanda, senza preoccuparsi di incasellarla in un giudizio spesso preconfezionato, sfiduciato o ingenuo a seconda dell'ideologia “vocazionale” dell'animatore.
- L’adolescenza è caratterizzata dalla scoperta di sé e di una propria nuovissima interiorità cui tutto lentamente viene a far capo;
- esistono alcune scelte obbligate che innescano problemi vocazionali: la scuola e una eventuale professione, il lavoro e un certo modo di darsi prospettive future;
- prevale la tendenza a vivere alla giornata entro una esplosione di desideri spesso spenti dal consumismo;
- la cura televisiva, come rifugio nella assenza di possibilità di fare gruppo, compagnia, crocchio, mette a contatto di innumerevoli modelli, spesso esaltanti e non sempre criticamente valutati;
- tenacia nell'inseguire mete impossibili o altalena di gioie e frustrazioni nel seguire la via ordinaria;
- sfiducia nelle proprie capacità e difficoltà a leggere con continuità e collegamento le varie esperienze anche positive della vita;
- esplosione di vocazioni (ad esempio: animazione, carità, ruoli educativi ... ) con difficili equilibrati itinerari per servirle.

2. L’ambiente sociale

La ricerca vocazionale va collocata entro una realtà sociale che sviluppa, risponde o provoca la vita dell'adolescente. È importante allora cogliere quali risposte dà la società ai bisogni espressi, quali occasioni propone per una ricerca positiva della propria realizzazione, verso quali prospettive orienta le energie, che strumenti mette a disposizione perché un adolescente sia in grado di proiettarsi verso un suo futuro, una sua scelta globale di vita. Diventa spesso naturale in ogni educatore un atteggiamento manicheo, che divide subito il mondo in due zone: quella del bene, il gruppo, la comunità cristiana, l'oratorio... e quella del male, la società, la scuola, la strada... È un atteggiamento ingiusto e semplificatore che in fase di progettazione è del tutto errato perché fa scattare pregiudizi che impediscono la formulazione di una meta generale obiettiva. In pratica nella mente del catechista funziona già da criterio, come se fosse stato dedotto da una meta prefissata da cui non ci si riesce inconsciamente a liberare. In altre parole significa che in questo modo facciamo finta di andare alla ricerca di una meta generale, ma in verità essa lavora già dentro di noi come verità stabilita, al di fuori di ogni circolo educativo. L'analisi in questo caso è un pretesto:
- l'esperienza scolastica spesso aiuta a conoscere meglio le proprie capacità e doti;
- la mobilità e l'accostamento di tante esperienze permette di confrontarsi e di non indebolire immancabili fissazioni e plagi;
- presenza di varie forme di professioni e di indirizzi scolastici che ad esse preparano;
- mentalità del successo con indebolimento del senso critico;
- esistenza di zone a rischio che non permettono di prevenire proposte devianti;
- omogeneizzazione culturale che appiattisce gli ideali al livello più basso;
- l'alternativa tra essere e sembrare che non permette di costruire su elementi di sostanza la propria identità;
- la facilità di accostare modelli diversificati, senza l’imposizione ideologica;
- la presenza di strutture anche civili di sostegno alle scelte di vita.

3. La visione antropologica

Cercare chi diventare, dove orientare la propria vita, quale persona costruire non è operazione esteriore. Le domande e la ricerca, i bisogni e le aspirazioni sono radicati in uno statuto interiore dell'uomo. Il bisogno di modelli è segno di una sete più profonda del gusto di un momento. Si tratta allora di vedere quale domanda di vita sta alla base di tali bisogni. Esistono delle qualità e delle costanti irrinunciabili dell'essere uomo che vengono veicolate da queste domande. Un educatore che ritiene chiusa la lettura delle domande al censimento di esse e che crede di educare ponendo una botola (leggi, una risposta) alla domanda, non educa, ma spegne i desideri. Occorre invece vedere che significato hanno per la vita dell'uomo le domande sul suo futuro, sul chi diventare, sulla ricerca del modello. Di quale sete e di quale fame sono segno tali comportamenti?
- qualifica l'uomo proprio la capacità di inventarsi il suo futuro. Rispetto a esso l'istinto lo abbandona; l'uomo non è programmato come una macchina;
- la convivenza e il confronto con gli altri deve essere fatto da una percezione della propria unità e identità interiore;
- esiste nell'uomo una necessità di sicurezza, di unità, di punto di vista personale da cui guardare la vita;
- l'attrazione dei modelli o la risposta a una esplicita proposta (che noi diciamo chiamata) esprime la necessità di essere con gli altri entro una condivisione, compagnia e solidarietà umana;
- la stessa crescita ha bisogno di poli di attrazione per svilupparsi, di mete percepibili per dare unità alle varie doti e possibilità che ogni uomo possiede;
- l'energia dell'affettività si scatena su mete esperimentabili;
- la possibilità di relazione con gli altri esige di non essere un fascio di richieste, ma una unità.

4. La parola di Dio

Dopo aver analizzato le domande, occorre porsi in serio ascolto della Parola. Dio non è la conclusione dei nostri sforzi di cercare risposte alla vita, non è una conferma a quanto abbiamo intuito, non è un complemento doveroso di una vita che riscopre una dimensione religiosa, ma una Parola viva, provocatoria, più avanti di quanto a noi è possibile immaginare. È capace di continuità e di rottura con la nostra esperienza, ne ha distribuito nella nostra vita già la sete, ma si pone come acqua per arsure impensate; non è risposta, ma scommessa; accoglie i nostri desideri, ma non li spegne; è al fondo di ogni invocazione, ma la oltrepassa.
L’ascolto della Parola non chiude il problema, ma nemmeno si fa misurare da esso. Nella ricerca della meta generale di ogni cammino di fede offre un'anima, ma ha bisogno di una carne in cui essere riscritta in maniera originale. Con questo atteggiamento ricerchiamo nell'esperienza codificata della fede del popolo d'Israele (Antico Testamento) e nelle parole e fatti di Gesù e nelle esperienze dei discepoli come ce li hanno tramandati le prime comunità cristiane (Nuovo Testamento) che cosa propone Cristo o indica la Parola sull'esperienza della vocazione:
- la storia della salvezza è la storia di una continua chiamata: chiama l'uomo, chiama il popolo, chiama i vari personaggi della storia del popolo ebreo, chiama i profeti, chiama Giovanni il Battista, chiama Maria;
- in questa chiamata si coinvolge dentro la storia dell'uomo in Gesù, che diventa colui che chiama definitivamente nel Regno: chiama tutti quelli che incrocia nel suo cammino, chiama gli apostoli, chiama i peccatori, chiama a tutte le ore;
- alla sua morte e risurrezione lo Spirito continua nella Chiesa la chiamata; chiama alla testimonianza fino al martirio, chiama alla missione, formula un mandato;
- c'è chi accetta e esperimenta la gioia, chi rifiuta e se ne va via triste;
- non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi: andate in tutto il mondo...

5. L’esperienza della Chiesa

La Parola di Dio è compresa a fondo e pienamente solo se accolta dalla viva voce di una comunità cristiana che, illuminata dallo Spirito, si fa continuamente chiamata attuale per ogni uomo; la comunità cristiana riflette e si lascia trasformare dalla Parola e elabora proposte precise di sequela di Gesù. La saggezza della Chiesa, la sua tradizione, i suoi modelli eccezionali e quotidiani, riconosciuti o sconosciuti, le riflessioni colte o popolari ci aiutano a rivivere in maniera originale oggi il rapporto chiamata risposta. Non è possibile educare gli adolescenti alla vocazione se non si interroga la vita della Chiesa e non si approfondisce ciò che essa ci propone e come risponde alle domande di realizzazione, di identità e di futuro dell'adolescente:
- la Chiesa esprime una prima fondamentale chiamata alla vita, all'amore, alla santità e alla sequela di Gesù;
- la Chiesa presenta i vari carismi e vocazioni, ciascuno con la sua dignità: fedele laico, presbitero, religioso o religiosa;
- ogni santo è una storia di chiamata e risposta, di ricerca appassionata e di incontro sorprendente;
- riporta alla famiglia come a luogo primario di educazione della domanda e della risposta, del rendersi conto dei doni e del metterli a disposizione;

A questo punto siamo in grado di stabilire una meta.
Abbiamo analizzato la realtà, ci siamo posti in ascolto della Parola di Dio nella Chiesa, abbiamo letto il capitolo del catechismo, che ha già percorso per noi tutte queste tappe: ora descriviamo in maniera sintetica che cosa vogliamo comunicare agli adolescenti, quale, è, il traguardo di una cammino sulla vocazione fatto con loro attraverso la catechesi.
Ora è più chiaro che cosa vogliamo offrire all’adolescente, cioè:
Aiutare l'adolescente ad aprirsi positivamente alla ricchezza delle scelte che la vita, la comunità cristiana e il mondo gli propongono, mentre scopre in sé i doni e le qualità che Dio gli ha dato, e a sentire in ogni slancio, propensione, desiderio di dono, attrazione verso modelli, profonde convinzioni interiori, provocazioni della vita, una chiamata da discernere in un rapporto personale e coinvolgente con Gesù e un invito ad assumere responsabilità e ruoli precisi nella Chiesa e a spendersi per il Regno di Dio.
In questo insieme di parole risaltano alcune convinzioni che faranno da guida nell'itinerario:
- la necessità di restare aperti;
- l'attenzione ai molti modi interiori e esteriori, coi quali ogni adolescente gioca la sua vita, in cui va letta in profondità la chiamata di Dio;
- la consapevolezza che è la chiamata di Gesù che è scritta nei fatti grandi e piccoli della vita;
- il pensare alla Chiesa come luogo in cui assumere un ruolo e un posto non contingente, ma necessario per vivere da cristiani;
- la decisione di spendersi comunque attraverso ogni scelta per il Regno di Dio;

Per concludere.
Provati a ripetere lo stesso lavoro per un'altra tematica caratteristica, per esempio la carità.