Domenico Sigalini, ANIMATORE: DALLA PARTE DELLE RAGIONI DI VITA, Elledici 2004


PARTE PRIMA
Sette idee per cominciare con il passo giusto


Fare un corso per animatori di adolescenti e di giovani è un’impresa spesso disperata, soprattutto perché gli devi inscrivere tutta una serie di elementi che qualificano una figura di educatore e questi spesso viene dalla vita semplice e generosa di un ambiente educativo come la parrocchia o un oratorio o una associazione. È un volontario, appassionato, convinto di offrire un aiuto come l’ha ricevuto lui. Non so per quanto ancora dureranno questi corsi e invece quanto dovranno cedere il posto a corsi molto seri e professionali, in facoltà universitarie di scienze della formazione o dell’educazione. Ben vengano queste specializzazioni. Io credo però che ci sia uno spazio molto legato alla vita di una comunità, alle esperienze educative quotidiane a tentativi belli di mettersi a disposizione, a generosità che devono essere fatte crescere, che deve essere continuamente tenuto aperto, almeno come vivaio di vocazioni all’educativo. Non ci scandalizziamo se tra questi educatori ci sono alcuni adolescenti di seconda generazione generosi, purché siano sempre amati da qualcuno e non strumentalizzati a niente, seguiti ad uno ad uno e aiutati a fare del loro sogno una strada bella, a fare della educazione un tirocinio di crescita personale prima che un compito per gli altri, un esercizio spirituale su di sé. Qui mettiamo a disposizione alcuni passi, alcune sintesi che rimandano a testi più completi. È una infarinatura, un tentativo di far nascere voglia di qualificarsi e soprattutto decisione di spendersi. 


Fiducia e stima per i giovani: scelta unilaterale

Il filo
Non si può iniziare a pensare alle giovani generazioni senza aver fatto una decisione previa, unilaterale, forse immotivata, controcorrente: quella di stare dalla parte dei giovani. S. Giovanni Bosco diceva: mi basta che siate giovani perché io vi voglia bene. Non si sarà mai posta sufficiente fiducia nelle giovani generazioni. Occorre invertire la tendenza generale alla lamentela e dare vita con tutti quelli che ci stanno a una costituente educativa.

Una precomprensione obbligata: lettura appassionata dei giovani (come fa il Papa)

Ci viene in aiuto, anche come interrogativo per la nostra coscienza, il discorso del Papa ai giovani Kazaki, domenica 23 settembre 2001.
Mentre tutti tentavano di mostrare i muscoli e venti di guerra soffiavano sul nostro pianeta (eravamo a pochi giorni dal famoso 11 settembre 2001), lui, il Papa, imperterrito, fragile, senza divisioni, approda nell’Eurasia, non solo terra tra l’Europa e l’Asia, ma nome dell’università di Astana, in Kazakhstan e qui incontra i giovani: È ancora Lui, il papa di Tor Vergata, che non si abbasserà mai a dire ai giovani: “ai miei tempi[1]”, a buttare in faccia le debolezze della vita, a spegnere le piccole speranze, ingenue e fragili. Per i giovani ha sempre e solo parole di grande dignità. “Chi sono io secondo te papa Giovanni”?, si immagina che gli chiedano. E lui risponde: “Tu sei un pensiero di Dio, tu sei un palpito del cuore di Dio, tu hai un valore in certo senso infinito, tu conti per Dio nella tua irripetibile individualità”. Non penso che tutti noi che ci interessiamo ai giovani abbiamo chiara questa prima immediata precomprensione. Se ci rivolgessero la stessa domanda che hanno fatto a lui: “chi sono io secondo te papà, mamma, insegnante, politico, allenatore, educatore, suora, prete? noi diremmo: siete una preoccupazione, non siete capaci di coerenza, siete svogliati nello studiare, vi manca lo spirito di sacrificio, siete smidollati, scansafatiche…Per il papa invece i giovani non sono massa di manovra, non sono statistiche, non sono contemporanei da cui difendersi, non sono bastardi perditempo, ma “i chiamati ad essere artefici di un mondo migliore”. Non sono solo parole per blandire, per accontentare, per lasciare nella solitudine, ma per fare salti di qualità. Nessuna realtà terrestre vi potrà soddisfare pienamente, la vostra vita ha come fine di essere “donata all’Altissimo”, come canta il poeta kazako Jussavi. In kazako, “ti amo” significa “io ti guardo bene, ho su di te uno sguardo buono”, proprio quello di Dio su ogni giovane.
“C’è un Dio che vi ha pensato e vi ha dato la vita”. E questa fede darà a tutti basi sicure per costruire l’edificio della vita e del mondo.
È il costante atteggiamento del Papa nei confronti dei giovani e un insegnamento che deve diventare parte del nostro interessarsi dei giovani da animatori. Lo possiamo accostare a tutte le altre affermazioni che costellano il felice rapporto del Papa coi giovani.
Non possiamo dimenticare il discorso del 7 dicembre 1965 di Paolo VI quando, a chiusura del Concilio e parlando appunto di esso, ebbe a dire: “Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal concilio sul mondo umano moderno. Il suo atteggiamento è stato molto e volutamente ottimista. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi, invece di funesti presagi, messaggi di fiducia. I valori dell’uomo non solo rispettati, ma onorati…”.[2] Papa Giovanni Paolo II, che era presente ha iniziato subito a mettere in pratica il Concilio sostituendo alla parola mondo la parola “giovani”.
”Voi cari amici....sarete all’altezza delle sfide del nuovo millennio”. Se ai miei tempi era così, voi ai vostri tempi saprete trovare la strada per fare meglio di noi.
I giovani non si sentono addosso le osservazioni icastiche di rivendicazione di superiorità dell’adulto, di umiliazione di fronte agli errori inevitabili della vita, di subdola soddisfazione perché le previsioni di discontinuità nell’impegno si avverano. Si sentono dire che hanno capacità di cambiare il mondo.
Per noi adulti frasi rivolte ai giovani, durante la famosa veglia di Tor Vergata del 2000, come: “mia gioia e mia corona”, sono solo citazioni di una Parola, forse un po’ ingessata in altri tempi; per i ragazzi è stato un atto di stima, di amore, di compiacenza, di connivenza.
Ripenso ai giovani in quella spianata in un ascolto attento, anche se decisamente non convenzionale, di quanto dice il Papa e pronti a un battimani scrosciante, rumoroso, convinto mentre dice: … ”il Signore vi vuole bene anche quando noi lo deludiamo”. Il papa stesso a queste risposte immediate dirà: “questo non è stato un monologo, ma un vero dialogo”. Che voleva dire quell’applauso? Sicuramente i giovani si rendono conto di non essere mai all’altezza di un merito, ma devono sapere anche che Dio va oltre le debolezze, le cancella, non le vede, non le tiene in conto, si colloca su un piano superiore al classico "do ut des", hai fatto male e quindi paghi, te l’avevo detto di stare attento, ma hai fatto di testa tua e sono contento che ti sia andata male.
Gesù è diverso, la fede cristiana non è la somma dei successi, ma delle continue proposte che Dio ci fa di ricominciare.
Il motivo per cui il Papa ha dato vita alle GMG è proprio questo, porre al centro della considerazione della Chiesa i giovani. Se non riusciamo a dialogare coi giovani a proporre loro la fede, il vangelo, non è soprattutto peggio per loro, ma peggio per noi che veniamo privati del grande dono di Dio che essi sono per l’umanità.

Radicale fiducia nel giovane e nell’umanità

Alla base c’è una radicale fiducia nell’uomo, la cui fonte ultima è essenzialmente religiosa. È confessione che, a partire dalla morte e risurrezione di Gesù, lo Spirito Santo anima nell’umanità una risposta positiva al disegno di salvezza di Dio, anche se dentro una congenita fragilità ed esperienza di peccato. Questa fiducia riguarda in particolare il giovane e si accende nell’incontro con lui: qualunque sia la sua situazione attuale; ci sono in lui risorse che, convenientemente risvegliate, possono far scattare l’energia per costruirsi. Bisogna allora valorizzare tutto ciò che di positivo il giovane porta come storia personale. La fiducia nell’uomo si estende anche a ciò che l’umanità ha prodotto nel tempo, sospinta verso il suo compimento, particolarmente dopo l’innesto divino che è avvenuto con Cristo: la cultura, la società, lo sforzo di umanizzazione, la comunità cristiana e la sua storia. Quello che, dal punto di vista umano, è “buono”, etico, sociale e si trova nell’esperienza del giovane è collegato misteriosamente ad una fede germinale. Infatti nella storia e nella cultura, anche tra tante contraddizioni, affiorano anticipazioni del Regno di Dio: “Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4,8). Quello che i giovani possiedono e desiderano legittimamente viene riconosciuto, senza per questo cadere nel giovanilismo o abbassare le esigenze formative. Ne seguono l’apertura a tutti i giovani e l’accoglienza di tutto il giovane. Tutti possono fare un cammino. Si riconosce la presenza operante di Dio nella vita. Il processo di fede dunque, il più delle volte, comincia e in gran parte si svolge nei luoghi dove si sperimenta la vita, piuttosto che in quelli “della pratica religiosa”.
Una comunità di cristiani deve allora sbilanciarsi dalla parte dei giovani, sentirsi orgogliosa di essi, investire un massimo di energie per il loro futuro, guardare loro con occhio benevolo, stimolarli sempre alla ripresa. Questo è vero per le parrocchie, per le diocesi, per la scuola, per il dialogo in famiglia, per il mondo sportivo e atletico, per le associazioni, per la società in genere.
Se vogliamo riassumere in un colpo d’occhio, una sorta di visione di insieme della vita giovanile, la potremmo immaginare come una generazione che viene continuamente collocata in una continua oscillazione tra due scelte ambedue possibili sempre, ma non ambedue giuste. Il mondo adulto ha spesso deciso nelle sue impietose descrizioni di collocare la loro scelta dalla parte negativa, con uno sguardo piuttosto icastico e impietoso.
Noi invece vogliamo guardare ai giovani almeno sotto il segno della ambivalenza, sapendo cioè che i loro comportamenti possono essere letti in vari modi; noi decidiamo di leggerne la vita sapendo che se la paragoniamo a un bicchiere probabilmente lo troviamo a metà, ma per un animatore è sempre mezzo pieno, mai mezzo vuoto.
Se scattano queste precomprensioni e si sviluppano nel mondo degli adulti questi atteggiamenti, la prima scelta da fare è quella di una costituente educativa.

La costituente educativa

Gli spazi dell’informale

Esiste una esperienza oggi molto diffusa e che si allarga sempre più: la collocazione del meglio di sé della vita giovanile in spazi paralleli a quelli che istituzionalmente l’adulto gli mette a disposizione per crescere e diventare a sua volta adulto. Le migliori energie il giovane è costretto a spostarle di netto nei suoi spazi di vita, nei luoghi informali del suo crescere. Non la scuola, ma la strada; non la parrocchia, ma la compagnia; non la famiglia, ma gli amici; non il catechismo, ma le emozioni delle esperienze. È più facile trovarlo nei pub, nelle discoteche, nei centri commerciali, ai cancelli degli oratori o sui sagrati delle chiese, in strada, nella villa comunale, a fare le vasche sul corso. Qui mette tutte le sue energie per decidere, per scambiare, per confrontarsi, per farsi un’idea della vita, dell’amore, della fede, dello mondo, della giustizia. Alla madre racconta la sua vita con due o tre monosillabi al giorno, ai suoi amici con ore di telefonate o di chat e con mille sms. Ai maxi pigna della scuola affida qualche scritto estorto come dovere, alla mailing list o al suo diario affida quello che pensa e quello che sogna, le sue reazioni e i suoi progetti; al catechismo affida qualche risposta della serie: ti dico quello che secondo me tu ti vuoi sentire dire, agli amici svela i suoi doppi pensieri, i suoi “casini”, i suoi dubbi e le sue innocenti emozioni religiose. Ai corsi per l’orientamento comunica le sue domande, ma le risposte se le vuol sentire dal gruppo dei pari, dalla “latta” (l’automobile) sulla quale ricamerà di notte i suoi infiniti percorsi in cerca di amici. Agli spazi istituzionali porta il corpo, agli sms invece le sue reazioni e le sue emozioni. Gli adulti lo aspettano al varco con le parole[3] e lui la sua anima la affida alle cuffie, ai ritmi, alla musica. Gli adulti vivono di giorno e dove sperano almeno di vederli e dire qualcosa, loro vivono e si esprimono soprattutto di notte.
Gli adulti si arrabbiano a morire per i tempi del suo virtuale, lui lì invece fa le prove per vedere che vita impostare; si esercita attraverso simulazioni con il rischio di non distinguere più la realtà dalla virtualità. Gli adulti gli chiedono la memoria, lui invece offre capacità di cercare in rete.
Gli adulti in genere si collocano negli spazi istituzionali e lui decide negli spazi informali. Superare questa frattura è una prima grande sfida sia del mondo educativo istituzionale, sia del rapporto più quotidiano e normale della vita di famiglia. Nessuno immagina di abbandonare le istituzioni che ci siamo dati per educare i giovani alla vita, ma occorre prendere almeno alcune decisioni:

Una cultura educativa senza spazi predefiniti

Gli spazi della vita informale sono sfidati a diventare spazi educativi, cioè luoghi in cui gli adulti che li abitano si mettono a disposizione per offrire ragioni di vita. Le potenzialità dell’adulto al riguardo sono enormi, a partire dalla propria professionalità. I luoghi del tempo libero dei giovani sono organizzati da adulti, sono gestiti da adulti, sono orientati e impostati da adulti. Molti adulti fanno di queste presenze la loro professione, la loro ragione di vivere, la loro fonte di guadagno e il loro lavoro. Non si può dire che non ci mettano l’anima, perché ogni lavoro non è solo ricerca di guadagno, anche per l’adulto più smagato è imparentato con il senso della vita. Il problema è che non si pensa di dialogare con il giovane, di renderlo attivo e responsabile in questi momenti. Penso al mondo sportivo, al mondo della musica, delle varie espressioni artistiche, al mondo dell’intrattenimento, della informazione, dello svago semplice di una birreria o di un pub. Possibile che non si riesca a stabilire una sorta di costituente educativa tra tutti questi adulti per esprimere il meglio di sé a aiutare i giovani a tirare fuori i propri valori per metterli in circolo? Se i giovani vanno a seppellire nella notte i loro sogni, ne svantaggia tutta la comunità degli uomini. Gli adulti che vivono lì hanno il dovere di creare ponti col giorno dell’umanità.
Questo esige che il mondo adulto si attrezzi diversamente, che metta la sua professionalità a disposizione di un dialogo e di un confronto, non pensi solo in termini manageriali al suo lavoro, o meglio ci pensi in termini manageriali intelligenti, perché anche il suo lavoro non potrà basarsi a lungo sullo sfruttamento del giovane come massa di manovra. Già lo stanno dimostrando la crisi delle discoteche o dei centri di divertimento superficiale.

L’adulto è per statuto antropologico educatore

Proprio a partire da questi spazi informali l’adulto viene aiutato a capire che essere educatore fa parte dello statuto del suo essere persona. Proprio perché sei adulto e non sei di fronte alla vita nella stessa posizione del giovane, hai obbligatoriamente ragioni di vita da proporre, hai una storia, un vissuto, una nostalgia del non essere mai stato all’altezza del compito, una esperienza che deve essere impiegata per loro. Questa è educazione. Non è travaso, né imbottigliamento, né tanto meno disprezzo o superiorità, ma ricerca del dono della vita, assieme e sempre nell’atteggiamento dell’apprendere. I luoghi della vita quotidiana hanno bisogno di adulti consapevoli di tale compito. Siamo passati da una stagione, tanti anni fa, in cui ogni adulto che un giovane incontrava era una occasione di confronto, magari troppo stretto e illiberale, ad una stagione in cui l’adulto è scomparso o latitante. Non è mio figlio, risponde male, io mi faccio i fatti miei, non gli hanno insegnato niente a scuola che vuoi che impari dalla vita? È viziato, hanno tutto… Potremmo continuare la litania delle scuse contro l’evidenza che ogni adulto nel confronto dei giovani è. Certo occorre anche esservi preparati. A questo riguardo la società in genere, ma anche la comunità cristiana sono inadempienti nel preparare adulti all’educazione (pensiamo a genitori per i figli, agli insegnanti per gli alunni oltre i contenuti scientifici, ai professionisti nel confronto dei giovani interessati alla loro professione, ai cristiani per l’educazione alla fede, agli allenatori per lo sport…).
Si avverte oggi il bisogno di appartenere a una realtà sociale in cui ogni adulto scopra e si riappropri della personale funzione educativa, non soltanto verso i suoi figli, ma verso tutti i giovani. E allora si possono individuare diversi interattori, che in base a una ridefinizione del loro ruolo siano in grado di assumersi delle responsabilità, siano aiutati e qualificati.
Prendiamo una cittadina qualunque. C'è una o più parrocchie, un oratorio, ci sono delle sale da gioco, ci sono dei bar, campi attrezzati per lo sport, la scuola, varie palestre, e la discoteca. Sono le nuove praterie dove i giovani vanno a piantare le loro tende per vivere.
Se si vuole il bene di questi giovani, si riescono a trovare alcuni elementi sui quali ci possiamo accordare con tutti: l’amore e il rispetto alla vita, la propria vita e quella degli altri, l'aiuto ad apprezzare profondamente sempre se stessi, la capacità di vivere e di stare con tutti, quel minimo di convivenza che fa parte della normalità dell’esistenza, lo sviluppare in tutti domande di senso della vita, dell'umanità, della società; gli interessi culturali, la solidarietà con i più deboli, che è una tipica capacità di espressione delle giovani generazioni ancor prima che un valore conquistato, la stessa dimensione religiosa che oggi è sempre più gettonata dal mondo giovanile. Io credo che su un denominatore comune che va approfondito e ricercato con serietà, soprattutto nelle sue istanze fondamentali dal punto di vista antropologico, si possa trovare una base di accordo con tutti, soprattutto una base di accordo con i giovani stessi che diventano protagonisti. Per arrivare a questo occorre fare il censimento di tutte le figure educative che si possono mettere a disposizione per aiutare i ragazzi a cercare e a vivere questi valori. La prima nebbia da dipanare è quella di ritenere che i classici animatori di gruppo siano gli unici educatori. Andiamo a cercare altre figure educative. Chi possono essere? Ci sono degli enti: comune, scuola, famiglia, associazioni, parrocchia; ci sono adulti: genitori, professionisti, imprenditori, ricercatori, responsabili di associazioni ecc. Invece di adattarci a vedere gli adulti stare soltanto a criticare con uno stillicidio di stigmatizzazioni il mondo dei giovani, perché non riusciamo a coinvolgere tante di queste persone dentro un progetto educativo? La funzione educativa è diffusa e va sostenuta. Il primo obiettivo di un gruppo di educatori non è di fare attività per i giovani, ma per la comunità affinché si converta ai giovani. Vincere l'abitudine alla delega è un primo imperativo di ogni intento educativo.
Diceva il card. Tettamanzi al convegno sulla pastorale giovanile tenuto a Loreto del 1994: "È urgente inoltre la preparazione di figure diversificate di educatori, che vanno oltre le esperienze pur necessarie di gruppo. Occorre che aiutiamo la comunità cristiana a esprimere più figure educative. L'impegno tipico e qualificante di una Consulta o Commissione o Ufficio di pastorale dei ragazzi e dei giovani, ancor prima che l'attività con i ragazzi e i giovani, è di essere uno stimolo a tutta la comunità perché si spenda per i ragazzi e i giovani. Non si tratta solo di portare i giovani alla comunità cristiana, ma anche di portare la comunità cristiana ai giovani. La domanda educativa diffusa è molto esigente e si presenta come una sfida da accogliere con prontezza, decisione e coraggio, nella convinzione che l'educare è una missione fondamentale della Chiesa, che deve vivere in particolare tra i giovani e con i giovani". A questo punto occorre avere il coraggio di fare proposte a molti adulti perché mettano a disposizione la loro esperienza in un dialogo educativo.
I giovani stessi devono essere attivi in questa costituente. Ci sono esempi di amministrazioni comunali che hanno mobilitato i giovani e spesso anche i ragazzi a rendere più vivibile l'ambiente di vita.
La costituente si presenta come un luogo di autodefinizione di ruoli o come un luogo permanente di elaborazione di attenzioni, di progettazione di proposte, di coinvolgimento di persone, di sensibilizzazione e preparazione di figure educative. È diversa dalla parrocchia e da una amministrazione civica. Ogni soggetto che fa parte di questa costituente è tenuto soltanto ai principi affermati e rimane libero nella gestione dei vari servizi. Non è un coordinamento di agenzie educative, ma soltanto il far prevalere nella vita sociale questa dimensione educativa, far esprimere cioè quelle condizioni irrinunciabili che si devono realizzare ovunque nei confronti delle giovani generazioni.
È importante dal punto di vista della comunità cristiana che si osi pensare che servire un progetto globale di educazione alla fede non è solo entrare in gruppo a fare catechesi, ma anche offrire spazi di accoglienza, luoghi sani per il tempo libero, mettere a disposizione una propria professionalità per la loro crescita, offrire spazi sportivi capaci di far convivere positivamente e non solo di far competere, apprezzare la loro generosità entro progetti anche ambiziosi in cui si possono misurare. I campi si ampliano a non finire purché si pensi a una fede incarnata, a un giovane aperto alla vita, a una vita piena solo se sa aprirsi alla fede.


ESERCITAZIONI

1. I giovani non sono proprio da buttare

Segue una presentazione di ambivalenze presenti nel mondo giovanile. È propensione all'oscillazione, alla sospensione, alla volontà di tenersi aperte molte porte, a rendere cangiante il colore delle proprie posizioni, dato anche da un continuo rimando dell'assunzione di responsabilità per la propria vita. Da quale parte dei due modi di pensare i giovani di primo acchito ti collochi?
* I giovani vivono una nuova concentrazione su di sé come soggetto.
Per molti questo porta a un egoismo neoborghese alieno da qualsiasi interesse sociale, come tanti sondaggi dicono e paventano, per altri questa soggettività apre la giovinezza alla tanto agognata costruzione della propria singolarità personale di fronte a Dio, a Cristo e ai fratelli, e alla ricerca dello spazio della coscienza in un mondo che ti preferisce fatto in serie.
* I giovani danno spazio più ampio ai sentimenti.
L’esito per molti osservatori è disgregazione della volontà operativa, rammollimento del carattere e incapacità di dare rigore logico alle proprie scelte, è prevalere di personalità deboli, estinzione del coraggio come scelta di vita giovanile, per altri è dare origine a una felice convergenza tra intelligenza della fede e coinvolgimento dei sentimenti per un figura equilibrata di credente, che aiuta a superare intellettualismi o magie, fuochi di paglia o elucubrazioni sotto cui si nasconde una incapacità di vivere la fede come esistenza vera.
* I giovani vivono e assolutizzano il presente.
L’esaltazione dell’attimo che fugge, la voglia di avere tutto e subito, la necessità di vivere tutti i momenti in diretta può portare a ripiegarsi sull'istante, che diventa oggetto di un goloso godimento oppure può sfociare in un sano superamento dell'incanto per le utopie e dell'idolatria del passato, può aiutare i giovani a tenere i piedi per terra pur sognando alla grande un futuro migliore.
* I giovani hanno un innato istinto di stare assieme.
Certo, cercare continuamente un gruppo o il gruppo del quartiere può portare a omologazione, a derive assurde, demenziali e può provocare inettitudine a una iniziativa propria, ma può anche significare poter stare per ore assieme, godendo quel minimo di socializzazione che è negato a molti giovani, che aiuta a uscire dalla solitudine, fa assumere spirito comunitario, relativizza le proprie fantasie.
* I giovani vogliono essere felici subito e far festa.
Molti guardano con sospetto la voglia di divertirsi come vacua euforia festaiola che consuma la sostanza del vivere quotidiano, che non aiuta ad affrontare la fatica, ad accettare l'ineluttabilità dell'elemento sacrificio nella vita di tutti. Ma voler essere felici con accanimento come i giovani lo vogliono essere subito, fa nascere e sviluppa una visione della vita non impostata solo sul dovere, sul precetto, sul lavoro, ma aperta a godere di Dio, della compagnia delle persone e delle cose.
* I giovani sono refrattari alla politica.
È disimpegno perché prevale il particolare, ci si lascia ammaliare dai localismi, ci si riduce a rivendicazioni di proprietà o è necessaria spinta a una politica che sta morendo, incapace di rispondere in modo adeguato alle grandi sfide di oggi: troppo totalizzante e insieme inerme e passiva di fronte a evidenti contraddizioni e ingiustizie, più simile alla somma di tante solitudini che costruzione di comunità?
* I giovani hanno più domande religiose degli adulti.
Sono domande che portano a un vago spiritualismo costruito su misura, come moda di fine secolo, come esasperazione della debolezza razionale delle nuove generazioni il cui punto finale è un nuovo paganesimo o è richiamo a una concezione della vita in cui la spiritualità, il trascendente, la collocazione corretta dell’uomo nel mondo è di fronte a un creatore non anonimo, in un rapporto personale e sconvolgente?
* I giovani vivono sempre più in rete, ma sempre più soli in spazi che sono “non luoghi”.
Il rischio di restare senza identità, senza vere relazioni, senza appartenenza a una storia, su una piazza senza privacy, dove il pudore dei sentimenti è vietato è solo un versante della medaglia che offre dall’altra la possibilità di applicarsi a una umanizzazione dello spazio, a ricostruire comunità, perché la solitudine può diventare voglia e possibilità di prendersi in mano la vita, se gli adulti sapranno investire sui giovani come sul futuro dell’umanità.

Puoi inventare, a partire dal tuo ambiente concreto, quartiere o città, associazione o parrocchia, altri pregiudizi o luoghi comuni affibbiati ai giovani sotto cui si celano novità positive.

2. Alla ricerca dei soggetti della costituente educativa

Su un foglio a due colonne prova ad elencare sulla prima colonna tutti i tipi di educatori che la comunità cristiana mette a disposizione delle giovani generazioni (animatori, catechisti…) e sull’altra tutte le figure adulte e giovani che per la loro professione vivono con i giovani o hanno responsabilità precise nei loro confronti (baristi, proprietari di palestre, insegnanti…).
Provati a immaginare una riunione per far partire una costituente educativa. Che faresti come primo atto? Dove li convocheresti? Chi potrebbe prendere l’iniziativa? Su che valori fondamentali?…


NOTE

[1] Nemmeno i tempi sono più quelli di una volta. I figli non seguono più i genitori!
(da un papiro egizio di 5000 anni fa)
Questa gioventù è guasta fino al midollo; è cattiva, irreligiosa e pigra. Non sarà mai come la gioventù di una volta. Non riuscirà a conservare la nostra cultura.
(da un frammento di argilla babilonese di 3000 anni fa)
Non nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo, se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi, perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere e il rispetto per i genitori: la gioventù d’oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata.
(Esiodo, 700 avanti Cristo)
Il mondo sta attraversando un periodo tormentato. La gioventù di oggi non pensa più a niente, pensa solo a se stessa, non ha più rispetto per i genitori e per i vecchi; i giovani sono intolleranti di ogni freno, parlano come se sapessero tutto. Le ragazze poi sono vuote, stupide e sciocche, immodeste e senza dignità nel parlare, nel vestire e nel vivere.
(Pierre L’Eremite, predicando la prima crociata nel 1095)
[2] Cf Discorsi al Concilio, Ed. Paoline, pp. 155-156.
[3] Da Generazione X di Douglas Coupland:
“Dai ai genitori la minima confidenza e vedrai che la useranno come cric per aprirti a forza e riaggiustarti la vita senza la minima prospettiva. Certe volte mi viene voglia di prenderli a randellate. Mi viene voglia di dirgli che li invidio a morte per essere cresciuti in un mondo pulito e affrancati dal problema di un futuro senza-futuro. E poi mi viene voglia di strozzarli per la spensieratezza con cui ce l’hanno lasciato nello stesso modo in cui ci avrebbero lasciata in regalo della biancheria sporca” (p. 108).