Mario Pollo, ANIMAZIONE CULTURALE, Elledici 2002


L'UOMO COME ESSERE PROGETTUALE

Nel capitolo precedente si è visto come l'uomo, a differenza degli altri esseri viventi, non sia definito alla nascita. Lo stesso concetto è stato espresso anche da Nietzsche che definì l'uomo come l'animale non definito. Con questa definizione egli sottolineava, tra l'altro, il fatto, già segnalato, che l'uomo al momento della nascita è un essere incompiuto che si completa nel corso della sua vita individuale e sociale.
L'uomo non è determinato, infatti, da un codice genetico o da costrizioni ambientali assolutamente vincolanti, come accade per gli animali, ragion per cui al momento della nascita ha di fronte a sé una molteplicità di possibilità di essere. Questo significa che ogni individuo diviene ciò che è in seguito alla intersezione di più fattori: il suo progetto personale, la cultura sociale, le condizioni dell'ambiente sociale e naturale in cui vive, i processi educativi di cui è protagonista e, naturalmente, il suo patrimonio genetico.
Tra tutti questi fattori la progettualità gioca un ruolo importante – a patto naturalmente che la persona abbia sviluppato un adeguato livello di coscienza – e nella persona matura essa è l'asse attorno a cui si strutturano le influenze di tutti gli altri fattori.
A questo proposito è interessante notare quanto afferma Gehlen: «L'uomo è un animale non ancora costituito una volta per tutte. Egli è anche un essere che ritrova in sé il compito, e proprio per questo ha bisogno di un'interpretazione di se stesso, la quale interpretazione è sempre aperta (...). L'uomo non è costituito una volta per tutte significa: egli dispone delle sue proprie predisposizioni e dati per esistere, egli assume un comportamento nei suoi propri confronti per necessità vitale, come nessun altro animale fa; egli non tanto vive, quanto, come è mia abitudine dire, dirige la propria vita».[1]
È chiaro che nei primi anni della sua vita l'essere umano ha un ruolo maggiormente passivo in ordine alla progettualità, se non in riferimento alle specifiche caratteristiche e condizioni della sua personalità, organiche e psichiche, che lo spingono ad agire in un dato modo, ma man mano cresce egli diventa sempre più protagonista della progettazione e della realizzazione della sua vita.
Nei primi anni di vita i genitori e gli educatori in genere gli proporranno un progetto elaborato da loro, che spesso non è altro che il progetto che la cultura sociale elabora per i suoi membri a seconda del loro status socioculturale, ma man mano che il bambino cresce questi assumerà un ruolo sempre maggiore nella sua autocostruzione. Affermare che la progettualità gioca un ruolo fondamentale nella realizzazione dell'essere umano significa anche dire che questi è un essere aperto a differenza delle altre specie viventi che hanno, invece, un ambiente saldamente strutturato dalla loro organizzazione istintuale.
Questa apertura verso il mondo che caratterizza la specie umana è sottolineata anche dal fatto che nell'uomo il. periodo fetale si prolunga di almeno un anno dopo la nascita e che il cervello sino all'età di quindici anni si espande e si dilata con un movimento sequenziale durante il quale incorpora le nozioni di base riguardanti le cose del mondo.[2]
Ciò vuol dire che vi sono dei processi essenziali di sviluppo dell'organismo che avvengono dopo che il bambino si è già separato dal grembo materno e mentre è già in interazione con l'ambiente naturale e sociale. Negli altri mammiferi analoghi processi di sviluppo avvengono esclusivamente nel corpo materno. Questo significa che l'interazione con gli altri esseri umani, mediata dal linguaggio e dalla cultura, si intreccia nell'uomo con la sua stessa formazione organica e, in qualche modo, non può non influenzarla.
Infatti «Il nostro cervello finisce di svilupparsi alla luce del sole, a occhi aperti e con tutti gli altri sensi affacciati sul mondo. Di conseguenza questo organismo finirà per contenere non solo l'informazione che gli deriva dal patrimonio genetico, cioè dalla saggezza biologica accumulata in milioni di anni di storia evolutiva, ma anche una grande quantità di informazioni sui vari aspetti del mondo che ci circonda».[3] Questa considerazione è quella che già nel passato ha indotto alcuni studiosi ad affermare che «Se è possibile dire che l'uomo ha una sua natura ha più significato dire che l'uomo costituisce la propria natura, o, più semplicemente, che l'uomo produce se stesso».[4]
La progettualità nell'uomo riguarda sia la sua formazione come persona sia la costruzione della realtà, ovvero del mondo che abita. Infatti egli producendo se stesso incorpora la cultura, i linguaggi e tutti i sistemi simbolici che mediano e medieranno il suo rapporto con la realtà.

L'UOMO COME ESSERE CULTURALE E SIMBOLICO

La cultura, che media il rapporto dell'uomo con se stesso e la realtà fisica e sociale, non è solo, come recita una vecchia definizione descrittiva elaborata dall'antropologia culturale: «Quell'insieme complesso che comprende la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro di una società»,[5] ma bensì quel complesso di regole e di modelli che consente all'uomo di elaborare quelle conoscenze, quelle credenze, quelle arti, quelle norme morali, quel diritto, quel costume e tutti quei comportamenti che lo faranno riconoscere come appartenente ad una data società.
Da questo punto di vista la cultura appare come un vero e proprio meccanismo produttore di pensieri e comportamenti comune agli uomini che sono membri di una determinata società.
Dal versante semiologico la cultura appare come un vero e proprio codice per mezzo del quale l'uomo decodifica gli stimoli sensoriali che gli provengono dal mondo e attraverso cui codifica le proprie risposte agli stessi.[6]
Questa concezione comporta anche il considerare la cultura come un sistema unitario in cui le singole parti non possono essere comprese correttamente se non in rapporto alla totalità del sistema cultura. Un singolo prodotto culturale non può, infatti, essere adeguatamente compreso se non è collocato all'interno della cultura che lo ha prodotto.
L'affermazione che la cultura è un sistema unitario non deve far pensare che essa sia priva di conflitti e di tensioni al proprio interno, in quanto l'unitarietà si manifesta non nell'assenza di conflitti e di tensioni ma nella sua capacità di risolverli o attraverso il loro superamento o per mezzo di forme di permanenza degli stessi conflitti e delle stesse tensioni che non mettano a repentaglio la sua sopravvivenza.
La cultura non deve essere perciò intesa come una sorta di magazzino in cui sono depositate le varie parti che la costituiscono ma come un sistema che si trasforma continuamente perché vive nelle persone che la utilizzano, nei loro rapporti con gli altri e con la realtà in generale.
Da questo punto di vista la cultura deve essere considerata un vero e proprio sistema vivente che pur permanendo identico a se stesso evolve o regredisce all'interno dei rapporti vitali delle persone che lo esprimono.
Si può perciò affermare che la cultura è simile alla lingua, che attraverso l'uso che di essa fanno i parlanti si trasforma all'interno di un incessante processo.
La cultura si manifesta nella vita delle persone come l'ordito che tesse i loro rapporti con la realtà interna ed esterna e come la grammatica che disegna il mondo che abitano, attraverso la trasformazione del materiale sensorio in materiale simbolico.
Questo significa che la cultura si manifesta all'interno dei rapporti di comunicazione che gli uomini instaurano con se stessi, con gli altri e con la natura. Si può affermare che la cultura rende possibile la comunicazione e che nello stesso è da questa modificata.[7]
La relazione indissolubile tra comunicazione e cultura nell'uomo fa emergere il ruolo del linguaggio nel processo attraverso cui l'uomo costruisce se stesso ed il proprio mondo. Infatti nell'agire umano la comunicazione è sempre organizzata intorno a dei linguaggi e non avviene come semplice scambio di stimoli sensoriali sconnessi e indipendenti l'uno dall'altro.
Questa caratteristica umana è stata magistralmente espressa da Kaplan laddove afferma: «Negli ultimi cinquant'anni si è sempre più largamente riconosciuto che l'attività simbolica è fra le più peculiari caratteristiche dell'esistenza umana e che l'intero sviluppo della cultura umana si basa sulla capacità dell'uomo di trasformare il semplice materiale sensorio in veicoli simbolici, portatori delle più sottili distinzioni intellettuali ed emotive. L'attività simbolica nella vita umana è così importante che uno dei più eminenti filosofi contemporanei (Cassirer) ha asserito: "Anziché definire l'uomo come un animal rationale dovremmo definirlo come un animai symbolicum. In questo modo potremmo sottolineare la differenza specifica"».[8]
È il processo di significazione che è alla base sia della separazione dell'uomo dalla dipendenza dalla natura e sia del rapporto cosciente, anche se spesso disturbato, che ha con essa.
In questo processo gioca un ruolo particolare il linguaggio simbolico, la cui forma più evoluta ed alta è rappresentata dalla lingua.

Il linguaggio simbolico

Al fine di evitare confusioni, vista la polisemicità della parola simbolo, è bene chiarire che in questo contesto l'espressione «linguaggio simbolico» designa quel particolare linguaggio che utilizza segni che in qualche modo stanno per la cosa significata, che sono liberamente creati, nel senso che non esiste alcuna connessione biologicamente obbligata tra la forma del segno e la cosa significata, e, infine, che essi sono trasmessi per tradizione attraverso l'apprendimento. L'uomo è l'unico essere vivente che utilizza in modo esteso e compiuto questo tipo di linguaggio.
L'uso della parola simbolo sarà invece riservato a quel particolare segno che, come si vedrà tra poco contiene un di più di significato. Questo significa che quando si userà l'espressione linguaggio simbolico non si farà riferimento al linguaggio del simbolo, ma a quello dei segni particolari che sono stati prima definiti, mentre quando si parlerà di linguaggio del simbolo si farà riferimento all'uso dei simboli veri e propri. L'affermazione appena fatta circa il fatto che il linguaggio simbolico più evoluto è la lingua nasce dall'osservazione del suo rapporto con la coscienza che è fornita, oltre che dagli studi di neurofisiologia del cervello, dalla capacità esclusiva della lingua di essere allo stesso tempo linguaggio e metalinguaggio.
La lingua è l'unico linguaggio umano che può parlare di sé e di tutti gli altri linguaggi umani. Essa, infatti, può parlare delle parole e delle regole che la costituiscono come tale sia in senso descrittivo che critico, così come può farlo nei confronti dei segni e delle regole che costituiscono gli altri linguaggi, oltre che descrivere i contenuti che questi esprimono.[9]
Non è perciò un caso che tutti gli studi critici intorno ai vari linguaggi umani ed ai loro prodotti siano sempre fatti solo ed esclusivamente attraverso la lingua. Questo perché gli altri linguaggi non solo non riescono a parlare di se stessi, ma non possono parlare assolutamente della lingua. Non esiste, quindi, alcuna reciprocità logica tra la lingua e gli altri linguaggi.
Su questa coesistenza nella lingua umana di due livelli logici sono sorte innumerevoli riflessioni e ricerche scientifiche e filosofiche. Nonostante ciò il mistero di questa realtà della lingua non è stato scalfito in modo significativo, per cui all'uomo, per ora, realisticamente, non resta che prendere atto che la lingua è un sistema complesso, che possiede in proprio anche le funzioni dell'autodescrizione e dell'autotrasformazione.
Il linguaggio simbolico si pone come costitutivo dell'esperienza umana non tanto perché è attraverso esso che sono formulate le domande intorno al senso dell'esistenza umana, ma per il fatto che esso è mondo, che esso sta prima e dopo la realtà della materia e che, infine, apre alla trascendenza.
Il linguaggio è mondo, perché oltre che scenario ed ambiente dell'esistenza umana è nello stesso tempo anche la radice più profonda da cui si diparte la specificità e l'identità dell'essere umano. Anche in questa affermazione balena il mistero della lingua che è se stessa e più di se stessa, che è azione e descrizione della stessa azione.
Il mistero della lingua che si autotrascende è, per molti versi, lo stesso dell'esistenza umana, il mistero del rapporto uomo mondo, mai svelato, se non dall'illusione.
Esiste un parallelo, quindi, tra il mistero della lingua che si autotrascende e l'uomo capace di comprendersi e di descriversi proiettando il suo sguardo oltre gli angusti limiti della sua vita.
E questo sembra essere un'ulteriore conferma della solidarietà profonda esistente tra la lingua e la coscienza umana e dell'ipotesi dell'emersione dell'uomo alla coscienza di sé nel momento in cui ha acquisito la lingua.
Oltre non è possibile andare, almeno con gli strumenti scientifici e culturali che si hanno oggi a disposizione.
Occorre perciò limitarsi ad affermare che il resto è mistero, mistero che si fa più denso se si considera che la proprietà della lingua di autotrascendersi spinge l'uomo verso la presa di coscienza che il finito, lo spaziotempo limitato in cui si svolge la sua vita, possiede il seme di una qualità la cui patria è l'infinito.

Lingua e mondo

La lingua oltre che essere un elemento costitutivo dell'emersione dell'uomo alla coscienza è anche, come si è rapidamente accennato, mondo.
Questo perché essa introduce nella complessità, prodotta dall'enorme numero delle percezioni sensoriali che in ogni istante l'uomo riceve dall'interno del proprio organismo e dall'ambiente in cui vive, un ordine organizzandole in un insieme dotato di senso: il mondo appunto. A questo proposito il grande etnolinguista Whorf affermava: «Si è trovato che il sistema linguistico di sfondo (in altre parole la grammatica) di ciascuna lingua non è soltanto uno strumento di riproduzione per esprimere idee, ma esso stesso dà forma alle idee, è il programma e la guida dell'attività mentale dell'individuo, dell'analisi delle sue impressioni, della sintesi degli oggetti mentali di cui si occupa. La formulazione delle idee non è un processo indipendente, strettamente razionale nel vecchio senso, ma fa parte di una grammatica particolare e differisce, in misura maggiore o minore, in differenti grammatiche. Analizziamo la natura secondo linee tracciate dalle nostre lingue. Le categorie e i tipi che isoliamo nel mondo dei fenomeni non vengono scoperti perché colpiscono ogni osservatore; ma, al contrario, il mondo si presenta come un flusso caleidoscopico di impressioni che deve essere organizzato in larga misura dal sistema linguistico delle nostre menti [...] Siamo così indotti a un nuovo principio di relatività, secondo cui differenti osservatori non sono condotti dagli stessi fatti fisici alla stessa immagine dell'universo, a meno che i loro retroterra linguistici non siano simili, o non possano essere in qualche modo tarati».[10]
Questa caratteristica del linguaggio potrebbe avere come conseguenza quella della non esistenza, o perlomeno di una relativa inconoscibilità, della realtà esterna all'uomo.
Questo pericolo reale, tuttavia, è attenuato dall'esistenza nel mondo di una pluralità di lingue. Infatti l'intersezione dei mondi disegnati dalle varie lingue esistenti nel presente, o che sono esistite nel passato, rende possibile l'individuazione di un mondo comune, che può essere assunto come la traccia più fedele e oggettiva del mondo reale in cui abita l'uomo.
Si realizza nella condizione umana il paradosso per cui la realtà della propria visione del mondo è garantita solo dall'esistenza di una pluralità di visioni del mondo.
Il grande semiologo Jurij Michajlovic Lotman a questo proposito rilevava «L'ineluttabilità del fatto che lo spazio della realtà non possa essere abbracciato da nessuna lingua separatamente ma solo dal loro insieme. L'idea della possibilità di un solo linguaggio ideale come meccanismo ottimale per l'espressione della realtà è un'illusione. Una minima struttura funzionante è costituita dalla presenza di due lingue e della loro incapacità, ognuna indipendentemente dall'altra, di abbracciare il mondo esterno. Tale incapacità non è una mancanza, ma condizione di esistenza, dato che proprio essa detta la necessità dell'altro (di un'altra persona, di un'altra lingua, di un'altra cultura)».[11] La convinzione della necessità di una pluralità di lingue e di culture per la descrizione e la comprensione del mondo fa ribaltare a Lotman il mito della Torre di Babele: «La situazione di pluralità delle lingue è originaria, primaria, ma più tardi, sulla sua base, si crea l'aspirazione ad un unico linguaggio universale (a un'unica verità finale)»." L'altro sin dall'origine della storia umana costituisce il fondamento della possibilità dell'uomo di entrare in rapporto con la realtà esterna ed interna.

L'UOMO COME ESSERE RELAZIONALE: L'ALTERITÀ COME ELEMENTO COSTITUTIVO DELL'IDENTITÀ

Come si è visto la concezione della persona come essere progettuale poggia sul riconoscimento della relazionalità come processo su cui si fonda la sua autocostruzione.
Infatti è attraverso le relazioni con le persone, con le istituzioni, con la cultura e la natura che ogni individuo umano disegna i suoi confini individuali e sociali, si autocomprende e comprende, dandogli una forma intelligibile, il mondo che abita.
La relazione è intesa naturalmente come quella forma di comunicazione complessa in cui si intrecciano in modo inestricabile significati, sentimenti ed emozioni ed in cui in molti casi, simultaneamente, si dispiegano linguaggi differenti a volte convergenti ed a volte divergenti.
La relazionè richiede l'esistenza di un oggetto esterno a chi la vive e la capacità di creare tra i mondi abitati dall'oggetto e dal soggetto un mondo almeno parzialmente comune.
Senza l'esistenza di questo mondo comune non solo non esiste relazione ma, più radicalmente, per il soggetto l'oggetto non esiste.
Il sistema relazionale in cui sono immerse le persone può essere considerato come una serie di anelli concentrici che vanno da quelli interni di una comunicazione segnata fortemente dalla dimensione dell'esperire esistenziale soggettivo a quelli più esterni segnati maggiormente dalla dimensione razionale e dialettica.
Ogni persona nella sua vita quotidiana gioca la sua relazionalità contemporaneamente a più livelli: basti pensare alla persona che chiacchiera con un familiare mentre sta guardando il telegiornale o ascoltando la radio.
Questa trama complessa di relazioni di qualità simboliche ed esistenziali differenti è, di fatto, l'ordito sul quale il telaio della mente delle persone costruisce il mondo.
Questo mondo è sempre e comunque in bilico tra oggettività e soggettività, tra solitudine e compagnia.
L'elemento che è in grado di spostare questo mondo dalla soggettività solitaria all'oggettività della compagnia è l'esperienza dell'alterità, ovvero l'esperienza dell'ascolto e della condivisione dell'Altro.
L'alterità, quindi, come movimento attraverso il quale la persona può sfuggire all'implosione verso quella forma di soggettività distruttiva che è il narcisismo o semplicemente l'egocentrismo ed aprirsi a quella soggettività, specchiata dalle altre soggettività, che è alla base sia della costruzione di un Sé maturo che della capacità di una efficace partecipazione solidale alla vita sociale.
Tuttavia la relazionalità non si esaurisce nel rapporto della persona con l'Altro perché essa richiede per essere produttiva ai fini della crescita dell'individuo anche la dimensione della comunicazione intra-personale.
In altre parole richiede alla persona la capacità di accettare, anzi di coltivare, l'esistenza in lei di un nucleo personale che non può essere in alcun modo condiviso, salvo la perdita di se stessi.
C'è un principio della mistica musulmana che dice che l'uomo vero, autentico è quello la cui parte più intima è inaccessibile agli altri. Tra l'altro chi sa veramente entrare in relazione con l'altro è colui che sa vivere questa irrinunciabile solitudine.


NOTE

1 A. GEHLEN, L'uomo: la sua natura ed il suo posto nel mondo, Feltrinelli, Milano 1983, p. 43.
2 E. BONCINELLI, Cervello: l'onda lunga che crea il pensiero, in Corriere della Sera, 30 marzo 2000.
3 E. BONCINELLI, Cervello: l'onda lunga che crea il pensiero, cit.
4 P. L. BERGER, T. LUCKMANN, La realtà come costruzione sociale, Il Mutino, Bologna 1969, p. 76.
5 E. B. TAYLOR, The Origins of Culture, Harper Torchbooks, New York 1958, p. 1.
6 J. M. LOTMAN, Testo e contesto, Laterza, Bari 1980.
7 J. M. LOTMAN, Testo e contesto, cit.
8 B. KAPLAN, An approach to the problem of the symbolic representation: non verbal and verbal, in «Journal of Communication», 2 (1961), pp. 52-56.
9 A. JACOB, Introduzione alla filosofia del linguaggio, Il Mulino, Bologna 1980.
10 B. L. WHORF, Linguaggio, pensiero e realtà, Boringhieri, Torino 1970, p. 169.
11 J. M. LOTMAN, La cultura e l'esplosione, Feltrinelli, Milano 1993, p. 10.

12 Ivi, p. 11.