Mario Pollo, ANIMAZIONE CULTURALE, Elledici 2002


INTRODUZIONE
Che cosa è l'animazione


Per comprendere l'autentico significato della parola «animazione» si può consultare il vecchio Dizionario della lingua italiana di Nicolò Tommaseo, che attribuisce alla parola animazione i seguenti significati:

1. l'atto di ricevere l'anima;
2. l'atto del dare l'anima, o del mantenere la vita animale;
3. complesso delle facoltà e degli atti della vita animale;
4. moto vivace di persona, passionato o no; è gallicismo! Questa descrizione della parola animazione si arricchisce di molto se si consulta, sempre nello stesso dizionario, la voce «animare», verbo da cui essa deriva, o meglio di cui rappresenta l'aspetto statico. I significati che si trovano enunciati in questa voce sono molto più articolati e complessi. Alla definizione: «Coll'anima dar vita al corpo, conservargliela, svolgergliela», seguono varie sue articolazioni da cui si ricava che animare significa tanto dar vita ai viventi quanto alle cose inanimate. Ad esempio, uno strumento musicale può essere animato da chi lo usa e lo stesso universo può essere animato dai pensieri dell'uomo.
Le attività di espressione artistica sono «animazione»; così come il trasmettere agli altri la propria forza di volontà, i propri sentimenti, le proprie idee o determinazioni all'azione. Infine si può essere animati in modo riflessivo da una idea, da una convinzione o credenza oppure da una azione.
Il verbo animare, nelle sue radici storiche, indica fondamentalmente l'attività attraverso cui la vita infonde di sé l'uomo e l'universo. Esso quindi designa una qualità dell'agire, che appartiene ad una vastissima gamma delle azioni umane e divine, che vanno dall'atto educativo, attraverso cui l'educatore intenzionalmente infonde negli educandi valori, principi, idee, opinioni, ecc., all'attività artistica che, animando la materia, crea l'opera d'arte; oppure ancora all'atto di chi, animando dei propri sentimenti e dei propri convincimenti gli altri, li muove all'azione. Nella cultura a cui fa riferimento il Tommaseo, animare non è un'azione particolare, distinta dalle altre, ma una qualità o un carattere di molte azioni umane, connesse all'azione di dare, conservare e sviluppare la vita nella sua dimensione individuale e sociale, materiale e spirituale, terrena e divina.
Il significato antico della parola che emerge a tutto tondo è allora che animare non è un gesto particolare ma un modo, una qualità specifica che può essere presente in molte azioni umane. Animare è un modo più che una cosa o un contenuto; un modo particolare di condurre le azioni umane più direttamente legate al senso della vita.
Questo significa che l'animazione non può essere considerata come un'azione particolare a sé stante, ma solo come una attività embricata, nascosta in altre ritenute principali. Essa è una sorta di significato latente, presente in alcuni segni e contesti della vita umana.

LA QUALITÀ ESSENZIALE DELL'ANIMAZIONE: L'AMORE ALLA VITA

L'animazione, in quanto legata, interrelata ai significati più genuini dell'esistenza, pone come estranee al proprio orizzonte di senso le forme della vita segnate dall'alienazione, dalla schiavitù, dall'oppressione dell'uomo sull'uomo o su se stesso e che quindi impediscono alla singola vita umana di svolgersi in tutta la potenza che in essa è contenuta.
L'orizzonte di senso dell'animazione rimanda, infatti, alla libertà, alla creatività, alla gioia, all'amore per gli altri giocato sul rispetto di se stessi, alla speranza come senso fondamentale dell'essere ed infine allo scacco, al fallimento come tratto umano, origine di vita e non di distruttiva disperazione.
Da questa prima e breve riflessione intorno al significato della parola emerge che l'animazione è una qualità che compare solo nelle forme di vita liberanti e liberate, in quanto essa è un luogo simbolico in cui si declina la crescita e l'emancipazione dell'uomo dalle ferinità arcaiche che ancora negli strati profondi del suo essere urlano la propria presenza.
Si può affermare, rimanendo fedeli alle radici linguistiche della parola, che l'animazione è, prima di tutto, un modo di vivere e di affrontare la vita in cui è protagonista l'amore alla vita nella libertà e nella verità che si esprime in un atteggiamento globale, fallace e imperfetto per sua natura, ma che testimonia lo sforzo dell'uomo e del suo pensiero di onorare la vita al di là dello scacco e del fallimento che ogni giorno segnano il suo vivere.
L'animazione è allora una scommessa sulla vita e sull'uomo: scommessa sull'uomo e sulla sua capacità di liberazione storica, pur nella povertà che contraddistingue ogni sua azione.
Essa, per rifarci al linguaggio di Paulo Freire, [1] è un «tema generatore» di vita nel momento in cui la vita stessa è minacciata. Un luogo di speranza per il futuro dell'umanità, un luogo in cui liberare la ricchezza delle nuove generazioni e in cui continuamente rigenerare l'uomo e la stessa società. Questo perché l'amore alla vita che l'animazione persegue è, per prima cosa, la fiducia che, nonostante tutto, è possibile per l'uomo costruirsi secondo un progetto che accanto alla sopravvivenza e all'adattamento sociale colloca le domande fondamentali sul senso dell'esistenza.
Un progetto che sa che all'uomo non è negato, se segue il soffio dello Spirito, il farsi effettivamente a immagine e somiglianza di Dio. Un progetto che sa anche che la storia, così come è disegnata dalla vita sociale odierna, non è ancora per tutti gli uomini il luogo fecondo di questa possibilità.
Un progetto che sa che l'uomo deve costruire se stesso dentro il lavoro per la realizzazione di una diversa, più giusta e vera società, di una nuova storia.
Un progetto che sa che tutte le sconfitte che l'uomo subisce nella sua quotidiana fatica di vivere non riescono a intaccare irrimediabilmente il suo futuro.
L'animazione è, da questo punto di vista, un progetto educativo e uno stile di vita che mette la costruzione dell'uomo all'interno di un faticoso lavoro di redenzione della convivenza sociale e della storia. L'animazione sa che, perché tutto questo avvenga, è necessario che l'uomo si emancipi da tutti quei vincoli, da tutte quelle dipendenze che inibiscono il fiorire del suo essere.
Questi vincoli non sono che la forma moderna in cui si manifestano gli idoli, nel nome dei quali l'uomo sacrifica il divenire pienamente se stesso. I nomi di questi idoli sono assai comuni: successo, ricchezza, piacere, potere, sicurezza, ecc. L'idolo infatti è tutto ciò che allontana l'uomo da una comprensione globale di sé, che fa sì che un aspetto parziale della vita umana divenga lo scopo totalizzante della vita stessa.
Amore per la vita e amore per l'uomo sono, alla fine, la stessa cosa. E su questa convinzione che poggia il modo di vivere nello stile dell'animazione. La scommessa è quella centrata sull'affermazione che oggi è possibile non essere idolatri, ma bensì portatori di quel progetto che impedisce all'uomo di rinchiudersi nei limitati orizzonti che il conformismo sociale propone. Un progetto permeato dal significato le cui radici sono al di là della soglia del mistero.
Un amore alla vita tuttavia non facile, perché intriso dalla sofferenza e dalla sconfitta. Infatti, dire un progetto non idolatra oggi significa pagare un qualche prezzo in termini di sofferenza personale e di gruppo. Allo stesso modo, il lavoro di trasformazione della storia sembra essere sempre sconfitto dalle logiche del potere dominanti. La speranza nella sofferenza è un altro connotato dell'amore alla vita nello stile dell'animazione. La sofferenza, da scandalo che ancora affligge il mondo, può divenire la forza rigeneratrice delle infedeltà dell'uomo al proprio essere.
La logica dell'amore per la vita dell'animazione si fonda, alla fine, sulla irriducibilità della speranza, sulla fede cioè nella redimibilità di ogni situazione umana, anche della più disperata.
I connotati di questo progetto d'uomo fondato sull'amore per la vita costituiscono le radici del progetto di animazione che qui di seguito viene sinteticamente raccontato attraverso la descrizione dei suoi fondamenti antropologici, dei suoi obiettivi e del suo metodo.


NOTA

1 P. FREIRE, La pedagogia degli oppressi, Mondadori, Milano 1971.