Luis A. Gallo, PER LA VITA DI TUTTI. Fondamenti teologici dell'impegno educativo, Elledici 2002

 

La svariata molteplicità dei carismi o servizi che lo Spirito suscita nella comunità ecclesiale per l'attuazione della sua missione, si può raggruppare in tre grandi blocchi, ognuno con le sue caratteristiche proprie: quello dei cristiani chiamati «pastori»; quello dei cristiani che vivono la «vita religiosa» o «consacrata»; e quello dei cristiani che vengono denominati «laici» o «secolari». Naturalmente, all'interno di questi grandi blocchi esistono ulteriori molteplici diversificazioni.
La grande maggioranza dei membri della chiesa sono laici e laiche. Essi, anche grazie alle nuove impostazioni ecclesiologiche del Concilio Vaticano II, hanno cominciato ad avere riconosciuto quel posto che, stando ai documenti neotestamentari, spetta loro nella chiesa.

CHI SONO I LAICI E LE LAICHE NELLA CHIESA

Sembra importante, anzitutto, chiarire i termini utilizzati in questo contesto, perché spesso esiste una reale confusione al riguardo di essi. Non di rado, infatti, la parola «laico» viene usata nel senso di «laicista». Si designa con essa la presa di posizione o l'atteggiamento di persone o gruppi che intendono prescindere deliberatamente da ogni confessione religiosa. Si parla, per esempio, di «stato laico» o di «partiti laici», per indicare quello stato o quei partiti politici che non si ispirano agli orientamenti della fede cristiana né di una qualunque altra fede religiosa. Non è questo, ovviamente, il senso con cui viene usato il termine, nell'ambito ecclesiale, quando si parla di «laici» o, meglio ancora, di «cristiani laici o secolari».
Per dilucidare tale senso, più che soffermarsi a studiare l'etimologia e l'evoluzione storica di detto termine (S. Lyonnet), è conveniente assumere la descrizione che ne dà il Vaticano II nella Lumen Gentium:
«Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito dalla chiesa, i fedeli, cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti Popolo di Dio e, nel loro modo, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano» (LG 31a).
Come si vede, la descrizione viene fatta da due prospettive diverse: una negativa, quella classica e tradizionale, secondo la quale il laico è il cristiano che non appartiene né al gruppo dei cristiani che hanno ricevuto l'ordine sacro, né allo stato religioso ufficialmente riconosciuto nella chiesa; e una positiva, secondo la quale il laico è un membro a pieno titolo della chiesa, e partecipa «nel modo che gli è proprio», «per la sua parte», della condizione e della missione di tutto il Popolo di Dio.
Questa seconda prospettiva permette di superare il modo preconciliare di pensare l'identità di questi cristiani. Infatti, non si richiede un'eccessiva conoscenza della storia per sapere che per molti secoli i laici e, ancora di più le laiche per il fatto di essere donne, furono considerati quasi come cristiani «di seconda categoria» e quasi come «minorenni» nei confronti degli altri due gruppi ecclesiali dei chierici e dei religiosi. Soprattutto dei primi, che svolgevano il ruolo dell'autorità nella chiesa. Gli stessi laici finirono molte volte per considerarsi tali. Una concezione accentuatamente clericale della chiesa da una parte, e l'esaltazione dell'ideale monastico o consacrato di perfezione cristiana dall'altra, possono segnalarsi fra le principali cause di tale situazione.
Il Vaticano II contribuì a fare un passo decisivo in avanti da questo punto di vista (Y. Congar). Lo avevano preceduto diversi decenni di continua e crescente presa di coscienza sul tema, la quale portò a far maturare quella seconda prospettiva presente nella descrizione sopra citata.
Si afferma in essa che i laici hanno un «modo proprio e peculiare» di partecipare alla condizione e alla missione di tutto il popolo di Dio: la secolarità. Essa va intesa, alla luce dell'insegnamento conciliare, in questi termini:
«Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio [...1. A loro, particolarmente, spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano sempre fatte secondo Cristo e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore» (LG 31b).
Per due volte si parla nel testo di «cose temporali». Quale sia il significato dell'espressione lo precisa un altro testo conciliare, dedicato precisamente ai laici e alla loro attività apostolica: sono «i beni della vita e della famiglia, la cultura, l'economia, l'arte e le professioni, le istituzioni della comunità politica, i rapporti internazionali e altre realtà simili» (Apostolicam Actuositatem 7b).
Resta così sostanzialmente delineato ciò che costituisce la peculiarità di questa categoria di membri della chiesa, la loro vocazione propria e specifica: il loro stretto rapporto con «le realtà temporali». Occorre tuttavia rilevare che le affermazioni conciliari non vanno intese nel senso che ai pastori e ai religiosi sia assegnato come proprio l'ambito dello spirituale e delle realtà interne della chiesa, invece ai laici l'ambito del materiale o temporale e delle realtà esterne ad essa, in una parola del mondo. Nello spirito del Vaticano II ciò è inammissibile. Sarebbe convertire ciò che è distintivo di una forma di vita ecclesiale in qualcosa di esclusivo, come se prima di ciò che distingue i differenti gruppi di cristiani tra di loro non ci fosse qualcosa che li accomuna. Così come i cristiani pastori non vengono esclusi in forma assoluta dalle responsabilità cosiddette temporali, anche se il loro ruolo ecclesiale richiede da essi una più intensa dedizione a determinati servizi interni alla chiesa (LG 31b), così il fatto di essere laici non esclude i cristiani secolari dai servizi e dalle responsabilità propriamente intraecclesiali. Dice, infatti, il già citato testo della Lumen Gentium, che i laici compiono la stessa missione di tutto il popolo cristiano «nella chiesa e nel mondo» (LG 31a). La congiunzione «e» sta sottolineando appunto l'esclusione di ogni dualismo.

UOMINI E DONNE DELLA CHIESA «NEL CUORE DEL MONDO»

Dopo il Vaticano II e ispirandosi ai suoi orientamenti, il Documento della Terza Conferenza Episcopale di Puebla (Messico, 1979) coniò una formula che, nella sua stringatezza, esprime in maniera molto densa e appropriata l'identità del membro laico della chiesa. Dice, infatti:
«La fedeltà e la coerenza alle ricchezze ed alle esigenze del suo essere, gli danno la sua identità di uomo della chiesa nel cuore del mondo e di uomo del mondo nel cuore della chiesa» (Documento di Puebla n. 786).
Questa formulazione ci può fare da guida nell'esplicitare la vocazione e le attività proprie dei laici e delle laiche in quanto membri della comunità ecclesiale.

A partire da una chiesa profondamente rinnovata

L'abbiamo ricordato più volte: l'impostazione ecclesiologica subì una forte e profonda trasformazione durante la celebrazione del Vaticano II. Una prima conseguenza di ciò è che alla luce di tale impostazione bisogna riconoscere il carattere secolare dell'intera chiesa. Se il mondo (saeculum) entra nella sua stessa definizione, in modo tale che essa non si può definire senza tenerne conto, se la totalità della comunità ecclesiale è a servizio evangelico al mondo (Paolo VI), allora è la totalità della chiesa ad essere, in questo senso, secolare. Quindi, i problemi dell'umanità in quanto tale, quelli che altrove abbiamo chiamato «transecclesiali», sono problemi dell'intera chiesa. A tal punto che essa deve rimandare necessariamente a un secondo piano i propri problemi interni per occuparsene prioritariamente.
Dalla nuova impostazione conciliare deriva ancora una seconda conseguenza: nella chiesa interamente secolare nel senso spiegato, i laici o secolari occupano un posto di avanguardia (cf GS 43b). Sono essi, infatti, quelli che stanno più direttamente a contatto con le realtà del mondo, in ragione della forma tipica di esistenza ecclesiale che conducono. Gli altri membri, i ministri ordinati e i religiosi e le religiose, pur essendo ugualmente chiamati al servizio evangelico del mondo, svolgono tale servizio con un modo di vita che li coinvolge nelle realtà temporali in forma differente. Non interessa entrare qui a dilucidare in che cosa consista tale diversità; interessa piuttosto ribadire l'importanza decisiva che ha per i cristiani e le cristiane laici, in una chiesa interamente chiamata a essere serva del mondo, il loro rapporto con esso e, ancora di più, l'attuazione di tale rapporto nel concreto della loro vita.
Il mondo che devono servire evangelicamente non è un'astrazione, è una realtà concreta. È l'umanità di oggi con le sue gioie e speranze, ma anche con le sue tristezze e angosce (GS 1). Quest'umanità che, sulle orme di Gesù, la comunità dei suoi discepoli, e in particolare i laici e le laiche, sono chiamati ad amare intensamente, sapendo che essa è oggetto dell'amore di Dio, il quale non ha esitato a consegnare il suo Figlio perché trovasse la Vita (Gv 3,16). L'atteggiamento fondamentale del cristiano nei suoi confornti non deve essere, quindi, la fuga, come si è pensato in altri tempi, ma una piena inserzione in esso. La Gaudium et Spes, infatti, dopo aver affermato che scopo unico della chiesa è quello di servire questo mondo (n. 3e), precisa che per realizzare tale missione è indispensabile che i suoi membri lo conoscano profondamente e siano consapevoli della sua reale situazione (n. 4a).
Concretamente, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del mondo, di cui parla il Concilio, sono le conquiste e le sconfitte che oggi, per la prima volta nella storia, hanno delle connotazioni planetarie.
Le conquiste sono facilmente riconoscibili. Lo straordinario progresso scientifico-tecnico sta rendendo gli uomini sempre più capaci di manipolare la natura e la stessa società, sta producendo una crescita mai precedentemente conosciuta di benessere e una accelerazione quasi vertiginosa della storia. Già la Gaudium et Spes si era fatta eco dell'ammirazione che tutto questo suscitava nella coscienza contemporanea (nn. 3.4-9). Ciò che invece la Costituzione pastorale non colse con tanta chiarezza, a causa dell'euforia tipica del momento storico in cui venne elaborata, sono le sconfitte che l'umanità sta subendo all'interno di detto processo. Oggi se ne è in genere più consapevoli.
Attualmente ci sono, in effetti, diffuse e crescenti forme di disumanizzazione nell'ambito del rapporto con la natura, come evidenzia il sempre più incalzante problema ecologico; nell'ambito del rapporto tra le persone e i diversi gruppi umani, quali, per esempio, il conflitto Nord-Sud, o quello tra uomini e donne, o ancora quelli razziale, religiosi e ideologici; nell'ambito del rapporto con Dio, quali il fenomeno della secolarizzazione diffusa e della manipolazione della fede a scopi politici, del ritorno del sacro e della nuova religiosità... Queste situazioni, e tante altre simili, sono autentiche sfide all'umanità, e sono perciò stesso reali sfide alla chiesa che vuole prestarle il. suo servizio evangelico di salvezza.
È su questo fronte principalmente – benché non esclusivamente –che sono chiamati a svolgere la loro azione i cristiani e le cristiane laici, membri della chiesa «nel cuore del mondo». Sono problematiche e situazioni che hanno a che vedere direttamente con le realtà cosiddette «temporali» o «secolari», in mezzo alle quali essi ed esse vivono ogni giorno la loro vita. È proprio per questo che essi ed esse costituiscono come l'avanguardia della chiesa.
Tutti i cristiani laici e le cristiane laiche, a cominciare da quelli che vivono la loro vita nella quotidianità, e qualche volta anche nel grigiore di un'esistenza semplice e nascosta, fatta di famiglia, lavoro e svago, di piccole o grandi gioie e preoccupazioni, fino a quelli che occupano posti di rilievo negli importanti centri di decisioni di tipo politico, sociale, economico e culturale, sono chiamati a realizzare la loro vocazione nell'impegno di contribuire alla soluzione di tali problemi.
Ciò, evidentemente, non annulla l'appello a farsi carico di quei problemi a corto raggio che esigono una risposta immediata e, per dirla con una parola alquanto ambigua, assistenziale. Si sa che, per molti di essi e di esse, è questo l'ambito in cui ordinariamente possono concretizzare il loro servizio del prossimo; ma ciò non li deve portare a trascurare, e tanto meno ad ignorare, i posti dove oggi più largamente e in maniera più decisiva si giocano le sorti degli uomini: le macrostrutture nazionali e internazionali che condizionano anche l'esistenza quotidiana più modesta e privata.
Chi è oggi autentico membro laico o laica della chiesa di Gesù Cristo, è chiamato, quindi, a prendere sul serio ciò che accade nel mondo. Nel macromondo dei rapporti socio-politici, dove si elaborano le grandi decisioni che interessano direttamente o indirettamente l'intera umanità e i suoi singoli membri; e nel micromondo dei rapporti interpersonali, dove queste decisioni si ripercuotono in mille modi diversi. Lì, a contatto con tali situazioni, i cristiani laici e le cristiane laiche sono chiamati a svolgere il loro servizio evangelico, collaborano dall'interno, «a modo di fermento», secondo l'espressione di Lumen Gentium (31b), nella trasformazione della convivenza umana.
In questo senso, e lasciando da parte quanto di retorico può avere l'espressione, ognuno di essi, come Gesù, è chiamato a «portare il mondo sulle sue spalle».

Dimensioni del servizio dei laici e delle laiche nel cuore del mondo

Seguendo la caratterizzazione tripartita utilizzata dal Vaticano II per parlare di Cristo e della chiesa, si può dire che i laici e le laiche sono chiamati a svolgere il loro servizio evangelico al mondo come profeti, come sacerdoti o liturghi e come signori.
La loro profezia consisterà principalmente nello sforzo di «scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (GS 4a) o, in altre parole ancora, come si segnalava precedentemente, di «discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni cui prendono parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, i segni veri della presenza o del disegno di Dio» (GS 11a). Un discernimento finalizzato all'annuncio a voce alta di quanto di positivo scoprono nel mondo, riconoscendovi una manifestazione del progetto salvifico di Dio, e alla denuncia coraggiosa di quanto di negativo vi ritrovano. Ma un discernimento orientato soprattutto a provocare il proprio impegno di azione nella direzione del discernimento realizzato.
La loro liturgia secolare verrà da loro attuata offrendo quel culto spirituale del quale abbiamo parlato anteriormente ispirandoci ai vangeli e alle lettere di Paolo (Rm 12,1-2), e che la costituzione Lumen Gentium ha allacciato strettamente con l'impegno prevalentemente secolare della loro condizione ecclesiale. Una liturgia e un sacerdozio vissuti nell'impegno serio e responsabile nei confronti di tutto ciò di cui tale esistenza è intessuta, e che poi verrà portato alla celebrazione specialmente nell'Eucaristia (LG 34b).
Infine, come Gesù Cristo anche i suoi discepoli laici e laiche sono chiamati ad impegnarsi nell'esercitare la loro «signoria» nei riguardi delle realtà del mondo. Lo faranno cercando, in primo luogo, di non lasciarsi soggiogare da esse, e collaborando a fare sì che neanche gli altri si lascino soggiogare. Essere «signore», infatti, significa anzitutto non vivere da schiavo. Siccome però tanto la natura quanto le cose prodotte dall'uomo a partire da essa finiscono facilmente per asservirlo, il campo d'impegno risulta da questo punto di vista veramente immenso. Basta pensare a ciò che implica cercare di creare delle strutture economiche nazionali e internazionali alternative a quelle che stanno provocando la morte per fame di milioni di persone, o delle strutture mentali contrapposte a quelle che generano l'esclusione della donna, dei negri, dei «diversi» in genere.
C'è poi tutto l'aspetto positivo di questa «signoria», che consiste nell'arrivare a una gestione delle realtà del mondo che le abiliti a contribuire sempre più alla Vita e alla maturità degli uomini, e non alla loro Morte. E qui che il campo del servizio laicale è più che mai urgente, data la situazione odierna. I cristiani laici e le cristiane laiche sono chiamati a contribuire con tutte le loro capacità e competenze a fare che la convivenza umana diventi sempre meno inumana, e sempre più consona con la dignità dell'uomo.
Nel farlo è importante però che essi riconoscano sempre l'autonomia delle realtà secolari. Si può ormai ritenere superato il tempo in cui tali realtà venivano considerate come delle semplici occasioni per ottenere la salvezza personale dei credenti. Il Vaticano II, sottolineando la loro autonomia (GS 36b), affermò anche implicitamente che non basta la sola retta intenzione per incorporarle al processo di salvezza; è indispensabile invece agire dal loro stesso interno, rispettando le loro leggi intrinseche. In questo contesto, il Concilio ribadì l'idea che il cristiano laico deve sforzarsi di essere competente nei diversi aspetti ai quali dedica le sue fatiche (LG 36b).
E ciò senza perseguire uno scopo concorrenziale, quasi a voler dimostrare la superiorità della fede cristiana su altre fedi o su altre prese di posizione, o un interesse proselitista, come se si volesse dare il «buon esempio» affinché altri si convincano del valore del Vangelo, ma per il profondo senso che il Vangelo svela in ogni sforzo fatto. Senza neppure cercare di ripristinare situazioni ormai superate, quali la creazione di una nuova cristianità, alquanto ritoccata ma sostanzialmente analoga a quella già vissuta in altri tempi. Né la società odierna – sempre più gelosa della sua autonomia, e in questo senso sempre più adulta – lo sopporterebbe, né la visione di una fede aggiornata lo potrebbe accettare.
I cristiani e cristiane laici sono chiamati ad essere anche consapevoli del fatto che, nel portare avanti tale impegno, non sono soli al mondo. Essi sanno, effettivamente, che molti altri uomini e donne che non si ispirano al Vangelo di Gesù Cristo, ma ad altre proposte, stanno portando avanti un impegno simile, con tanto o alle volte ancora maggior entusiasmo del loro. «Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità», diceva la Gaudium et Spes (n. 43b), riferendosi precisamente ai laici. Nessun atteggiamento di superiorità o di competitività dovrebbe ispirare, quindi, il loro impegno.
Per finire questo punto, occorre rilevare ancora una caratterizzazione importante dell'agire dei cristiani e delle cristiane laici nel loro impegno per una convivenza umana più vivificante: tenendo presente il modo in cui agì Gesù, essi dovrebbero impostare la loro azione in modo tale che favorisse decisamente coloro che nella società, ad ogni livello, sono i più poveri, i più disattesi, gli esclusi. In una parola, gli ultimi.

Tra i laici, i giovani

Non va dimenticato che, tra i numerosi cristiani e cristiane che fanno parte della comunità ecclesiale e vivono questa loro appartenenza in maniera laicale, ci sono i giovani. La maggior parte di essi e di esse, eccetto quelli che si preparano al ministero pastorale o sono già entrati nella vita religiosa, sono laici e laiche. Anch'essi ed esse sono chiamati a vivere questa loro identità all'insegna della loro vocazione cristiana, ovviamente secondo la loro condizione giovanile.
Guardando ad un passato non molto lontano si deve constatare che la vita cristiana e l'impegno dei giovani e delle giovani erano di solito segnati da una notevole tendenza intraecclesiale. Essi, forse ancora più degli adulti, erano generalmente sollecitati ad atteggiamenti ed impegni fortemente ecclesiocentrici. Anche quelli che si impegnavano nelle realtà temporali (cultura, politica, attività sportive, ecc. dovevano farlo per «ecclesializzarle», in modo tale che entrassero a far parte del regno di Dio e di Cristo sulla terra, che era appunto la chiesa. Essere apostoli nel mondo significava entrarvi per collaborare a estendere tale regno. I giovani e le giovani dovevano farlo soprattutto nell'ambito delle loro competenze giovanili: famiglia, scuola, tempo libero, ecc., spesso anche con atteggiamenti proselitisti o perfino competitivi.
La profonda svolta ecclesiologica conciliare ha comportato un decisivo cambiamento anche per loro. Alla sua luce molti di essi e di esse hanno cominciato a capire che essere giovani cristiani vuol dire impegnarsi seriamente nel servizio della crescita in umanità del mondo, ispirandosi al Vangelo di Gesù Cristo e lasciandosi guidare da esso. Essere, come Gesù e sulle sue orme, degli appassionati per la Vita concreta degli altri.
Essi stanno concretizzando il loro impegno a diversi livelli: quello interpersonale, anzitutto, dove molte forme di povertà ed emarginazione si fanno sentire; quello educativo e assistenziale, nel quale il volontariato giovanile è ampiamente presente; ma anche quello riguardante le strutture che generano l'emarginazione e l'esclusione umana, nel quale i giovani e le giovani s'impegnano portando il loro contributo nei movimenti missionari, pacifisti, ecologici, femministi...
Un problema che più di una volta si riscontra in quest'ambito è quello di mantenere vivo il loro senso di appartenenza alla comunità ecclesiale. Succede non di rado, specialmente tra quelli che iniziano una strada d'impegno nella società a partire dal loro inserimento in gruppi o movimenti giovanili ecclesiali, che finiscono per disaffezionarsi alla chiesa, e perfino per abbandonarla. Ciò è dovuto in più di un caso al modo in cui è impostata la vita ecclesiale, troppo ripiegata su se stessa. Se si vuole che i giovani e le giovani mantengano viva e vitale una genuina appartenenza ecclesiale, si dovrà quindi far toccare loro con mano l'orientamento transecclesiale del suo essere e del suo agire.

Uomini e donne del mondo «nel cuore della chiesa»

I cristiani e le cristiane laici non sono solo cristiani «nel cuore del mondo». Interpretarlo così significherebbe tornare alla menzionata concezione preconciliare secondo la quale ai pastori e ai religiosi spettavano le realtà spirituali e intraecclesiali, mentre ai laici corrispondevano quelle temporali o transecclesiali.
Se si tiene presente quanto è già stato più volte detto, una tale spartizione va decisamente scartata. Occorre ribadirlo ancora una volta, a rischio di essere ripetitivi: nella comunità ecclesiale a tutti senza eccezione spettano entrambe le responsabilità. In modo diverso, certamente, a seconda della vocazione di ciascuno. Ora, se nel modo proprio di vivere ecclesialmente dei cristiani laici l'accento viene posto sulle realtà transecclesiali, ciò non significa che essi non abbiano delle responsabilità all'interno della chiesa. Essi, infatti, «compiono, nella chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano» (LG 31b).
Affrontiamo ora questo aspetto del loro servizio, avvalendoci ancora una volta della classica divisione tripartita sopra utilizzata: profezia, sacerdozio o liturgia, signoria.

Profeti della Parola di Dio nella storia

Diversamente da quanto si è spesso pensato in passato, la chiesa non si divide in una «chiesa che insegna» e una «chiesa che impara», la prima costituita dalla gerarchia con il potere di ammaestrare («magistero»), e la seconda dai laici con il solo dovere di imparare. Viceversa, tutta la chiesa è l'una e l'altra cosa, anche se in modi e misure diverse. La ragione ultima di ciò è che la Parola di Dio è stata consegnata all'intera comunità ecclesiale e non solo ad alcuni (DV 10a). Di qui la necessità che l'intera comunità s'impegni nel suo approfondimento e nel suo annuncio, anche se in essa alcuni sono chiamati a presiedere tale impegno e altri a collaborarvi responsabilmente senza presiederlo.
E poiché la Parola viva di Dio si manifesta in forma storica in avvenimenti e situazioni umane (DV 2; GS 11a), si capisce l'importanza peculiare e insostituibile del contributo dei cristiani e delle cristiane laici nel suo discernimento, dal momento che essi, per il fatto di vivere a contatto più diretto con tali avvenimenti e situazioni, la possono cogliere meglio e con maggior realismo. In questo senso la Lumen Gentium afferma che i pastori, «aiutati dall'esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che temporali; e così tutta la chiesa, sostenuta da tutti i suoi membri, compie con maggior efficacia la sua missione per la vita del mondo» (n. 37d).
D'altronde, da questa attività profetica svolta nel seno della comunità ecclesiale i laici e le laiche possono trarre profitto per la loro vita e azione personale nel mondo. Possono imparare a scoprire, insieme con gli altri fratelli nella fede, il senso ultimo delle realtà tra le quali vivono, e trovare anche il modo più concreto di annunciare il Vangelo a coloro con i quali convivono quotidianamente. L'incontro di riflessione nella comunità ecclesiale può così paragonarsi all'attività del cuore, al quale affluisce tutto il. sangue dell'organismo per rinnovarsi e uscire nuovamente a vivificare tutto il corpo.
Particolare rilevanza ha poi da questo punto di vista il contributo dei giovani, i quali, per il fatto di essere tali, sono ordinariamente più sensibili ai movimenti della storia. La loro sintonia con il futuro li rende più intuitivi e perciò più capaci di cogliere i veri segni dei tempi che lo anticipano come concretizzazione del piano di salvezza di Dio.

Concelebranti della fede comune

Ciò che i cristiani laici e laiche vivono nella loro vita ordinaria e quotidiana, e che è già culto spirituale se è vissuto all'insegna del Vangelo, lo celebrano nella comunità ecclesiale nei momenti liturgici (LG 34b). Questi ultimi sono occasioni speciali dell'esercizio del loro sacerdozio battesimale. Sono, quindi, dei momenti di una autentica concelebrazione, nei quale tutti i membri della comunità partecipano attivamente, manifestando anche la varietà di servizi in essa esistente.
In questo contesto va tenuta presente l'insistenza della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium sulla partecipazione attiva di tutti i fedeli nelle celebrazioni liturgiche, le quali, secondo lo stesso documento, non sono mai celebrazioni private, ma sempre celebrazioni della comunità (n. 26a).
I pastori, in forza della loro ordinazione, vi prestano un servizio di presidenza, ma non per questo gli altri partecipanti sono da considerare come semplici e passivi beneficiari di ciò che essi fanno. Al contrario, tutti si dovrebbero sentire – perché di fatto lo sono – responsabili della celebrazione, e di conseguenza dovrebbero contribuire con le loro capacità alla sua realizzazione. Tutti e ognuno è da considerarsi come vero concelebrante.
È importante rilevare ancora il contributo proprio e peculiare dei laici e delle laiche nella liturgia. Se essa è espressione di una chiesa «estroversa» (S. Dianich), e cioè tutta tesa al. servizio del mondo nel suo cammino di crescita, dovrà necessariamente essere permeata da quelle istanze che provengono alla fede da ciò che succede nel mondo, sia in quello delle relazioni interpersonali che planetarie. Altrimenti rischierebbe di essere una liturgia alienata, avulsa dalla realtà. Si intravede perciò quale possa essere il contributo tipico dei cristiani e delle cristiane laici, i quali vivono gomito a gomito con gli altri uomini e donne del mondo le situazioni gioiose o problematiche che lo segnano: quello di farle entrare quale «materia» della celebrazione. Anche in questo ambito l'apporto dei giovani è vitale. Sta già avvenendo in molti posti: sono essi quelli che danno forza nuova alla partecipazione attiva e comunitaria nelle celebrazioni liturgiche. Il Loro protagonismo ecclesiale va indubbiamente sostenuto e incoraggiato, non tanto come un espediente per dinamizzare la liturgia, quanto e principalmente perché così lo richiede la sua natura stessa. Inoltre, sentendosi soggetti attivi della celebrazione i giovani avranno occasione di crescere nel senso di appartenenza alla comunità ecclesiale nelle altre sue componenti.

Al servizio dei propri fratelli

Sulle orme di Cristo, come attestano i vangeli, essere «signore» equivale ad essere «servo». Anche al di fuori delle celebrazioni liturgiche e cultuali la vita della comunità ecclesiale ha bisogno di certi servizi: organizzazione, presidenza, insegnamento, assistenza, ecc. Quanto più fraternamente si svolge la vita di una comunità, tanta più142
grande disponibilità richiede dai suoi membri. Lo si scorge già nelle prime comunità cristiane, stando alle testimonianze tramandate dagli scritti neotestamentari.
In questo contesto è utile ricordare ciò disse il Vaticano II circa il rapporto tra laici e pastori. Un criterio orientativo è stato dato dalla Lumen Gentium:
«Se quindi nella chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità ed hanno avuto ugualmente in sorte la stessa fede in virtù della giustizia di Dio. Quantunque alcuni per volontà di Cristo sono costituiti dottori e dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità» (n. 32b).
Si sottolinea, in questo testo, un aspetto importante della vita e dell'organizzazione ecclesiale: non esiste nella chiesa scala di dignità alcuna, poiché tutti i suoi membri sono uguali da tale punto di vista e nessuno è al di sopra degli altri. Anche in ciò la chiesa deve anticipare la mèta finale della storia, nella quale, secondo il piano di Dio, si arriverà ad essere tutti fratelli in perfetta uguaglianza di condizioni, quelle condizioni richieste dalla dignità di persone umane fatte a immagine e somiglianza sua (Gn 1,26-28).
Messo in chiaro questo principio fondamentale, il testo citato continua dicendo:
«I laici, quindi, come per degnazione divina hanno per fratello Cristo [...], così anche hanno per fratelli coloro che, posti nel sacro ministero, insegnando e santificando e reggendo per autorità di Cristo, pascono la famiglia di Dio, in modo che sia da tutti adempito il nuovo precetto della carità» (n. 32d).
Il primo e fondamentale rapporto, quello dell'uguaglianza fraterna, non elimina, quindi, questo secondo rapporto complementare: la diversità nella responsabilità, una diversità che deve però sempre essere pervasa da quella stessa fraternità. In forza di ciò la Lumen Gentium evidenzia, anche se ancora con una certa timidezza, la corresponsabilità che incombe ai cristiani laici nella vita e nel cammino della comunità:
«Nella misura della scienza, competenza e prestigio di cui godono, [i laici] hanno la facoltà, anzi, talora il dovere di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della chiesa» (n. 37a).
E invita i pastori a riconoscere e promuovere la dignità e la responsabilità dei laici nella chiesa.
Ancora una volta occorre rilevare l'importanza della partecipazioni dei giovani in tale responsabilità. Sono infatti innumerevoli i servizi che essi possono rendere alla comunità ecclesiale nel campo dell'organizzazione e dell'animazione delle medesima. Sta a coloro che svolgono il servizio di presidenza il saper fare affidamento su di essi e il saper sollecitarli ad assumerli.

DUE QUESTIONI DI ATTUALITÀ

In questo contesto tocchiamo due questioni oggi molto sentite: le associazioni e movimenti laicali, e il posto della donna nella chiesa.

Le associazioni e movimenti laicali

Fermo restando il principio della responsabilità personale di ogni laico cristiano nello svolgimento della missione affidata a tutta la chiesa (AA 16-17), il Vaticano II ha sottolineato anche l'importanza e la necessità del loro associarsi con fini chiaramente ecclesiali (AA 19b). Dice infatti:
«I fedeli [laici] sono chiamati ad esercitare l'apostolato individuale nelle diverse condizioni della loro vita; tuttavia ricordino che l'uomo, per natura sua, è sociale e che piacque a Dio di riunire i credenti di Cristo per farne il popolo di Dio e un unico Corpo. Quindi l'apostolato associato corrisponde felicemente alle esigenze umane e cristiane dei fedeli e al tempo stesso si mostra come segno della comunione e dell'unità della chiesa in Cristo» (AA 18a).
Ciò pone oggi una questione particolarmente sentita, soprattutto in certe zone ecclesiali: quella dei movimenti e delle associazioni laicali, attualmente in notevole effervescenza in tutto il mondo. Se ne è occupato qualche anno fa il Sinodo dei Vescovi sui laici e, successivamente, l'Esortazione Apostolica Christifideles laici di Giovanni Paolo II che ne raccolse le istanze. In quest'ultima egli sostiene:
«Possiamo parlare di una nuova epoca associativa dei fedeli laici. Infatti, insieme all'associazionismo tradizionale, e alle volte dalla sue stesse radici, sono germogliati movimenti e associazioni nuove, con fisionomie e finalità specifiche» (n. 29, tondo del testo).
I movimenti e associazioni menzionati sono attualmente molto diversificati, pur mantendo certe caratteristiche comuni (B. Secondin). Diversi di essi hanno acquistato un'ampiezza tale che li porta a andare al di là delle chiese locali, e spesso raggiungono dimensioni internazionali e perfino intercontinentali. Alcuni, pur nella loro universalità, sono strettamente legati al dinamismo delle chiese diocesane; altri invece, ne sono più o meno indipendenti. Tra essi ve ne sono diversi che fioriscono tra i giovani e li coinvolgono in prima persona nella loro vita e attività.
È molto importante tener presente che, dopo aver riconosciuto il diritto e la libertà – fondati nel battesimo – dei cristiani laici a creare tali movimenti e a partecipare in essi, l'Esortazione Christifideles laici enuncia anche i criteri di ecclesialità a cui essi dovrebbero conformarsi: il primato riconosciuto alla vocazione di ogni cristiano alla santità, la responsabilità nel confessare la fede cattolica, la testimonianza di una comunione ferma e convinta con la chiesa universale attraverso il papa e con la chiesa locale attraverso il vescovo, la conformità e la partecipazione nel fine apostolico della chiesa, l'impegno di una presenza attiva nella società umana (n. 30).
Oltre a quelli menzionati, occorre ricordare un altro criterio fondamentale, che sottostà certamente ad essi: nessun movimento potrà dirsi ecclesiale se non fa sua la proposta fondamentale di Gesù, quella che, nel suo tentativo di verifica, il Vaticano II ha ripreso e rilanciato come una sfida: essere, come Lui, appassionati per la Vita piena degli uomini, e specialmente dei più poveri tra essi.

Il posto della donna nella chiesa

La presenza delle donne nella chiesa è molto rilevante. Numericamente e qualitativamente. Tranne quelle che appartengono alle diverse forme di vita religiosa o consacrata, la grande maggioranza di esse sono laiche o secolari. E, almeno in molte zone, portano sulle spalle il peso di molte attività ecclesiali. Dopo secoli di storia vissuti all'insegna di un accentuato maschilismo ecclesiale, oggi le cose stanno cominciando a cambiare. La marcia della storia nella società umana sta sfidando su questo punto le chiese di Gesù (S. McFague).
Stupisce il fatto che le comunità ecclesiali abbiano avuto per tanti secoli un'impostazione maschilista, quando Gesù e le prime comunità sorte dopo di lui avevano dato chiari segni, stando ai dati neotestamentari, di un deciso superamento della medesima. La cosa si spiega in buona parte per via dei condizionamenti culturali subiti lungo la storia.
Che Gesù abbia messo in questione la struttura patriarcale e maschilista del suo popolo, è un dato che abbiamo già evidenziato nel presentare inizialmente la sua figura. Non va sorvolato un dato di rilievo al riguardo. È quello tramandato da Marco:
«Gesù risuscitò nel primo giorno della settimana, e apparve per primo a Maria di Magdala, dalla quale aveva scacciato sette spiriti cattivi. Essa andò a comunicare la notizia a coloro che erano vissuti con lui» (Mc 16-10).
Secondo il testo, quindi, la prima «apostola» della risurrezione fu una donna, e fu una «apostola» che precedette in questo gli stessi Apostoli. Il maschilismo resta così totalmente superato.
Diversi scritti neotestamentari annotano, parlando dei molteplici ministeri esistenti nelle prime comunità, il fatto che diversi di essi erano svolti da donne (At 21,9; 1 Cor 11,5; Rm 16,6; ecc.). Qualche comunità sembra perfino aver avuto una donna a capo (Febe: Rm 16,12). Paolo, nella sua lettera ai Galati, afferma chiaramente che «in Cristo non c'è né uomo né donna», ossia che ogni discriminazione in forza del sesso viene esclusa (Gal 3,28). È vero, tuttavia, che in altre lettere egli dà degli orientamenti che denotano una riconosciuta superiorità dell'uomo nei confronti della donna (1 Cor 14,34-35; ecc.). L'interpretazione di questa ambiguità di Paolo è oggetto di discussione. Riguardo invece a ciò che accadde nel corso dei secoli posteriori, un fatto è innegabile: le donne non hanno avuta riconosciuta la loro uguale dignità con gli uomini nella chiesa, almeno per quanto riguarda la responsabilità e il. potere di decisione all'interno della comunità. Esse sono vissute (spesso con una generosa dedizione ed esemplare entusiasmo evangelico) da «doppiamente minorenni»: per il fatto di essere laiche, e per il fatto di essere donne. Le eccezioni, e ce ne sono di gloriose come quelle di Caterina da Siena, Brigida, ecc., non fanno che confermare la regola.
Come si spiega questo ripiegamento verso il maschilismo? Lo dicevamo poc'anzi: il condizionamento di una cultura accentuatamente patriarcale ha esercitato il suo peso sulla stessa chiesa. È questo probabilmente uno degli aspetti nei quali il tentativo di calarsi nella cultura è stato fatto senza sufficiente attenzione critica. Oggi la società umana sta reagendo da questo punto di vista. La presenza di svariate forme di femminismo lo stanno a dimostrare. Molte donne, rese consapevoli di ciò che significa la loro dignità, e molti uomini con esse, stanno aprendo nuovi spazi al suo riconoscimento.
Anche nella chiesa si stanno facendo dei passi avanti. Il Vaticano II, per esempio, rifacendosi a Paolo affermò che nella chiesa «non c'è nessuna ineguaglianza per riguardo al sesso», come non ce n'è per riguardo alla stirpe o nazione, o alla condizione sociale (LG 32), e l'Enciclica Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II rappresenta il tentativo fatto dal papa di spingere in quella direzione. La piena attuazione di questo enunciato è tuttavia lontana dall'essere raggiunta, e richiederà probabilmente ancora del tempo prima che si verifichi completamente.