Luis A. Gallo, PER LA VITA DI TUTTI. Fondamenti teologici dell'impegno educativo, Elledici 2002

 

Nei vangeli Gesù di Nazaret non appare come un solitario. Svolgendo il suo intenso e appassionato servizio al disegno del regno di Dio egli non agì da solo, ma sin dagli inizi raccolse attorno a sé degli uomini e delle donne, e comunicò loro il suo stesso entusiasmo. È così che nacque quel primo nucleo di discepoli destinati a prolungare la sua azione dopo la sua morte, un primo nucleo che continuò a vivere con alterne vicende lungo i secoli e che arrivò sino ai nostri giorni.

LA CONVOCAZIONE

Gli evangelisti narrano in differenti forme la convocazione effettuata da Gesù. Ognuno di essi ne mette in rilievo aspetti particolari, a seconda del progetto globale che segue nel suo vangelo, ma le loro narrazioni hanno degli elementi comuni, molto illuminanti, che tra l'altro permettono di affermare la sostanziale storicità del fatto.
Risulta impressionante seguire, attraverso queste narrazioni, così diverse l'una dall'altra, le diverse chiamate personali che Gesù andò facendo, soprattutto nei primi momenti della sua attività. Si può cogliere in esse sia la varietà dei convocati sia la forza affascinante che indubbiamente esercitarono sui chiamati la sua persona e la sua proposta.
Secondo i vangeli sinottici, i primi convocati furono dei galilei che lavoravano presso il lago di Genesaret. Anzitutto Simone, a cui più tardi egli aggiunse il soprannome di Pietro (Mt 16,18; cf Gv 1,42), e suo fratello Andrea, originari di Betsaida (Gv 1,44), ma residenti a Cafarnao (Mc 1,29); dopo, Giacomo e Giovanni, i due figli di Zebedeo (Mt 4,18-22; Mc 1,16-20; Lc 5,1-11), ai quali diede come soprannome «figli del tuono» (Mc 3,17). Erano uomini impegnati nel duro lavoro della pesca, che richiedeva da loro non poca fatica. Secondo Luca, costituivano una piccola società (Lc 4,10) che operava, come tante altre in quel tempo, nelle acque del «mare di Galilea» (Mt 4,18), attorno al quale Gesù svolse gran parte della sua attività.
È da rilevare la prontezza con cui, secondo le narrazioni, questi primi chiamati risposero all'invito ricevuto. «Essi lasciarono subito la barca e il padre e seguirono Gesù», dice Matteo (Mt 4,22). «E quelli [Simone e Andrea] abbandonarono le reti e lo seguirono subito... Essi [Giacomo e Giovanni] lasciarono il padre nella barca con gli aiutanti e seguirono Gesù», afferma Marco (Mc 1,18.20). «Essi riportarono le barche verso la riva, abbandonarono tutto, e seguirono Gesù», sottolinea Luca (Lc 5,11).
In tutti e tre i racconti due verbi esprimono bene l'atteggiamento di quegli uomini davanti all'invito ricevuto: «lasciarono», «abbandonarono». Accennano al fatto che essi tagliarono i ponti con le loro occupazioni quotidiane, con ciò che rendeva sicure e piene le loro vite, e si misero a seguire quell'uomo di Nazaret che offriva loro solo un disegno, quello del regno di Dio.
Indubbiamente c'è molto di costruzione letteraria in tutto ciò. Non possiamo sapere con certezza storica come siano andate di fatto le cose, quali tempi abbia richiesto per loro prendere una decisione del genere, che tipo di deliberazioni personali e di consultazioni con altri l'abbiano preceduta. Non è improbabile che sia passata un po' d'acqua sotto i ponti prima che si decidessero a lasciare tutto e a seguire colui che li invitava.
Ciò però che evidenziano gli evangelisti con le loro laconiche narrazioni è, da una parte, la generosità con cui essi accolsero l'invito ricevuto e, dall'altra, il fascino quasi irresistibile che esercitava su di loro Gesù con la sua persona e il suo messaggio. Questi uomini restarono in qualche modo abbagliati da lui e da ciò che egli proclamava, e perciò decisero di seguirlo. Abbandonarono le loro sicurezze, anche economiche, per abbracciare un progetto di vita umanamente pieno di insicurezze. Matteo attribuisce a Pietro una frase, detta dopo un po' di tempo trascorso accanto a Gesù, che esprime bene il loro atteggiamento. S'inquadra nell'episodio della chiamata dell'uomo ricco che rifiutò l'invito di Gesù a lasciare tutto e seguirlo. Pietro, a nome del gruppo dei dodici, disse a Gesù: «Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mt 19,27). Esprimeva ciò che veramente avevano fatto.
Dopo i primi quattro, Gesù convocò un quinto, e poi altri sette, e molti altri ancora. Il quinto convocato, Matteo o Levi, ha un particolare significato perché era un pubblicano. Apparteneva, quindi, a quella categoria di uomini che i sedicenti giusti consideravano automaticamente come peccatori.
Impressiona particolarmente la laconicità con cui viene narrata la sua chiamata:
«Passando per la via, Gesù vide un uomo, un certo Matteo, il quale era seduto dietro il banco dove si pagavano le tasse. Gesù gli disse: "Vieni con me", e quello si alzò e cominciò a seguirlo» (Mt 9,9; cf Mc 2,14; Lc 4,27-28).
Si trattava di un uomo che aveva un certo status in Israele, almeno dal punto di vista economico. L'ufficio di esattore delle tasse gli offriva una larga possibilità di agiatezza. Non sempre esente da truffe ed estorsioni, specialmente nei confronti della gente povera (Lc 19,8). Era principalmente per questo che i pubblicani venivano annoverati tra i peccatori.
Gesù passò vicino al suo posto di lavoro e lo invitò a seguirlo. Ed egli, affascinato come gli altri quattro, abbandonando il suo lavoro, e quindi la sicurezza della sua vita, si alzò immediatamente e lo seguì. E in più organizzò un pranzo a casa sua per festeggiare la chiamata, invitando ad essa molti altri suoi colleghi (Mc 2,15). Aveva accolto un invito che lo metteva totalmente a soqquadro, almeno umanamente parlando, eppure si mise a fare festa. Qualcosa di straordinario deve essere capitato perché questo esattore delle tasse si comportasse in quel modo. La persona e la proposta di Gesù devono essere balenate davanti ai suoi occhi in modo seducente. Solo così si può spiegare il suo comportamento paradossale: fare festa quando gli viene sottratta la sua sicurezza.
Il vangelo di Giovanni, da parte sua, oltre a raccontare in maniera un po' differente la chiamata personale di Andrea, di Giovanni e di Pietro, narra anche quella di due dei sette restanti: Filippo (Gv 1,43) e Natanaele, attirato dal primo (Gv 1,44-45). Anch'essi dimostrano di essere fortemente attratti dalla persona e dalla parola di Gesù, fino al punto di abbandonare altre prospettive e mettersi a seguirlo. Tra l'altro, alcuni di essi – in concreto Andrea e Giovanni – lasciarono il Battista per andar con Gesù (Gv 1,35-37).
Quasi come riassumendo la convocazione di tutti quelli che costituirono il gruppo dei dodici più intimi e stretti seguaci di Gesù, i sinottici offrono la narrazione di una convocazione d'insieme, in cui elencano uno per uno i chiamati con il loro rispettivo nome:
«Simone, detto Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni, suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo, il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo (Mc 3,18 e Lc 6,15 lo chiamano "lo Zelota") e Giuda Iscariota» (Mt 10,2-4).
Di quest'ultimo rilevano, certamente con un senso di tristezza, che fu «colui che poi lo tradì».
È particolarità dell'evangelista Luca l'aver messo in evidenza l'esistenza di un altro cerchio di seguaci di Gesù, più largo di quello costituito dai dodici prima menzionati. Sono settantadue (Lc 10,1). E, secondo lui, c'erano anche tra essi – cosa anomala in quell'epoca – delle donne, e non poche, che lo seguivano: «Con lui c'erano i dodici discepoli e alcune donne che aveva guarito da malattie e liberato da spiriti maligni». Anche qui vengono dati dei nomi molto concreti: «Maria di Magdala, dalla quale Gesù aveva scacciato sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre» (Lc 8,1-3).
Questo dato viene ribadito, in altro modo, dalla narrazione riguardante Marta e Maria, nello stesso vangelo di Luca (10,42). Di Maria Gesù dice, in risposta al rimprovero rivoltole dalla sorella, che «scelse la parte migliore». Questa «parte migliore» a cui fanno riferimento le sue parole venne interpretata in svariati modi attraverso i secoli. L'esegesi attuale vede in essa non la vita contemplativa contrapposta a quella attiva, come spesso si è pensato in passato, ma lo «stare seduta ai suoi piedi», e cioè l'essere sua discepola. Stare «seduto ai piedi di un maestro» era, infatti, la frase che designava l'atteggiamento tipico del discepolo. Stando, quindi, a questa interpretazione, si può desumere che Maria di Betania fosse anche discepola di Gesù. Oltre a questi uomini e a donne che – tranne probabilmente l'ultima delle menzionate – seguivano letteralmente Gesù camminando con lui per le strade della Palestina, i racconti evangelici accennano ad altri che avrebbero voluto seguirlo anche in quel modo, ma che per diversi motivi non poterono farlo.
Ne ricordiamo due. Il primo è l'indemoniato di Gerasa, nel racconto di Marco e di Luca (Mc 5,1-20; Lc 8,27-39). Una volta liberato dalla miserevole condizione in cui giaceva, egli chiese a Gesù di poter restare con lui. Ma Gesù non glielo permise; lo rimandò a casa sua con l'incarico di annunciare ai suoi – era probabilmente un non ebreo che abitava in un enclave greco – ciò che il Signore aveva fatto in suo favore. Cosa che egli realmente fece (Mc 5,18-20; Lc 8,38-39).
Il secondo è Nicodemo, un fariseo e capo dei giudei ricordato nel vangelo di Giovanni. Egli visitò Gesù di notte, per paura dei suoi correligionari, e mantenne un lungo dialogo con lui, in cui dimostra di avere una grande simpatia per colui che egli considera un vero inviato da Dio (Gv 3,1-21). Ma non consta che poi lo abbia seguito, almeno apertamente (cf Gv 7,50; 19,39).
Al di là dei dettagli e delle differenze ritrovate tra le diverse narrazioni evangeliche, un dato appare certo: Gesù di Nazaret diventò, a poco a poco, il centro vivo di una serie di cerchi concentrici che si allargarono sempre di più. Perché, al di là di quelle persone o gruppi che abbiamo menzionato, va ricordata anche tutta la povera gente che riponeva in lui fiducia e speranza e che, a modo suo, anche lo seguiva.
Erano «le folle», di cui parlano spesso i vangeli. Quelle folle che «lo seguivano» (Mt 12,15; Mc 3,7; Lc 6,17), e che suscitavano la sua compassione perché le vedeva abbandonate, stanche, oppresse, «come pecore senza pastore» (Mc 6,34). Quelle folle che spesso si rallegravano nel vederlo venire incontro alle loro attese di gente semplice, senza conoscenze eccessive della legge, senza sicurezze di tipo economico, e alle prese con le difficoltà della vita di ogni giorno (Mt 4,23-25; 9,19; Lc 6,19; ecc.).

CONVOCATI PER IL DISEGNO DEL REGNO DI DIO

Se si domanda con quale scopo Gesù radunava tutti questi uomini e donne attorno a sé, la risposta non può essere altra che quella che danno i vangeli nelle diverse narrazioni ricordate: essi lo seguivano. «Seguirlo» significava andare dietro a lui, camminare calcando le sue stesse orme.
Per alcuni, come si è visto sopra, ciò si applicava alla lettera: lasciate le loro famiglie e le loro occupazioni ordinarie, si mettevano in cammino con lui nei suoi giri peri villaggi e le città, in Galilea prima, poi anche in alcuni momenti nella Giudea, nella non tanto amichevole Samaria, e perfino, in qualche occasione, fuori dei confini d'Israele (Mt 15,21). Per altri, invece, questo seguire Gesù aveva un senso solo metaforico. Senza stare fisicamente accanto a lui, erano chiamati a seguire le sue proposte di vita e di convivenza.
Ma tutti quanti erano invitati fondamentalmente a una cosa: a condividere con lui ciò che occupava il centro delle sue preoccupazioni e dava senso alla sua vita, e cioè la venuta del regno di Dio. Ne è una conferma il fatto che, soprattutto nei sinottici, la convocazione dei primi discepoli, come anche quella dei dodici che la completarono, è posta immediatamente dopo l'irruzione di Gesù nella scena pubblica all'insegna del suo proclama sull'imminenza del regno (cf Mt 4,1722; Mc 1,16-20; Lc 4,42-44; 5,1-11).
Si intravede ancora una volta, tra le righe di queste narrazioni, l'intensità con cui egli doveva vivere questa sua passione per il regno di Dio. Una intensità che lo portava a voler attrarre tutti verso quello stesso scopo. Gli evangelisti mettono sulle sue labbra delle frasi che esprimono bene questa sua preoccupazione. Egli dice ai dodici che lo seguono, quando la situazione in cui si trovano le folle stanche e smarrite riempie il suo cuore di compassione: «La messe da raccogliere è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone del campo perché mandi operai a raccogliere la sua messe» (Mt 9,3738). E ancora, svelando i più profondi sentimenti che porta nel cuore, e che vuole condividere con tutti: «Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra e vorrei davvero che fosse già acceso!» (Lc 12,49).
In Mc 3,13-15 si ritrova una esposizione molto sintetica, quasi a modo di schema, delle finalità che Gesù si propose nel raccogliere attorno a sé il primo gruppo di discepoli, quello dei dodici:
«Poi Gesù salì su un monte, chiamò vicino a sé alcuni che aveva scelto, ed essi andarono da lui. Questi erano dodici. Li scelse per averli con sé, per mandarli a predicare, e perché avessero il potere di scacciare i demoni».
Non è difficile cogliere in queste frasi il tipico movimento centripeto e centrifugo della maggioranza delle narrazioni di chiamate divine più sopra ricordate: da una parte, un'irresistibile attrazione verso il Dio che li chiama e li santifica; dall'altra, una altrettanto irresistibile spinta ad andare verso gli uomini in cerca della loro salvezza. Qualcosa del genere succede con questo gruppo convocato da Gesù: li chiamò, dice il testo, «per averli con sé» (spinta centripeta), ma anche «per mandarli» (spinta centrifuga).

UNA VITA ATTORNO A GESÙ SECONDO LE ESIGENZE DEL REGNO

Anzitutto, quindi, egli convocò i dodici per «averli con sé». Sempre seguendo i dati forniti dai vangeli si potrebbe dire che, stando attorno a lui e facendo l'esperienza del suo modo di vivere e di agire, come pure ascoltando le sue parole, i discepoli andarono imparando a modellare la loro vita personale e la loro convivenza secondo la proposta che egli faceva. Era la loro risposta alla sua sollecitazione a vivere personalmente e tra di loro all'insegna del regno di Dio, e perciò a convertirsi alle sue esigenze.
Il proclama da lui lanciato era, infatti, incalzante: «Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete a questa buona novella» (Mc 1,15). La conversione che proponeva implicava un ribaltamento radicale di tutto ciò che non poteva coesistere con la sovranità di Dio. L'abbiamo già visto agire con grande zelo per far scomparire da tra gli uomini ciò che riteneva incompatibile con tale sovranità: malattie, squilibri, peccati, falsi rapporti tra le persone e tra i gruppi, strutture in cui tali rapporti si cristallizzavano. Il suo progetto di convivenza umana implicava necessariamente anche l'eliminazione degli antivalori del regno, e la loro sostituzione con dei valori ad esso consoni.
Egli, infatti, faceva la sua proposta in maniera alternativa: perché Dio potesse regnare occorreva sgomberare tutto ciò che si opponeva alla sua volontà. In ciò si dimostrava spinto dallo stesso zelo che muoveva i Profeti dell'Antico Testamento nella difesa dell'unicità di JHWH (1 Re 18,20-40). Essi lottavano perché il popolo non si lasciasse sedurre dagli idoli falsi; per Gesù i rivali di Dio, del Dio del regno, suo Padre, non erano più gli dèi cananei o quelli degli altri popoli confinanti, ma altre realtà che gli uomini erigevano a divinità.

Plasmati per il comportamento richiesto dal regno

Tenendoli attorno a sé, Gesù li andò quindi convertendo al regno di Dio e alle sue richieste. A tale scopo li sollecitava con costanza e fermezza a cambiare il loro modo di pensare, di vivere e di agire, e a «riprogrammarlo» secondo il disegno contenuto nel suo annuncio.
Così, per esempio, li spronava a vivere un giusto rapporto con il Dio del regno. Insegnava loro a vedere Dio come lui lo vedeva, e quindi anche a pregare Dio come lui stesso lo pregava (Lc 11,1-2). La loro preghiera doveva acquistare le modalità proprie di chi vedeva Dio come «abbà», pieno pertanto di tenerezza e allo stesso tempo di sollecitudine per il bene di tutti. Un Dio che non aveva bisogno di essere conquistato con le molte preghiere per essere a favore degli uomini, come pensavano invece i pagani e perfino alcuni dei loro connazionali. Diceva, infatti, loro: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7).
E insegnava loro anche che il culto a Dio andava strettamente collegato al rapporto con gli altri, tanto da essere condizionato in qualche modo da esso:
«Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5,24).
In questo modo li stimolava ad offrire l'autentico culto che il Padre, il Dio del regno, si attendeva, quello reso «in spirito e verità» (Gv 4,24).
Li incitava, inoltre, ad avere un determinato modo di rapportarsi tra di loro e con gli altri che non appartenevano al gruppo. Se si era tutti figli e figlie dello stesso Padre, come lui insegnava, era logico che tutti dovessero venir riconosciuti come uguali, e che nessuno dovesse venir considerato superiore o inferiore agli altri.
In quest'ambito ci sono delle indicazioni molto nette nei vangeli. In Mt 23,8 viene riportata questa sua affermazione tassativa:
«Voi [a differenza degli scribi e i farisei] non fatevi chiamare "maestro", perché voi siete tutti fratelli e uno solo è il vostro Maestro. E non chiamate "padre" nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nel cielo. Non fatevi chiamare "capo", perché uno solo è il vostro Capo, il Messia».
La frase riecheggia molto probabilmente il suo pensiero originale: tutti fratelli, nessuno al di sopra di nessuno. Un'esigenza della fraternità da lui inculcata era quella di mantenere rapporti di schiettezza e lealtà verso gli altri, di non agire alle spalle di essi. Un'indicazione a lui attribuita, e conservata dal vangelo di Matteo, è illuminante da questo punto di vista:
«Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano» (Mt 18,15-17).
Al di là della formulazione, soprattutto dell'ultima frase, è chiara l'intenzione di fondo: i rapporti con i fratelli dovrebbero essere il più possibilmente sinceri e diretti, improntati a quella schiettezza che scaturisce dal vero amore fraterno.
Un'altra esigenza della fraternità era, nel suo pensiero, quella del perdono reciproco. Al riguardo è altamente espressivo l'episodio in cui Pietro, avvicinandosi a lui gli domandò: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?», e si sentì dare da lui questa inattesa risposta: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,21-22). La cifra va chiaramente capita nel contesto del simbolismo ebraico, nel quale il sette era un numero di perfezione e di pienezza. L'averlo moltiplicato ancora in maniera esorbitante, era un modo di dichiarare illimitata l'esigenza di perdono.

Incitati ai valori del regno

Oltre che a modellarli secondo i parametri del regno annunciato, Gesù incitava i suoi discepoli con l'esempio e con la parola a coltivare i valori del regno.

Il valore della condivisione

Un primo valore apparteneva all'ambito del rapporto con i beni materiali:
«Nessuno può servire a due padroni: perché, o amerà l'uno e odierà l'altro, oppure preferirà il primo e disprezzerà il secondo. Non potete servire Dio e i soldi» (Mt 6,24).
Questa frase riportata da Matteo e attribuita a Gesù, permette di capire quale sia stato il suo pensiero nei confronti del denaro e dei beni materiali in generale.
Dai vangeli non si desume che egli disprezzasse il denaro. Anzi, alcuni dati permettono di intravedere che se ne serviva per i suoi bisogni e per quelli di coloro che erano con lui. In Lc 8,2-3 si dice che il gruppo di donne che seguiva Gesù e i suoi discepoli, «li assistevano con i loro beni». Alcune di esse, come si desume dai nomi elencati, erano delle persone benestanti e potevano permettersi di mettere a disposizione del gruppo itinerante il denaro di cui avevano bisogno per le loro attività. Gv 13,29 informa, per inciso, che nel gruppo c'era un amministratore dei beni: Giuda, l'Iscariota, colui che tradì il Maestro.
Se Gesù usava il denaro, dimostrava tuttavia di essere convinto che l'attaccamento ad esso costituiva uno dei più grossi ostacoli alla venuta del regno di Dio tra gli uomini. Lo si coglie con chiarezza nella narrazione della chiamata dell'uomo ricco (Mc 10,17-22; Mt 19,16-26; Lc 18,18-23). Il suo rifiuto a seguire l'invito, motivato dagli evangelisti dal fatto che «era molto ricco», strappò dalla bocca di Gesù quelle parole, misto di amarezza e di denuncia, in cui si rende trasparente il suo modo di pensare sulle ricchezze:
«Com'è difficile per quelli che sono ricchi entrare nel regno di Dio... Se è difficile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, è ancor più difficile che un ricco possa entrare nel regno di Dio».
Abbiamo già precedentemente chiarito chi erano i ricchi in Israele. E anche quale ingiustizia supponeva generalmente la loro ricchezza: la possedevano a spese degli altri, sfruttandoli e anche alle volte strozzandoli, o godendola nella totale indifferenza verso i poveri (Lc 16,19-21). Luca, che sembra essere l'evangelista più sensibile a questo orientamento di Gesù, gli attribuisce un detto che colpisce:
«Io vi dico: ogni ricchezza puzza d'ingiustizia: voi usatela per farvi degli amici; così, quando non avrete più ricchezze, i vostri amici vi accoglieranno presso Dio» (Lc 16,9).
Secondo tali parole, egli riteneva che le ricchezze erano sempre ingiuste. Erano un segno chiaro di una convivenza umana in cui alcuni accumulavano i beni per sé, e altri ne restavano privi. Una società, pertanto, in cui Dio non regnava, perché in essa era presente la morte provocata nei ricchi dalla loro avidità, e nei poveri dalla condizione in cui la cupidigia dei primi li riduceva.
I ricchi, stando materialmente bene e non dovendo soffrire le penurie che pativano i poveri, non erano normalmente disposti a cambiare la loro situazione. Preferivano che le cose restassero fondamentalmente come stavano, per poter avere assicurato il loro benessere. Non erano in grado, quindi, di accogliere la proposta di Gesù che, al posto dell'accaparramento, proponeva la condivisione. Non ci poteva essere posto per loro nel regno che egli annunciava (Lc 6,24-26).
Perché, in definitiva, quello che Gesù proponeva in ordine al regno di Dio era una reale condivisione dei beni che portasse ad una situazione in cui tutti potessero avere il necessario per vivere degnamente. Un segno luminoso in questa direzione lo si trova nella narrazione della moltiplicazione dei pani (Mt 14,13-21; Mc 6,35-44; Lc 9,1017). È certamente un racconto denso di significati. Tra essi uno è questo: con un po' di pane e di pesce che qualcuno tra la folla rinuncia a tenere esclusivamente per sé, vengono saziate migliaia di persone. E ne avanza ancora. Gesù faceva vedere, con tale segno, che quando i beni materiali, anziché accaparrati vengono condivisi, si moltiplicano.
La narrazione mette in luce un ulteriore motivo della scelta dei poveri fatta da Gesù in ordine al regno annunciato. Questi sono ordinariamente molto più disposti a condividere il poco che hanno. Sono molto più capaci di rinunciare a godersi da soli il poco che possiedono, per spartirlo con chi ha più bisogno di loro. E in ciò dimostrano di possedere una connaturale predisposizione alla proposta del regno di Dio che manca invece ai ricchi.
Questi, infatti, sono, secondo il giudizio di Gesù, degli stolti. Lo mette bene in evidenza la parabola di Lc 12,16-21. In essa l'uomo ricco che ha avuto uno straordinario raccolto nei suoi campi, pensa solo a se stesso, «a riposare, mangiare, bere e divertirsi». Ma nel cuore della notte sente una voce che gli dice: «Stolto! Proprio questa notte dovrai morire, e a chi andranno le ricchezze che hai accumulato?». E Gesù conclude: «Questa è la situazione di quelli che accumulano ricchezze solo per se stessi, e non si preoccupano di arricchire davanti a Dio».
Il suo pensiero circa i beni materiali è dunque chiaro: sono un valore nei confronti del regno solo se vengono condivisi. Chi li possiede deve rinunciare ad averli esclusivamente per sé, ed essere disposto a spartirli con coloro che non li hanno, con i poveri. Altrimenti, non può entrare nel regno di Dio. È un idolatra, che serve l'idolo del denaro (Mt 6,26, cf Col 3,15).
In questa prospettiva, che egli visse in prima persona, andò plasmando anche i suoi discepoli, i quali lentamente e non senza remore la fecero propria. Se in un primo momento, davanti alla dichiarazione di Gesù sulla difficoltà quasi insormontabile dei ricchi ad entrare nel regno di Dio, condizionati dal modo di pensare ereditato dall'A.Testamento reagirono con stupore chiedendogli: «Chi si potrà dunque salvare?» (Mt 19,25), in seguito a poco a poco assimilarono il suo modo di pensare. Ne è una prova il fatto che, dopo la Pasqua, quando cercarono di attuare la parola di Gesù guidati dalla luce e forza del suo Spirito, si organizzarono tenendo «tutto in comune», in modo che non ci fosse tra di loro nessun bisognoso, poiché ciò che possedevano «veniva distribuito a ciascuno secondo il proprio bisogno» (At 2,44-45; 4,32)

Il valore del servizio

Un altro valore costitutivo del regno apparteneva all'ambito dell'esercizio dell'autorità. «Come voi sapete, i capi dei popoli comandano come duri padroni; le persone potenti fanno sentire con la forza il peso della loro autorità. Ma tra voi non deve essere così» (Mt 20,25-26; Mc 10,42-43; Lc 22,25-26), disse Gesù, secondo alcuni testi in risposta alla richiesta dei figli di Zebedeo di avere i primi posti nel suo regno e, secondo altri, reagendo alla discussione dei discepoli su chi tra essi fosse il più grande.
È molto probabile che queste parole – o altre simili – siano uscite letteralmente dalla bocca di Gesù, come è anche probabile che, quando le pronunciò, avesse in mente ciò di cui tanto egli quanto molti altri facevano l'esperienza ogni giorno: la prepotenza con cui esercitavano la loro autorità sia il procuratore romano che governava la Palestina a nome dell'imperatore, sia i suoi subalterni; e, all'interno dello stesso popolo, coloro che erano i suoi capi politico-religiosi: il re Erode Agrippa, i sommi sacerdoti del Tempio, il Sinedrio.
Questi uomini di governo avevano fatto del loro potere uno strumento di dominio sugli altri: spadroneggiavano su di loro, facendo sentire pesantemente il loro giogo sulle loro spalle. Nessuna partecipazione alle decisioni collettive era permessa alla povera gente, che si vedeva così ridotta alla condizione di semplice oggetto delle loro decisioni. Le cose che la toccavano più da vicino e che regolavano la sua vita economica, culturale e addirittura religiosa, erano decise da altri, senza consultazione alcuna, e per di più quasi sempre contro i suoi reali interessi.
Questo schema si riproduceva poi, in misure più ridotte, nei rapporti tra uomini e donne, e tra genitori e figli. Il potere dei maschi adulti era illimitato in questo senso. Donne e bambini dovevano sottostare alle loro decisioni, non raramente capricciose ed egoistiche (J. Jeremias). Così, nella convivenza collettiva del popolo, si creava a diversi gradi una società asimmetrica, nella quale alcuni avevano in mano tutto il potere di decisione, e gli altri ne erano totalmente spogli.
Gesù stesso fu vittima di tale situazione quando venne portato in tribunale davanti alle due massime autorità del popolo, quella romana e quella giudaica. Abusando del loro potere, tutte e due decisero ingiustamente la sua morte (Mt 26,66; 27,26; Mc 14,64; 15,15; Lc 22,71; 23,24; Gv 19,16).
E fu precisamente davanti al massimo potere del mondo allora conosciuto, quello imperiale romano che, secondo le narrazioni evangeliche, egli dichiarò in forma solenne il suo pensiero sul potere nei confronti del regno di Dio. Nel vangelo di Giovanni, che racconta il processo secondo determinati scopi teologici, alla domanda del procuratore Pilato se egli era re, Gesù rispose affermativamente, ma precisando subito: «Il mio regno non appartiene a questo mondo» (Gv 18,36).
La frase non può essere intesa come se egli avesse voluto negare la «terrenità» del regno di Dio, poiché fino ad allora non aveva fatto altro che cercare di renderlo presente su questa terra. Essa va invece capita come negazione, da parte sua, di una somiglianza del regno da lui proclamato con i regni di cui aveva esperienza. In questi il potere era esercitato in forma tale che schiacciava coloro che vi sottostavano, li umiliava e toglieva loro dignità, riducendoli alla condizione di oggetti.
«Ma tra voi non deve essere così», disse egli tassativamente, secondo i tre primi vangeli, ai discepoli che, seguendo un tale modo di concepire la convivenza collettiva, discutevano su chi di loro avrebbe avuto più potere nel regno a venire. E dicendo ciò, contrapponeva al loro pensiero il vero valore del regno: «Se uno tra voi vuole essere grande, si faccia servo di tutti» (Mc 10,43). Il potere, quindi, nel progetto del regno, va vissuto come servizio.
Potere vuole dire facoltà di decidere, di decidere le cose che riguardano tutti, e di deciderle in modo che gli altri siano tenuti ad accogliere la decisione presa. Orbene, secondo il pensiero di Gesù, perché la convivenza tra le persone e i gruppi umani diventasse luogo del regno di Dio, era necessario che tale facoltà non fosse monopolizzata da alcuni escludendone gli altri. Il potere andava condiviso il più possibile. Inoltre, lì dove le circostanze esigevano che qualcuno lo esercitasse avendone in qualche modo il primato, doveva venire esercitato sempre come servizio del bene degli altri e non come espressione del proprio interesse o capriccio.
Egli stesso ne diede l'esempio con il suo modo di comportarsi. Lo ricorda ancora il testo sopra citato, continuando il pensiero già enunciato sul bisogno di diventare servi degli altri: «Anche il Figlio dell'uomo – aggiunge – è venuto non per farsi servire, ma è venuto per servire e per dare la propria vita come riscatto per la liberazione degli uomini» (Mc 10,45). E nella scena della lavanda dei piedi, raccontata da Giovanni, ciò viene messo in luce in maniera impareggiabile. L'evangelista, infatti, riporta queste sue parole piene di significato:
«Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,13-15).
Gli scritti posteriori del N.Testamento sono pieni di racconti e di testi che dimostrano come i suoi discepoli, dopo le fatiche fatte per assimilare questo valore decisivo da lui proposto, finirono per impregnarsene nella loro vita comunitaria. Basterebbe, per convincersene, percorrere gli Atti degli Apostoli ed esaminare quale fu la maniera in cui venne esercitata l'autorità dagli Apostoli e particolarmente da Pietro, che presiedeva la vita della chiesa di Gerusalemme.
Due esempi sono sufficienti. Il primo è l'episodio del malcontento sorto fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana alle mense (At 6,1-5). La soluzione venne trovata nel dialogo indetto tra i dodici apostoli, che presiedevano la comunità, e l'assemblea dei discepoli che appartenevano ad essa. Gli apostoli, dice il testo, fecero una proposta in vista al superamento del problema, e «piacque questa proposta a tutto il gruppo», che la fece sua e le diede attuazione. In tale modo la presa di decisione, lungi dall'essere monopolio di coloro che erano i naturali capi del gruppo, fu condivisa da tutti.
Il secondo si riferisce al modo in cui Pietro svolgeva il suo ruolo di autorità in mezzo ai fratelli. Dice il libro degli Atti che, quando Filippo scese in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo, e le folle prestavano ascolto unanimi alle sue parole sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. E vi fu grande gioia in quella città (At 8,5-8). «Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio, e vi inviarono Pietro e Giovanni» (At 8,14). Strano modo questo di presiedere una comunità, secondo i criteri in voga: Pietro viene inviato a Samaria dal gruppo degli apostoli. L'essere a capo della comunità non significava, quindi, dominarla con arroganza, ma prestare un servizio alla sua vita e alla sua missione. Una bella eco di tale modo di agire si ritrova, più tardi, nella prima lettera attribuita allo stesso Pietro. È un'esortazione da lui rivolta a coloro che sono a capo delle comunità sorte nel frattempo:
«Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1 Pt 5,1-3).

Il valore dell'indifferenza verso il prestigio e lo status

Un terzo valore al quale Gesù sensibilizzò i suoi discepoli fu quello della noncuranza nei confronti del prestigio. Li sensibilizzò, anche da questo punto di vista, sia comportandosi in un certo modo sia facendo dei discorsi in un certa direzione.
Come fanno rilevare alcuni studi, nella società d'Israele ai tempi di Gesù, come d'altronde in genere nelle società orientali di allora, il prestigio costituiva uno dei beni fondamentali. Le persone erano oltremodo sensibili alla stima degli altri. Più ancora che alle ricchezze. Ciò dava origine a una autentica scala sociale, nella quale ognuno occupava il proprio posto e aveva il proprio status in ragione della stirpe, del denaro, dell'autorità, o della scienza. E a tale scala ci si atteneva strettamente. Ognuno doveva tenerla in alta considerazione, anche mediante il rispetto al modo di vestire, di parlare, di atteggiarsi, e occupando il proprio posto nelle assemblee, nei banchetti e negli altri incontri sociali di diverso genere (J. D. M. Derret).
In questa gerarchia di prestigio, c'erano degli uomini e delle donne_ che non godevano di nessuno status, e quindi non contavano. Non potevano vantarsi né della stirpe, né delle ricchezze, né della scienza, né della virtù. Erano i piccoli, i poveri, i peccatori, i pubblicani, le prostitute, il popolo ignorante in genere.
Nei testi evangelici appare molto netto l'atteggiamento di Gesù davanti a tale situazione, come davanti a quelle che abbiamo preso in considerazione precedentemente. La ritiene una negazione e un ostacolo alla venuta del regno di Dio.
Anzitutto, egli la sconfessa con la sua stessa condotta. Si comporta, infatti, come uno che non si cura affatto del prestigio. Leggendo i vangeli si ricava l'innegabile sensazione che non gli interessa in assoluto ciò che di lui e del suo modo di essere e di agire pensano o dicono gli altri, specialmente coloro che sono schiavi della propria gloria (Gv 5,44).
Se si tratta, per esempio, di frequentare la compagnia di coloro che non godono di buona riputazione in Israele, egli non si sente impacciato nel farlo. E non si trattiene dal realizzarlo perché gli altri mormorano criticando il suo operato. Tutt'al più, offre loro un'occasione di riflessione, evidenziando i motivi profondi del suo operare. Lo si vede, per esempio, nel caso della chiamata di Levi, il pubblicano che egli invita a seguirlo (Mt 9,10-13; Mc 2,16-17; Lc 5,30-32), in quello del suo autoinvito a pranzo a casa di Zaccheo (Lc 19,7-10), o della donna peccatrice che gli lava i piedi con le sue lacrime e glieli asciuga con i suoi cappelli al banchetto in casa di Simone il fariseo (Lc 7,39-47). E, in forma più generate quando, come abbiamo rilevato precedentemente, gli scribi e i farisei mormorano perché egli riceve a casa sua dei pubblicani e dei peccatori e mangia con essi (Lc 15,1-2). Altrettanto succede quando si tratta di compiere delle azioni che lo rendono impuro dal punto di vista legale. IL caso già citato del lebbroso di Mc 1,40-42 ne è una vistosa conferma. Ma anche quando, come pare trasparire da certi testi, lo accusano maliziosamente di essere «mangione e beone» (Mt 11,19), non reagisce perché il suo onore viene offeso; si lamenta piuttosto dell'insensibilità di quella generazione davanti a ciò che Dio sta operando attraverso i suoi interventi, specialmente in favore degli esclusi.
Qualcosa di simile accade quando, in presenza dei suoi esorcismi, alcuni scribi venuti da Gerusalemme lo accusano di essere lui stesso «posseduto da uno spirito maligno» (Mc 3,30). Con distaccata serenità egli li invita a ragionare, e a non rimanere in quello stato di chiusura che impedisce loro di percepire l'azione dello Spirito Santo che sta avvenendo sotto i loro sguardi.
Il distacco dal prestigio e dalla considerazione altrui gli venne riconosciuta dai suoi stessi avversari i quali, nella disputa sul tributo da pagare o non pagare al Cesare, introdussero il loro discorso con queste parole: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno» (Mt 22,16; Mc 12,14; Lc 20,22).
Ma oltre a comportarsi in maniera sovranamente libera nei confronti del prestigio e dello status, egli denunciò anche aspramente la condotta di coloro che vivevano cercando l'ammirazione altrui. Il vangelo di Matteo pone sulle sue labbra delle frasi molto forti al riguardo:
«Tutto quel che fanno [gli scribi e i farisei] è per farsi vedere dalla gente. Sulla fronte portano le parole della legge in astucci più grandi del solito; le frange dei loro mantelli sono più lunghe di quelle degli altri. Desiderano avere i posti d'onore nelle sinagoghe, i primi posti nei banchetti, essere salutati in piazza e essere chiamati "maestro"» (Mt 23,5-7).
Si può cogliere, attraverso queste frasi, che Gesù vedeva in questa ricerca della propria gloria, generatrice di un modo di convivenza ingiusto e antifraterno, uno dei fondamentali antivalori alla luce del regno di Dio. Per lui ciò significava vivere da schiavi: schiavi di ciò che più di una volta nella Bibbia viene chiamato «preferenza di persone» (Sir 35,12; At 10,34; Rm 2,11; Ef 6,9; Gc 2,4). Fare «preferenza di persone» significava prendere in considerazione la maschera che esse si portavano sopra, ma che era esterno alla loro genuina realtà personale.
Da quel che rivela il suo modo di agire, per Gesù ogni persona era importante per se stessa, e non per i titoli o i meriti che possedeva. È così che egli trattava tutti. Si occupava, infatti, con una tenerezza e una sollecitudine speciale dei piccoli, cioè di coloro che non avevano nessuno status in Israele, perché vedeva in essi degli esseri umani e dei figli del suo Padre bisognosi di aiuto e di sostegno. Ma non escludeva i grandi, coloro cioè che godevano di prestigio e onore, perché anch'essi avevano necessità di essere aiutati. E li accolse anche in quanto sono tali, e non perché godevano di prestigio e onore.
Ai suoi discepoli, che in una occasione si avvicinarono a lui chiedendogli: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?», Gesù rispose chiamando a sé un bambino, ponendolo in mezzo a loro e dicendo loro questa una parola programmatica:
«Vi assicuro che se non cambiate e non diventate come bambini non entrerete nel regno di Dio. Chi si fa piccolo come questo bambino, quello è il più importante nel regno di Dio» (Mt 18,2-4).
Dal contesto si capisce che quel «diventare come bambini» non voleva dire acquistare l'innocenza dei bambini o la loro dolcezza e semplicità, né significava coltivare semplicemente in sé la fiducia radicale che i figli piccoli hanno di solito verso i loro genitori; significava invece spogliarsi dalla maschera che la brama di onore e di prestigio, di status in una parola, creava negli uomini. Solo così era possibile entrare con Gesù e come lui nel disegno del regno di Dio, perché allora si era disposti a costruire una convivenza fondata su ciò che è veramente essenziale nell'uomo. Il regno di Dio era, in questo senso, un regno di bambini, cioè di uomini e donne che non ci tengono al prestigio né si rapportano con gli altri «facendo preferenze di persone». Dopo la Pasqua questo valore del regno appare già acquisito dai suoi discepoli, anche se la tendenza opposta riemerge con incorreggibile costanza in qualche comunità.
Della sua assimilazione da parte dei suoi discepoli è una delle tante testimonianze il modo di reagire di Pietro al suo ingresso nella casa del primo non ebreo, il centurione romano Cornelio, che chiese di entrare a far parte della comunità dei credenti in Gesù (At 10,24-48). Attraversata la soglia della porta, Pietro fu accolto con sacro rispetto da Cornelio che, inginocchiato, voleva adorarlo prendendolo per un essere divino, ma egli, reagendo rapidamente, lo rialzò, dicendo: «Alzati: anch'io sono un uomo!» (At 10,26). E poco dopo, avendo ascoltato le spiegazioni date dal centurione esclamò, pieno di stupore: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (At 10,34-35). Era la luce che gli veniva da Dio per mezzo di Gesù ciò che l'aveva indotto a manifestare tale convinzione. Egli stesso, infatti, disse quasi subito: «Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza, ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo» (At 10,28). Dichiarava così abolita ogni forma di discriminazione fra le persone in ragione di ciò che faceva parte della «maschera».
Che invece tale valore evangelico sia stato qualche volta disatteso già nei primi momenti della fede lo attesta la lettera di Giacomo, tramite una delle sue apodittiche sentenze:
«Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria. Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: "Tu siediti qui comodamente", e al povero dite: "Tu mettiti in piedi lì", oppure: "Siediti qui ai piedi del mio sgabello", non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?» (Gc 2,1-4).

Il valore della solidarietà aperta

Infine, un valore che a Gesù stava molto a cuore e nel quale volle plasmare i suoi discepoli, era quello della solidarietà aperta a tutti. L'abbiamo visto più di una volta precedentemente: Gesù, annunziando il regno di Dio, propose una maniera di vivere ispirata non all'egoismo accaparratore delle cose o delle persone o addirittura di Dio stesso, ma alla condivisione. Per lui questa condivisione che esprimeva la solidarietà era uno dei principali valori da coltivare.
Ora, nel suo popolo tale solidarietà esisteva. Solo che spesso era circoscritta. Circoscritta, anzitutto, all'ambito del popolo stesso. Il fatto che i non giudei venissero considerati spregiativamente come goyim, e ritenuti impuri e gente da non frequentare, ne è un chiaro indizio. L'abbiamo trovato appena un poco più sopra nella narrazione degli Atti.
Ma anche all'interno dello stesso popolo esistevano altre limitazioni della solidarietà. La prima si verificava nella sfera della famiglia, presa nel senso ampio della parola. Come è noto, i vincoli del sangue avevano un peso rilevante tra i popoli antichi. Un membro della famiglia andava difeso come se stesso. L'offesa a lui fatta era da considerare come fatta a tutti e ad ognuno degli altri suoi membri. Per questo era così radicata la legge della vendetta. «Occhio per occhio, dente per dente» (Mt 5,39), diceva tale legge, già nella sua forma più mitigata nei confronti di quella più antica e più brutale (Gn 4,2324). La solidarietà nell'onore familiare richiedeva il risarcimento adeguato delle offese avute.
C'era poi la solidarietà che vigeva tra i membri dei diversi gruppi sociali e religiosi. Anch'essi si appoggiavano e si difendevano a vicenda, considerando gli altri membri del gruppo in qualche modo come altrettanti se stessi. Ciò li contrapponeva, necessariamente, ai membri degli altri gruppi. Era una specie di identificazione corporativa per contrapposizione ad altre identificazioni corporative. E gli atteggiamenti che ne derivavano erano molto simili a quelli della famiglia.
Da quel che ci dicono i vangeli si può desumere che Gesù, che dava tanta importanza al valore della solidarietà in ordine al regno di Dio, prendeva invece delle posizioni molto critiche nei confronti di quelle menzionate. Egli lasciava intravedere che quel tipo di solidarietà chiusa era un vero antivalore per il regno.
Lo si ricava, in primo luogo, dall'atteggiamento da lui personalmente assunto nei confronti della sua stessa famiglia allargata. La piccola narrazione di Mc 3,31-35 è molto significativa al riguardo:
«La madre e i fratelli di Gesù erano venuti dove egli si trovava, ma erano rimasti fuori e lo avevano fatto chiamare. In quel momento molta gente stava seduta attorno a Gesù. Gli dissero: "Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e ti cercano". Gesù rispose: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?" Poi si guardò attorno, e osservando la gente seduta in cerchio vicino a lui disse: "Guardate: sono questi mia madre e i miei fratelli. Perché, se uno fa la volontà di Dio, è mio fratello, mia sorella e mia madre"».
Le sue parole non vanno interpretate come un rinnegamento dei parenti da parte sua. È molto verosimile che egli amasse teneramente i suoi. Soprattutto sua madre che, stando al racconto di Giovanni, morendo si preoccupò di affidare «al discepolo che egli amava» (Gv 19,26-27). Ciò che invece rivelano e che egli rifiuta è l'atteggiamento chiuso che essi dimostravano di avere. La citata narrazione permette di capire che, in qualche momento della sua attività, i suoi parenti avevano tentato di distoglierlo da essa perché pensavano che egli «era diventato pazzo» (Mc 3,21). È probabile che si fossero sentiti nell'obbligo di intervenire per porre fine a ciò che poteva coprire di vergogna tutta la parentela.
In presenza di una tale chiusura egli affermò decisamente che non erano i vincoli del sangue quelli che dovevano prevalere nei rapporti tra le persone, che c'era un vincolo molto più profondo e universale, quello che li univa nell'impegno per la realizzazione della volontà del Padre comune. «Se uno fa la volontà di Dio», ribadì con fermezza, diventa «mio fratello, mia sorella e mia madre».
Un'idea simile la si ritrova in altri testi che presi letteralmente suonano molto duri, ma che vanno intesi nel loro giusto senso. Quello per esempio in cui, secondo il vangelo di Luca, egli dichiarò a chi voleva seguirlo, alcune condizioni necessarie per farlo: «Se qualcuno viene con me e non ama me più del padre e della madre, della moglie e dei figli, dei fratelli e delle sorelle [...], non può essere mio discepolo» (Lc 14,26; cf Mt 10,37). Oppure quell'altro in cui si rivolse ad uno che aveva invitato a seguirlo e che gli chiese di permettergli prima di andare a seppellire il suo padre: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti: tu invece va' ad annunziare il regno di Dio» (Lc 9,59-60). Prendere alla lettera e fuori del contesto questi testi sarebbe fare di Gesù esattamente il contrario di ciò che rivelano tutte le pagine del vangelo. Essi acquistano invece senso se li si prende come testimonianze di ciò che egli propose nei confronti della solidarietà: gli uomini e le donne vanno amati in ultima istanza non perché sono legati a chi li ama da vincoli di sangue, ma semplicemente perché sono figli di Dio.
Lo stesso orientamento propose Gesù per gli altri tipi di solidarietà esistenti in Israele. Tipico dei gruppi sociali e religiosi del suo popolo era il corrispondere con l'amore all'amore degli altri membri del gruppo. Ma questo atteggiamento non si estendeva al di là di essi. Gesù sostenne che non era così che si doveva procedere, stando alle esigenze del regno di fraternità, ma aprendosi a tutti senza eccezione: «Se amate quelli che vi amano, che merito avete? [...] Se salutate solamente i vostri amici, fate qualcosa di meglio degli altri?» (Mt 5,46-47).
La solidarietà va estesa perfino a quelli da cui non si è amati, o addirittura si è odiati. È il massimo della coerenza con quanto richiede la solidarietà per il regno: «Amate anche i vostri nemici [...]. Facendo così diventerete figli di Dio, vostro Padre che è nel cielo» (Mt 5,44). Ecco la ragione ultima di questo comportamento radicale: il Dio del regno è così; Egli non ama gli uomini perché sono buoni, ma li ama gratuitamente, senza condizioni.
Possiamo esprimere sinteticamente ciò dicendo che la solidarietà richiesta dal regno in cui Gesù andò plasmando i suoi discepoli, era una solidarietà aperta a tutti, senza eccezione. L'unico titolo che doveva avere un uomo perché fosse fatto oggetto di essa era quello di essere uomo. Non ci dovevano essere steccati né di razza né di religione né di nessun altro genere che si alzassero come impedimento ad essa. Solo così Dio, il Padre di tutti, poteva regnare.
Anzi, se c'era qualcuno che doveva essere oggetto di speciale solidarietà era, come abbiamo visto più di una volta, il più piccolo, il più debole, l'ultimo, colui che non contava.
L'episodio più sopra ricordato dell'accoglienza nella comunità di Cornelio, un «impuro», e quindi uno a cui secondo le leggi d'Israele non si doveva estendere la solidarietà, è una conferma tra tante di quanto questo valore sia stato assimilato dai discepoli di Gesù. Nelle lettere di Paolo, pur se fortemente preoccupato della solidarietà da coltivare tra i credenti all'interno delle comunità, non mancano tuttavia dei richiami concisi ma altamente significativi a questo valore evangelico. Ne è un esempio l'esortazione da lui rivolta nel primo dei suoi scritti, la prima lettera ai Tessalonicesi: «Il Signore poi vi faccia crescere e abbondare nell'amore vicendevole e verso tutti» (1 Ts 3,12).

INVIATI AL SERVIZIO DI UNA MISSIONE

Nei vangeli risulta chiaro che Gesù, chiamando alcuni «perché stessero con lui», non pretese di ritenerli presso di sé. Il suo scopo ultimo era quello di «mandarli ad annunziare [il regno di Dio], e perché avessero il potere di scacciare i demoni» (Mc 3,12). Interesse supremo suo restava sempre il regno di Dio, e questo interesse non poteva essere assente nella convocazione del gruppo dei discepoli: essi vi dovevano partecipare.
In Mt 10, il capitolo che l'evangelista dedica precisamente alla narrazione della chiamata e delle istruzioni date ai dodici, Gesù dice loro:
«Andate [...], lungo il cammino annunziate che il regno di Dio è vicino. Guarite i malati, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, scacciate i demoni» (vv. 6-8).
Sono le stesse componenti fondamentali della sua missione: proclamare l'imminenza del regno, e porre dei segni in quella direzione, gli stessi segni che egli aveva cominciato a porre. Essi erano chiamati, quindi, a fare ciò che egli faceva. A condividere con lui la stessa passione per la vita più abbondante per tutti che lo divorava.
Tra tutti i segni elencati dal testo ce n'è uno che li compendia tutti: «risuscitate i morti». I discepoli erano chiamati da Gesù a collaborare in quest'opera che, in definitiva, era opera del Padre nel suo incontenibile desiderio di vita per gli uomini, e che dal Padre passava a lui: far trionfare la vita sulla morte negli uomini e tra gli uomini, strapparli dal suo dominio per farli passare al regno della vita. Lo dice, a modo suo, il vangelo di Giovanni: «Come il Padre risuscita i morti e li fa vivere, così pure il Figlio fa vivere quelli che vuole» (Gv 5,21).
Era questo, quindi, il fine ultimo della convocazione fatta da Gesù. Egli raccoglieva uomini e donne attorno a sé, in cerchi concentrici sempre più larghi, mosso da quel grande unico desiderio. Voleva che tutti, uomini e donne, ricchi e poveri, giusti e peccatori, fossero guadagnati da quello stesso zelo che ardeva nel suo petto.
E i discepoli sembrano avere assimilato bene ciò che il loro Maestro aveva avuto nel cuore e nella mente nel convocarli. Infatti, dopo la Pasqua, come si può constatare nel libro degli Atti degli Apostoli, anch'essi diedero l'annuncio della risurrezione di Gesù, che era il loro modo proprio di annunziare il regno a partire dall'esperienza pasquale (At 4,33), attuando la risurrezione dei morti.
L'attuavano, anzitutto, cercando di vivere tra di loro la comunione fraterna fino al punto di essere «un cuor solo e un'anima sola» e di condividere tutto ciò che possedevano (At 4,32), cosicché «nessuno tra loro fosse bisognoso» (At 4,34) in nessun aspetto dell'esistenza. E l'attuavano, inoltre, ponendo i segni che aveva posto Gesù durante la sua attività per il regno, e cioè guarendo gli ammalati (At 3,1-8; 5,15; 8,7; 9,33-34; 19,10-12), liberando coloro che erano posseduti da spiriti cattivi (At 5,15; 8,7; 16,18; 19,10-12), restituendo letteralmente dei morti alla vita (At 9,36-41).
Nel gigantesco duello in corso nella storia degli uomini tra la vita e la morte, poeticamente descritto dal poema recitato durante la liturgia della domenica di Pasqua, essi cercavano di mettersi dalla parte della vita, facendola trionfare sulla morte. Pagando di persona questo trionfo mediante i loro sforzi, le loro fatiche, la sopportazione di indicibili difficoltà e qualche volta anche con la propria vita.
Impressionante, a questo riguardo, è la descrizione che Paolo fa del suo instancabile impegno nel portare avanti il servizio affidatogli da Gesù risorto, incontrato sul cammino di Damasco (At 9,15-16; 22,1415; 25,15-18):
«Sono essi [i falsi apostoli che si mascherano da apostoli di Cristo] ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (1 Cor 11,23-28).