Luis A. Gallo, PER LA VITA DI TUTTI. Fondamenti teologici dell'impegno educativo, Elledici 2002

 

Nel capitolo precedente abbiamo identificato la sorgente intima dalla quale scaturiva l'incondizionata dedizione di Gesù di Nazaret alla causa del regno di Dio; i vangeli ci permettono di cogliere un'altra componente di tale dedizione, la forza che lo spingeva dal di dentro in maniera impellente: lo Spirito di Dio che dimorava dinamicamente in lui.

GESÙ, UOMO SPIRITUALE

Alcuni esegeti sono oggi dell'opinione che Gesù di Nazaret abbia parlato poco dello Spirito Santo (F. J. Schierse). In genere, le parole riguardanti lo Spirito che i vangeli mettono sulla sua bocca sono da essi ritenute come postpasquali, e cioè riflessioni fatte dagli scrittori credenti dopo il grande avvenimento della sua risurrezione che rivelò loro la sua più profonda identità. Ciò varrebbe anche e soprattutto dei discorsi riportati dal vangelo di Giovanni, e particolarmente di quelli dell'ultima cena (Gv 14,16-17.26; 15,26-27; 16,7-15).
Come al solito, è difficile decidere tale questione esegeticamente. Ciò che è invece fuori discussione è che i vangeli sinottici presentano Gesù di Nazaret come un carismatico, un predicatore o taumaturgo pieno dello Spirito di Dio. Lo si vede, per esempio, nella narrazione del suo battesimo (Mt 3,13-17; Mc 1,9-11; Lc 3,21-22). È vero che il racconto appare come una professione di fede pasquale anticipata; tuttavia si può affermare in base ad esso che le comunità cristiane primitive vedevano nel Signore risorto la fonte di ogni comunicazione dello Spirito, proprio perché in Gesù, prima della risurrezione, si era già rivelata in maniera del tutto singolare la potenza di tale Spirito. Un testo in cui si coglie ciò con trasparenza è quello dell'inizio della sua attività nel racconto di Luca, già precedentemente riportato:
«Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore': Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui» (Lc 4,16-20).
Gesù vi appare come uno sul quale, secondo la profezia di Is 61,1-2, è sceso lo Spirito del Signore, ed è penetrato profondamente in lui, come l'olio di un'unzione, fino ad imbeverlo completamente. Uno Spirito che lo spinge dal di dentro a portare la buona novella particolarmente a coloro che ne hanno più bisogno.

GLI ANTECEDENTI NELL'A.TESTAMENTO

La certezza della presenza e dell'azione dello Spirito di Dio nel mondo non è una novità radicale del N.Testamento; era già ampiamente presente nella fede del popolo d'Israele. Rifletteva d'altronde una sua esperienza molto diffusa, fatta a contatto con la natura. Il termine «spirito» (ruah) di largo uso negli scritti veterotestamentari, comportava, infatti, diversi significati che riecheggiavano detta esperienza.
Significava anzitutto il vento, dalla brezza leggera alla bufera tempestosa, che dai contadini veniva ricondotto a Dio come creatore e conservatore. Ad esso, che aleggiava sulle acque primordiali (Gn 1,2), viene attribuita simbolicamente nei libri biblici la creazione, e anche la liberazione di Israele dalla schiavitù d'Egitto (Es 10,13.19; 14,2122; ecc.). Esso collaborava, quindi, con Dio, nella sua azione di creazione e di salvezza. Era, si potrebbe dire, la potenza creatrice e salvatrice di Dio all'opera nel. mondo.
Significava anche il soffio vitale, il respiro, la vita. In quanto tale era ritenuto una proprietà di Dio, e indicava pure la stretta relazione vitale dell'uomo con Dio. Nella narrazione della creazione si legge che, soffiando sulle narici dell'uomo, Dio lo fa diventare «vivente» (Gn 2,7). Lo Spirito di JHWH era ritenuto, quindi, una potenza divina invisibile che tuttavia vivificava tutto (Sap 1,7; Sal 139,7), tanto l'intimità dell'uomo quanto la storia del popolo.
Il modo d'intendere questo Spirito di Dio andò soggetto ad un'evoluzione nell'Antico Testamento, che abbraccia tutto l'arco della storia del popolo d'Israele. Questi, nella misura in cui ne andava facendo l'esperienza, andava anche maturando nella sua comprensione.
In alcuni dei testi profetici si parla del futuro Messia come del portatore dello Spirito di Dio, e dei tempi messianici come di tempi di una sua effusione universale (Ez, Ger). Due sono particolarmente rappresentativi da questo punto di vista. Il primo è degli ultimi capitoli del libro di Isaia. E quello che Gesù trova nel rotolo che gli venne offerto alla lettura e commento nella sinagoga del suo paese. L'evangelista Luca ne riporta solo due versetti, e per di più con qualche modifica che tiene conto della novità apportata da Gesù, eliminando il riferimento alla vendetta presente nel testo originale. Del testo di Isaia citiamo solo i primi tre versetti:
«Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell'abito da lutto, canto di lode invece di un cuore mesto. Essi si chiameranno querce di giustizia, piantagione del Signore per manifestare la sua gloria» (Is 61,1-3).
Il secondo testo è quello del. profeta Gioele, che parla dell'effusione universale dello Spirito nei tempi finali, un testo che verrà ripreso da Pietro negli Atti degli Apostoli per spiegare alla folla convenuta quanto era successo nell'esperienza della Pentecoste:
«Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave, in quei giorni, effonderò il mio spirito. Farò prodigi nel cielo e sulla terra, sangue e fuoco e colonne di fumo. Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile. Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato, poiché sul monte Sion e in Gerusalemme vi sarà la salvezza, come ha detto il Signore, anche per i superstiti che il Signore avrà chiamati» (Gl 3,1-5).
Come si vede, l'A.Testamento andò crescendo nella convinzione che lo Spirito di Dio, come forza divina creatrice, vivificatrice e liberante, agiva nel mondo per «rinnovare la faccia della terra» (Sal 103,30), irrompendo negli uomini e muovendoli ad agire in quella direzione. Mettendoli, cioè, al. servizio del grande progetto di Dio.

GESÙ, MOSSO DALLO SPIRITO AL COMPIMENTO DEL SUO SERVIZIO

Ciò che avevano maturato i credenti dell'A.Testamento trovò piena realizzazione, secondo gli scritti del Nuovo, in Gesù di Nazaret. Nella narrazione del suo battesimo fatta dai vangeli sinottici, già sopra ricordata, si coglie tra altri un elemento di rilievo: lo Spirito scende su Gesù come una colomba. Anche nel racconto del. quarto vangelo Giovanni il Battista dice di aver visto «lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui». Non solo, afferma inoltre che chi lo ha inviato gli ha detto: «L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo» (Gv 1,3233).
Questa concorde testimonianza tra i quattro vangeli sta a evidenziare una profonda convinzione dei primi discepoli: in Gesù abitava in forma stabile lo Spirito di Dio. E non abitava in maniera inerte e passiva, bensì in maniera intensamente dinamica. Infatti, come si vede nel seguito della loro narrazione, è lo Spirito che lo muove costantemente verso la realizzazione della sua missione, iniziata sotto il suo impulso con i quaranta giorni passati nel deserto tra tentazioni diaboliche (Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13). Le guarigioni da lui operate sono ugualmente da essi attribuite a quella forza che, uscendo da lui, «guariva tutti» (Lc 6,19; cf Mc 5,25-31; Lc 8,43-46), e gli esorcismi mediante i quali liberava coloro che erano sotto il potere degli spiriti, sono ascritti al «dito di Dio» (Lc 11,20; Mt 12,28). Sono due metafore – forza e dito – con le quali gli evangelisti fanno vedere la presenza vivificante dello Spirito di Dio operante in lui.
Il vangelo di Giovanni, in un altro contesto, esprime la stessa convinzione. Si tratta dell'intervento di Gesù nella festa delle Capanne, durante la quale, in mezzo alla solenne processione con cui veniva portata l'acqua viva dalla fontana di Siloe al Tempio, si sente la sua voce proclamare solennemente: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sorgeranno dal suo seno». E l'evangelista aggiunge esplicitamente che egli intendeva riferirsi allo Spirito (Gv 7,37-38). I «fiumi di acqua viva», a cui alludono le sue parole, sgorgano dal suo stesso seno. Raffigurano lo Spirito che scaturisce da lui, perché abita in lui.
L'immagine dell'acqua è utilizzata per parlare dello Spirito anche in un altro testo del medesimo vangelo, quello dell'incontro di Gesù con la donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe. A lei, che gli chiede l'acqua viva per non dover tornare al pozzo ad attingerla, Gesù risponde: «Chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,13-14). È facile cogliere il nesso che c'è, in questo testo, tra «acqua» e «vita eterna», nel senso sopra accennato. Ed è facile anche percepire come l'evangelista pensi a Gesù quale sorgente di vita piena precisamente perché è pieno di Spirito. Tutti e due i testi giovannei servono a rendere nota la stessa convinzione: Gesù di Nazaret è un uomo pieno dello Spirito di Dio, uno Spirito che, quale acqua viva, sgorga da lui verso la realizzazione dell'unica grande volontà di Dio, suo Padre: che gli uomini e le donne «abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10)

LE MANIFESTAZIONI DELLO SPIRITO IN GESÙ DI NAZARET

Questo Spirito di Dio che è presente in Gesù e lo spinge verso l'attuazione del suo servizio al regno di Dio, si manifesta in lui in molteplici maniere.
In Gesù, lo Spirito si manifesta come figliolanza nei confronti di Dio
Abbiamo già parlato precedentemente dell'abitudine peculiare che aveva Gesù di invocare Dio come «abbà», e della tenera intimità che essa rivelava sul suo rapporto con Lui.
Uno dei momenti più forti della sua esperienza filiale deve essere stato, come è lecito supporre, quello della preghiera. Che Gesù pregasse personalmente oltre a farlo con gli altri nei momenti stabiliti dall'uso, è attestato più di una volta nei vangeli (Mc 1,35; Lc 6,12; Eb 5,7; ecc.). Giovanni per parte sua riporta un'ampia e solenne preghiera –la cosiddetta «preghiera sacerdotale» – che egli fece durante l'ultima cena, dopo aver parlato a lungo con i suoi amici (Gv 17,1-26). Ma impressiona, soprattutto, il lungo racconto che fanno i sinottici della sua preghiera nell'Orto degli Ulivi (Mt 26,36-45; Mc 14,32-40; Lc 22,39-45). Secondo la narrazione di Marco, fu proprio in quel contesto di angoscia mortale che egli pronunziò la parola che gli era tanto familiare, aggiungendo poi la dichiarazione della sua intera disponibilità al Suo volere: «Abbà, tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). È una preghiera intrisa d'intensa fiducia, ma allo stesso tempo di estremo impegno.
Luca porrà poi sulle sue labbra, quando egli si troverà già sul patibolo della croce, in preda alla più profonda sensazione di abbandono, le parole più di una volta ripetute dai salmisti dell'Antico Testamento (Sal 16,5; 31,6.16): «Nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46), ma anteponendovi l'invocazione filiale «Padre» che dovrebbe essere probabilmente sostituita da «Abbà-babbo». Così, ciò che egli aveva vissuto lungo tutta la sua vita, trovò la sua espressione culminante nel momento apice della sua vita. Egli si abbandonò fiduciosamente, pur in mezzo ai lancinanti dolori fisici e alla più angosciante sensazione di solitudine, nelle mani di Colui che aveva sempre invocato come Padre tenero e sollecito. Morì come figlio, affidandosi all'amore indefettibile di Dio.
Da tutto questo si può desumere che il cuore umano di Gesù di Nazaret era pieno di uno Spirito intensamente filiale. Un atteggiamento di profonda figliolanza impregnava ogni suo pensiero, ogni sua parola, ogni sua azione. L'evangelista Giovanni riporta queste sue parole: «Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa» (Gv 5,19). Esse descrivono bene ciò che i suoi discepoli avevano percepito a contatto con lui: egli si sentiva intensamente figlio, e come tale cercava di modellarsi in tutto sul suo Padre.
Fu questo stesso Spirito che egli comunicò anche a coloro che l'avevano seguito. La narrazione di Gv 20,19-23 si può intendere in questa luce. Vi si racconta che la sera dello stesso giorno della sua risurrezione, Gesù si presentò ai suoi discepoli, ancora intimoriti per quanto era successo appena poche ore prima, e dopo aver augurato loro la pace, «disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi. Ciò detto, alitò su di loro e aggiunse: Ricevete lo Spirito Santo...». Certamente l'episodio ha una portata molto ampia, ma lo si può capire anche in questa prospettiva: Gesù comunica il suo stesso Spirito ai suoi discepoli, perché vivano come egli visse nei confronti di Dio.
Abbiamo un'eco di questa convinzione in diversi scritti neotestamentari. Soprattutto nelle lettere di Paolo. In quella scritta ai cristiani della Galazia egli, che li aveva iniziati alla libertà in Cristo, si batte appassionatamente perché si mantengano liberi ad ogni costo. Non vuole che si lascino assoggettare da nessuno e da niente. Dice loro con grande determinazione: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5,1). In tale contesto Paolo si appella alla loro condizione filiale, frutto dell'intervento di Dio stesso nella persona del suo Figlio, e poi aggiunge: «E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei vostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: "Abbà, Padre!". Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio» (Gal 4,6-7).
E nella lettera indirizzata ai cristiani di Roma, il cui argomento coincide in parte con quella precedente, egli afferma, a conclusione di un impegnativo ragionamento: «La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Trapela da queste parole la ferma convinzione dell'Apostolo circa la presenza dello Spirito nei cuori di coloro che credono in Gesù Cristo: Egli è presente perché vi è stato «riversato» – è facile cogliervi l'immagine dell'acqua viva utilizzata anche da altri scritti del N.Testamento per parlare dello Spirito da Dio –, e perciò li impregna totalmente. Ora, questo Spirito è appunto uno Spirito di figliolanza. Lo rileva ancora Paolo più avanti, nella stessa lettera: «Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da
50schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!"» (Rm 8,1415).

In Gesù, Lo Spirito si manifesta come fraternità verso tutti

Se lo Spirito dinamicamente presente in lui fece dell'uomo Gesù di Nazaret un figlio che si rapportava con piena confidenza e tenerezza con Dio fino a chiamarlo «babbo», questo stesso Spirito fece di lui un fratello tra fratelli e sorelle. Impressionano, infatti, nella lettura dei vangeli, sia le parole che l'agire di Gesù da questo punto di vista. Tanto più che quest'ultimo corrobora e illumina il senso delle prime. Una parabola da lui raccontata svela luminosamente l'atteggiamento radicale e, possiamo anche dire viscerale, che egli stesso viveva verso gli altri: quella del buon Samaritano (Lc 10,30-37). Davanti all'uomo lasciato semimorto dai ladri ai margini della strada, mentre il sacerdote e il levita proseguono la loro strada senza fermarsi, il Samaritano della parabola si lascia invece impressionare e si commuove profondamente. La parola usata dal testo originale per descrivere tale commozione fa riferimento alle viscere: egli, dice la narrazione, si sentì toccato nel più intimo delle sue viscere. E quella commozione lo portò a «usargli misericordia», a «farsi prossimo» suo. Diventò così vero fratello di colui che, secondo la maniera di vedere del tempo in Israele, era un nemico (cf Gv 4,9).
I vangeli descrivono Gesù come vivamente coinvolto nelle situazioni concrete di coloro che va incontrando sulla sua strada, siano essi uomini o donne. Egli si dimostra sensibilissimo ai loro bisogni e alle loro attese, e la sua sensibilità lo porta a vibrare con essi, a commuoversi intensamente davanti alle loro sofferenze e alle loro gioie, e a venire incontro alle loro necessità. Bastano un paio di esempi per averne la conferma.
Anzitutto, l'episodio della guarigione del lebbroso, raccontato in Mt 8,2-3 e Mc 1,40-42. Si sa in quali condizioni vivessero coloro che erano vittime di detta infermità a quei tempi (Lv 13-14). Erano dei veri morti in vita. Il vangelo di Marco, pur nella sua brevità, fornisce dei dettagli altamente rivelatori degli atteggiamenti e delle reazioni di Gesù. Dice, infatti, che davanti alla supplica accorata del lebbroso, egli, «commosso fino alle viscere», stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci»; e in quel momento la lebbra scomparve e l'infermo guarì. Quel lasciarsi toccare nel vivo dalla situazione dell'altro mette in chiara luce l'atteggiamento fraterno di Gesù, un atteggiamento che non è solo commozione emotiva, ma che lo porta a passare al di sopra della istintiva repulsione provocata dalla visione del malato, e anche a non attenersi alle leggi stabilite dalla Legge riguardo al contatto con esso (Lv 13,44-46), e sfocia in un'azione concreta di liberazione dal male fisico e dalle sue conseguenze.
L'altro episodio è quello della risurrezione del figlio della vedova di Nain, raccontato in Lc 7,12-15. La scena iniziale è di una grande tristezza: una madre vedova, accompagnata da molta gente del paese, cammina piangendo dietro la bara in cui portano a seppellire il suo unico figlio. Gesù la incontra e, anche qui, reagisce anzitutto visceralmente. Il testo, infatti, utilizzando lo stesso termine che nell'episodio del lebbroso, dice: «Vedendola, il Signore si commosse profondamente e le disse: "Non piangere!"». Lo si coglie tra le righe: egli è toccato nel vivo dalla scena che ha davanti agli occhi, si lascia coinvolgere dal dolore della donna e interviene esortandola a non piangere. Un'esortazione che potrebbe suonare come sarcasmo o sterile commiserazione, ma che acquista il suo vero senso da quanto segue: «E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: "Giovinetto, dico a te, alzati!". Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre». Ancora una volta la sensibilità fraterna di Gesù si esprime a due livelli: quello della commozione intensa, e quello dell'attuazione concreta in cui essa sfocia. Questi due esempi, che potrebbero moltiplicarsi rivisitando i vangeli, fanno toccare con mano come lo Spirito che muoveva Gesù era veramente una forza che lo spingeva a farsi attivamente fratello degli altri, amando appassionatamente la loro vita e la loro vera felicità. Per lui, essere fratello non era un semplice sentimento, ma un farsi seriamente e attivamente responsabile della vita e della morte degli altri. Era, in definitiva, una espressione di quella passione per il regno di Dio che gli riempiva il cuore. Si spiega così come questo Spirito di fraternità lo portasse ad occuparsi particolarmente di coloro che di vita ne avevano di meno.
Fu questo atteggiamento intensamente fraterno a portarlo alla morte in croce. Il vangelo di Giovanni raccoglie queste parole dette nell'ultima cena: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Si tratta di parole che esprimono la chiara convinzione di coloro che erano vissuti accanto a lui: egli portò il suo amore fraterno fino all'estremo di dare la vita per coloro che amava. Mediante la sua morte egli arrivò ad essere, come amava dire Charles de Foucauld, il «Fratello universale».

In Gesù, lo Spirito si manifesta come tenerezza verso i più piccoli

Abbiamo già rilevato precedentemente, sia pure di passaggio, una peculiarità rilevante: nello svolgimento della sua attività in favore del regno di Dio, Gesù di Nazaret dimostrò di avere una particolare predilezione verso i più piccoli e deboli del suo popolo. Abbiamo anche ricordato che nel discorso inaugurale fatto nella sinagoga del suo paese, tale predilezione venne collegata espressamente da lui stesso all'unzione dello Spirito di Dio che lo permeava: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4,18). Chi siano i poveri ai quali fa riferimento il testo è precisato in parte dal testo stesso, che continua dicendo: «per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi», ma la vera precisazione viene da quanto egli stesso fece nella sua attività per il regno, particolarmente prendendo partito nei confronti dei conflitti che attraversavano la convivenza sociale del suo popolo, lasciando grandi folle al margine di ogni possibilità di godere dei beni materiali, del potere di decisione, e della dignità personale.
Davanti alla situazione dei poveri concreti Gesù s'intenerì profondamente. E perché lo muoveva uno Spirito di compassione verso di essi, diventò critico verso i ricchi e potenti, sollecitandoli ad uscire dalla loro condizione di privilegio per andare incontro agli altri. Si vede che egli non sopportava una convivenza nella quale alcuni nuotano nell'abbondanza mentre gli altri pativano privazione fino ai livelli più elementari della vita e della dignità. Aveva troppo a cuore la «vita in pienezza» di tutti (Gv 10,10), e specialmente di quelli che ne erano più spogliati, per rimanere indifferente davanti a questo stridente contrasto.
È interessante il fatto che, oltre ad agire in questo modo, Gesù lo abbia anche indicato come criterio definitivo per giudicare della maturità vera di una persona. Nel brano riguardante il giudizio finale, infatti, sono centrali queste sue parole: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose (dare da mangiare, da bere, visitare gli ammalati, i carcerati...) a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me», e, in forma negativa che toglie ogni dubbio: «In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me» (Mt 23,40.45).

In Gesù, lo Spirito si manifesta come sovrana libertà

Una delle conseguenze più vistose della presenza dello Spirito di Dio in Gesù è quella della sua sovrana libertà. La lettura dei vangeli crea la netta impressione che non ci sia vincolo che riesca a tenerlo legato quando si tratta di raggiungere l'obiettivo centrale della sua vita, la venuta del regno di Dio, suo Padre, concretizzata nella vita più piena dei suoi fratelli e sorelle. Né le più sacre tradizioni del suo popolo, né le prescrizioni legali, né il parere delle autorità religiose o politiche, né le minacce dei suoi avversari, né il prestigio o la fama, né la stessa morte.
Colpisce, anzitutto, l'atteggiamento di libertà che lo Spirito crea in lui verso il suo stesso clan famigliare. I racconti evangelici lo fanno vedere in un rapporto piuttosto critico verso di esso. Conoscendo la sensibilità propria dell'epoca, si spiegano episodi come quelli narrati in Mc 3,21; 3,31 e Mt 12,46-50, nei quali si narra la venuta dei suoi parenti a prenderlo per riportarlo a casa sua. Tali racconti permettono di intravedere da una parte la preoccupazione che la sua maniera di fare fuori del comune suscitava nei suoi, e dall'altra la sua reazione personale nei confronti della pretesa da essi avanzata di opporsi alla sua dedizione a ciò cui aveva deciso di dedicare tutte le sue energie. Davanti a quello che costituiva la ragion d'essere della sua vita, tutto il resto, anche gli stretti vincoli creati dal sangue, passa in secondo piano. Egli non si sente per nulla legato da essi. C'è di più: invita anche i suoi seguaci a liberarsene (Lc 14,26).
Ma anche nei riguardi della sua famiglia più stretta e perfino nei confronti della sua stessa madre, lo Spirito lo rende libero. Nell'episodio di Lc 2,42-50 si colgono già, nell'adolescente Gesù, i primi sintomi di tale libertà: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (v. 49), risponde al rimprovero dalla madre che gli rinfaccia l'essersi fermato per propria iniziativa a Gerusalemme. Un atteggiamento analogo si coglie nelle parole che rivolge a quella donna che, piena di entusiasmo nell'ascoltare le sue parole, prorompe in esclamazioni e lodi verso la sua madre per il fatto di averlo generato e nutrito: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (Lc 11,28), replica lui. Naturalmente, non si può dedurre da questo testo che egli non abbia voluto bene a sua madre, il che non sarebbe certo degno di un figlio; ciò che l'evangelista vuole mettere in risalto è piuttosto il nuovo tipo di rapporti che egli privilegia: non quelli che si radicano nella carne e nel sangue, anche se sono ordinariamente i più profondi e stretti, bensì quelli che nascono dal condividere la grande causa del regno da lui annunciato. È questo ciò che genera la libertà sua, e di quelli che lo seguono, nei confronti di qualunque altro tipo di rapporti.
Impressiona, inoltre, la libertà che lo Spirito con cui agisce gli permette di avere nei confronti delle leggi del suo popolo. Soprattutto di quelle riguardanti la purità rituale e il riposo sabbatico, ambedue di riconosciuta importanza e dalle molteplici implicazioni. Della prima egli propugna un deciso superamento perché la considera accentuatamente formale e perfino ingiusta (Mc 7,1-23). E anche se in determinate circostanze la rispetta, non la prende invece per nulla in considerazione quando sono in gioco la vita e il bene delle persone. Numerosi episodi evangelici lo confermano: tocca con la sua mano un lebbroso (Mc 1,41; cf Lv 11,45-46; 22,4-6); non fa attenzione al gesto dell'emorroissa che tocca il lembo del suo mantello (Mc 5,25-34; cf Lv 15,25-27); prende per mano una ragazza morta per ridarle la vita (Mc 5,41; cf Lv 22,4); permette ad una peccatrice pubblica di lavargli i piedi con le sue lacrime e asciugarglieli con i suoi capelli (Lc 7,37-38); siede a mensa con i peccatori (Mc 2,15; Lc 15,1)...
Della prima legge, quella del riposo sabbatico, Gesù accoglie l'intenzionalità profonda. Perciò la osserva fintanto che il suo adempimento non entra in conflitto con la finalità liberatrice e vivificante di cui è portatrice: «Il sabato è per l'uomo, e non l'uomo per il sabato», dichiara egli solennemente (Mc 2,27). L'episodio narrato da Marco sulla guarigione di sabato di un uomo che aveva la mano inaridita è, nella sua estrema concisione, uno dei più eloquenti da questo punto di vista (Mc 3,1-6). L'indignazione e la tristezza che egli sperimenta davanti alla durezza di cuore degli uomini della Legge sono spiegabili, soprattutto se si tiene conto del suo modo di pensare e di comportarsi al riguardo, come attestano tante narrazioni evangeliche. Egli, l'uomo della libertà, soffre per la schiavitù di coloro che lo assediano.
Un altro aspetto della sovrana libertà di Gesù è quello che riguarda il suo atteggiamento davanti al potere. A quello politico (Gv 18,33-38; Lc 13,31-32), ma soprattutto a quello religioso, che nel suo popolo era molto rispettato. Con una parte della classe sacerdotale egli sembra aver avuto un rapporto in più di un momento piuttosto teso. Non può passare inavvertito il ruolo negativo che le fa svolgere nella parabola del Buon Samaritano (Lc 10,30-32). Ma, soprattutto, egli assume un atteggiamento fortemente critico verso i sacerdoti che avevano in mano la gestione del Tempio. L'episodio della purificazione del medesimo lo conferma chiaramente (Mt 21,12-13; Mc 11,15-17; Lc 19,45-46; Gv 2,13-16). In nessun modo egli si sente vincolato dalla loro autorità, anzi, non esita a ribellarsi apertamente ad essa e ad impugnarla.
Più notabile ancora è la libertà con cui agisce nei confronti dell'autorità degli scribi del suo popolo. Erano essi a tenere in mano la chiave dell'interpretazione della Legge in Israele (Lc 11,52), una chiave che acquistavano dopo lunghi anni di preparazione e dopo il riconoscimento pubblico della medesima. Ciò li poneva in situazione di privilegio davanti al popolo, il quale li rispettava attribuendo loro dei titoli onorifici e cedendo loro i primi posti nelle riunioni pubbliche (Mt 23,6-7). La soluzione dei problemi suscitati dall'osservanza della Legge era di Loro esclusiva competenza, e la loro autorità era indiscussa. Ma Gesù dà chiari segni di non sentirsi legato da questa loro autorità; anzi, in più di un'occasione contrappone il suo modo personale di pensare al loro. Lo si vede particolarmente nelle diverse prese di posizione espresse nel discorso della montagna: «Avete sentito che vi fu detto... ma io vi dico...» (Mt 5,21-22.27-28.31-36.38-39.43-44). La stessa gente percepiva la libertà con cui si muoveva, riconoscendo che parlava «con autorità, e non come gli scribi» (Mt 7,28-28; Mc 1,21-22.27).
È degno di essere tenuto anche in conto in questo contesto l'atteggiamento che egli assume davanti al movimento di quei ribelli che si proponevano di scuotere dalle spalle del popolo santo di Dio il giogo del dominio romano. Pur condividendo l'idea della libertà del suo popolo, che formava certamente parte delta sua visione sul regno messianico, Gesù non appoggiò tale progetto. Ne è una testimonianza esplicita la narrazione di Giovanni in occasione della moltiplicazione dei pani: davanti all'attesa della gente che voleva farlo re, egli risponde con la fuga (Gv 6,15). Anche davanti al potere politico lo Spirito lo rese libero.
Così come lo rese libero nei confronti del prestigio, che ai giorni suoi si fondava sulla purezza del sangue, sullo status acquisito, sulle ricchezze, o sulla virtù, ed era un valore sommamente apprezzato. La preoccupazione per esso rendeva schiavi molti. Gesù, al contrario, come si evince dai vangeli, non ne tiene conto. In essi si dimostra sovranamente libero nei suoi confronti. Così, ad esempio, non ha difficoltà ad avere contatti con persone di non molto raccomandabile reputazione: accoglie i peccatori, si intrattiene con loro e, come abbiamo visto, perfino siede a mensa con essi (Lc 19,2-7; 15,1-2); si mescola costantemente con le folle ignoranti e senza status (Gv 7,49) e, andando chiaramente contro corrente, ammette nel gruppo dei suoi discepoli anche delle donne (Lc 8,2-3; 10,39). I suoi stessi avversari gli riconoscono questa libertà: «Maestro, sappiamo che... non guardi alle condizioni delle persone» (Mt 22,16).
È chiaro che l'estrema libertà di Gesù davanti a tutto e a tutti non è espressione di una licenziosità che celi la sua comodità o il suo egoismo. Di fatto, ordinariamente egli rispetta le leggi e le strutture del suo popolo. La sua libertà è frutto della sua passione per il regno di Dio, che lo porta a relativizzare tutto il resto. Si vede chiaro che non considera mai le leggi e le strutture come fini, ma sempre come mezzi da utilizzare nella misura in cui contribuiscono al raggiungimento del suo fine. Proprio perché si sa figlio, e non schiavo o estraneo, egli agisce sempre con piena libertà.
Nel vangelo di Giovanni c'è una frase carica di significato da questo punto di vista: «Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8,26). Riflette una profonda convinzione che avevano i primi suoi discepoli: Gesù, l'uomo libero per eccellenza grazie alla sua figliolanza verso Dio, era per loro fonte di libertà.
Testimone e seguace di Gesù anche in questo sarà Paolo, uno dei più strenui assertori di questa «libertà dei figli di Dio» che deve contraddistinguere coloro i quali vogliono seguire Gesù Cristo. Proprio perché la sua era stata una forte esperienza di liberazione dalla schiavitù della Legge (Fil 3,4-9), egli lottò tutta la vita appassionatamente perché coloro che si convertivano alla fede in Gesù Cristo potessero essere davvero liberi. Nelle sue lettere questo tema ritorna più di una volta con insistenza. In maniera molto sintetica enuncia il suo pensiero nella seconda lettera scritta ai Corinzi, vincolandolo espressamente allo Spirito: «Il Signore è lo Spirito, e dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà» (2 Cor 3,17).

In Gesù, Lo Spirito si manifesta come intuizione profonda

Una delle impressioni che si ricavano dalla lettura dei vangeli è che Gesù, proprio perché era pieno di passione per la vita della gente, vedeva chiaro dentro a ciascuno, e riusciva a penetrare fino in fondo nella sua intimità, scoprendo ciò che si portava dentro. La presenza dello Spirito di Dio in lui lo dotava di una intuizione particolare, che gli permetteva di leggere anche tra le pieghe del cuore.
II vangelo di Giovanni conferma tale impressione, riecheggiando probabilmente una convinzione comune dei suoi discepoli: «Non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c'è in ogni uomo» (Gv 2,25). D'altronde, già nell'Antico Testamento si diceva che «la sapienza è uno spirito amico degli uomini [...]. Lo spirito del Signore riempie l'universo e, abbracciando ogni cosa, conosce ogni voce» (Sap 1,6-7).
Tale convinzione non era propria solo dei discepoli; anche i suoi avversari la condividevano, a giudicare dalle parole che gli rivolsero in occasione della discussione intavolata sul pagamento del tributo all'imperatore. Introducendo il tema gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini...» (Mc 12,14). Quel «non curarsi di nessuno» e quel «non guardare in faccia agli uomini» si ricollegano ad una qualità attribuita a Dio stesso (At 10,34; Rm 2,11; Ef 6,9), che verrà poi raccomandata anche ai cristiani delle prime comunità (Gc 2,1.9): quella di non prendere in considerazione le apparenze delle persone, ma di badare a ciò che esse sono nella loro vera realtà. Gli avversari di Gesù gli riconobbero tale qualità. Si erano accorti che egli non restava in superficie, non prendeva in considerazione i titoli di grandezza o di onore, lo status sociale, la fama, la scienza e nemmeno l'apparente giustizia delle persone, ma le trattava per ciò che erano nel profondo dei loro cuori.
Un episodio conferma tutto ciò. È quello della chiamata dell'uomo ricco – giovane, secondo Matteo (Mt 19,20) – a seguirlo. L'evangelista Marco è l'unico a riportare un piccolo dettaglio che risulta molto significativo. Egli afferma che, una volta rivoltagli la proposta circa il modo di raggiungere la vita eterna mediante l'osservanza dei comandamenti, e ricevuta da lui la risposta circa il cammino fatto fino allora in quella direzione, Gesù, «fissatolo, lo amò e gli disse: "Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi"» (Mc 10,21). Lo sguardo di Gesù doveva essere molto penetrante e arrivare alle profondità di quel cuore, tanto da provocare il movimento di amore verso di lui di cui parla il testo. Servì anche a svelare la vera e reale disposizione del-l'interpellato.
Luca è la fonte di un'informazione esclusiva nel racconto della passione di Gesù, che ha qualcosa a che fare con quanto veniamo dicendo. Egli narra che Pietro, che era riuscito a infilarsi nel cortile della casa del sommo sacerdote nella notte del processo improvvisato nei confronti di Gesù, per ben tre volte rinnegò il suo amico e maestro davanti a quelli che lo accusavano di appartenere al suo gruppo. E, dopo la sua triplice negazione, «il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: "Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte". E, uscito, pianse amaramente» (Lc 22,61-62). Anche in questo caso lo sguardo di Gesù si spinse fino alle più recondite pieghe del cuore di un uomo, svelandogli la pietosa condizione in cui si trovava e aiutandolo a prenderne coscienza.
Tra le tante sfaccettature della ricca personalità di Gesù di Nazaret colte dai suoi discepoli, ma anche dalla gente comune, c'è quella della sua qualità profetica. Egli viene riconosciuto più di una volta come profeta, secondo le narrazioni evangeliche (Mt 21,11.45; Mc 11,32; Lc 7,16; 24,19; Gv 4,19; 9,17). E perfino si pensa che egli sia «il Profeta», e cioè quell'altro Mosè che, in adempimento dell'annunzio di Dt 18,15-19 (cf Dt 34,10-12), sarebbe venuto a riprodurre le sue gesta (Gv 6,14; 7,40).
Come è risaputo, il profeta biblico non è colui che si specializza nell'indovinare il futuro, e nemmeno semplicemente colui che parla nel nome di Dio, come sembrerebbe suggerire la stessa etimologia del termine. La peculiarità dei profeti dell'Antico Testamento la si coglie se li si confronta con altre figure di rilievo presenti in esso. Infatti, i profeti si distinguono tanto dai saggi quanto dagli scribi maestri della Legge. E la distinzione fondamentale consiste precisamente nel fatto che, mentre questi ultimi si occupano rispettivamente di insegnare i modi migliori di vivere saggiamente o di dare spiegazioni sulle esigenze della Legge, i profeti esercitano la loro funzione soprattutto in rapporto agli avvenimenti storici del popolo. Ciò che li caratterizza, infatti, è la preoccupazione di mettersi in ascolto dei movimenti storici e dei mutamenti del loro tempo. Perciò, tutta la loro attuazione è segnata da una straordinaria mobilità e da una grande flessibilità che li porta ad adeguare costantemente i loro discorsi a ciò che sta avvenendo in mezzo al popolo. È lo Spirito di Dio, presente in essi, che li porta a realizzare tale servizio al popolo, aiutandolo in questo modo ad assecondare razione di Dio nel tempo (Ez 2,2-8; 3,14; 11,1; ecc.).
In questo contesto si comprende il senso che possono avere le parole rivolte da Gesù in una certa circostanza ai farisei e sadducei che non erano capaci di cogliere la presenza di Dio nell'attività che egli stava svolgendo in mezzo al popolo: «Quando si fa sera, voi dite: "Bel tempo", perché il cielo rosseggia; e al mattino: "Oggi burrasca", perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l'aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?» (Mt 16,3). Come capi del popolo avrebbero dovuto essere guidati dallo Spirito profetico, e perciò avrebbero dovuto essere capaci di discernere il grande avvenimento costituito dalla sua presenza. Ma purtroppo non lo erano, e così anziché aiutare il popolo ad aprirsi all'intervento di salvezza di Dio in Gesù, gli creavano degli ostacoli. Non per niente Gesù ebbe a dire: «Chi mette degli inciampi anche a uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18,6; Mc 9,42). E anche, in altra circostanza: «Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell'uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro» (Mt 12,31-32; Mc 3,28-29; Lc 12,10). La bestemmia contro lo Spirito Santo consisteva nel rifiutarsi di riconoscere e accogliere la manifestazione di Dio in Gesù, di scoprire la sua offerta di salvezza nella sua parola e nella sua azione attribuendole, anziché allo Spirito di Dio, a spiriti addirittura «immondi» (Mc 3,30).
A differenza di quegli uomini, Gesù dà chiari segni di possedere uno spiccato Spirito profetico che gli conferisce la capacità di interpretare gli avvenimenti del popolo alla luce di Dio. Anzitutto, il grande avvenimento dell'imminente arrivo del regno di Dio. Se egli si lancia nell'attività in mezzo alla gente, è precisamente perché ha letto «i segni dei tempi» ed è arrivato alla conclusione che, come dice nel vangelo di Marco, «il regno di Dio è alle porte» (Mc 1,14-15). Ma, all'interno di questo discernimento globale, egli va anche scandagliando ciò che succede attorno a lui, cogliendovi la presenza o l'assenza del regno annunciato.
Qualche volta la percezione che ne ha è così forte e chiara, che lo fa prorompere in quella preghiera di benedizione e ringraziamento a Dio che abbiamo già avuto occasione di ricordare (Mt 11,25-26). Si tratta della constatazione dell'accoglienza che la sua proposta sta avendo presso i piccoli e i poveri, un segno evidente della venuta del regno. Luca precisa che questa preghiera egli la fece «esultando nello Spirito Santo» (Lc 10,21).
Altre volte, invece, il discernimento profetico gli costò più fatica e sforzo. In particolare quello fatto in mezzo all'angoscia e al turbamento nei confronti della sua stessa morte. La travagliata preghiera nell'Orto degli Ulivi ne è una chiara testimonianza. Ma, come dirà la Lettera agli Ebrei, egli finì per scoprire il denso significato della sua morte grazie allo Spirito che lo guidava: «Cristo, [...] con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio» (Eb 9,14).