Klaus W. Vopel, MANUALE PER ANIMATORI DI GRUPPO. Teoria e prassi dei giochi di interazione, Elledici 1991


Il capitolo precedente ha messo in rilievo l'importanza di riconoscere e trattare i disturbi nella vita di ogni gruppo. In questo capitolo discuteremo un'ampia gamma di disturbi che si realizzano frequentemente: in tal modo cercheremo di sensibilizzare le capacità diagnostiche degli animatori. Saranno inoltre date, per quanto possibile, indicazioni su come trattare tali disturbi in modo costruttivo.

Ma più importante di tutte le tecniche di trattamento dei disturbi è la regola fondamentale: «I disturbi hanno la precedenza» (R. Cohn). Tale regola va rispettata dall'animatore sia per quanto riguarda se stesso personalmente che la sua attività nel gruppo.
Se egli si comporta di conseguenza, non si farà mettere sotto pressione né dai partecipanti né da circostanze come doveri di lavoro o mancanza di tempo, e non trascurerà di prendere sul serio tali disturbi, come di solito avviene. Solo così renderà comprensibili ai partecipanti le diverse costellazioni di valore dei gruppi interazionali.

6.1. PROBLEMI SPECIALI DI INTERAZIONE NEI GRUPPI

Discuteremo ora alcuni frequenti problemi di interazione che ostacolano l'animatore in duplice modo: da una parte gli rendono più difficile il compito di tener conto dei bisogni psicosociali dei partecipanti e di far maturare e rendere più viva la struttura sociale del gruppo; dall'altra gli impediscono anche di sostenere i partecipanti nel loro processo di lavoro e nel raggiungimento degli obiettivi di gruppo.
I problemi di cui si parlerà in questo paragrafo possono insorgere tanto in gruppi naturali quanto in gruppi di training e in gruppi di incontro che collaborano solo per un breve periodo.

Orientamento dei partecipanti verso l'esterno

Grosso modo possiamo avere due distinte concezioni della realtà. Secondo la prima, che è più diffusa nella nostra cultura occidentale, il mondo reale si trova al di fuori del nostro sé. In tal caso possiamo parlare di un orientamento verso l'esterno.
Il secondo concetto, meno diffuso in Occidente, che però fortunatamente viene preso in considerazione sempre di più, assume che il mondo è prima di tutto una realtà interiore: posso sapere bene solo quello che percepisco, sento e provo. In questo caso parliamo di un orientamento verso l'interno.
Persone orientate soprattutto verso l'esterno credono di poter ricevere nozioni e informazioni sicure solo raccogliendo dall'ambiente e classificando dati che possano essere contati e misurati fino a che è possibile. Si fidano volentieri di specialisti e autorità che dicono loro che cosa sia oggettivamente giusto, che cosa debbano fare, ecc. Difficilmente si fidano di dati che provengono dal loro proprio organismo, di quello che percepiscono e sentono loro stessi. Per esempio si fidano dei loro occhi solo fino a un certo punto: non avranno problemi a distinguere e descrivere con esattezza vari beni di consumo, ma hanno difficoltà se devono guardare un po' a lungo il viso di un altro per descrivere in maniera continuativa i minimi cambiamenti osservabili in esso. Se tali persone si trovano in un gruppo di interazione che non è strutturato nel modo rigido a cui sono abituati, reagiscono spesso in modo irritato e confuso.
Per loro l'apparente non-attività dell'animatore prova che lui o non si intende della conduzione di gruppi o non usa le sue conoscenze per motivi non comprensibili.
Per cui, se un animatore cerca di dare al gruppo la maggiore autonomia possibile, partecipanti che sono orientati verso l'esterno commentano tale tentativo con frasi come: «Non vogliamo perdere tempo... Dài, cominciamo a lavorare sul serio! ... A cosa serve una riunione in cui si chiacchiera solamente!...». Queste frasi nascono in fondo dalla convinzione profondamente radicata che la realtà è un fatto esterno che segue delle leggi già fissate («Ogni gruppo può essere guidato al meglio così e così...»), e dunque è pura ignoranza e stupidità se qualcuno non utilizza tali nozioni.
Il partecipante orientato verso l'esterno cerca di generalizzare il piu possibile e di adoperare continuamente e in modo meccanico le nozioni acquisite. Dato che fa poco uso della sua intuizione, del mondo dei suoi sentimenti e della sua capacità di percezione, egli sarà quasi incapace di percepire i sottili sentimenti e atteggiamenti dei suoi partner nell'interazione e di tenerne conto. Poiché partecipanti che sono orientati verso l'esterno si fidano quasi esclusivamente della loro testa e non invece del loro corpo, si sentono a loro agio quando ogni cosa è organizzata in modo formale, quando ci sono standard e norme chiari, e quando sono gli specialisti a guidare lo svolgimento del compito del gruppo e le autorità a regolamentare quanto è socialmente indispensabile.
Al contrario, membri del gruppo che sono orientati verso l'interno basano i propri giudizi sui loro sentimenti, percezioni, atteggiamenti interiori e sulle loro idee. Sanno che ci sono nozioni e convinzioni importanti a cui non si arriva tramite operazioni di classificazione e di misurazione, bensì solamente attraverso le proprie esperienze. Misurano l'efficacia di un gruppo sulla base della loro soddisfazione e non su standard astratti. Vogliono organizzare l'attività del gruppo in modo da non soddisfare solamente pretese esterne, ma da trattare anche e risolvere problemi che provengono dalla struttura sociale. Reagiscono positivamente a gruppi strutturati in modo abbastanza aperto e che lasciano spazio alla responsabilità e partecipazione dei membri.
È evidente che gruppi con molti partecipanti orientati verso l'esterno sono anzitutto poco disposti a occuparsi di problemi complessi che non possono essere risolti con la routine della vita di ogni giorno. Quindi, se un animatore comincia a lavorare con un gruppo del genere, può già prevedere i seguenti sintomi.
- I partecipanti si concentrano su di lui per sentire da lui che cosa devono fare e che cosa lui pensa di loro.
- Fanno spesso i confronti fra l'efficienza del loro gruppo e quella di altri gruppi.
- Guardano più l'animatore che non gli altri partecipanti.
- Non interessa loro molto «che tipo di persona è l'animatore» e come lui si sente.
- Non riescono neanche a immaginare che l'animatore possa essere nel gruppo un «moderatore» che riveste le funzioni dell'arbitro, ma che non decide tutto.
Se l'animatore mette poco in gioco la sua autorità, può prevedere le seguenti reazioni.
- I partecipanti vorranno cercarsi un altro animatore.
- Parleranno poco finché non pensano di essere competenti sull'argomento di cui si parla.
- Impediranno ad altri partecipanti di entrare attivamente in una discussione che cerca di risolvere problemi.
- Non diranno che cosa si aspettano dal gruppo e come immaginano un buon svolgimento del lavoro.
Un animatore che vuole aiutare a far progredire un gruppo prevalentemente orientato verso l'esterno, può con molta cautela mettere in gioco altri punti di vista. Deve partire dal fatto che l'accentuazione di elementi interazionali rende insicuri i partecipanti e fa sorgere una forte opposizione. [1]

Determinazione perfezionistica dell'obiettivo

Un gruppo può incamminarsi verso i suoi obiettivi sottolineando maggiormente lo stile integrativo oppure quello perfezionistico. Ciascuno di questi stili di lavoro ha conseguenze decisive per il clima di lavoro e per la qualità dei risultati. Paradossalmente, gruppi che determinano l'obiettivo in modo perfezionistico ottengono risultati solamente mediocri, specialmente quando si tratta di compiti più complessi.
Parliamo di determinazione integrativa dell'obiettivo quando il gruppo parte dalla supposizione che la migliore soluzione di un problema si realizza quando tutti i partecipanti collaborano, e cioè quando si verifica un'integrazione delle prestazioni dí tutti i membri del gruppo. In tal caso si è convinti che le singole prestazioni di tutti i partecipanti possono essere combinate in modo tale da arrivare a risultati che anche la prestazione migliore di un singolo partecipante non raggiungerebbe.
Con una determinazione perfezionistica dell'obiettivo la riflessione del gruppo non parte dalle possibilità interne del gruppo stesso, bensì da standard esterni. I partecipanti suppongono che esiste una soluzione ideale del problema che il gruppo deve raggiungere, senza considerare se e in quale misura il gruppo nel suo insieme ne sia capace. Il tipo di cooperazione è in tal caso meno importante per i partecipanti. Gruppi del genere mirano spesso in ultima analisi a un obiettivo meno espressivo e si accontentano della prima soluzione che capita del problema, poiché non reggono davanti allo stress di un duro lavoro e di fronte al peso della rivalità. Se sorgono delle difficoltà, i partecipanti parlano male del loro gruppo, dicendo che è incapace e senza chiedersi in che modo loro stessi lo abbiano ridotto così.
Il perseguimento di obiettivi perfezionistici può essere effettuato da alcuni partecipanti dominanti e socialmente poco sensibilizzati che vogliono mettersi in mostra. Oppure può essere provocato da una generale svogliatezza quando i partecipanti non sono disposti a chiarire gli obiettivi secondo il principio del consenso.
Ulteriori sintomi di un gruppo con una determinazione perfezionistica dell'obiettivo sono i seguenti:
- notazioni superficiali e frettolose che apparentemente danno una soluzione veloce dei problemi, ma ín realtà li rendono spesso più gravi;
- prematura delega della responsabilità ad alcuni partecipanti che devono prendere decisioni;
- la non-presa di decisioni;
- identificazione emozionalmente molto limitata con il compito di gruppo da parte dei membri;
- dipendenza da motivazioni estrinseche (pressione dell'organizzazione, premi materiali, la tendenza ad evitare sanzioni);
- poca coesione di gruppo;
- poca rilevanza del compito per i partecipanti.
Al contrario, gruppi che determinano il loro obiettivo in modo integrativo presentano una serie di vantaggi decisivi: il compito e lo stesso gruppo sono interessanti per i partecipanti, e il gruppo ha riserve di energia sufficienti per porsi alti e realistici standard di qualità anche in situazioni difficili, appunto perché gli piace il lavoro.
Decisioni integrative vengono effettivamente accettate dalla maggioranza dei membri di un gruppo. I partecipanti lavoreranno intensamente per raggiungere l'obiettivo che hanno determinato e delimitato insieme. Se invece si fissa un obiettivo perfezionistico, si sentiranno responsabili forse solo quei partecipanti che sono riusciti a imporre le loro idee, mentre gli altri partecipano con poca voglia e senza impegnarsi troppo. Un gruppo che lavora in modo perfezionistico corre comunque un grande rischio: saranno pochi i casi in cui i partecipanti verranno a una divisione soddisfacente del lavoro e in cui lavoreranno con una certa efficacia. Più spesso coopereranno male e raggiungeranno risultati mediocri.
Dal punto di vista psicologico c'è ovviamente una forte connessione fra una cultura di gruppo orientata verso l'esterno e una determinazione perfezionistica dell'obiettivo. Se un animatore comincia a lavorare con un gruppo del genere, dovrà far sì che i partecianti investano le loro energie non solo in obiettivi grandi ma in parte irrealizzabili e nel nascondere disturbi e insuccessi, ma che le investano anzitutto in una struttura sociale e funzionale. [2] Se l'animatore utilizza al meglio i giochi di interazione citati e ne sa interpretare i risultati, sarà in grado di cogliere gli stili di lavoro perfezionistici o integrativi dei partecipanti.
Concludendo (mai prima!) può spiegare in un discorso di tre minuti le teorie sopra presentate, affinché anche i partecipanti abbiano una chiara visione di tali questioni.

Sistema di feedback carente

Se i partecipanti di un gruppo vogliono collaborare in modo efficace, devono informarsi di tanto in tanto a vicenda sul modo di comportamento che ci si aspetta dal singolo. Solo così possono operare l'adattamento necessario. A questo scopo è necessario un sistema di feedback che manca nei gruppi poco sviluppati. In questi gruppi non si esprime né critica né lode; in cambio però i partecipanti si lamentano davanti a persone estranee (per esempio la sera dopo il lavoro in famiglia per sfogarsi con qualcuno), davanti a terzi inveiscono contro coloro con cui sono in conflitto, oppure si lamentano presso «le autorità». Un gruppo un poco più sviluppato dispone invece di un manifesto sistema di feedback. A seconda dello stadio di sviluppo del gruppo, tali feedback possono essere valutativo-espressivi o costruttivi.
- Il feedback valutativo esprime un giudizio sull'altro. Per esempio: «Non collabori con gli altri... Consegni il tuo lavoro troppo presto... Sei pigro...». Tale forma di feedback provoca di solito una reazione di difesa.
- Il feedback espressivo esprime solo i propri sentimenti, ma non propone all'altro un certo comportamento. Per esempio: «Mi sono arrabbiato con te... Mi rompi le scatole... Non ho voglia di lavorare con te...». Tale feedback provoca spesso di rimando una contro-reazione e richiede una ulteriore chiarificazione dei desideri di colui che ha offerto il feedback.
- Il feedback costruttivo è più efficace delle altre due forme. Esso nomina chiaramente il comportamento concreto, esprime le proprie reazioni emozionali e contiene a volte una chiara richiesta. Per esempio: «Sono arrabbiato perché hai fatto dei pessimi preparativi... Non ti voglio più ascoltare se parli sempre sottovoce. Parla più forte!». Feedback costruttivi provengono dal desiderio di comunicare propri sentimenti e bisogni senza trascurare l'altro.
Se i partecipanti offrono feedback costruttivi, allora il gruppo diventa più coeso e i partecipanti ascoltano con più attenzione quello che dice l'altro. Infatti, in tal caso, ognuno può essere sicuro che l'altro lo vuole aiutare affinché possa collaborare più efficacemente come singolo nel gruppo. Se si offrono invece feedback valutativi o espressivi, il gruppo diventa meno coeso e i partecipanti reagiscono in modo aggressivo appunto perché si sentono personalmente aggrediti.
Se un animatore viene in un gruppo il cui sistema di feedback non funziona affatto o solamente in modo valutativo-espressivo, dovrà indirizzare con cautela il gruppo verso un cambiamento. È quindi importantissimo che i partecipanti capiscano le ragioni per cui un gruppo che vuole funzionare ha bisogno di un sistema di segnali tale da poter chiarire i sentimenti e le richieste dei partecipanti senza offendere gli altri. Come nella vita di ogni giorno, anche nel gruppo nessuno è in grado di leggere i miei desideri dai miei occhi, poiché non sono trasparente per gli altri. Di solito ricevo solo quello che chiedo. [3]

Percezione selettiva

Un presupposto importantissimo per il funzionamento di un gruppo è la capacità dei partecipanti di percepire se stessi e i loro partner di interazione nel modo più corretto possibile. Solo così i membri del gruppo riusciranno a venire in contatto gli uni con gli altri e ad adattarsi alle esigenze dell'altro. Finché la nostra percezione è limitata, il nostro contatto con l'ambiente diminuisce e riceviamo solamente informazioni frammentarie, e il processo di comunicazione viene appesantito quando non completamente disturbato. Certo, non c'è nessuno che abbia una capacità di percezione illimitata. Ma decisiva è comunque la misura in cui le nostre percezioni sono alterate. I nostri sensi sono quasi sopraffatti da mille stimoli che provengono dall'ambiente con cui siamo in contatto. Quello che percepiamo alla fine è il risultato di un complicato processo di classificazione per mezzo del quale sistemiamo gli stimoli dell'ambiente in modo tale da renderli più «digeribili» possibile. Tale processo ci permette di salvaguardare la nostra sicurezza emozionale.
La nostra percezione individuale è una funzione della nostra «biologia», della nostra socializzazione e del nostro concetto di sé. Il che vuol dire che la realtà è una faccenda abbastanza privata. La ricerca fisiologica ha mostrato che non esiste un «uomo medio». L'unicità biologica di ogni uomo è fuori discussione. Dato che il contatto sensitivo con il mondo non è uguale per tutti, non sono uguali neanche le impressioni del mondo su di noi. La nostra percezione della realtà ha limiti biologici. Quello che percepisco è individuale, e quello che ne viene fuori è parimenti individuale.
Un altro importante influsso proviene dalla nostra socializzazione, dai tentativi dei nostri genitori di educarci in una certa maniera, di adattarci a certi valori e di avvicinarci a certi modi di comportamento. In tal modo arriviamo, quando siamo adulti, al punto da non accorgerci di certi stimoli e da prenderne sul serio invece altri. Il risultato è quindi una capacità di percezione selettiva approvata dall'ambiente culturale. Un modello di obbligazione appreso del tipo: «Devi fare attenzione a questo e non a quello», indirizza la nostra attenzione. La nostra attenzione e capacità di percepire sono limitate nella misura in cui abbiamo interiorizzato una certa gamma di orientamenti della percezione desiderati.
Un terzo influsso deriva dal cooperare insieme del nostro corpo e della nostra socializzazione con la nostra psicologia individuale, e in particolare con il nostro personale concetto di sé. Tale concetto di sé è la «base d'operazione» psicologica da cui traiamo la nostra sicurezza. Esso ci offre un punto di riferimento per comprendere la nostra posizione nel mondo e ci mette in grado di valutare le nostre capacità, i nostri valori e il nostro effetto su altri. La concezione che abbiamo di «noi» stessi esercita probabilmente il più grosso influsso sulla nostra percezione e sul nostro comportamento. Per tale motivo notiamo nel nostro ambiente soprattutto processi che si confanno a tale concetto di sé.
In ogni gruppo si può costantemente osservare che i partecipanti vedono e sentono solo quello che è vantaggioso per loro e che si adegua al loro concetto di sé. Odono affermazioni «convenienti» e non ne sentono altre neutrali o che non vanno bene a loro.
Nella strutturazione del campo delle nostre percezioni, la concezione che abbiamo di noi stessi gioca il ruolo di ultima istanza. La nostra personale posizione riguardo a un certo argomento decide se vogliamo un messaggio o un argomento o meno, se ignoriamo il messaggio o se ci riflettiamo sopra, se lo alteriamo o se lo rafforziamo. Dal momento che vogliamo difendere il nostro «concetto di sé», usiamo filtri percettivi quando ci sentiamo minacciati per non mettere in pericolo la nostra autostima. E non ci vuole neanche una vera minaccia perché ciò avvenga; basta già che sperimentiamo il comportamento nell'ambiente come una minaccia. Quando invece ci sentiamo accettati e sostenuti da quello che sperimentiamo, allora si allarga l'ambito delle nostre percezioni, cogliamo più informazioni, riusciamo a comunicare più precisamente e siamo più disposti a parlare di noi stessi.
Ogni animatore di gruppo deve tener conto di questi fatti. In ogni gruppo i partecipanti sperimentano accettazione e rifiuto, ricordi piacevoli e associazioni dolorose. I partecipanti cercano di filtrare da questo miscuglio di stimoli le informazioni che conferiscono sicurezza alla loro autostima e alla loro individualità all'interno del gruppo. Pertanto i filtri percettivi delle singole persone possono essere talmente stereotipati che esse vedono gli avvenimenti nel gruppo solo sotto certe prospettive. Per esempio, può esserci un partecipante che fa tutte le sue osservazioni sollecitato da una sola domanda: «Fino a che punto sono intelligenti gli altri partecipanti?». L'unico criterio importante per le osservazioni di un altro partecipante può essere la domanda: «Quanto sono belle le ragazze?», ecc.
Dato che i partecipanti si comportano anche sulla base dei loro schemi percettivi, si possono prevedere le loro reazioni. È ovvio che schemi percettivi ristretti comportano contemporaneamente fraintendimenti e irritazioni. Degno di nota è anche un altro meccanismo: in ogni gruppo i partecipanti sostengono subito coloro che hanno schemi percettivi e opinioni simili ai loro. Specialmente in un gruppo in cui i ruoli non sono fissati a priori, i partecipanti cercheranno chiaramente alleati.
Un altro meccanismo percettivo in questo contesto è la valutazione superficiale dei dati ricevuti. Già nei primi minuti si offrono cenni di questo: dove siedono membri del gruppo davanti ai quali il singolo si sente sicuro o minacciato, presso i quali egli suppone rabbia, insicurezza, potere, dolcezza umorismo, ecc. Ci sono tante piccole informazioni che vengono offerte per etichettare altri e per assicurare la propria identità: dito teso, riso nervoso, parlar forte, braccia strettamente incrociate sul petto, gentilezza affettata. E così il partecipante più anziano con il dito teso viene fatto «professore», la ragazza con il riso nervoso diventa «la casalinga frustrata», l'uomo di mezza età che parla forte diventa «carrierista», ecc. Dal momento che tali supposizioni sono considerate di solito come effettivamente vere, possono avere effetti davvero distruttivi sullo sviluppo del gruppo. Se i partecipanti non sono disposti a controllare criticamente le loro prime supposizioni e a rivedere le loro opinioni quando è necessario, allora ci saranno molti fraintendimenti e crolli della comunicazione.
Una tale verifica porta con sé ovviamente dei rischi, perché diventa piu difficile alla fine etichettare gli altri; così che i modelli di comportamento stereotipi soliti non si mostrano più tanto adeguati. Più vivo e più realistico è il modo in cui i partecipanti si sperimentano a vicenda, e meno possono reagire l'un l'altro nella vecchia maniera rituale.
Da quanto detto segue che l'animatore deve far sì che i partecipanti rendano i loro filtri percettivi più permeabili. Deve aiutare i partecipanti a verificare le loro supposizioni sociali quanto più possibile. [4]

Troppa o troppo poca apertura

È una questione decisiva per ogni gruppo quanto i partecipanti parlano apertamente gli uni con gli altri. Se sono troppo chiusi, si crea una grande distanza fra di loro; se invece sono troppo aperti, sorgono nuovi problemi appunto a causa della vicinanza troppo grande. È quindi una domanda chiave come il gruppo possa raggiungere quel grado di apertura adeguato alla sua situazione.
In pratica l'apertura esagerata si incontra molto meno frequentemente di una riservatezza troppo grande. Comunque l'animatore dovrebbe essere preparato ad affrontare anche questo comportamento. Persone che sono troppo aperte e che raccontano tante cose della loro vita privata, senza chiedere se il loro interlocutore voglia sentire queste cose o meno, sembrano a prima vista libere e spontanee, ma in realtà non hanno contatto né con i propri sentimenti né con quelli del loro interlocutore. L'apertura esibizionistica usa la persona che ascolta per appagare proprie esigenze distorte.
Una tale apertura esibizionistica dimostra il partecipante:
- quando non ha un contatto emozionale con la situazione, quando fa all'improvviso delle affermazioni senza che ci sia una solida relazione che le permetta;
- quando richiede la vicinanza degli altri benché loro non sentano la stessa esigenza;
- quando non chiede una reazione da colui che lo ascolta ed esce fuori invece in dichiarazioni per conto suo per le quali non si aspetta né applauso né protesta;
- quando non presta attenzione al comportamento e ai sentimenti del momento del suo interlocutore e si mostra invadente.
Se un partecipante mostra tale apertura esibizionistica, l'animatore dovrebbe sempre cercare di bloccare con cautela tali «rivelazioni» e di mettere questo membro in grado di rafforzare il contatto con il gruppo e con i singoli partecipanti. Infatti il partecipante esibizionista rimane di solito, nonostante la sua apertura, solo, anche se cerca sottilmente di portare gli altri al punto in cui essi si considerino responsabili per lui.
Molto più spesso succede che alcuni membri di un gruppo sono troppo chiusi perché si controllano fortemente. Comunicano poco di se stessi e si sentono meglio quando gli altri sono più aperti di loro. Trattengono reazioni spontanee e riflettono a lungo su cosa vogliono dire o fare e come gli altri possono reagire. A volte controllano addirittura il linguaggio del loro corpo per non indicare minimamente la loro condizione interiore e perché nessuno possa avvicinarsi a loro. Impiegano molta energia per conservare opaca la loro facciata. Questa energia manca loro più tardi nella collaborazione con gli altri e nello svolgimento del compito. Il prezzo che essi di solito pagano per la loro manovra di nascondimento, è solitudine e depressione.
Spesso sono un peso per il gruppo, perché contribuscono poco nelle discussioni e così non sono una risorsa per il gruppo stesso. Trattengono le loro opinioni e atteggiamenti interiori, e si servono invece di frasi fatte e affermazioni sulle generali. Naturalmente non contribuiscono affatto neanche alla crescita della fiducia nel gruppo, ma loro stessi reagiscono con diffidenza. D'altra parte tali partecipanti sono spesso meravigliati e si sentono liberati quando scoprono che a volte è possibile esprimersi in modo più aperto, e che possono diminuire un po' il controllo senza venir subito aggrediti, offesi o sfruttati. L'animatore aiuterà al meglio tali partecipanti riservati se parla loro con cautela e se cerca ogni tanto con prudenza di integrarli nell'interazione del gruppo. [5]
Dal momento che non sono «esibizionisti» ed «eremiti» ma quasi tutti hanno difficoltà ad essere aperti in modo costruttivo, discuteremo ora le ragioni più importanti che impediscono una tale apertura.
- Tutta la nostra cultura è poco disposta ad accogliere trasparenza e sincerità. Ci sono severe norme sociali che vietano una presentazione di se stessi veramente intima e che ricompensano invece bugie e «facciate» di ogni tipo. La attuale popolarità di gruppi di interazione è un indizio del nostro bisogno di maggior apertura, e insieme prova che possiamo soddisfare tale bisogno solo mediante modalità di incontro molto speciali e non invece nel nostro ambiente quotidiano.
- Abbiamo paura che la nostra apertura venga interpretata come debolezza. Infatti in una cultura basata sulla concorrenza è effettivamente svantaggioso essere considerati deboli. Pochissime persone sono psicologicamente così mature da poter riconoscere che affermazioni di personali difetti, paure, ecc. sono segno della forza dell'io.
- Indietreggiamo di fronte alla conoscenza di noi stessi, e quindi abbiamo paura dell'apertura perché non vogliamo entrare in contatto troppo stretto con noi stessi. Difatti se siamo più aperti di fronte agli altri, arriviamo automaticamente anche a un miglior contatto con noi stessi. Se invece non siamo abituati a considerare il nostro intimo come una terra esotica e per lo più inesplorata, una terra che può essere esplorata in una spedizione che offre delle sorprese belle e spiacevoli, allora facilmente ci ritraiamo, per lo spavento, da noi stessi. Qui vale approssimativamente la regola: «Un gruppo mi fa paura solo nella misura in cui io ho paura di me stesso».
- Spesso abbiamo paura di relazioni strette con altre persone, perché temiamo che loro deludano noi o che noi le deludiamo.
- Non vogliamo assumere nuove responsabilità. Ma se siamo aperti, scorgiamo degli ambiti in cui possiamo ancora crescere, e scopriamo potenzialità che abbiamo finora ignorato. Il che può portare a un nuovo orientamento in cui dovremmo abbandonare in parte la vecchia routine per imboccare una strada che non conosciamo bene. Tutto questo può provocare paura.
- Cerchiamo di evitare che altre persone ci vedano nella fase delicata del nuovo orientamento, perché preferiamo presentare il comportamento finale perfezionato.
- Temiamo che altri partecipanti possano generalizzare debolezze e difficoltà personali e che interpretino ciò ad esempio come incompetenza professionale. Questo aspetto va preso in considerazione soprattutto se si tratta di gruppi di training orientati verso il lavoro professionale.
- Spesso ci sono vecchi e inconsci sensi di colpa e, in connessione con essi, sentimenti aggressivi repressi, che ci impediscono di presentarci apertamente. Difficoltà del genere possono essere affrontate solo in gruppi terapeutici. Mi sembra però importante che anche gli animatori di altri gruppi tengano conto di tale connessione, se incontrano nel loro gruppo il problema di una poca apertura. La colpevolezza nascosta può causare un disturbo dell'apertura fra le diverse persone, indipendentemente dalla questione se la violazione di certi standard sia un fatto reale o meno. Meno un gruppo è valutativo e condanna gli altri, e più grande è la chance dei partecipanti di rompere il circolo vizioso di colpa - condanna di se stessi - nascondimento, e di rischiare un po' più di apertura.
Una difficoltà specifica sorge se l'animatore vede nella misura di apertura raggiunta nel gruppo una conferma della sua competenza, e spinge quindi il gruppo troppo verso una tale apertura. Non appena l'animatore pretende tale apertura anziché favorirla, molti partecipanti si chiudono (giustamente!) in sé, poiché si è introdotta una nuova costrizione, in questo caso la norma di apertura. È quindi straordinariamente importante che l'animatore tenga conto della natura del suo gruppo concreto e che rispetti i realistici desideri di discrezione dei suoi partecipanti. Gruppi di organizzazione sono ad esempio di solito meno aperti di laboratori di dinamica di gruppo, e gruppi psicoterapeutici sono più aperti che non gruppi di autocoscienza, ecc.
Un'altra difficoltà da prendersi sul serio c'è quando un partecipante non trova nessun sostegno per la sua apertura. In tal caso può svilupparsi una situazione molto spiacevole per il partecipante e inoltre può verificarsi una generale ritirata psichica di tutto il gruppo. Tale situazione può gravare molto sulla fiducia nell'animatore. Se un partecipante si è esposto e non gli viene nessuna reazione da parte degli altri, egli sperimenterà tale silenzio facilmente come rifiuto, anche se gli altri sono forse molto colpiti da quello che ha detto. È importante che l'animatore dia a tale partecipante la possibilità di sperimentare alcune reazioni degli altri. Quando un partecipante si apre, allora simbolicamente «si svuota», e quindi è importante riempire tale vuoto.
Una comunicazione aperta è di solito meno pericolosa di quanto non sembri. Non è un intervento medico, bensì un'esigenza umana, anche se è spesso difficile accettare la legittimità di tale esigenza. Una apertura responsabile verso gli altri ci offre un'ottima possibilità di trovare più contatto con loro. [6]

6.2. CONTATTO RIDOTTO

I presupposti di un'interazione di gruppo libera e vivace sono realizzati quando più partecipanti possibile sono in grado di creare un contatto comunicativo gli uni con gli altri. Tratteremo in questo paragrafo primarie funzioni di contatto, che sono nella prassi spesso molto ridotte.
Per «primarie funzioni di contatto» si intendono qui le nostre percezioni sensitive e il nostro comportamento espressivo nel senso della terapia della gestalt. Stabiliamo contatto con gli altri per mezzo della nostra percezione sensitiva (recettiva), specialmente tramite il toccare, il sentire e il vedere, e così pure con il nostro comportamento espressivo, in particolare tramite il linguaggio parlato e il linguaggio del corpo.

Toccare

Il modo più vitale e originariamente più semplice di mettersi in contatto con gli altri è il toccare. Toccare la pelle dei genitori, cosa di importanza vitale per la salute psichica e biologica di bambini piccoli, è diventato per noi adulti un campo problematico. Già da bambini siamo stati caricati di forti tabù che definivano chiaramente che cosa non doveva essere toccato, tabù che sarebbero stati importanti per tutta la nostra vita. Tali tabù ci portano ora che siamo adulti spesso al punto da isolarci anche psicologicamente.
Le persone colpite si trincerano dietro tavoli e titoli, dietro braccia incrociate e una moltitudine di maschere. La risposta alla domanda se e quando contatti fisici siano possibili in un gruppo e quale tipo di contatto fisico sia lecito, è decisamente rivelatore del clima sociale. Più il gruppo lavora in modo formale, e meno i contatti fisici saranno considerati leciti.
In un primo momento un animatore sensibile può comunicare ai partecipanti le sue osservazioni al riguardo per far loro vedere possibilità alternative. Può anche proporre alcuni esperimenti al fine di migliorare la percezione sensitiva. [7]
D'altra parte l'animatore deve essere ben consapevole del fatto che specialmente esperimenti non verbali di contatto fisico sono delle procedure molto delicate. Contatti meramente fisici possono servire da surrogato di una vera intimità, che può svilupparsi però solo quando i partecipanti si conoscono, comprendono e accettano a vicenda. Soprattutto se un animatore vuole vedere subito successi in questo campo, non farà altro che provocare nuovi comportamenti «di facciata» da parte dei partecipanti.

Vedere

Vedere è la nostra funzione percettiva più adoperata. Anche qui ci sono limitazioni liberamente scelte. Il non guardare è una possibilità praticata spesso per limitare il contatto con un'altra persona. Anche il guardare-fisso viene dall'esigenza di limitare il contatto; infatti una persona muove di meno in giro gli occhi per limitare il raggio di visione. Nel caso in cui i partecipanti di un gruppo si guardino a vicenda solo poco o superficialmente, la loro capacità di interazione riesce molto limitata. Invece di ascoltare e vedere, viene usato solo uno dei canali percettivi, e sfugge pertanto una moltitudine di segnali non-verbali. Di conseguenza sorgono inevitabilmente prima o poi fraintendimenti e disturbi della comunicazione.
L'animatore deve vedere in che modo i partecipanti limitano la loro facoltà visiva, per avvertirli poi di questo loro comportamento. Se osserva che un partecipante non guarda il suo interlocutore, può porre ad esempio la semplice domanda: «Dove hai messo i tuoi occhi?». È importante che il partecipante stesso si accorga che limita la sua percezione visiva. Diventare consapevoli è il primo passo verso un cambiamento di comportamento. [8]

Ascoltare

Ascoltare bene è altrettanto raro che guardare con attenzione. Ma mentre si capisce subito che una persona non guarda gli altri, le cose sono più complicate quando si tratta dell'ascoltatore. Infatti le conseguenze di un chiudersi volontariamente all'ascolto si manifestano solo più tardi, e in molti casi non prima che si verifichino disturbi della comunicazione. L'attento ascolto presuppone una limitazione momentanea del proprio agire. Molte persone fanno finta di ascoltare con attenzione, ma in realtà stanno già preparando la loro replica e aspettano solamente il momento in cui possono prendere la parola per sostenere, difendere, ecc. il loro punto di vista. Tali atteggiamenti manipolativi disturbano notevolmente il processo di comunicazione. In questa situazione può essere di grande aiuto se l'animatore invita di tanto in tanto a ripetere con parole proprie quello che ha detto la persona che ha appena parlato. Stranamente si nota spesso che mancano parti importanti di tale messaggio.
Tali errori di ascolto non provengono solo da mancanza di concentrazione da parte di colui che ascolta; possiamo invece mettere in conto una serie di sbagli specifici che storpiano il messaggio (cf al riguardo anche il paragrafo 6.1):
- Alteriamo messaggi soprattutto quando non sono formulati in modo assolutamente chiaro e inequivocabile, e lo facciamo adeguandoli ad altri messaggi su un argomento simile in modo tale da farli assomigliare a quelli ricevuti in precedenza.
- Sentiamo solo quello che vogliamo sentire. Ascoltatori particolarmente cattivi hanno «capito» il discorso del loro interlocutore spesso già dopo le prime parole.
- Molte volte operiamo secondo il principio: «Mi dai ragione». Cambiamo un messaggio in modo tale da accordarlo con le nostre opinioni e atteggiamenti.
- Vediamo tutto in bianco e nero, e cioè distinguiamo fra messaggi buoni e cattivi, intelligenti e stupidi, fra messaggi gentili e ostili. In tal modo il mondo è nuovamente «a posto» e chiaro per noi.
- Ascoltiamo attraverso il filtro della cultura del gruppo. Se per esempio nel nostro gruppo esiste la norma che non si deve criticare l'animatore, c'è il pericolo che non ascoltiamo affatto o, semmai, solo superficialmente se qualcuno affronta tale argomento.
È fuori di dubbio che la capacità di ascoltare bene dipende anche dall'intelligenza sociale dei partecipanti. Questa si può acquisire in gruppi di interazione, se l'animatore procede offrendo buoni esempi e con una cauta tecnica di accertamento, articolando lui le sue impressioni soggettive in forma di ipotesi: «Senti, Giorgio, mi sembra che non sei d'accordo. Vedo che corrughi la fronte».
Un buon ascolto richiede, oltre a ciò, che l'ascoltatore sia disposto a far attenzione a tutti gli accenni che l'altro dà. Ascolto non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi. Faccio attenzione al linguaggio del corpo dell'altro, alle parole che usa, al suo modulo linguistico, al suono della sua voce, al suo silenzio e alle pause nei suoi discorsi. Inoltre tengo conto del contesto in cui si esprime l'altro, noto quando esita, quando arrossisce e quando diventa improvvisamente muto. Cerco di capire le sue reazioni alle diverse situazioni. Un compito importante degli animatori di tutti i gruppi è quello di dimostrare questo modo completo di ascolto e di farlo apprendere ai partecipanti. [9]

Parlare

Parlare è certamente l'atto più importante del comportamento espressivo umano. Attraverso il modo in cui parlo e per mezzo di quello che dico, manifesto chi sono. Il parlare ha sempre due dimensioni: quella del contenuto (linguaggio) e quella del suono (voce). La maggior parte delle persone si interessa soprattutto della parte contenutistica, perché in questo ambito si sente al sicuro. Usano il linguaggio per lavorare o per apprendere insieme, per farsi delle promesse reciproche e per avanzare delle pretese. E continuamente sopravvalutano le capacità di prestazione del linguaggio, che non può evitare che sorgano fraintendimenti o che il contatto fra gli interlocutori cessi del tutto.
Il linguaggio è un tipo di interazione culturale-simbolica. La difficoltà consiste nel fatto che diverse persone indicano diverse cose con gli stessi simboli linguistici. Questo vale per tutti i simboli linguistici. Non possiamo comunicare efficacemente neanche nello stesso ambito culturale, nello stesso strato della società, sullo sfondo dello stesso addestramento professionale, ecc., se ignoriamo questi fatti. Due persone possono comunicare alla perfezione solo se riescono a collegare le stessissime esperienze intellettuali ed emozionali con gli stessi simboli. Dobbiamo quindi riconoscere tali limiti e cercare di correggere tale mancanza con un po' di pazienza e buona volontà.
Quali sono gli aspetti della comunicazione nel gruppo cui l'animatore deve dedicare un'attenzione particolare? Importanti sono soprattutto le manovre linguistiche con cui chi parla riduce il contatto con l'ascoltatore. È qui infatti che si trova una delle ragioni principali di una comunicazione carente. Sembra paradossale, ma molte persone parlano per evitare un vero contatto. Altri fanno un passo in avanti e poi uno indietro proprio interrompendo il contatto con l'ascoltatore.
Elenchiamo qui di seguito diversi sintomi di giochi linguistici che tendono a ridurre il contatto.
- I partecipanti pongono domande il cui messaggio essi potrebbero ugualmente comunicare come affermazione. Questo è un trucco che si adopera spesso e volentieri per esprimere in modo nascosto critica o ammirazione. Dello stesso genere sono le domande a cui si può rispondere solamente o con un sì o con un no («Ma tu ami tua madre?»), e specialmente domande che riguardano il «perché» («Perché mi interrompi sempre?»). L'animatore deve aiutare i partecipanti a distinguere fra domande che richiedono informazioni e altre che comprendono affermazioni, giudizi e pretese nascoste. Veramente sensate sono in fondo solo domande del tipo «Chi..., che cosa..., come..., quando..., quali...?».
- I partecipanti fanno delle affermazioni impersonali e usano il «noi» invece dell'«io». In tal modo vogliono evitare di assumere la responsbailità per quello che dicono. Si tratta qui di un altro gioco linguistico che cerca di manipolare e serve spesso a velare dati di fatto e a intorbidire le acque. Per esempio: «Ora vogliamo finire la riunione». Con affermazioni del genere colui che parla pretende di parlare a nome degli altri fingendo un consenso che non esiste. In questa situazione l'animatore può migliorare la comunicazione del suo gruppo semplicemente facendo notare che si usa il «noi» senza che ci sia un consenso nel gruppo. Il successo è spesso strabiliante.
- I partecipanti dicono: «Non posso...» quando il vero senso del loro messaggio è invece: «Non voglio»...». Anche qui si rinnega la propria personale responsabilità. È un trucco che si usa in molti gruppi e organizzazioni per calmare gli altri e per evitare discussioni chiare. «Non posso darti queste informazioni». In questo caso l'animatore può invitare il partecipante a provare a esprimere il messaggio diversamente, dicendo: «Non voglio (darti queste informazioni)...». Dopodiché lo stesso partecipante potrà vedere se quest'ultima versione sia più realistica o meno.
- I partecipanti usano frasi del tipo «Sì, ma...». Per esempio: «Mi piacerebbe collaborare con te, ma purtroppo mi manca il tempo». Di solito non è vero niente di quello che si dice prima del «ma purtroppo». L'insieme del «sì» che si esprime nel primo momento e del «no» finale vuole calmare l'interlocutore e impedire che reagisca in modo irritato. In tal caso l'animatore può invitare colui che parla a provare a esprimere il messaggio «senza infiorarlo», vale a dire come chiaro rifiuto.
- I partecipanti usano frasi del tipo «Ah! se...», che sono strutturalmente simili alle frasi del tipo «Sì, ma...». Infatti fingono più buona volontà di quella che hanno veramente. Per esempio: «Ah! se tu non fossi un animatore così autoritario. Allora collaborerei volentieri». Il che vuol dire in parole povere: «Per il momento non mi va di collaborare con te».
- I partecipanti si ripetono all'infinito. Così gli ascoltatori «si addormentano», cosa in parte inconsciamente voluta dalla persona che parla: un ascoltatore che dorme non può criticare. D'altra parte possono esserci anche inconsci desideri di contatto che stanno al fondo di tale comportamento.
- I partecipanti danno troppe spiegazioni. Di solito queste spiegazioni vogliono determinare in anticipo e nel modo desiderato le reazioni dell'ascoltatore. I risultati sono noia, distrazione e impazienza da parte degli ascoltatori.
- I partecipanti parlano dei presenti invece di parlare con loro. Almeno in questo caso chiunque si accorge che si evita il contatto con l'altro. In una situazione del genere l'animatore deve assolutamente intervenire. Se si parla di un partecipante, questo è quasi sempre un attacco indiretto, molto spiacevole specialmente per partecipanti che hanno dei timori.
- I partecipanti parlano per punti («primo... secondo... terzo...»). Persone che parlano così, vogliono avere sempre ragione e sentono il bisogno di dar prova della loro intelligenza. Contemporaneamente sono abbastanza esigenti, dato che costringono gli ascoltatori a non intervenire per lungo tempo e a stare molto attenti.
- I partecipanti si esprimono con sostantivi anziché verbi. Per esempio: «La mia respirazione non va troppo bene». Così, colui che parla si distanzia ovviamente dalla sua azione. Responsabile è in tal caso non l'io, bensì la cattiva respirazione. Chiedendo al partecipante di trasformare tale affermazione nella frase «sto male», l'animatore può aiutare a veder meglio che cosa lui fa a se stesso. Se poi il partecipante comincia a respirare più intensamente, sperimenterà meglio anche la sua vitalità.
- I partecipanti cambiano all'improvviso il tema. Si tratta qui di un trucco socialmente dannoso e di una manovra di distrazione di primo grado. In questo caso l'animatore deve intervenire, altrimenti si producono situazioni non concluse e conflitti latenti che possono avvelenare il clima nel gruppo.
- Si fanno affermazioni del tipo: «Non sono...». Molto spesso è vero proprio il contrario. La frase: «Non sono arrabbiato con te» vuol dire, in realtà, quasi sempre: «Sono arrabbiato con te», o per lo meno: «Sono ancora un po' arrabbiato nei tuoi confronti». L'animatore dovrebbe invitare il partecipante che parla così a sperimentare la variante positiva della sua affermazione.
- I partecipanti dicono frasi fatte. Particolarmente fastidioso è per me il gergo dei gruppi di interazione. Per esempio: «Apriti a me!»; «Dammi un altro feedback», ecc. In tale situazione c'è un'atmosfera da mercato delle pulci, solo che è meno allegra.
Si potrebbe ancora completare questo registro di peccati dei giochi linguistici che disturbano il contatto fra le persone. L'animatore interverrà con delicatezza a seconda della propria sicurezza o della situazione del gruppo, richiamando l'attenzione del partecipante a un comportamento che cerchi di evitare certe cose, per poter parlare in maniera più precisa e diretta. Un mezzo importante per questo scopo è il principio della personalizzazione. Se un partecipante dice, per esempio, che ha paura, l'animatore può invitarlo a fare la parte di un pauroso e a parlare ad alcuni dalla prospettiva di una persona paurosa. In tal modo il soggetto in questione capirà forse meglio di che cosa e di chi ha paura. Inoltre, già questo piccolo esperimento può far sì che una parte della paura venga superata. [10]

La voce

La nostra voce è uno strumento di espressione molto differenziato, che orchesta e interpreta il nostro discorso: il timbro della voce, l'altezza del suono, il volume, il modo di usare il respiro, il ritmo dell'articolazione, la risonanza, la velocità nel parlare: tutto questo dice parecchio di chi parla, a volte più che non il contenuto del messaggio. Ascoltatori sensibili sono capaci di dedurre dalla voce conclusioni su caratteristiche fisiche di una persona, per esempio sulla sua altezza; o certe capacità e interessi dal modo di parlare, per esempio l'intelligenza, i valori personali, la professione, ecc. Si possono comprendere anche aspetti della personalità di chi parla, se si fa attenzione alla sua voce, per esempio: dominanza, orientamento verso l'esterno o verso l'interno, la misura della competenza sociale e, oltre a ciò, indizi riguardo la tensione interiore e i momentanei stati d'animo, ecc. La voce offre addirittura indizi circa l'adattamento sociale e le difficoltà psichiche. È ovvio che persone che hanno pratica, esperienza o sensibilità per tali aspetti, percepiscono più facilmente tali indizi e riescono meglio a trarne le conclusioni corrispondenti.
Difficoltà particolari sorgono quando una persona comunica con la voce un messaggio diverso da quello che comunica con le parole, per esempio quando dice con la voce tesa e rotta: «Mi sento molto bene qua». In tal caso gli ascoltatori si confondono, perché non sanno a quale dei due messaggi diversi debbano credere. Dal momento che ci riesce più difficile manipolare la nostra voce che non il contenuto del nostro discorso, gli ascoltatori tendono giustamente a credere più alla nostra voce che alle nostre parole. Per mezzo della voce esprimiamo molto dei nostri sentimenti: con la voce esprimiamo tenerezza e mandiamo la richiesta: «Vieni qua»; con essa possiamo esprimere ugualmente irritazione e la richiesta: «Lasciami in pace». La voce di alcune persone manifesta uno stato d'animo cronico. Ci sono per esempio persone che si lamentano e rimproverano solo col modo di adoperare la loro voce. Indizi importanti sulla disponibilità di colui che parla di mettersi in contatto con gli altri, li offrono l'intensità e la velocità del suo parlare:
- L'acutezza e il volume esagerati della voce spaventeranno gli ascoltatori e mobiliteranno la loro opposizione. Il desiderio di contatto della persona che parla in tal modo è poco credibile.
- Con troppo poca intensità colui che parla raggiungerà solo difficilmente l'ascoltatore al livello emozionale. Anche in questo caso si può dubitare della disponibilità al contatto con gli altri.
- Con una voce troppo sommessa colui che parla tormenta gli ascoltatori costringendoli ad ascoltare con molta attenzione. Di solito spetta a un terapeuta aiutare tali partecipanti. L'animatore può solamente chiedere loro in modo gentile di parlare più forte.
- Molti cercano con la monotonia della voce di calmare o di addormentare i loro uditori. Avvisati degli effetti del loro modo di parlare, tali partecipanti reagiscono spesso positivamente e diventano più vivaci.
- Una persona che parla lentamente vuole a volte indicare agli altri il suo desiderio di rallentare la velocità di azione del gruppo.
- Quando una persona parla in modo eccitato, esprime che è agitata e forse anche curiosa.
Facendo attenzione a questi segnali della voce, l'animatore e i partecipanti devono fare attenzione al fatto che tali segnali possono avere diversi significati. Se, ad esempio, uno parla in modo eccitato, questo può essere anche un indizio della sua paura. È importante che gli ascoltatori verifichino le osservazioni e conclusioni con un test di controllo delle loro percezioni. Essi allora avvertono la persona interessata delle loro osservazioni e le comunicano le loro supposizioni, affinché essa le possa confermare o correggere. [11]

Il linguaggio del corpo

Come con la voce, così possiamo stabilire contatto con le persone che ci circondano anche per mezzo del linguaggio del nostro corpo. Per cui non possiamo non comunicare. L'espressione del nostro volto, il modo in cui mettiamo le mani, il portamento del corpo, la posizione nell'ambiente, la distanza dagli altri partecipanti... tutto questo invia messaggi a quelli che ci stanno d'intorno.
Questi segnali del linguaggio del nostro corpo sono di grande importanza per i membri di piccoli gruppi. Interpretati correttamente, offrono a chi ne fa parte un eccellente aiuto per una migliore comprensione reciproca. Infatti il linguaggio del corpo è, subito dopo la voce, lo strumento di espressione più importante di cui disponiamo per informare l'ambiente circa i nostri stati d'animo, sentimenti e atteggiamenti. E, dal momento che abbiamo ereditato tale linguaggio per lo più intuitivamente, esso è abbastanza sincero e più spontaneo del nostro parlare. Per questo motivo nessun gruppo può permettersi di ignorare i segnali del linguaggio del corpo che i partecipanti trasmettono continuamente, altrimenti non sarà possibile un'interazione senza attriti.
Purtroppo vi sono nella nostra società standard sfavorevoli a questo riguardo. La manifestazione aperta di segnali del linguaggio del corpo è spesso evitata, perché si vede in ciò un segno di sgarbatezza. Di conseguenza molti gruppi non fanno uso di una fonte di informazioni non affatto trascurabile. Più la struttura sociale del gruppo è sviluppata, più frequentemente i partecipanti si riferiscono esplicitamente a segnali del linguaggio del corpo e più grande è l'esattezza con cui decifrano gesti, movimenti e portamenti del corpo.
L'espressione del volto e il modo di tenere la testa dicono molto sulla disposizione di una persona a mettersi in contatto con gli altri. È però pericoloso isolare singoli elementi dal loro contesto. Tutti i segnali del corpo sono in linea di principio equivoci, e quindi è necessaria una prova che verifichi le percezioni. Per tale motivo un buon animatore di gruppo non darà se non raramente a un partecipante un'interpretazione diretta di singoli segnali non-verbali, ma richiamerà l'attenzione della persona interessata a quello che fa con il suo corpo. Per poter fare questo, l'animatore deve disporre di una facoltà percettiva particolarmente differenziata e aver sott'occhio tutto il corpo del partecipante. È ovvio che deve conoscere le ipotesi atte a spiegare i significati possibili di vari segnali non-verbali di un partecipante, se vuole intervenire sensatamente. In questo senso va interpretato il seguente elenco.
- Se un ascoltatore annuisce attentamente o scuote fortemente il capo guardando contemporaneamete colui che parla, allora conferma la sua disponibilità a mettersi in contatto con tale persona.
- Un ascoltatore o colui che parla che mette istintivamente le singole dita o tutta la mano sulla bocca, accenna spesso senza saperlo al fatto che non si permette di esprimere un pensiero o un sentimento che gli è venuto spontaneamente. In tal modo riduce il contatto con il suo interlocutore.
- Un ascoltatore o colui che parla che porta la mano al collo, dice spesso simbolicamente che si sente angustiato od oppresso: entra in uno stato di tensione interiore e non respira bene. Anche in questo caso tali partecipanti tengono di solito per sé un'affermazione emozionale o informativa, e diminuiscono così il contatto comunicativo.
- Anche l'inghiottire è spesso un gesto che tende a ridurre il contatto. La persona in questione non esprime tutto quello che pensa o sente, e «manda giù» una certa reazione.
- Un portamento della testa rigido e immobile è di solito l'espressione di una non-volontà di contatto liberamente scelta. Una persona pronta al contatto muove la testa in modo libero e leggero.
- La tensione della muscolatura mascellare esprime spesso un'irritazione che indirizza non verso l'esterno, ma verso l'interno, vale a dire verso se stessi. Dato che non si comunica tale irritazione al destinatario, si perde anche qui un contatto importante. Nello stesso modo una persona esprime in modo simbolico aggressione contro se stessa quando si morde le labbra. Invece di mettersi in contatto con chi causa l'irritazione, il soggetto indirizza tale irritazione contro di sé.
- Un sorriso all'improvviso può avere molti significati. Alcuni sorridono inconsapevolmente quando esprimono critica o irritazione. Col loro sorriso chiedono simbolicamente scusa e pregano il loro interlocutore di mantenere una buona disposizione verso di loro. In tal modo privano spesso se stessi dell'esperienza liberatrice di un'espressione esplicita di irritazione.
- Sorriso cronico è spesso un tentativo di accattivarsi le simpatie dell'ambiente, di sedurre e di allettare. La persona in questione dice con tale gesto: «Guarda quanto sono simpatico», oppure: «Ti vorrei incantare».
- Una «faccia di bronzo» dice spesso in modo simbolico: «Non voglio mostrarvi che cosa sento veramente, poiché mi sembra troppo pericoloso».
Parleremo ora del portamento del corpo. Particolarmente importanti sono: la posizione delle braccia e delle gambe, il portamento del tronco, il ritmo di respirazione, il portamento delle spalle e delle mani, la posizione nell'ambiente e la distanza dai partner della comunicazione.
Diamo qui di seguito un elenco di portamenti del corpo che segnalano che un certo partecipante è poco disposto a mettersi in contatto con gli altri.
- Incrocia le braccia sul petto, accavalla le gambe e magari alza le spalle. È questa la classica posizione di difesa di molte persone. Il suo messaggio diretto (che però rimane non decifrato da molti perché non si permettono una percezione differenziata dei propri sentimenti) è il seguente: «Mi sento minacciato, e quindi voglio proteggere i miei organi vitali». Se l'animatore nota tale portamento del corpo da parte di molte persone, dovrà chiedersi se convenga aprire un «dibattito di sicurezza» sul tema: «Quanto pericolosa è per me la partecipazione al gruppo? Che cosa mi mette paura? Chi mi dà sicurezza?».
- Il partecipante si mette di traverso all'indietro e si lascia scivolare sulla sedia. Questa posizione è a volte comoda e permette spesso ancora un'attenzione media. Di solito si tratta di una posizione di osservazione o di ritirata. Con essa il partecipante comunica simbolicamente che non vuole impegnarsi in pieno.
- Il partecipante sposta la sedia all'indietro durante la discussione nel gruppo. Con tale gesto segnala di solito che vuole distanziarsi anche interiormente. È importante che l'animatore, se nota tale gesto, richiami l'attenzione del partecipante su di esso. In tal modo gli dà la possibilità di esprimere il suo disturbo.
- Il partecipante non si rivolge direttamente verso l'altro mentre gli parla. Tale messaggio vuol dire di solito: «Non rivolgo la fronte verso di te; non voglio un contatto intenso con te. Non lo meriti»; oppure: «Sono spaventato, irritato... da te», ecc.
Di particolare importanza è quello che un partecipante esprime con le sue mani. Le mani manifestano in modo particolarmente intenso la nostra disponibilità a metterci in contatto con gli altri. Ecco alcuni esempi di una non totale disponibilità al contatto.
- Il partecipante mette le mani sotto le gambe. Tal gesto indica di solito che lui non si permette di stabilire un contatto veramente vitale. Il suo messaggio suona probabilmente: «Non mi è permesso di esprimere liberamente i miei impulsi».
- Il partecipante tiene le mani dietro la schiena. In tal modo esprime simbolicamente che l'altro non deve sorvegliarlo troppo. Forse le mani vogliono accarezzare, forse pizzicare, forse picchiare.
- Il partecipante serra i pugni. Egli concentra la sua energia, ma di solito non la esprime chiaramente. Può trattarsi in tal caso senz'altro di un'aggressione costruttiva, per esempio al fine di far valere qualcosa.
- Il partecipante accarezza se stesso. Il che vuol dire che non permette a se stesso di esprimere le sue esigenze di tenerezza, cosa che farebbe invece se accarezzasse un'altra persona o se chiedesse a un'altra persona di accarezzare lui.
- Il partecipante muove continuamente le mani in modo scoordinato. L'affermazione espressa simbolicamente suona: «Non vi voglio far vedere per niente quali sono le mie intenzioni. Vi voglio confondere».
Che cosa può fare l'animatore quando avverte segnali del linguaggio del corpo che tendono a diminuire il contatto con gli altri? Prima di tutto può richiamare l'attenzione del soggetto a certi aspetti di un movimento eseguito a metà o solamente accennato. Dirà ad esempio: «Guarda un po' che cosa sta facendo il tuo piede». La consapevolezza di quello che succede al momento è la base di possibili cambiamenti.
Se per esempio mi accorgo che batto con il piede sul pavimento, scoprirò forse che non sono d'accordo con la discussione che si svolge al momento nel gruppo, poiché dominano alcune persone che parlano sempre e io non riesco a entrare in azione.
È spesso di aiuto se qualcuno si rivolge al partecipante chiedendo: «Vuoi provare a dirci il messaggio del tuo piede con parole?».
Oltre a ciò l'animatore può aiutare i partecipanti con proposte adeguate a portare a termine movimenti bloccati o «congelati» o rivolti su di sé, nonostante tutti gli ostacoli, e così rilassarsi psichicamente.
Per esempio l'animatore può chiedere a una persona che si morde le labbra: «Se volessi indirizzare questo impulso di oppressione verso il gruppo, chi è che vorresti comprimere?... Domanda a X se lui ti permette di comprimerlo...». Interventi del genere possono essere straordinariamente liberatori per il partecipante.
Essi dipendono però da tre presupposti, e cioè: dalla competenza dell'animatore, dagli obiettivi di apprendimento del gruppo e dalla situazione specifica del gruppo e dei singoli partecipanti.

Il territorio del gruppo

In conclusione parliamo ora di due elementi spesso trascurati della comunicazione non-verbale in piccoli gruppi, e cioè del territorio del gruppo e dello spazio personale.
Problemi che riguardano il territorio del gruppo sorgono soprattutto in gruppi naturali. Si può partire dal fatto che i membri del gruppo avanzano pretese su certi ambiti spaziali pur sapendo che non c'è una base legale per tali diritti di possesso. È ovvio che un comportamento del genere può causare tensioni. Un'analisi territoriale dello spazio del gruppo è utile anche per un gruppo che sta insieme per un breve periodo; spesso tale analisi dà interessanti informazioni sui contatti interpersonali. Dove si mette l'animatore? Chi sta seduto vicino a lui? Chi ha accesso a cose importanti, come (per esempio) all'interruttore della luce, alla porta, ecc. Fra quali partecipanti c'è la distanza più grande? Quanto spazio può occupare la singola persona? Chi occupa più spazio, chi ne occupa meno? Chi sta seduto accanto a chi? Chi sta di fronte a chi? Chi può guardare dalla finestra? Chi ha la finestra alle spalle in modo da trovarsi in controluce? Chi sta seduto su una sedia, chi sul pavimento? Le risposte a tali domande offrono indizi riguardo alla struttura del gruppo e alla distribuzione dei ruoli.

Spazio personale

Mentre lo spazio del territorio del gruppo può essere descritto come un fatto piuttosto statico, lo spazio personale è invece dinamico, cioè ciascuno lo porta in giro con sé. Si tratta, per così dire, del mio «spazio libero», che desidero sempre intorno a me e che appartiene a me, per cui non voglio permettere a tutti l'accesso a tale spazio. 11 mio spazio personale «incarna» i confini invisibili che mi circondano. La sua estensione varia a seconda della situazione e degli interlocutori nell'interazione.
Quando non mi sento molto a mio agio, allora la distanza fisica diventerà più grande. Anche questo aspetto della comunicazione non-verbale offre possibilità di esperimenti di gruppo utili e interessanti. [12]

6.3. COMPORTAMENTI DI DISTURBO DA PARTE DI SINGOLI PARTECIPANTI

In tutti i gruppi succede che singoli partecipanti si comportino in modo tale da ostacolare l'interazione nel gruppo e da rendere più difficile lo svolgimento del compito. C'è chi racconta continuamente barzellette, chi fa grandi monologhi e c'è chi evita sempre il compito. Al fondo di tali comportamenti sta quasi sempre l'opposizione del partecipante in questione, il quale cerca:
- di evitare lo svolgimento del compito di gruppo;
- di non far mettere in questione il suo abituale concetto di sé;
- di respingere richieste sociali;
- di proteggere la sua individualità;
- di evitare nuovi punti di vista o sentimenti spiacevoli;
- di manipolare altre persone portandole indirettamente a soddisfare desideri suoi che non esprime chiaramente.
L'animatore deve tener presente il fatto che di solito l'opposizione dei partecipanti aumenta se lui procede con troppa decisione contro di essa. Ci vuole tempo perché uno possa abbandonare la sua opposizione interiore. Se l'animatore o altri partecipanti agiscono con troppa fretta, tale comportamento frenerà lo sviluppo del singolo ancora di più.
Spesso aiuta molto di più l'offerta da parte dell'animatore della possibilità di esprimere l'opposizione in modo attivo e aperto.
L'animatore può rivolgersi al partecipante con una semplice domanda: «Ma che vuoi fare veramente?»; o «Vuoi veramente che tutti si occupino di te?».
Se un partecipante arriva per una volta al punto da poter esprimere chiaramente la sua opposizione, allora aumentano «le chances» di un lento cambiamento. Se tutti i partecipanti sanno che l'opposizione viene rispettata, allora si realizza il miglior presupposto per uno sviluppo lento e solido del gruppo."
D'altra parte è spesso necessario che l'animatore intervenga quando singoli partecipanti presentano un comportamento di disturbo. Se invece trascura tali modi di comportarsi in nome di un «laissez-faire», allora nasce facilmente nel gruppo una cultura di fuga e di guerra partigiana, cosa che pesa gravemente sulla struttura sociale e sullo svolgimento del compito. Così l'animatore renderebbe a se stesso e ai partecipanti la vita inutilmente difficile. Conviene che l'animatore metta i partecipanti di fronte al loro comportamento di disturbo e che li aiuti a vedere che cosa fanno e quali obiettivi perseguono con tale comportamento.
L'animatore può allora intervenire come segue. Può domandare al partecipante: «Ti accorgi di quello che fai?». Se l'interessato non se ne rende sufficientemente conto, l'animatore può chiedere agli altri: «Avete notato qualche cosa di particolare nel comportamento di Paolo?».
Un'altra possibilità è quella di accennare al comportamento di disturbo, ma senza offrire una diagnosi dei meccanismi psicologici che vi stanno alla base. Infatti una diagnosi rafforzerebbe facilmente l'esigenza di difesa del partecipante in questione.
Per esempio: «Senti, Paolo, ho notato che fai spesso delle cose che fanno parte dei miei compiti. Chiedi spesso ad altri di non parlare in modo tanto intellettuale, e lo hai appena detto a Stefano. Cosa pensi di questo?». L'animatore può invitare il partecipante a riflettere sugli effetti che il suo comportamento ha sugli altri membri del gurppo e su se stesso. Lo può anche avvertire direttamente di tali effetti: «Paolo, se cerchi sopra ogni cosa di far esprimere agli altri i loro sentimenti, potrebbe anche essere che eviti elegantemente di esprimere i tuoi sentimenti. Inoltre formuli delle norme che potrebbero far paura agli altri». Infine l'animatore o altri partecipanti possono proporre all'interessato altri modi di comportarsi: «Senti, Paolo, potresti dire a Stefano come reagisci emozionalmente a lui quando si esprime in modo così intellettuale?».
Discuteremo ora una serie di comportamenti di disturbo specifici che si riscontrano spesso nei gruppi.

Tacere

Il silenzio di singoli partecipanti o di un gruppo intero è una delle esperienze maggiormente frustranti per gli animatori, specialmente se non sono in grado di capire il messaggio di tale silenzio e se essi stessi sono incerti e vedono nel silenzio una critica indiretta o un attacco. Il silenzio può essere frustrante anche per le stesse persone che tacciono, nel caso cioè in cui preferirebbero esprimersi e si trovano in conflitto fra ritirata e offensiva, fra attività e passività. Più i partecipanti sono abituati alla sofferenza, e più a lungo sopporteranno il silenzio.
Il silenzio dei singoli partecipanti può essere problematico per gli altri partecipanti che sono attivi. Il partecipante che tace può colpire in tal modo l'attenzione dei partecipanti («Perché tace?») e può destare sentimenti di colpa («L'abbiamo trascurato?»), e finalmente può far sorgere irritazione («Lui si tiene fuori, e noi ci sforziamo; noi lavoriamo e lui ci giudica»). In tale modo il silenzio influisce sulla maggior parte dei membri del gruppo. Un silenzio troppo frequente da parte del gruppo e partecipanti che tacciono cronicamente sono per tutti fonte di incertezza, perché chi tace è un enigma per gli altri, e non si può prevedere il suo comportamento né le sue reazioni, e quindi invita gli altri a proiezioni di ogni genere.
Se l'animatore vuole reagire al silenzio in modo costruttivo, dovrà saper bene che tale comportamento può contenere messaggi molto diversi. In alcuni casi il silenzio è la ritirata da una situazione e diminuzione del contatto. Il silenzio dell'intero gruppo può:
- indicare che le idee di base di una discussione non sono chiare o che gli ultimi discorsi dei partecipanti sono campati in aria perché non si vede una connessione fra di loro, così che il gruppo cerca una direzione. L'animatore può essere d'aiuto collegando le idee di un partecipante con quelle di un altro, e dando alla discussione un «fuoco»;
- evidenziare che i partecipanti non si sentono in grado di tenere discorsi qualificati;
- provenire dalla paura di impegnarsi e di esporsi, se c'è poca fiducia negli altri membri del gruppo;
- esprimere noia, se i partecipanti pensano che si pretende troppo poco nel gruppo o se le loro aspettative non corrispondono all'azione del momento nel gruppo.
Se l'animatore ha l'impressione che il silenzio del gruppo proviene dai motivi accennati, cercherà di intervenire per eliminarlo, soprattutto nel caso in cui tale silenzio è insolito e opprimente per i partecipanti. L'animatore può risolvere la situazione domandando al gruppo che cosa pensi del silenzio. Può chiedere ai partecipanti che cosa abbiano pensato e sentito durante tale periodo, e può dare un nuovo impulso per l'interazione perché i partecipanti si sentano nuovamente a loro agio. Se l'animatore lasciasse che questo silenzio continui, la tensione porterebbe alcuni partecipanti a uno stato di angoscia tale da limitare notevolmente la loro disposizione ad apprendere. Il silenzio di singoli partecipanti può:
- essere un'azione consapevole del soggetto per «punire» l'animatore o altri partecipanti (per confermare tale diagnosi l'animatore dovrà tener conto dei segnali del linguaggio del corpo);
- essere condizionato dal carattere della persona in questione, nel caso in cui essa non parli mai più di tanto e taccia per abitudine;
- essere motivato da una nevrosi, se la persona tace per un'eccessiva paura di presentare se stessa;
- essere una specie di freno d'emergenza, se un partecipante si vuole salvare da confusione, da uno shock o da una situazione eccitante, riducendo drasticamente il suo contatto con l'ambiente;
- essere selettivo e specifico della situazione concreta, perché l'attività momentanea del gruppo non ha per lui una rilevanza particolare, o perché egli è preoccupato di qualcosa e non vuole esprimere apertamente il suo sentimento;
- essere un paravento dietro il quale l'interessato si abbandona ai suoi sogni diurni;
- servire da freno, perché il partecipante vuole calmare anche gli altri, dato che l'interazione che si svolge al momento lo opprime;
- essere imposto, nel caso in cui altri partecipanti hanno esortato una persona a prendere meno frequentemente la parola (tale richiesta viene comunicata e percepita a volte anche in modo molto indiretto); provenire dalla paura di inserirsi nella discussione, perché altri prendono più velocemente la parola;
- indicare che la persona in questione non si sente in grado di formulare le sue reazioni, perché non ha mai imparato a parlare dei suoi sentimenti;
- essere una reazione all'animatore, se egli costringe il gruppo o singoli partecipanti in una determinata direzione, se sforza troppo o se esprime forte irritazione o insoddisfazione;
- sorgere quando aspetti importanti della situazione del gruppo sono poco chiari; per esempio, quando c'è nell'aria molta rivalità inespressa.
Se l'animatore ha l'impressione che si tratti di un silenzio del tipo appena descritto, dovrebbe accertare la sua diagnosi tenendo conto anche dei segnali non verbali dei partecipanti che tacciono. Se la sua ipotesi trova conferma, può reagire verso l'interessato dicendo, per esempio: «Senti, Giulia, ho visto che hai appena spostato indietro la sedia. Vuoi dirci che cosa hai voluto esprimere con questo gesto, che cosa pensi e che cosa senti adesso?». Con un simile leggero intervento l'animatore può dare alla persona che tace la possibilità di trasmettere un breve segno di vita, e a sua volta può riottenere nuovamente il contatto con la persona in questione.
Ovviamente esiste pure un silenzio produttivo, che non è affatto simbolo di un tirarsi indietro, bensì segno di uno sviluppo positivo del gruppo e del singolo partecipante. Il silenzio può appartenere al ritmo personale di contatto e ritirata. Molti membri del gruppo partecipano a una discussione in modo che sia loro possibile creare un equilibrio fra la loro attività e riflessione, e i desideri di attività degli altri. In tal caso il silenzio può scaturire dall'esigenza di riflettere un po' di più su un certo problema, di venire in chiaro di qualcosa o di mettersi in contatto con i propri sentimenti. Il silenzio può essere anche un'espressione di identificazione con quello che dice o che fa un'altra persona. Può essere un segno di simpatia e compassione con un altro partecipante. E, finalmente, il silenzio può esprimere anche - in rari istanti - che l'intero gruppo vive un momento di forte unità emozionale e di pensiero.
Il silenzio può dunque esprimere aspetti molto diversi della situazione del gruppo, e quindi non c'è uno schema secondo il quale l'animatore potrebbe reagire ad esso.
Nel caso in cui tacciono i singoli partecipanti o il gruppo intero, l'animatore dovrà chiedersi:
- se e in quale misura lui stesso sia preoccupato per tale silenzio e quale sia la sua reazione emozionale;
- se e in quale misura il gruppo sia preoccupato dal silenzio stesso;
- se un certo partecipante con il silenzio esprima davvero un disturbo o una «ritirata» improduttiva;
- quale sia il messaggio specifico del silenzio;
- quali segnali non-verbali nel gruppo commentino il silenzio. L'animatore può elaborare il silenzio di un singolo partecipante per mezzo della domanda gentile: «Al momento ho poco contatto con te e vorrei sapere che cosa ci comunichi con il tuo silenzio». Se tace tutto il gruppo, l'animatore può dire ad esempio: «Non sono sicuro di che cosa voglia dire il vostro silenzio. Che cosa volete esprimere con questo silenzio?».
Se l'animatore vuol rendere possibile una più forte partecipazione verbale di tutti, può domandare all'intero gruppo: «Ci sono alcune persone che non parlano. Che ne pensate voi?».
In certe condizioni infatti conviene rivolgersi al gruppo intero e non invece a persone singole, visto che potrebbero sentirsi troppo oppresse. Se però l'animatore pensa di poter rivolgere a uno tale domanda senza che siano possibili fraintendimenti e pensa che chi tace abbia già un po' di fiducia in lui, allora può rivolgersi anche direttamente a tale persona. Alcuni giochi di interazione hanno mostrato buoni risultati quando si è cercato di coinvolgere le persone che tacciono."
L'animatore può anche invitare i partecipanti che finora hanno taciuto a mettersi al centro del cerchio per parlare della loro situazione nel gruppo. Questo metodo è spesso particolarmente adatto a far nascere solidarietà fra le persone che tacciono e può rendere i loro problemi noti al gruppo.

Parlare troppo

Mentre in alcune situazioni è il silenzio che porta a disturbi, in altre circostanze ci sono partecipanti che parlano troppo. A volte un partecipante tiene discorsi che non finiscono mai e pretende così eccessivo tempo per sé. Anche se comunica cose importanti, questo può essere un tentativo, consapevole o meno, di controllare il gruppo: infatti, finché una persona parla, essa sta al centro dell'attenzione del gruppo e impedisce l'interazione; in tal modo essa riduce anche la probabilità di essere contestata da altri. Specialmente se si tratta di una discussione che riguarda fatti personali, la persona in questione corre meno il rischio di provocare negli altri reazioni e commenti negativi o critici.
Se parla con una certa dose di sentimento, libererà probabilmente sentimenti positivi. In tal modo il suo comportamento a volte può assomigliare a quello di un bambino piccolo che teme qualche compito spiacevole e che parla quindi di dolori, malattie, ecc. per provocare simpatia nei suoi genitori o fratelli.
Se l'animatore vuole bloccare un simile «racconta-storie» senza offenderlo, deve procedere con molta delicatezza e grande sensibilità. Per esempio potrebbe dire: «Anna, vedo che parli già da molto tempo. Ho ascoltato con attenzione, e ora comincio ad avere difficoltà a concentrarmi ancora più a lungo su di te. Vuoi pensare un po' a ciò che eviti con questo tuo parlare tanto?».
I partecipanti di gruppi di lavoro e di apprendimento che prendono troppo spesso la parola, spesso non si accorgono che monopolizzano la discussione. A volte sanno sì più degli altri su un certo argomento, ma non si accorgono che tolgono loro il tempo per parlare. Spesso credono soltanto di sapere più degli altri su un certo argomento, e sopravvalutano le loro capacità. Altri parlano per difendersi e per nascondere il loro senso di inferiorità. Altri ancora vogliono consolidare la loro influenza sul gruppo brillando intellettualmente. E finalmente c'è chi, parlando tanto, cerca di mettersi in contatto con gli altri perché altrimenti si sentirebbe perduto.
Non è facile aiutare i partecipanti che parlano troppo. L'animatore può dare un buon esempio se ascolta con attenzione e fa solo discorsi brevi. I partecipanti possono avvertirsi a vicenda che è importante distribuire bene il tempo a loro disposizione.
A volte si può dare tempo in più a colui che parla molto: gli altri lo ascoltano finché non vuole finire il suo discorso. Questo lo aiuta forse a sentirsi accettato e a ridurre in futuro la durata dei suoi discorsi. [15]
In ogni caso è importante che l'animatore di gruppo comprenda dal punto di vista psicologico anche le persone che parlano molto o sempre. Mentre la persona che tace sempre si tira indietro ed evita così il contatto, il partecipante che parla troppo procede nel modo opposto. Lui passa all'offensiva e crea in una maniera meccanica talmente tanto pseudo-contatto, che uno scambio organico di azione e reazione non è più possibile. In tal modo la persona in questione non percepisce più i suoi propri sentimenti e perde il contatto con gli altri.

Cambiare discorso

Partecipanti che cambiano ripetutamente discorso, o non sono disposti o non sono capaci a concentrare i loro discorsi sul tema principale della discussione del gruppo.
Il loro comportamento può essere abbastanza svantaggioso per il gruppo. Esso infatti fa nascere un catalogo di nuove idee, problemi, compiti, ecc. di cui solo poco potrà essere trattato in modo esauriente. Se il gruppo segue questi «seduttori», allora spreca le sue energie. I partecipanti giocano al: «Ah, sì, volevo raccontare ancora una cosa...».
Il loro comportamento può avere cause varie: forse non capiscono l'attività del gruppo o non si sentono a loro agio. Oppure la discussione li annoia, ma non hanno il coraggio di dirlo apertamente.
La situazione è ancora più problematica se un partecipante parla direttamente a un altro e quello cambia improvvisamente discorso. «Hai finito di sistemare la biblioteca?» - «Ah, senti, ieri è passata Silvia e...».
La persona che cambia discorso vuole quasi sempre manipolare la situazione. Ma non dice apertamente che preferirebbe fare o dire una cosa diversa da quella momentaneamente richiesta. È quindi importante che altri partecipanti o l'animatore richiamino l'attenzione della persona in questione al modo in cui interrompe il contatto. Forse avrà poi la possibilità di esprimere la sua opposizione in modo diretto e quindi costruttivo. [16]

Generalizzare

Partecipanti che generalizzano continuamente rendono il gruppo noioso e di uno scialbo accademismo. Parlano in modo impersonale o dicono «noi» anziché «io». Stabiliscono principi generali («l'uomo è..») e preferiscono parlare al gruppo intero invece di rivolgersi direttamente a singoli partecipanti. Sono però i discorsi concreti e specifici il presupposto di un'interazione viva e produttiva in un gruppo. Per cui è importante che si richiami l'attenzione di tali persone sul loro generalizzare e che li si inviti a rivolgersi il più possibile a singoli partecipanti ben precisi, invece di «giocare alla radiodiffusione».
Se l'animatore riesce a liberare il gruppo dalla malattia dei luoghi comuni, allora la comunicazione nel gruppo diventerà rilevante. Il principio di esprimersi concretamente porta dei risultati molto fecondi tanto in gruppi orientati verso il compito quanto in gruppi di sviluppo della personalità.
Se i partecipanti presentano i loro punti di vista e si identificano personalmente con le loro opinioni («Io penso che...», anziché «Si è dimostrato che...»), allora gli altri li ascolteranno con più attenzione.
Le frasi impersonali servono troppo facilmente da gettoni nel gioco «Chi è più astuto?». Si noti nuovamente un paradosso: più i partecipanti di un gruppo parlano in modo obiettivo, e più possono confondere le acque, nascondendo i loro concreti pensieri, idee, interessi ed esigenze dietro le verità generali di una qualche teoria.
Più la comunicazione di un gruppo è soggettiva e rispetta la regola di dire «io» e di parlare in modo concreto, e più grande è la probabilità che l'interazione più intensa e più realistica faccia nascere risultati utili e originali. Per far notare ai partecipanti la fondamentale differenza psicologica fra linguaggio concreto e linguaggio astratto, l'animatore può invitare i partecipanti a scrivere un breve saggio di 20 frasi sulla natura dell'uomo. Dopodiché ciascuno farà una seconda versione del suo saggio in cui sostituisce la parola «uomo» e i suoi sinonimi con la parola «io». Alla fine i singoli saggi vengono letti ad alta voce nel gruppo, così che ciascuno può esaminare quanto la seconda versione sia più vera della prima. [17]

Domandare in continuazione

È sorprendente quanti partecipanti rendono complicate le interazioni di un gruppo per mezzo di domande. Le domande possono essere molto utili quando approfondiscono un'interazione e fanno comprendere delle cose veramente importanti, quando spingono alla riflessione, quando provocano un «confronto», quando forniscono un importante punto di vista, ecc. Al negativo, le domande possono essere un tentativo di intellettualizzare sentimenti, di «imbrigliare» affermazioni critiche senza farsi notare, di esprimere ostilità o di tagliare i panni addosso a qualcuno.
Alcuni partecipanti pongono continuamente domande perché pensano di dover dire qualche cosa o di partecipare alla vita di gruppo. Vedono nelle domande la possibilità più sicura e meno pericolosa di partecipazione. L'animatore dovrebbe rivolgersi a tali partecipanti, invitandoli a formulare qualche domanda in via sperimentale come affermazione. [18]

Fare razionalizzazioni

Le razionalizzazioni giocano un ruolo importante nell'ambito delle nostre misure di difesa quotidiane. Una razionalizzazione può essere ad esempio questa affermazione che si sente sovente: «Solo in questo gruppo trovo difficoltà, altrove mi sento a mio agio e me la cavo bene. I membri di questo gruppo mi impediscono di presentarmi così come sono». Finché il partecipante è convinto che le sue difficoltà sono causate dall'ambiente, da altri partecipanti o, in particolare, dall'animatore, ha una buona scusa per tirarsi sempre indietro.
Altri partecipanti proiettano i loro errori sul gruppo, criticando ad esempio il fatto che si usino giochi di interazione che creano, secondo loro, una situazione artificiale e non realistica. Di solito tali partecipanti si comportano essi stessi in modo artificiale, ritualistico e molto strutturato. Ma dato che non sono in grado di ammettere questo fatto a loro stessi, reagiscono in modo allergico a tutte le strutture estranee. È chiaro che la situazione di apprendimento dei giochi di interazione è, in un certo senso, artificiale. Ma essa è contemporaneamente molto reale; infatti coloro che vi partecipano sono perlomeno uomini vivi.
Alcuni partecipanti razionalizzano la loro non-partecipazione dicendo che partecipano attivamente alla vita del gruppo nel tempo libero, mentre si trattengono di proposito durante le riunioni per poter percepire e apprendere meglio.
Ci sono moltissime altre razionalizzazioni, e l'animatore deve fare in modo di procedere con cautela. Specialmente eviterà in ogni caso di interpretare l'affermazione del partecipante come razionalizzazione, ma richiamerà invece l'attenzione della persona in questione alle conseguenze che la sua opinione ha per il suo apprendimento e per quello degli altri. Spesso tale persona non si accorge di quello che fa ed è ben disposta a sperimentare alternative che vengono proposte in modo amichevole.

Il frequente interpretare

Spesso si osserva che singoli partecipanti sono abituati a interpretare il loro comportamento e anche quello degli altri. Tendiamo a riflettere più che a sentire, e ci fidiamo volentieri di fatti cosiddetti «obiettivi» e «scientifici». Quindi è del tutto naturale che anche alcuni partecipanti di gruppi di interazione si comportino come nella vita di ogni giorno, vale a dire che non tengano conto dei loro sentimenti.
Se l'animatore non sta attento, nasce facilmente una cultura intellettuale nel gruppo; tale «cultura» impedisce ai partecipanti di fare esperimenti con i loro sentimenti e di arrivare poi a convinzioni fondate appunto sui loro sentimenti. Convinzioni che nascono in forza di esperienze proprie, che comprendano anche l'aspetto emozionale, sono molto più produttive che non un modo di convinzione meramente intellettuale e astratto.
Ci sono due modi in cui si verificano in un gruppo interpretazioni che non portano frutto: un partecipante può esercitare il ruolo di un analista del tipo «do-it-yourself» discutendo la dinamica che sta alla base del suo comportamento o di quello altrui. Un altro invece può assumere il ruolo della persona che è in terapia psicanalitica, pretendendo dagli altri interpretazioni e spiegazioni del proprio comportamento («Perché mi succede sempre che...?»). Se l'animatore non affronta il problema di tali interpretazioni intellettualizzanti già all'inizio della vita del gruppo, allora i partecipanti si comporteranno facilmente sempre più in tale maniera, e di conseguenza trarranno poco profitto dalla loro partecipazione al gruppo.
Tutto questo non vuol dire che ogni interpretazione e ogni convinzione intellettuale sia inutile: un'interpretazione è valida nella misura in cui influisce sul comportamento della persona analizzata.
L'interpretazione puntuale e azzeccata dell'animatore o di un partecipante inserita al momento giusto, può suscitare nel gruppo un intenso processo di apprendimento. Elaborate interpretazioni accademiche invece portano inevitabilmente a monologhi e «conferenze». Una «cultura dell'interpretazione» comporta facilmente che il gruppo si trasformi in una specie di istituto psicanalitico di inizio secolo.

Viceanimatori senza contratto

Spesso ci sono partecipanti che si atteggiano a viceanimatori senza contratto. Essi aderiscono come scolari modello ai desideri dell'animatore, ripetono le sue domande, i suoi accenni, ecc.; chiedono ad altri partecipanti di fare o di non fare certe cose e hanno sempre pronta un'interpretazione più o meno intelligente del comportamento altrui. In poche parole, agiscono come se fossero il secondo «io» dell'animatore.
Un tale atteggiamento di pseudo-aiuto non ha però come risultato quello di distribuire responsabilmente le funzioni direttive, ma di solito è piuttosto una tecnica per mezzo della quale la persona in questione diminuisce il suo impegno. Un «viceanimatore» del genere può presentarsi come «grande psicologo» o come «saggio» oppure come «servo» che si prende cura di svuotare i portacenere, di mettere in ordine le sedie, cancellare la lavagna, ecc. L'animatore deve fare attenzione a queste tecniche di disimpegno, e richiamerà cautamente su di esse l'attenzione dell'interessato. Gli farà capire che il suo comportamento è in un certo senso in contrasto con gli obiettivi del gruppo, e che potrebbe in tal modo non raggiungere importanti conoscenze; infatti il «viceanimatore senza contratto» tende a considerare le convinzioni intellettuali un rimedio contro tutte le difficoltà psichiche. Egli inoltre ha il bisogno di mettere in mostra la sua intelligenza. In tal modo spaventa gli altri partecipanti ed evita i suoi propri problemi personali.

Bloccare l'interazione intensa

Vi sono partecipanti che non vogliono accettare una situazione in cui si esprimono sentimenti intensi durante una riunione del gruppo. Se uno del gruppo soffre o esprime forti sentimenti di tristezza o rabbia, allora subito si mettono in animo di consolarlo, di giustificare il suo comportamento e di far scomparire tali sentimenti spiacevoli parlandone e discutendo. Rimproverano inoltre altri partecipanti che forse hanno aggredito quella persona triste o arrabbiata, ecc. E reagiscono in modo così ipersensibile non solo a espressioni di tristezza, rabbia, ecc., ma anche a forti sentimenti positivi; anche in quest'ultimo caso infatti fanno qualche rilievo per sdrammatizzare una situazione emozionalmente intensa.
Partecipanti che fanno così esprimono in tal modo, spesso indirettamente, il loro proprio bisogno di aiuto. Hanno però difficoltà a esprimere direttamente le loro esigenze e a pretendere qualcosa per se stessi. L'animatore dovrà intervenire su questi modi di comportarsi affinché questi «frenatori» possano imboccare altre vie, più feconde anche per loro stessi. [19]

Offrire pseudoconforto

Spesso si aggirano delle «crocerossine» nel gruppo che distribuiscono in maniera quasi fatale gocce di valeriana: «So cosa senti... Posso fare qualcosa per te...? Devi sentirti malissimo... Questo non lo sapevo per niente...». Peggio ancora sono affermazioni del tipo: «Non essere tanto triste... Ma dài, non è poi tanto grave...».
Un conforto per mezzo di luoghi comuni del genere proviene spesso da un proprio bisogno represso di aiuto. Se una tale «crocerossina» vede che un altro soffre, si sente imbarazzata, e per calmare se stessa conforta tutto e tutti. Essa agisce secondo il motto: «Sono sempre qui a tua disposizione». Con questo atteggiamento non si permette mai di criticare qualcuno. Il suo sostegno è un fatto quasi rituale, lo si può avere infatti come reazione a qualsiasi irritazione anche leggera. Le «crocerossine» non sono in grado di sopportare i loro conflitti interiori e di rendersene francamente conto.
D'altra parte la simbolica distribuzione di «pillole tranquillizzanti» può provenire spesso anche da un eccessivo desiderio di aiutare gli altri che va preso sul serio; per cui l'animatore non dovrebbe mai reagire in maniera ironica o sarcastica. Affermerà invece brevemente e decisamente che secondo lui un comportamento del genere non serve. Se il gruppo ha capito che un falso conforto è distruttivo, allora ci sarà presto un numero sufficiente di partecipanti che aiuta membri del gruppo tristi in una maniera che serve a loro: per esempio esprimendo propri sentimenti, comunicando esperienze simili o semplicemente abbracciando un partecipante «disperato». In ogni caso l'animatore deve evitare che tali partecipanti diventino capri espiatori del gruppo, cosa questa che avviene spesso. Già quando vede i primi indizi di un comportamento del genere, l'animatore di gruppo deve richiamare l'attenzione dei partecipanti su tale comportamento e interverrà risolutamente.

Stimolare conflitti

Il contrario dei «frenatori» e delle «crocerossine» sono apparentemente gli «incendiari». Sembra che godano dei conflitti in quanto tali. Forse tali partecipanti non si sentono a loro agio quando c'è troppa armonia; non si fidano di quella pace. Spesso vanno loro bene conflitti aperti e duri, perché danno loro la possibilità di mostrare la loro forza.
A volte ci sono partecipanti che si danno da fare perché altri si svelino psicologicamente, e quasi lo pretendono in maniera aggressiva. A questa categoria appartengono anche i cosiddetti «tifosi del gruppo», che pretendono brutalmente che sia rivelato tutto.
Tali persone hanno ovviamente appreso ben poco dalle loro esperienze di gruppo fatte in precedenza, tranne che si son fatte una pelle ancora più dura. In fondo hanno difficoltà a stabilire un contatto sincero con gli altri partecipanti. Per aiutarli, l'animatore dovrà metterli di fronte al loro comportamento di disturbo, e non deve in nessun modo allearsi con loro, magari anche solo per «mettere in moto» il gruppo.
Ci sono partecipanti che, per il modo con cui sono cresciuti, non credono che possano darsi processi di apprendimento senza duri conflitti. Non sono abituati a discutere su possibili alternative, ad analizzarle e a esaminarle. Reagiscono impulsivamente e vedono il mondo in «bianco e nero». Tale atteggiamento s'incontra spesso in persone culturalmente meno preparate, di tutte le età. Esse reagiscono in genere con diffidenza a persone della classe media o superiore. Hanno difficoltà a diventare un membro costruttivo del gruppo. Cercano sempre e in maniera aggressiva di mettere l'animatore e gli altri partecipanti alla prova, per scoprire se sono veramente accettate o meno. Per questi partecipanti è oltremodo importante ricevere una confema che il gruppo dà loro ascolto e non li pianta in asso.
D'altra parte il gruppo e l'animatore non dovranno permettere che tali persone agiscano continuamente in modo aggressivo. Questa sarebbe infatti la situazione peggiore per i partecipanti, dato che essi desiderano in fondo un chiaro confronto e vogliono appartenere al gruppo.
L'animatore dovrà mettere tali partecipanti di fronte al loro comportamento di disturbo, e lo dovrà fare in modo deciso e amichevole. [20]

Sabotare

Alcuni partecipanti sabotano o se stessi, facendosi un «oroscopo» fatalistico («Sono un buono a nulla... Non ce la farò mai... Nessuno mi vuole bene...»), oppure il gruppo, facendo dei pronostici distruttivi («Non diventeremo mai un gruppo... Questo gioco di interazione non darà nessun frutto...»). Tali partecipanti dispongono in parte di un repertorio di frecciate retoriche, con cui si beffano dei progressi degli altri («Che vantaggio ne hai avuto?») e disseminano un'atmosfera nichilista. Mascherano in tal modo il loro bisogno di aiuto e la loro solitudine interiore. Se l'animatore non interviene nei confronti di un comportamento del genere, questo diventa facilmente una profezia che si autoavvera.
In alcuni casi va bene se l'animatore invita il sabotatore a girare nel gruppo e a fare veramente il nichilista che critica tutto quello che si fa e lo mette in ridicolo. In tal modo la persona in questione potrà trovare più contatto con la sua aggressività e vedrà pure quello che c'è di insensato nel suo comportamento. [21]

Fare scherzi

I «clowns di gruppo» sono una simpatica variante dei sabotatori. I «clowns di gruppo» infatti disturbano con continui scherzi fuori posto i seri sforzi dei membri del gruppo. Di nascosto il clown manda il messaggio: «Non sono convinto del mio valore. Non so se conto qualcosa. Quando scherzo, gli altri mi prestano almeno attenzione».
L'animatore dovrà mettere il clown di fronte al suo comportamento e farà in modo che possa scoprire un po' meglio le sue qualità e riceva, se possibile, una sufficiente dose di realistiche reazioni positive. Partecipanti meno sensibili credono infatti ingiustamente che i clowns si sentano psicologicamente bene e che essi siano persone allegre ed equilibrate.

Umorismo fuori posto

L'umorismo può servire a sdrammatizzare situazioni difficili e ad agevolare l'interazione. Può servire anche ad attenuare tensioni insopportabili e soprattutto a far sorgere un po' di ottimismo nei gruppi depressi. D'altro lato ci sono sempre anche partecipanti che usano l'umorismo per bloccare i tentativi dell'animatore di approfondire i processi di interazione e di esaminare a fondo certi argomenti. Se un partecipante scioglie tensioni produttive per mezzo dell'umorismo, allora disturba il gruppo. In tal caso l'animatore dovrà mettere il partecipante di fronte a questo suo comportamento.

Reagire in modo cinico

Partecipanti la cui difesa preferita consiste in una reazione cinica agli avvenimenti nel gruppo, hanno essi stessi grandi difficoltà a partecipare in modo produttivo all'interazione di gruppo. Oltre a ciò impediscono anche agli altri di apprendere, perché fanno spesso loro paura. Il cinico aspetta di solito finché un partecipante si è esposto nel gruppo, ed esprime poi il suo giudizio. Il suo atteggiamento normale è quello del taciturno giudice degli avvenimenti nel gruppo. In tal modo sembra quasi impossibile aggredirlo, poiché mantiene lo stesso atteggiamento anche quando altri lo mettono di fronte al suo comportamento di disturbo. Vive fra le nuvole come un padreterno di cartapesta e rinnega così la sua vulnerabilità e la sua grandissima sensibilità. Spesso l'animatore raggiunge tali partecipanti abbastanza facilmente se esprime nei loro confronti in modo realistico stima nonostante il loro atteggiamento cinico.

Annoiarsi

La forma più frequente di un comportamento di «evitamento» si verifica quando i partecipanti sopportano la noia senza parlare subito apertamente di quello che li disturba. In tal caso abbiamo un buon esempio di insoddisfazione e irritazione non espresse. A volte però i partecipanti che si annoiano di continuo soffrono di questa noia solo perché ritengono che l'interazione nel gruppo ha poca rilevanza per loro; e questo lo fanno perché cercano di non avere sentimenti. Spesso comunicano dopo un certo tempo con aria di rimprovero che si sono annoiati. Quello che al momento appare come un atto di sincerità, è in realtà un atto di vendetta tardiva, di censura e di punizione del gruppo che viene a sapere all'improvviso indirettamente: «Ma quanto siete noiosi!». Il partecipante che si annoia, o non ha il coraggio di esprimere di che cosa si sente giustamente disturbato, oppure cela in maniera ipocrita una possibilità di giocare un brutto tiro al gruppo o all'animatore.
Per eliminare fin dall'inizio questa forma frequente di disturbo, l'animatore stipulerà un «contatto di disturbo» con i partecipanti. Secondo tale contratto, ogni partecipante che si annoia lo comunica subito con un segno su cui ci si mette d'accordo. [22]

Collaborare in modo superimpegnato

Mentre la maggioranza dei partecipanti si ritrae da situazioni intense per diminuire il contatto sociale, ci sono singoli partecipanti che fuggono dall'interazione per evitare il contatto con il proprio sé. Tali partecipanti si impegnano troppo essi stessi, e non possono sopportare che altri non si impegnino in modo ugualmente intenso. Al di fuori del gruppo sono poco sensibili per la loro identità, perché pensano che quello che sperimentano nel gruppo sia più reale delle loro esperienze quotidiane. Tali «tifosi del gruppo» dimenticano che il gruppo è solamente una possibilità di migliorare le relazioni interpersonali, in genere appunto per facilitare tali relazioni anche nella vita di ogni giorno, ma che il gruppo non può affatto sostituire i rapporti quotidiani.
A volte succede anche che un partecipante che si sente estraneo e non a suo agio nel gruppo, insista in modo particolarmente forte su un'interazione intensa e dimostrativa. In casi del genere l'animatore deve stare molto attento per non cadere in questa trappola che gli è stata tesa non intenzionalmente. Infatti l'effetto tipico di uno sviluppo forzato del gruppo è che gli altri partecipanti si ritirano e seguono il loro naturale ritmo di sviluppo. I partecipanti che cercano di fare della vita di gruppo un culto psicologico, raggiungono l'unico risultato che sia i membri del gruppo che i loro partner quotidiani si distanzieranno da loro.
L'animatore deve mettere presto tali partecipanti di fronte a questo loro comportamento, perché possano trarre profitto dalla vita di gruppo malgrado le loro aspettative non realistiche. Così darà loro la possibilità di adeguarsi al loro ritmo personale di contatto e ritirata in modo più produttivo. (Cf anche il paragrafo 2.3. «Presupposti per l'apprendimento da parte del partecipante»).

Mancare e tardare

Spesso succede che singoli partecipanti tardano o non vengono affatto alle riunioni: esprimono così la loro opposizione all'attività di gruppo o nei confronti dell'animatore. In certi casi i partecipanti vogliono far capire con tale comportamento che l'attività di gruppo è difficile o procura loro paura. In altri casi possono avere l'impressione che le loro esigenze non siano rispettate, che il gruppo sia troppo grande per loro, che ci siano sottogruppi che minacciano la coesione dell'intero gruppo, ecc.
D'altra parte il mancare o tardare di un solo partecipante può essere un suo tentativo consapevole di vedere se si sente la sua mancanza e se lui è considerato importante dagli altri. Oppure egli mette i partecipanti e l'animatore alla prova per conoscere la loro reazione, una volta che oltrepassa i limiti. Finalmente, il mancare può esprimere il sentimento di un partecipante e il suo desiderio di vendicarsi di un'offesa.
La cosa migliore è che l'animatore parli subito con i partecipanti di questo problema per evitare che tutto ciò diventi normale. Quando manca un singolo partecipante, conviene spesso domandare al gruppo: «Che cosa vuol dire per voi il fatto che Felice non c'è?».
Un partecipante la cui mancanza nessuno sente, è quasi sempre disancorato nella struttura sociale del gruppo, per cui l'animatore dovrebbe riflettere con gli altri su come tale persona possa essere integrata meglio. La situazione si fa ancora più problematica nel caso in cui un partecipante manchi per un periodo più lungo o se lascia del tutto il gruppo, il che può provocare forti sentimenti di colpa e, chiaramente, anche irritazione.
Per prevenire una situazione del genere e per aiutare il partecipante che non frequenta, l'animatore dovrà mettersi presto in contatto con lui, soprattutto all'inizio della vita di gruppo. Ogni partecipante deve sapere che la sua presenza è desiderata e che si sente la sua mancanza.
D'altra parte ogni partecipante deve sapere che ha il diritto di ritirarsi in ogni momento dall'interazione di gruppo. È solo importante che avverta di volersi ritirare per un certo tempo (cf al riguardo il paragrafo 2.4.).
Se un partecipante ha l'intenzione di abbandonare il gruppo, è importante che lo comunichi direttamente al gruppo stesso. In tal modo dà a ciascuno la possibilità di parlare con lui prima che se ne vada, affinché non rimangano sentimenti avvelenati.
A volte si nota che un partecipante momentaneamente non ha voglia di partecipare a una riunione. Un'eccellente soluzione di tale problema può essere che l'animatore si rivolga a lui con la seguente proposta: «Carlo, momentaneamente non hai voglia di lavorare con noi. Rispetto la tua posizione, anzi ti stimo, perché ce l'hai detto subito e non vieni più tardi a dire che ti sei annoiato. Propongo che ti prenda un po' di libertà, che vada da qualche altra parte dove ti senti a tuo agio, per fare quello di cui hai veramente voglia. Quando ti accorgi che vorresti stare di nuovo con noi, allora torni e sarai il benvenuto».
In tal modo l'animatore rispetta l'opposizione sinceramente espressa del partecipante e lo lascia fare a modo suo. Il partecipante torna di solito liberato e motivato.
Colloqui a parte
Molti partecipanti tendono a bisbigliare a volte con il loro vicino mentre sta parlando un'altra persona. Se l'animatore non interviene in casi del genere, la coesione del gruppo ne soffrirà presto notevolmente. I colloqui a parte possono provocare diffidenza e irritazione negli altri. Spesso il contenuto di tali colloqui è importante, ma così si perde per il gruppo intero. L'animatore dovrebbe spiegare brevemente la regola «Non si fanno colloqui a parte» (cf regola fondamentale 12), e domanderà agli interessati se siano disposti a comunicare il contenuto del colloquio che hanno avuto tra loro. Spesso la ragione di colloqui a parte sta nel fatto che un partecipante ha difficoltà a esprimersi apertamente. In tal caso sarebbe bene se tale persona riuscisse a specificare le sue difficoltà.

6.4. COMPORTAMENTI DI DISTURBO DA PARTE DI DIVERSI MEMBRI DEL GRUPPO O DEL GRUPPO INTERO

Descriveremo ora comportamenti di disturbo che, contrariamente a quelli discussi sopra, sono praticati piuttosto collettivamente. Anche in questo caso l'inconscio motivo collettivo è l'opposizione contro certi sviluppi che sembrano ai partecipanti pericolosi o scomodi. Per il comportamento dell'animatore valgono gli stessi princìpi che abbiamo già descritto nel paragrafo precedente.

Stabilire leggi sotterranee

All'inizio della vita di ogni gruppo succede facilmente che comportamenti individuali e collettivi, se non vengono discussi apertamente, diventano norme nel gruppo: norme che, una volta diventate un'abitudine, si oppongono con forza al cambiamento. Se si formano presto, possono influenzare tutti gli aspetti dell'interazione del gruppo, e cioè: i contenuti («Qui non si parla mai di questo argomento»), le procedure («Quando parla qualcuno, non bisogna mai interrompere»), l'intensità dell'interazione («Non vogliamo che qualcuno qui venga criticato»), le regole di organizzazione («Se uno fa ritardo, non importa»), lo stile di interazione («Qui non bisogna avanzare chiare pretese»), gli obiettivi («Vogliamo sentirci bene, qua»).
Se diversi partecipanti introducono certe norme di interazione, sia in modo indiretto per mezzo del loro comportamento, sia direttamente tramite la formulazione di tali direttive, e se nessuno si oppone loro, allora si crea una situazione che pesa gravemente sullo sviluppo del gruppo. È quindi necessario che l'animatore richiami l'attenzione dei partecipanti su tali norme sotterranee. Soprattutto deve rivolgersi direttamente a partecipanti che pretendono di poter «esprimere» la volontà di tutto il gruppo mettendoli di fronte al loro comportamento.
Maria: «Qui non vogliamo mica pestare i piedi a nessuno».
Animatore: «Senti, Maria, adesso stai parlando per tutto il gruppo. Vuoi parlare per te stessa dicendo «io» anziché «noi»? Così vedrai come suonerà la tua protesta».
Maria: «Non voglio pestare i piedi a nessuno».
Animatore: «Puoi dire con chiarezza chi è la persona a cui non vuoi pestare i piedi e dirglielo poi direttamente?».

Interrompere

Si verifica nel gruppo una situazione sempre determinante sia se i partecipanti si troncano reciprocamente la parola e lo fanno troppo spesso, sia nel caso in cui lo fanno troppo raramente: l'uno vale l'altro. Se i membri del gruppo si interrompono in continuazione, c'è probabilmente molta rivalità latente, oppure i partecipanti hanno paura di non poter influire abbastanza sulla vita di gruppo. In ogni caso si deve parlare apertamente di tale disturbo dell'interazione, altrimenti il gruppo blocca il proprio sviluppo.23
Una difficoltà non meno grande sorge se i partecipanti sono troppo gentili e non si sentono autorizzati a interrompersi a vicenda. Infatti, bisogna distinguere nettamente fra interruzioni e interventi fatti in modo responsabile e altri fatti in maniera irresponsabile. Se interrompo una persona, ad esempio per cambiare discorso ed evitare così un argomento scomodo, allora agisco in modo irresponsabile. Se invece intervengo perché un «oratore fiume» mi urta i nervi, allora agisco invece in modo responsabile, rispettando cioè i miei propri sentimenti.
Da una parte la cultura di gruppo non deve quindi degenerare in un continuo battibecco, dall'altra deve garantire un'atmosfera viva, in cui i partecipanti non esprimono il loro malumore stringendo i denti o addormentandosi. (Cf al riguardo anche le considerazioni sull'«annoiarsi» nel paragrafo precedente).

Celebrare rituali

In una cultura di gruppo ritualistica vengono fuori di continuo gli stessi argomenti, espressi sempre nello stesso modo. Spesso si tratta di accuse standard, per esempio la società capitalistica, le multinazionali, la struttura, la politica... In tal modo il gruppo blocca il suo proprio sviluppo."
Una difficoltà più grande sorge nel caso in cui lo stesso animatore si comporti in modo ritualistico, reagendo lui sempre nella stessa maniera che i partecipanti conoscono già da tempo. Tale pericolo esiste fino a che l'animatore attinge soltanto a un repertorio di comportamenti più o meno vasto, solido e costante. Partecipanti un po' «furbi» controbattono in tal caso con comportamenti simmetrici tali da far finire il gruppo e l'animatore in un vicolo cieco, dove non si va più né avanti né indietro.

Dare la caccia a capri espiatori

A volte succede che, consapevolmente o meno, i singoli membri del gruppo vengono fatti capri espiatori che impersonificano tutto quello che c'è di sfavorevole per i partecipanti, sia all'interno del gruppo che al di fuori di esso. Diverse persone possono fare da capro espiatorio: a volte una persona che tace sempre, a volte una persona che parla sempre, a volte un «viceanimatore senza contratto» oppure una «crocerossina». Verso costoro si rivolgerà poi la voglia di sfogarsi di tutto il gruppo.
La caccia a un capro espiatorio è un modo comodo per proiettare una giusta autocritica su un altro partecipante. L'animatore deve accorgersi in tempo di questo importante fenomeno di gruppo per far notare ai partecipanti che essi, quando accusano un capro espiatorio, cercano probabilmente di risolvere problemi loro propri.
Spesso i partecipanti rimproverano certe cose al capro espiatorio e non, invece, al vero destinatario del loro malumore, e cioè l'animatore di gruppo. L'animatore sembra loro troppo forte, e quindi rischiano di meno rivolgendo la loro energia negativa su un partecipante.
Il gioco del capro espiatorio ostacola lo sviluppo del gruppo e può costituire così a volte un peso dannoso per la persona colpita, per cui l'animatore deve intervenire subito quando sorge questo problema.
Può dire ad esempio: «Ho notato che molti danno la responsabilità per varie difficoltà a Carlo e che lo rimproverano aspramente. Può essere che lo rendiate responsabile di difficoltà che sono in realtà le vostre?». Questa osservazione può concentrare l'attenzione del gruppo sul fatto che esso «gioca al capro espiatorio».
L'animatore può rivolgersi anche direttamente a una persona, dicendo per esempio: «Michele, ho notato che hai fatto osservazioni sprezzanti su Carlo. Può essere che sotto sotto sei arrabbiato con me?».
Nella fase iniziale di un gruppo il capro espiatorio è frequentemente l'animatore stesso. Egli sembra ai partecipanti troppo autoritario, troppo passivo, ecc. Quando si verifica questo, conviene che l'animatore riconosca le critiche che gli sembrano giuste. In tal modo si possono esaminare anche alcune proiezioni.
Attacchi del genere fanno parte del rischio professionale dell'animatore di gruppo, e quindi la cosa migliore è accettarli con buon umore.

Concentrarsi su uno solo

A volte succede che un partecipante stia per un periodo abbastanza lungo al centro dell'interazione senza che lui lo voglia. In tal modo l'attività del gruppo trova un suo fulcro e gli altri partecipanti si tolgono il peso di dover occuparsi dei propri problemi. Ovviamente non esiste nessuna ragione specifica per cui il gruppo debba occuparsi più dettagliatamente dei problemi di un certo partecipante, ma troppo spesso il gruppo usa tale combinazione di circostanze come una chance per ignorare i propri problemi.
In una situazione del genere l'animatore può domandare all'interessato: «Ti va bene stare al centro dell'attenzione per tanto tempo?». Spesso infatti la figura al centro, pur essendo tale senza volerlo, rimane passiva, e non protesta contro il fatto che gli altri si occupino di lei.
Un caso particolare è la «sindrome di condoglianza». In questa situazione i partecipanti si gettano tutti su un membro del gruppo che ha momentaneamente delle difficoltà e comunicano il loro pseudo-interesse con frasi del genere: «Come stai?... Quando è successa questa brutta storia?... Ma quanto tempo è che soffri di questa situazione?». In tal modo quel partecipante carico di problemi resta per troppo tempo al centro dell'attenzione. Prima non scopre il gioco degli altri e pensa che si interessino veramente a lui. Poi gradualmente comincia a sentirsi a disagio, ma essendo gentile risponde a tutte le domande. Qui è importante che l'animatore stia attento ed eviti che i partecipanti, ponendo delle domande gentili a tale persona, la sfruttino sempre di più per i loro interessi.

Praticare archeologia di gruppo

Un'analisi dettagliata della storia del gruppo è di solito una caricatura di un gruppo di interazione, e spesso sintomo di un comportamento che tende a evitare l'interazione. Se il gruppo si incontra in una riunione del pomeriggio discutendo li tutti i dettagli della riunione del mattino, allora tale discussione si svolge spesso in funzione di un obiettivo inconscio; in tal caso infatti il gruppo cerca spesso di evitare un ulteriore approfondimento dell'interazione precedente non al fine di trovare nuove prospettive per il suo futuro comportamento, bensì semplicemente per mantenere la distanza che esiste fra i partecipanti. A volte tali analisi si realizzano anche nella stessa riunione, cosicché i partecipanti si occupano solo apparentemente gli uni degli altri; in realtà invece evitano la situazione del «qui-ora». L'animatore riconosce infeconde «gite archeologiche» del genere dal fatto che mancano vivacità e spontaneità nel gruppo. Una prolissa analisi puramente storica del processo che si è svolto nel gruppo è sempre un'impresa accademica e abbastanza inutile.
Un'analisi produttiva e breve delle interazioni passate può essere invece molto utile, nel caso cioè in cui si analizzano per esempio modelli di comportamento del gruppo o dei singoli partecipanti, e se quest'analisi serve a capire meglio tali comportamenti.

Chiedere continuamente giochi d'interazione

Specialmente all'inizio della vita di gruppo, i giochi di interazione sono spesso d'aiuto ai partecipanti per trovare maggior sicurezza. Se il gruppo è più avanti nell'interazione, non si deve in nessun caso arrivare al punto da fare un gioco di interazione dopo l'altro. Questi esperimenti specifici e utili saranno invece praticati nel caso di specifiche esigenze di apprendimento da parte del gruppo, e non potranno mai comunque sostituire le responsabilità dei partecipanti. Se un gruppo non vuole prendere totalmente parte alla libera interazione e non comunica più se non per mezzo di giochi di interazione, allora ci sono notevoli problemi del gruppo, che vanno discussi a fondo. Se ad esempio un gruppo ha delle difficoltà e giunge a un punto morto, i partecipanti dovranno analizzare i problemi insieme con l'animatore invece di reprimerli per mezzo di un qualsiasi esperimento.
I giochi di interazione si faranno solo entro i limiti del dovuto per rendere possibili nuove esperienze, per stimolare l'interazione e per superare certe difficoltà di comunicazione. Non devono invece essere adoperati in continuazione; in tal caso infatti soffocherebbero l'iniziativa del gruppo. Se l'animatore ha l'impressione che lui stesso struttura in anticipo la situazione di apprendimento, questo comportamento è un sintomo della sua paura di parlare apertamente delle sue difficoltà di cooperare con i partecipanti.

Bisogni nascosti

Come tutti sanno, ogni gruppo lavora a due livelli: primo, al livello degli obiettivi e motivi espressi e conosciuti, che sono connessi con lo svolgimento del compito e con la struttura sociale del gruppo; secondo, al livello degli obiettivi e motivi nascosti, in parte inconsci, in parte dissimulati consapevolmente. Ogni partecipante di un gruppo insegue una serie di obiettivi e bisogni e, in parte a buon diritto, non osa parlarne apertamente. Egli teme infatti rifiuto, critica o scherno da parte di altre persone. Per esempio è particolarmente problematico se qualcuno vuole esprimere in un gruppo di lavoro l'esigenza di riconoscimento personale, di contatto fisico o addirittura di tenerezza.
Se dunque in un dato gruppo troppi bisogni importanti non vengono soddisfatti, possono sorgere gravi problemi. Per esempio: se un superiore non esprime mai riconoscimenti, allora i partecipanti possono trovarsi nel seguente conflitto: da una parte desiderano espressioni di riconoscimento, dall'altra non hanno il coraggio di accennare davanti al superiore questa mancanza. Di conseguenza succede che iniziano una serie di «giochi», per indurre il superiore a fare quello che desiderano. A volte fanno consapevolmente degli sbagli per mostrare a tale superiore che sono dipendenti da lui, a volte reagiscono in modo apatico o fanno finta di non sentire quello che lui dice, ecc.
In altre parole: i bisogni non soddisfatti con discussioni aperte vengono appagati, per così dire, con manipolazioni sottobanco.
E importante che l'animatore si chieda continuamente quali siano i bisogni importanti del suo gruppo che sono stati soddisfatti con poca cura o per niente. È normale che ci siano bisogni nascosti, e non conviene neanche parlare apertamente di tutti questi desideri. D'altra parte vanno identificati e discussi apertamente quei bisogni che disturbano notevolmente lo svolgimento del compito e l'interazione dei partecipanti in un certo gruppo. Qui è importante guidare i partecipanti a identificare da soli tali bisogni nascosti.
A questo scopo l'animatore può proporre un piccolo esperimento: ogni partecipante scrive anonimamente quattro tipi di esigenze su un foglio:
- esigenze che posso soddisfare in questo gruppo;
- esigenze che altri possono soddisfare in questo gruppo;
- esigenze importanti che non posso soddisfare in questo gruppo e di cui in parte non parlo;
- esigenze importanti che altri partecipanti non possono soddisfare in questo gruppo e di cui in parte non parlano.
Alla fine l'animatore mette insieme i dati ottenuti in questo esperimento e li discute con il gruppo. [25]


NOTE

[1] Per facilitare una certa sensibilizzazione dei partecipanti per il proprio «mondo interiore», l'animatore può proporre, in un momento adatto, i seguenti giochi di interazione: GdI 17 «Passeggiata di fiducia»; GdI 94 «Conversazione delle mani»; GdI 103 «Percepisco-immagino»; GdI 112 «Aprire il pugno»; GdI 142 «Due mondi».
[2] A tale scopo l'animatore può adoperare alcuni giochi di interazione molto efficaci: GdI 183 «Crescere insieme», che tira l'attenzione dei partecipanti sui fattori psicosociali dello sviluppo del gruppo; GdI 82 «Potenziale di gruppo», che può rafforzare in modo non irritante la struttura sociale di gruppo sottosviluppata; GdI 53 «Corsa automobilistica», che può chiarire problemi che riguardano rivalità e concorrenza; GdI 57 «Symbolon», che aiuta i partecipanti a rendersi conto di quali sono le loro aspettative nei confronti del gruppo e quale importanza il gruppo ha per loro al momento.
[3] Classici giochi di interazione che possono migliorare il sistema di feedback del gruppo sono i seguenti: GdI 21 «Bombardamento con impressioni»; GdI 25 «Sedia calda»; GdI 48 «Le mie norme - Le tue norme»; GdI 85 «Lunga bella vita»; GdI 175 «Feedback precoce». Al fine di ricevere i dati del feedback in modo meno minaccioso e per conservarli, l'animatore può ricorrere anche al GdI 87 «Album di poesie».
[4] A tale scopo può ricorrere ai seguenti giochi di interazione: GdI 39 «Contatto e comunicazione; GdI 73 «Comunicazione contraddittoria»; GdI 103 «Percepisco-immagino»; GdI 106 «No indiretto»; GdI 132 «Capito».
[5] A tale scopo sono utili i seguenti giochi di interazione: GdI 20 «Cerchio di fiducia»; GdI 26 «Voglio entrare»; GdI 76 «Persona al centro»; GdI 114 «Esprimere desideri»; GdI 158 «Girare la bottiglia».
[6] Giochi di interazione adeguati al riguardo sono i seguenti: GdI 19 «Strappare segreti»; GdI 46 «Segreti spaventosi»; GdI 79 «Schermo di protezione»; GdI 141 «Impulsi segreti»; GdI 176 «Girare intuitivo».
[7] Per esempio: GdI 17 «Passeggiata di fiducia»; GdI 40 «Leggere la mano»; GdI 64 «Dipingere un viso»; GdI 83 «Statue»; GdI 94 «Conversazione delle mani»; GdI 110 «Circolo di massaggio»; GdI 112 «Aprire il pugno»; GdI 152 «Ottopiedi».
[8] Al fine di aiutare i partecipanti a progredire in questo campo, l'animatore può sperimentare i seguenti giochi di interazione: GdI 99 «Contatto con gli occhi»; GdI 67 «Salto nell'acqua»; GdI 40 «Leggere la mano»; GdI 39 «Contatto e comunicazione»; GdI 73 «Comunicazione contraddittoria»; GdI 74 «Distanza mutevole»; GdI 103 «Percepisco-immagino»; GdI 155 «Dialogo di movimenti»; GdI 162 «Parlare muto»; GdI 163 «Rispecchiare»; GdI 184 «Boscaiolo».
[9] Al fine di rendere possibili ai partecipanti tali esperienze di apprendimento, l'animatore può sperimentare i seguenti giochi di interazione: GdI 5 «Nomi, nomi»; GdI 71 «Sciogliere la voce»; GdI 105 «Armonia massima»; GdI 132 «Capito»; GdI 162 «Parlare muto»; GdI 164 «Ascoltare».
[10] Giochi di interazioni adeguati sono i seguenti: GdI 7 «Comunicazione di disturbi»; GdI 8 «Non girare attorno all'argomento»; GdI 9 «Affermazioni anziché domande»; GdI 39 «Contatto e comunicazione»; GdI 72 «Parla in prima persona!»; GdI 104 «Sul palcoscenico»; GdI 107 «Consapevolezza del proprio corpo»; GdI 134 «Coniugazione irregolare».
[11] Elenchiamo alcuni giochi di interazione circa questo ambito: GdI 5 «Nomi, nomi»; GdI 15 «Sì - No»; GdI 42 «Tu sei tu»; GdI 69 «Per aspera ad astra»; GdI 71 «Sciogliere la voce»; GdI 133 «Identificazione»; GdI 163 «Rispecchiare»; GdI 168 «Grido silenzioso».
[12] Raccomandiamo in questo contesto particolarmente i seguenti giochi di interazione: GdI 74 «Distanza variabile»; GdI 116 «Girare attorno»; GdI 155 «Dialogo di movimenti».
[13] Per rendere i partecipanti più consapevoli del loro diritto di ritirarsi, l'animatore può sperimentare con loro il GdI 95 «Contatto e ritirata».
[14] Cf ad esempio il GdI 13 «Chi parla e chi tace».
[15] II GdI 135 «Senza punto e virgola» può intervenire su quelli che parlano tanto in una maniera un po' sportiva. L'animatore può invitare a tale gioco due persone che parlano molto.
[16] Per mezzo del GdI 106 «No indiretto» si può esaminare ulteriormente l'aspetto psicologico di tale cambiamento di discorso.
[17] Cf inoltre GdI 72 «Parla in prima persona» (e la regola fondamentale n. 10 del Capitolo «Assiomi e regole fondamentali per gruppi di interazione»).
[18] Cf al riguardo il paragrafo 1.4. «Le quattro tappe nel lavoro con i giochi di interazione». Un utile gioco di interazione è GdI 9 «Affermazioni anziché domande».
[19] Per affrontare le difficoltà che stanno alla base di tali modi di comportamento, e che non sono affatto problemi solamente dei «frenatori», l'animatore può sperimentare col gruppo GdI 114 «Esprimere desideri».
[20] Per stabilire contatto con loro, l'animatore può proporre un esperimento fisico aggressivo, come ad esempio: GdI 15 «Sì - no»; GdI 54 «Spingere»; GdI 55 «Pollice di ferro»; GdI 180 «Braccio di ferro all'indiana». Un esperimento del genere fa quasi sempre miracoli.
[21] Con GdI 60 «Autosabotaggio», l'intero gruppo può sperimentare in modo eccellente l'effettivo contenuto psicologico dell'autosabotaggio.
[22] Per approfondire tale problema, l'animatore può sperimentare con i partecipanti anche il GdI 7 «Comunicazione di disturbi» (cf anche la regola 15 nel capitolo «Assiomi e regole fondamentali per gruppi di interazione».
[23] Per rendere possibili esperienze concrete al riguardo, l'animatore può proporre al gruppo intero il Odi 135 «Senza punto e virgola».
[24] Un buon rimedio contro «rituali» del genere è la videoregistrazione di una riunione poi presentata ai partecipanti. Un altro «contravveleno» è GdI 111 «Viva la depressione» o GdI 137 «Rituale di gruppo».
[25] Va bene anche GdI 114 «Esprimere desideri».