Un economista legge

"Cattolici e politica"

di Mario Toso

Stefano Zamagni

Parecchie sono le ragioni per esprimere gratitudine sincera a Mons. Toso per il saggio Cattolici e Politica pubblicato nel settembre 2018 per i tipi della Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa di Roma. Innanzitutto, per l’atto di coraggio dimostrato. Il Nostro non ha temuto di intervenire, in questo nostro tempo, su un tema, scottante quanto pochi, quale è quello della presenza e dell’impegno dei cattolici italiani nella politica. In secondo luogo, per il taglio espositivo adottato: una prosa asciutta che nulla concede alla facile retorica e all’argomentazione pomposa. Ma non v’è dubbio che il pregio più rilevante di questo libro va rinvenuto nella tesi centrale che esso difende: esplicitare le cause profonde dell’irrilevanza dei cattolici nella politica italiana. E’ intorno a questa tesi che, in quel che segue, vado a sviluppare alcune considerazioni.
Una prima annotazione concerne la vexata quaestio della ratio dell’impegno politico dei Cattolici. È ovvio che in quanto cittadini, anche i cattolici, al pari di tutti gli altri, debbano partecipare alla cosa pubblica. Ma qui si vuole fare riferimento ad un coinvolgimento diretto e attivo alla vita democratica del paese. Ebbene, tre sono le opzioni che si danno alla considerazione e alla valutazione critica di chi intenda affrontare l’argomento. La prima è quella che vede i cattolici dare vita ad un “partito di cattolici” – beninteso, non ad un partito cattolico. È stata questa la via battuta, nel recente passato, da Luigi Sturzo con il suo Partito Popolare e dopo la seconda guerra da Alcide De Gasperi e altri con la Democrazia Cristiana. Si tratta di un’opzione che ha avuto senso e che ha acquisito grandi meriti, ma che oggi, per una pluralità di ragioni, non è più proponibile, pur avendo costituito una necessità della storia. È dunque inutile parlarne. Meglio allora dirigere l’attenzione alle altre due opzioni.
La seconda opzione sulla quale si sofferma Toso è bene resa dalla “teoria della diaspora”: i cattolici devono distribuirsi tra i vari schieramenti politici per contagiarli dall’interno. Ciò è quanto sancisce la metafora del lievito: al modo del lievito, i cattolici devono cercare di veicolare i valori e i principi di cui sono portatori nei programmi delle diverse piattaforme partitiche. Duplice la debolezza di una simile posizione. Per un verso, essa comporta che i cattolici si rassegnino ad essere minoranza ovunque essi si trovino inseriti e quindi accettino di scomparire politicamente, proprio come l’immagine del lievito lascia intendere. Col risultato che, poiché nei partiti democratici vige il principio di maggioranza, chi è minoranza mai potrà vedere accolte le proprie istanze, a meno di gesti compassionevoli o buonisti da parte della maggioranza. Bel paradosso, davvero! I cattolici entrano nei partiti per far avanzare un certo progetto politico che dice della loro identità, pur sapendo che mai riusciranno a far valere le loro ragioni. Né vale l’argomento – troppo spesso adombrato – secondo cui, su questioni di primaria importanza, i cattolici presenti nei diversi schieramenti potrebbero convergere in modo unitario invocando il “voto di coscienza” – un’ingenuità questa davvero imperdonabile che denuncia la totale non conoscenza di quanto ci viene insegnato da tempo dai cosiddetti modelli a massa critica. (Una volta avviato, un processo di trasformazione politica raggiunge il fine desiderato solo se il numero di coloro che ad esso aderiscono raggiunge il fine desiderato solo se il numero di coloro che ad esso aderiscono raggiunge una certa soglia, cioè la massa critica. Diversamente, il processo collassa o addirittura degenera). Per l’altro verso, l’opzione in questione avrebbe un esito a dir poco ridicolo: tutte le grandi matrici culturali e ideologiche presenti da tempo nel nostro paese avrebbero la possibilità di esprimersi e di confrontarsi dialetticamente sulla scena politica, eccetto la matrice di pensiero cattolico! La linea di pensiero liberale, quella radical-repubblicana, quella nazional-popolare e quella socialista sarebbero titolate a presentarsi con i rispettivi programmi al giudizio degli elettori, ma non quella dei cattolici, i quali “per dire la loro” dovrebbero bussare all’una o all’altra porta, per chiedere ”ospitalità”. Un chiarimento concettuale può essere opportuno prima di procedere. Occorre sempre distinguere i valori dai principi. I valori sono sempre negoziabili, proprio perché sono valori. I principi invece non possono essere negoziati, ma solo cambiati o trasformati. Ora, chi può cambiarli non è la politica, ma la società civile organizzata, alla quale si deve, in ultima istanza, la produzione di cultura. La ragione è presto detta: le istituzioni politiche sempre riflettono le strutture esistenti di potere, incardinate su certi insiemi di principi. E la logica del potere (economico, politico) è sempre la stessa: non cambiare i principi! Ecco perché deve entrare in azione il terzo vertice del triangolo magico, la società civile, appunto, intesa però in senso non hegelo-marxiano, ma aristotelico.
Arrivo così alla terza opzione, quella che considero maggiormente funzionale rispetto alle pressanti esigenze del nostro paese nell’attuale momento storico. L’idea è quella dell’associazionismo politico: i cattolici italiani convergono su un ben definito progetto politico connotato da un insieme di punti qualificanti. Ne cito alcuni: la vita della persona umana come bene intangibile; il superamento del modello binario Stato-Mercato a favore del modello ternario: Stato-Mercato-Società civile; l’affermazione della soggettività economica e sociale della famiglia fondata sul matrimonio; la tensione verso un’economia civile di mercato. Come noto, l’economia civile di mercato si differenzia sia dall’economia neoliberista di mercato, cara alle piattaforme di destra; sia dall’economia sociale di mercato, cara alle piattaforme di sinistra. L’economia civile di mercato è il nucleo duro della tradizione culturale cattolica in ambito socio-economico – come la recente Dottrina Sociale della Chiesa va riconoscendo – ma i cattolici italiani sono sempre andati a rimorchio o della tradizione liberale (cattolici-liberali) o della tradizione socialdemocratica (cattolici-democratici). È così accaduto che per fare in modo che alcune loro richieste minimali venissero accolte, come la libertà di educazione, il principio di sussidiarietà circolare, il pluralismo delle forme di impresa, etc., i cattolici hanno dovuto accettare compromessi che hanno offuscato e annacquato la loro identità. Di qui la imperdonabile irrilevanza politica dei cattolici italiani nel corso dell’ultimo quarto di secolo. Ma è mai possibile – ci si deve chiedere – che il personalismo cristiano (di E. Mounier, J. Maritain e altri) non possa ambire ad essere riconosciuto nella sfera pubblica alla stessa stregua dell’individualismo e del comunitarismo? Quanto a dire, perché mai si continua a confondere laicità e laicismo?
Nessuna forza politica può imporsi a lungo se non è guidata da un pensiero pensante. Il solo pensiero calcolante non basta. (Ricordiamo sempre il monito di J.M. Keynes: nel bene o nel male, sono le idee e non gli interessi a tracciare il corso della storia). In certe fasi storiche e per brevi periodi, la mancanza di pensiero pensante può essere surrogata dalla presenza di un leader carismatico che provvede alla bisogna. Ma a lungo andare, la leadership personale, per quanto autorevole, mai potrà sostituire la funzione svolta da una visione politica aperta al futuro. Mancando di quest’ultimo ed avendo abbandonato il pensiero forte del socialismo (nella versione sia libertaria sia marxista), la sinistra si trova oggi culturalmente acefala, priva di quelle strutture e categorie di pensiero che sole possono dare il senso dell’incedere, cioè la direzione di marcia. Si può infatti pensare di raccogliere le sfide poste dal dilagante fenomeno del riscaldamento planetario, dalle nuove migrazioni, dalla sicurezza cibernetica, dall’ampliamento delle disuguaglianze, dalla crisi della democrazia rappresentativa, dalla sempre più evidente deriva oligarchica dei mercato senza un coerente sistema di valori organizzati?
La conseguenza di tale mancanza è sotto gli occhi di tutti. Abbandonata la sponda del sociale, della solidarietà intergenerazionale, la sinistra è passata ad abbracciare le ragioni dell’individualismo assiologico, per timore di essere tacciata di rigurgiti collettivistici. La difesa dei diritti individuali – civili e politici - è così diventata la nuova frontiera della politica, ignorando però – e questo è stato un grave errore teorico – che è il personalismo e non già l’individualismo ad assicurare la “migliore” e più efficace difesa dei diritti individuali. Se ne sono visti i risultati (e la gente l’ha ormai capito): non si riesce a difendere i diritti a partire da posizioni deboliste che negano l’irriducibile relazionalità della persona. E ciò per l’ovvia ragione che il primo dei diritti è quello alla socialità e al riconoscimento reciproco (nel senso di Honneth). Togliere a coloro che desiderano impegnarsi in politica, e soprattutto ai giovani, la possibilità o quanto meno la prospettiva di battersi per realizzare un disegno istituzionale mirato alla felicità pubblica è stato il grave limite della sinistra, oltre che della destra.
È accaduto così che, nel corso dell’ultimo quarto di secolo, si è andato affermando, nella prassi politica, il seguente dualismo: si applica il codice simbolico del bene totale quando ci si occupa di bioetica o di diritti individuali; si invoca invece il codice del bene comune quando si devono affrontare questioni come quella del lavoro o del nuovo welfare. Ma come si è potuto non capire che non si può essere seguaci di due logiche così diverse come sono quelle del bene totale (che è figlio dell’etica utilitarista) e del bene comune (che invece è figlio dell’etica delle virtù)? Non si può porre sullo stesso piano la ricerca dell’efficienza - che è certamente un valore – e la ricerca della giustizia e della libertà che sono valori di ordine superiore. Una efficienza non finalizzata alla giustizia e alla libertà diviene efficientismo e, alla lunga, degrada. Ecco perché, anche nel linguaggio corrente, si parla sempre di diritti civili e quasi mai di diritti sociali ed economici. I primi sono diritti negativi, che possono essere soddisfatti con la non interferenza; i secondi sono diritti positivi, che sempre implicano una qualche redistribuzione di risorse. (Solo il Sud Africa prevede, nella propria Costituzione, la difesa dei diritti sociali!). Ci si può allora meravigliare se nel corso dell’ultimo trentennio la disuguaglianza di reddito e di ricchezza sono andate aumentando nel nostro paese?
Il messaggio forte che traluce dalla pagine del libro di Toso è che è giunto il tempo di piangere meno sui guasti di cui siamo quotidianamente testimoni e di pensare di più sui modi di ridisegnare quell’insieme di istituzioni economiche e finanziarie che sono le vere generatrici delle ingiustizie e delle tante forme di riduzione degli spazi di libertà della persona. Si pensi solo – non ho spazio per altri esempi importanti – al modo di funzionamento dell’apparato bancario-finanziario attuale: si finanziano i progetti di alcuni con i risparmi dei tanti, pur sapendo che non è moralmente accettabile che si trasferisca il rischio finanziario associato ai progetti dei pochi sulle spalle di quei soggetti che avevano affidato le loro risorse alle banche, con la convinzione che tale rischio fosse scongiurato. È perfettamente inutile che si argomenti che la creazione di istituti come le cartolarizzazioni – per finanziare progetti a lungo termine con risorse a breve termine – o che i vari tentativi, in gran parte riusciti, di trasformare gli stessi depositanti in investitori-speculatori, sulla base delle “garanzie” offerte dal mainstream economico, sono serviti ad accrescere l’efficienza generale del sistema. È inutile, perché il punto sollevato non è di natura tecnica – anche se parecchi sono stati gli errori tecnici commessi – ma di natura etica. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è eticamente lecito, a meno di accogliere la tesi nietzschiana del nihilismo morale. Ma allora bisogna avere il coraggio di dichiararlo nella sfera pubblica, il che non è mai accaduto.
Ho attribuito il nihilismo morale a Nietzsche, ma in verità esso va fatto risalire a Giuda. Gli evangelisti Marco, Matteo, Giovanni fanno derivare l’inizio del tradimento giudaico all’episodio dell’unzione di Gesù da parte di Maria nella casa di Lazzaro. Il preziosissimo olio profumato viene sparso sul corpo di Gesù, con il suo tacito consenso. I discepoli presenti sono così testimoni del fatto che Gesù è stato proclamato Messia di fronte a loro da una donna! (“Messiah” significa infatti “unto”). Tutti restano in qualche modo scandalizzati, ma solo Giuda ha il coraggio di prendere la parola. “Perché questo olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?” (Gv. 12,5). Ecco dove sta il vero pericolo della finanziarizzazione. Sollevando il “velo del denaro” di fronte ai discepoli, Giuda ottiene che questi “non vedano” più Gesù – che è la ricchezza reale – ma solo i trecento denari. E al pari di ogni intelligente speculatore finanziario – di ieri come di oggi – Giuda dichiara che il fine che lo muove è quello di aiutare i poveri. I quali – oltre che sfruttati – vengono anche strumentalizzati per coprire la perversità dei disegni dell’apostolo infedele. L’avidità, la passione dell’avere ha questa capacità mimetica: spostare l’attenzione dalla vera ricchezza – la presenza di Gesù – alla illusoria prospettiva costituita dalle “altre alternative”. E’ questo il nucleo duro del neo-machiavellismo, oggi.
I capitoli di questo breve, ma denso, saggio di Toso trattano da prospettive diverse, ma convergenti, quelle che sono le sfide che la DSC deve oggi saper raccogliere nei riguardi di quel nuovo modello di ordine sociale che è il capitalismo globale. Si tratta di contrastare l’avanzata della nuova “legge di Gresham”: l’etica cattiva scaccia dalle nostre società di mercato l’etica buona, perché i “cattivi”, pur non riuscendo a vincere sul lungo periodo, prosperano invece nel breve termine. Bisogna, allora, agire affinché durante la traversa dal breve al lungo periodo non accada che troppo alti siano i costi sociali che si vengono a determinare. Come? Intervenendo sul disegno delle istituzioni economiche e soprattutto finanziarie. Non basta affatto insistere – come taluno continua a credere, anche in ambito cattolico – sul comportamento virtuoso delle persone singole; oggi sappiamo, che occorre combattere contro le strutture di peccato, come le ha chiamate Giovanni Paolo II nella Sollicitudo Rei Socialis (1987). Si tratta, dunque, di operare perché questo avvenga, e in fretta. L’appello accorato che viene da queste pagine di Toso è come quella “voce” che costringe a sciogliere le cime e avventurarsi in mare aperto: solo così si può vincere la violenza conservatrice dell’esistente.