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Lettera alla tua famiglia

 

MATERIALI D'AUTORE

Vittorino Andreoli

(NPG 2018-08-72)


Tra le tante novità suggerite per la nuova programmazione di NPG vi è anche quella di "prendere" belle pagine da libri che aiutino a comprendere la realtà sociale ed educativa del nostro tempo.
Lo facciamo già in questo numero, e viene proprio a pennello in considerazione dell'appena concluso Sinodo sulla famiglia.
Queste pagine di Vittorino Andreoli, tratte da un suo recente libro, (pagine che abbiamo visto "citate" in vari siti parrocchiali e diocesani di PG) danno un respiro ampio e fresco nel considerare la famiglia non solo nella visione di un "anziano", ma anche in un bel dialogo con un adolescente, per fargliela capire, stimare, amare.
I titoletti sono redazionali.

Carissimo,
sento un forte desiderio di rivolgermi alla tua famiglia che, pur essendo formata da più individui e tutti con la propria specifica e ben distinta personalità, è al tempo stesso una unità inscindibile.

Una sinfonia musicale

Come un trio per archi o un quartetto, un ensemble musicale, in cui il violino, la viola da gamba e il violoncello hanno ciascuno capacità espressive tonali e melodiche proprie, ma la sonata emerge dall'insieme di tutti gli strumenti. Mi sembra questa una buona metafora della famiglia, un insieme in cui le capacità del singolo, e quindi la sua personalità irripetibile, sono fondamentali, ma devono contribuire alla riuscita di un risultato comune. Penso al contrappunto, a quando due strumenti entrano in una vera comunicazione e le note si susseguono in un dialogo serrato: la bellezza è il dialogo, non i pezzi melodici isolati di ciascuno strumento. Se suonano insieme, danno sensazioni musicali piacevoli, separatamente fanno pensare a qualche cosa di incompleto, di rotto. La famiglia è un ensemble e la sua prima caratteristica è che tutti gli strumenti partecipino, eseguano la loro parte seguendo lo spartito. Ed ecco il primo messaggio: nessuno può essere escluso dalla famiglia di cui è parte. Il gruppo non sarà mai pienamente realizzato se uno dei suoi membri non è attivo e concorde. Se uno è presente e non suona, si avverte un buco laddove lo spartito prevede il suo intervento, e l'armonia è rotta. E se uno dell'organico tace o usa il violino con rabbia invece che con delicatezza, la sonata sarà un vero disastro. Il bello dell'insieme orchestrale è che ogni elemento si lega all'altro e tutti sono in funzione dell'insieme.
Una famiglia non può essere ridotta all'uno o all'altro dei suoi componenti, non è nemmeno la somma algebrica di tutti, poiché l'insieme dà un valore aggiunto per cui ciascuno, in quanto parte di quella famiglia, acquisisce qualche cosa che non gli appartiene e che non si manifesta quando si esprime da solo.
Non so quanti sono i componenti della tua famiglia, se una coppia o un insieme allargato con figli e nonni; è chiaro che aumentando l'organico le possibilità di realizzazione musicale aumentano, anche se impegnano in un maggior sforzo di coordinamento. Nella compagine orchestrale, per la Nona Sinfonia di Beethoven si raggiungono, mettendo insieme l'organico musicale e vocale, duecento elementi, guidati da un direttore d'orchestra. Tanti ruoli legati alla sonata che si vuole realizzare.
Uno può vivere anche rinunciando all'insieme familiare, vivere da singolo, ma se decide di farsi una famiglia e quindi di rinunciare al monos per un ensemble, allora deve seguire alcune regole implicite che l'esempio orchestrale ha richiamato: essere uno tra altri per uno scopo comune, che in quel caso è l'esecuzione di una composizione musicale e per la famiglia quello di realizzare una sinfonia di sentimenti.

Luogo di sentimenti

Lo voglio dire subito: la famiglia è il luogo dei sentimenti, il risultato risiede nello stare bene insieme, in particolare nel luogo fisico della famiglia, la casa.
La casa è particolarmente importante. Lo è per me, per tutti noi italiani che la desideriamo e la curiamo fino a imprimervi uno stile di famiglia.
Ogni famiglia, a partire dalla tua a cui mi rivolgo, ha la necessità di avere una casa e una casa che aiuti il benessere dei sentimenti. La tua famiglia non può essere gravata dalla provvisorietà della casa. Provo indignazione quando sento esaltare la famiglia e dimenticare una "politica della casa", che garantisca per tutti la tana in cui vivere nei momenti di difficoltà e di gioia. La società, vista come insieme delle famiglie, deve garantire come elemento primario e inalienabile una casa a chi voglia costituire un ensemble, per vivere serenamente, il più serenamente possibile.
Mi rammarico quando sento dire che i giovani non amano più l'istituzione della famiglia e poi scopro che per poter affrontare l'onere economico di una casa è necessaria una cifra che va oltre il loro stipendio possibile e precario. E ciò accade nella società che si continua a chiamare del benessere e che obbliga i figli a stazionare sine die nella casa dei genitori. Mi auguro che ogni famiglia abbia la propria casa, poiché so quanti problemi può porre - per la realizzazione dei progetti di vita familiare - l'esserne privi.
Carissimi, sono un padre e un marito dentro una famiglia senza la quale mi riesce difficile immaginare come vivere. Mi piace fare tutto quanto mi appare utile e possibile affinché anche gli altri membri si trovino bene. La mia serenità produce legame con loro e ciò significa al contempo sicurezza per me.
Questa è la vita di una famiglia: tu stai bene perché l'insieme, gli altri, stanno bene con te e ogni azione tu rivolga a loro, si riflette positivamente su di te. E non crediate che la mia esistenza sia un idillio, vivo all'interno di una famiglia che ha conosciuto difficoltà e dolore e che è fatta di fragilità.
A ventotto anni mi sono sposato, ho contribuito a generare tre figlie e da allora, a organico completo, ho suonato in un quintetto. Adesso vivono in una loro casa, ma regolarmente ci riuniamo e continuiamo a suonare. Ognuno di noi esercita un compito proprio fuori casa, legato alle caratteristiche di ciascuno, alla propria professione, ma quando i solisti rientrano, l'ensemble si ordina per una sonata di famiglia, e abbiamo fatto cose straordinarie.
Straordinarie anche se solcate talora dal dolore, tra il dispiacere, le difficoltà, le incomprensioni. Molte volte ho sentito la famiglia come un vincolo insopportabile, talora mi è sembrato di non essere capito e di venire criticato, come se io fossi inadeguato. Momenti in cui la famiglia mi è apparsa un inferno nemico, con la sensazione di aver sbagliato tutto.
Ma da trentasette anni faccio parte dell'organico e ora so che una famiglia cambia, che ha capacità di rinnovarsi, di ricrearsi.

La famiglia "regge"

Non saprei vivere senza questa famiglia, non perché sia legato da una dipendenza, dalla incapacità a una esistenza solitaria, ma perché sto bene e perché qui trovo la forza di vivere dentro il mondo, di andare per il mondo sapendo e pensando sempre al mio punto di riferimento. La famiglia non mi toglie la libertà di agire da singolo, ma mi dà la forza di farlo.
Insomma sono parte di una famiglia che non è né perfetta, né un esempio di romanticismo poetico, ma ha retto ed è rimasta, tra qualche scossone e seguendo l'andamento da alta a bassa marea, il luogo dei sentimenti.
Chi pensa che l'affetto sia uno status continuo o che si spenga in funzione dell'età, sbaglia.
Se pensate che una famiglia vecchia abbia consumato gli affetti e sia chiusa dentro le coordinate del minimalismo, vi ingannate.
Io sono un vecchio entusiasta di una vecchia famiglia, e proprio ora, in questa fase della mia esistenza, scopro picchi affettivi straordinari, certo diversi, ma non per questo meno significativi e belli di un tempo.
Se pensate che il gusto della relazione totale, che certo mescola anche i corpi, sia una proprietà esclusiva della giovinezza, siete in errore. Se credete che, diminuendo il vigore delle passioni, si è fuori dall'amore, prendete un grande abbaglio. Le relazioni affettive sono sempre nuove per tonalità, per eleganza, per l'accumulo dell'esperienza passata: un racconto musicale barocco, non privo di improvvisazioni e di qualche resurrezione. Oltre il tempo: una durée che parla di infinito.
Occorre non dimenticare che gli organi dell'amore sono degli evidenziatori del sentimento ma che il sentimento non si può ridurre alla loro capacità di movimento ginnico.
Sono felice di essere vecchio e lo sono proprio alla luce di quel corpo segnato dal passato, dalle rughe che porto in volto e che non hanno bisogno di un chirurgo plastico, ma semplicemente di un lettore attento che sappia riconoscere in quei segni una lunga storia, un passato di gioia e di dolore e di molta gioia legata alla vittoria su tanti dolori.
Provo tristezza per tutti i vecchi sofferenti di giovanilismo, impasticcati di afrodisiaci. Sentono il bisogno di scoppiettare perché non hanno ancora scoperto il silenzio e, nel silenzio, l'ombra dei sentimenti.
Alla mia età fa l'amore anche il passato e io ormai sono fatto più di passato che di cronaca.
La coppia è già una famiglia e ogni famiglia con figli ha vissuto un tempo di coppia e certo lo ha apprezzato. È bellissimo un legame d'affetto tra un lui e una lei che sentono di appartenersi e che finiscono per considerare l'altro come il proprio mondo, sovente come tutto il mondo.
Io credo che sia nel diritto di ciascuna coppia decidere se avere figli e sono convinto che i risultati della scienza possano sempre essere a vantaggio dell'uomo e che anche la possibilità di regolare le nascite e di ritmarle con la consapevolezza e persino con un piano familiare, valutato insieme come scelta appropriata, sia un raggiungimento positivo.

La presenza del figlio

Certo, non posso non esprimere la grandezza e la bellezza di fare un bambino, per me la famiglia, fin dall'inizio, era finalizzata anche a questo.
Per lei, per me, creare un figlio dal nulla, sentire che potevamo mettere al mondo chi avrebbe potuto non giungere mai alla esistenza, si era mostrata subito come una possibilità piena di mistero e di fascino. Abbiamo sentito, proprio in questa decisione, la differenza tra il nulla e una vita: dal nulla al volto di un bambino che con noi avrebbe mostrato la propria umanità.
Non solo metterlo al mondo, ma partecipare alla sua crescita, che non è il rigonfiamento di un esistente che muta solo la propria dimensione, ma indurre, ordinare, plasmare quel nulla, ci appariva una grande avventura.
Insomma, è straordinario sapere che tu e tua moglie avete fatto un bambino e lo avete aiutato a crescere e che si staccherà da voi, prima o dopo, ed esisterà anche senza di voi, ma che non poteva venire al mondo e crescere senza di voi.
Bisogna stare attenti, tuttavia, a non limitarci al generare; educare è altrettanto bello: un processo in cui si apprende molto, in cui si sperimentano nuove dimensioni della propria umanità. Si cresce l'altro crescendo se stessi.
Se si diventa genitore mettendo al mondo un figlio, per diventare padre e madre occorre dedicare tutta la propria vita.
Sono due tappe tra loro diverse.

Educare, non solo generare

La divisione tra le due funzioni risalta in maniera chiara nell'adozione, dove una coppia diventa padre e madre di un bambino che non ha generato. D'altra parte si può generare e poi essere padri o madri mancati. Essere madre e padre permette di acquisire di sé una dimensione e una potenzialità nuove che senza un figlio nemmeno si immaginano e che con lui si scoprono e finiscono per cambiare il senso e la vita di ciascuno.
Nella famiglia si sono affermati i princìpi di sussidiarietà e del vantaggio reciproco. Si potrebbe giungere a dire che la famiglia è un sistema di economia bilanciata dei sentimenti. Mi ribello sempre quando sento un padre e una madre che si lamentano per quanto danno ai figli e per il poco o nulla o, peggio ancora, per il male che ricevono in cambio. Si tratta semplicemente di incapacità a fare i bilanci, dimenticando voci importanti e non attribuendo il giusto valore ai sentimenti.
Una vita non si può ridurre all'attimo della delusione, ignorando il passato e senza immaginare un futuro. Conosco famiglie che hanno un figlio handicappato e si dedicano a educarlo traendo da una fatica maggiore una soddisfazione ancora più alta, e sono tutt'altro che masochisti e imparano quanto ingiusto sia parlare di handicappati invece che di persone diversamente dotate.
Carissimi, sto facendo ogni sforzo per potervi trasmettere il mio pensiero o meglio, i miei sentimenti relativi al crescere ed educare un figlio e lo faccio perché vorrei che non aveste paura dei figli. Una paura che sento dominare nella società attuale come se l'idea di un figlio facesse scattare una serie di difese, di riparo dai rischi. In primis la paura che nasca o cresca con qualche difetto. È la sindrome di "Cicciobello", il desiderio che un figlio debba essere in tutto simile a uno stereotipo, a un modello che la società presenta alla stessa maniera di un'automobile o di un computer.
Il figlio non porta una griffe, è un essere umano che ha bisogno di un padre e di una madre per crescere tenendo conto delle sue capacità, di ciò che vorrebbe e potrebbe fare nel mondo fisico e in quello delle emozioni e degli affetti. È un "oggetto" in corso d'opera per sempre, sia pure con fasi di diverso impegno e significato.
Ciò di cui ha soprattutto bisogno è l'amore, l'unico bene che non si vende al mercato. E si dà amore ricevendone e allora chi dà amore è sempre qualcuno che lo vuole ricevere: ecco di nuovo l'economia applicata ai sentimenti.
Come avete colto non sono molto convinto che i figli siano dei pesi e tanto meno delle disgrazie, piuttosto credo che l'esistenza sia molto complessa e variabile e che talora la vorremmo diversa da come si svolge. Ma ciò non giustifica il lamento e tanto meno parlare di fallimento.
Non esistono i figli-problema, ma soltanto delle condizioni che esigono risposte, e risposte concordate per le quali l'ensemble diventa una forza e in questo clima anche la disgrazia non è altro che una prova speciale. È difficile vivere con un figlio avendo in mente stereotipi o modelli vincenti e quindi essendo condizionati dal bisogno di copiare invece che dalla libertà di creare un "oggetto" irripetibile.
Creare è molto più impegnativo che copiare, non tanto per la fatica fisica o per la tecnica usata, ma perché educare significa tirare fuori, un lavoro da continuare, da continuare sempre.

(Primo capitolo del libro in edizione Rizzoli 2013)

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