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Adolescenza e quotidianità


Valerio Corradi

(NPG 2014-08-61)


La vita quotidiana degli adolescenti assume oggi, di frequente, le forme dello svuotamento di senso e della patologia esistenziale, e nasconde un’esigenza di risocializzazione alla bontà della vita di ogni giorno [1].

La riscoperta della valore positivo della quotidianità è una delle strade maestre che oggi chi vive e lavora con i giovani deve provare a percorrere. Per questo la comprensione dell’esperienza della quotidianità dei ragazzi di oggi è un momento ineludibile. Di seguito cercheremo di condurre alcune riflessioni sul rapporto giovani-quotidianità partendo dalla particolare condizione esistenziale contemporanea in modo da far emergere elementi utili per coloro che proprio nella quotidianità sono a contatto con i ragazzi di oggi.

Il tempo quotidiano

La crisi della dimensione temporale lungo la quale si dispiega l’esistenza quotidiana dell’uomo contemporaneo è legata alla più generale “perdita del senso del tempo storico” [2] a cui si assiste nella nostra epoca. Questa, più precisamente, consiste nel fatto che si sta “perdendo il senso della continuità storica, il senso di appartenenza a una successione di generazioni che affonda le sue radici nel passato e si proietta nel futuro” [3]. Ciò determina un’ossessione per il presente e per la quotidianità e una progettualità a corto raggio tramite la quale si persegue l’obiettivo minimo delle gratificazioni immediate.
Ciò è reso evidente dalla scarsa consapevolezza storica che dimostrano di possedere i ragazzi di oggi in quanto generazione. Essi non riescono neppure a presentarsi come “lost generation” (generazione perduta) in quanto avvertono la mancanza della necessità di una rottura con il passato, già di per sé privo di significato e slegato dal presente. Questa generazione sembra non essere in grado, in quanto tale, di dare alla storia un contributo dotato di originalità. Si opta, piuttosto, per la riproposizione di frammenti del passato estraendoli da quei contesti di appartenenza che solo possono conferire loro profondità e memoria [4]. Risulta subito evidente come la destrutturazione della temporalità determini una “destrutturazione del tempo biografico” [5] che si ripercuote sull’identità individuale indebolendola. I soggetti in fase di crescita diventano incapaci di concepire le proprie scelte in termini di decisioni vincolanti per il futuro e fonti di rischio e responsabilità, ma non sono nemmeno in grado di rivolgersi al passato per coglierne gli insegnamenti e per porsi in continuità con essi. Prevale così “l’abitudine a interpretare il corso della propria vita come un processo interminabile di auto-espressione e di auto-esplorazione, un girare a vuoto che non ha neppure la parvenza di un cammino verso una meta” [6].

Senza fretta di crescere

La paradossalità dell’esperienza del tempo, espressa dall’oscillazione tra fissità e accelerazione, coinvolge direttamente il cammino di maturazione personale di molti ragazzi.
Tra di essi una cospicua parte non si pone nemmeno il problema di crescere [7], rimuovendo, anzi, qualsiasi richiamo ad esso con l’adagiamento in uno stato adolescenziale cronico, e in certi casi fanciullesco, di vita.
L’atteggiamento esistenziale dominante nelle generazioni dell’inizio del XXI secolo “vuole fare tabula rasa del passato e che rifiuta ogni contatto umano con il mondo sociale perché è dominato dalle vecchie generazioni, accusate d’incapacità di vivere un’esistenza autentica” [8].
Tali tratti della condizione giovanile sono stati rappresentati, in maniere emblematica, tra l’altro, sul piano letterario, a partire dal secondo dopoguerra in romanzi come Angry young men di Osborne, L’arancia meccanica di Burgess, Il giovane Holden di Salinger e nelle opere della Beat Generation. Autori più recenti come Jeoff Dyer in Brixton Bop, al contrario, non mettono in risalto le manifestazioni di aggressività della gioventù quanto piuttosto la calma piatta e monotona che domina la sua vita. I giovani sono in generale riluttanti ad assumere, anche solo tramite una proiezione ideale, impegni per il futuro su un eventuale stabile ruolo sociale da ricoprire.
Quello che sorprende (anche se fino ad un certo punto visto l’atteggiamento complessivo delle giovani generazioni) è che pur essendo consapevoli essi stessi di trovarsi ancora in uno stato adolescenziale di vita, di quest’età molti ragazzi non possiedono né la forza trasgressiva, né la conflittualità, né la capacità si sognare. E’ come se l’adolescenza stessa fosse svuotata della sua passionalità e di tutti i suoi significati tanto celebrati. Sembrano ormai raffreddati e definitivamente tramontati anche quei “miti trasgressivi” che connotavano la giovinezza negli anni Sessanta considerati strumenti “per attingere nuove dimensioni della mente, per compiere esperienze intellettuali ed emotive più profonde di quelle consuete, per operare una sorta di trasfigurazione della propria esistenza quotidiana spesso piatta e avvilente” [9]. Per i giovani di oggi la realtà quotidiana, pur nella sua precarietà, non crea grossi problemi, essi affermano di trovarsi tutto sommato bene sia a scuola che in famiglia. In questo quadro normalizzante viene così ad assumere una disarmante monotonia lo stesso uso di droghe e l’abuso di alcolici.
Il tipo di giovane che esce da questo quadro appare privo di “miti”, di simboli, da cui magari anche polemicamente prendere le distanze, attraverso cui riconoscere sé stesso. Assenza imputabile al totale svuotamento di significato dei riti di passaggio, un tempo veri spartiacque nella vita del singolo ora ridotti a simulacri non in grado di trasmettere alcunché ma anche alla crisi l’idea di status adulto come traguardo stabile e irreversibile.

Uscire dal quotidiano

Al contrario, molti ragazzi avvertono oggi l’esigenza di evadere da una vita quotidiana che percepiscono come una dimensione nella quale “ogni primato è silenziosamente livellato. Ogni originalità è dissolta nel risaputo, ogni grande impresa diviene oggetto di transazione, ogni segreto perde la sua forza. La cura della medietà rivela una nuova ed essenziale tendenza dell’esserci: il livellamento di tutte le possibilità dell’essere” [10]. Il senso di estraniazione riguarda anche il mondo delle cose, degli oggetti che circondano i giovani, e che essi percepiscono e impiegano ogni giorno (es. spazi scolastici, autobus territorio). Lo spazio di vita quotidiano è talmente diventato il regno dell’abituale e della routine da non suscitare più nessuna emozione e da non evocare più nessun vissuto significativo. E’ uno spazio che si è completamente spersonalizzato, nel quale serpeggia un senso di estraneità quasi assoluta e dal quale si cerca di evadere per provare emozioni forti (es. assunzione di rischi sulla strada, abuso di alcol o di sostanze) oppure per ottenere gratificazioni illusorie tramite sensazioni e aggregazioni effimere ed effervescenti [11].
All’interno di questo quadro l’esperienza della musica e del gioco sembrano assumere un particolare rilievo esistenziale.
La musica sembra sottrarsi alla monotona e rilassata banalità, e in certi momenti appare in grado di far accedere i ragazzi ad una dimensione estatica assente altrove. Nella musica sembra possibile per loro vivere un’esperienza epifanica della grandiosa totalità del mondo esterno. Si stabilisce così un contatto immediato ed estemporaneo della coscienza con il mondo. La musica sembra risvegliare emozioni sopite e forse mai completamente vissute, incarnando quell’anelito all’infinito assente dalla vita quotidiana di molti giovani.
Accanto alla musica si osserva in molti casi il riemergere della dimensione del gioco, soprattutto del gioco libero (partite di calcetto, basket, ecc.). Si tratta di attività prive “di effetti collaterali, di conseguenze moleste o di complicazioni emotive. I giochi soddisfano contemporaneamente il bisogno di lasciare libera la fantasia e la ricerca di difficoltà gratuite; combinano l’esuberanza infantile con le complicazioni create intenzionalmente. (…) Sono richieste intelligenza, una determinazione estrema al servizio di attività assolutamente superflue, che non forniscono alcun contributo alla lotta dell’uomo contro la natura, al benessere, alla prosperità economica della collettività o alla sopravvivenza fisica” [12].

Riscoprire il quotidiano

Accanto al desiderio di evasione, dagli stessi ragazzi emerge il bisogno paradossale di trascendere la banalità quotidiana tornando a riconoscere il valore della quotidianità stessa. Storicamente sappiamo che per lo stesso insegnamento cristiano la vita comune, la vita di tutti i giorni, non è da considerarsi d’importanza secondaria e irrimediabilmente segnata da attività basse e inferiori (come avveniva ancora nella civiltà e nella cultura greca) ma come il teatro prediletto per la definizione di una vita altamente significativa.
Negli scritti del Nuovo Testamento compaiono un gran numero di persone ordinarie, per lo più di bassa estrazione sociale che vengono scosse nelle loro comuni esistenze. “Il pescatore o il gabelliere o il giovanotto ricco, la Samaritana o l’adultera passano direttamente dalla loro vita qualunque alla presenza di Cristo” [13] venendo chiamati ad un compito enorme cui si accompagnano profonda problematicità e tragicità. L’assolvimento di tale compito non avviene, però, mediante l’allontanamento o l’evasione dalla vita quotidiana bensì passa attraverso il riconoscimento, alla luce della divina Rivelazione, delle nuove implicazioni della stessa che preclude un nuovo, attivo e ispirato intervento nel mondo da parte dell’uomo. Il quotidiano diventa così lo spazio congeniale alla conduzione di una vita buona come insegnano le parabole dei talenti (Mt. 25, 14-30) della veste nuziale da intessere filo a filo (Mt. 22,11), dell’olio nelle lampade (Mt. 25, 1-15) e lo spazio prediletto per l’esercizio delle virtù in particolare di quella suprema della carità (1 Cor. 13,5).
Molti giovani richiedono di essere socializzati all’idea che è nella vita comune il nucleo della vita buona, affermando “che la dimensione superiore va cercata non già al di fuori dell’esistenza quotidiana, ma all’interno di essa come modo di vivere questa stessa esistenza” [14].

 

NOTE

[1] Cfr. C. Taylor, Le radici dell’Io. La costruzione dell’identità moderna, Feltrinelli, Milano, 1993.

[2] C. Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano, 1999, p.15.

[3] Ibidem, p.17.

[4] I. Vaccarini, La letteratura storico-culturale sul mutamento: la cultura moderna nei teorici della ‘postmodernità’, in AA.VV., La cultura dell’Italia contemporanea, Edizioni della Fondazione Agnelli, Torino 1990, 291-316

[5] Ibidem p.301.

[6] I. Vaccarini, Gli assoluti morali nell’epoca del pluralismo, San Paolo, Milano, 2001, p.33.

[7] Cfr. A. Cavalli- O. Galland, Senza fretta di crescere, Liguori, Napoli 1996.

[8] I. Vaccarini, Società chiusa e società aperta, Vita e Pensiero, Milano, 1994, p.57.

[9] G. Petter, Problemi  psicologici della preadolescenza e dell’adolescenza, La Nuova Italia, Firenze, 1997, p. 228.

[10] M. Heidegger, Essere e tempo, Chiodi, Milano, 1953, p.202.

[11] Cfr. M. Maffesoli, Il tempo delle tribù. Il declino dell’individualismo nelle società postmoderne, Guerini & Associati, Milano, 2004.

[12] C. Lasch, La cultura del narcisismo, cit., p.115.

[13] E. Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Vol.I, Einaudi, Torino, 1956, p.52.

[14] C. Taylor, Le radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, cit., p.39.

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