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Ora il sinodo parte

nelle chiese locali

Enzo Bianchi

Il sinodo appena celebrato sarà ricordato soprattutto per come è stato vissuto:
dal 3 al 28 ottobre oltre duecentocinquanta vescovi provenienti da tutto il mondo si sono ascoltati, ma hanno anche ascoltato i giovani che hanno saputo prendere la parola e farsi ascoltare. È stata un’assemblea che ha messo in movimento quella sinodalità tanto invocata dal papa per tutta la chiesa. Invitato da papa Francesco a partecipare ai lavori, sono stato presente e attivo secondo le mie competenze e il mio ruolo di “auditor”: confesso che, trattandosi della mia terza partecipazione a un sinodo dei vescovi (dopo quello sulla parola di Dio nel 2009 e il sinodo sull’evangelizzazione nel 2012), ho potuto misurare la novità di questa terza assise, le sue qualità profetiche ma anche le debolezze.
L’immagine che resta impressa è soprattutto quella di una chiesa che non vuole né arretrare né sentirsi paralizzata nel presente, ma che vuole camminare, seppur con qualche esitazione, nella consapevolezza di essere un corpo plurale oggi più che mai, un corpo le cui membra vivono in aree culturali diverse, in situazioni socio-politiche diverse, fino al punto da poter dire che le realtà vissute dai cristiani di alcune culture non sono “contemporanee” a quelle dei loro fratelli e sorelle di altri parti del mondo. Per molti aspetti il sinodo, terminato a Roma, inizia veramente e concretamente nelle chiese locali e sarà proprio là che si potrà misurare se si è trattato di un evento di svolta o di una semplice messa a fuoco della situazione dei giovani nel mondo. C’è chi ha scritto che questo sinodo è stato inutile. In verità un simile giudizio non solo è ingiusto e troppo semplicistico, ma si conforma a quello di quanti non riescono a discernere mai nel presente ciò che prepara faticosamente il futuro: costoro vorrebbero vedere quello che sognano in alternativa a un presente che va perciò semplicemente negato. Detto questo, vorrei non tanto fare una cronaca del sinodo, ma tentare di leggerlo nelle sue virtualità.
Innanzitutto, questo sinodo voluto da papa Francesco è stato da lui seguito ogni giorno. All’inizio dei lavori ha chiesto ai padri di parlare con libertà, con parresia, di esprimersi senza temere i possibili conflitti, di intervenire con sincerità e attenzione verso la verità da vivere nella carità, in modo da creare un confronto, un dialogo in cui apparisse il grande primato dell’ascolto. Dopo quell’esortazione iniziale, il papa ha sempre ascoltato tutto in silenzio, intervenendo solo due o tre volte con brevi espressioni che si inserivano nella trama della discussione in corso. Inoltre, le pause di silenzio volute da papa Francesco ogni cinque interventi in aula, sono state vissute da tutti come un benefico tempo di meditazione delle parole ascoltate.
A differenza dei sinodi precedenti, in questo c’è stato un ordo nella discussione, anche se non sempre rispettato dai padri: gli interventi si succedevano su punti precisi dell’Instrumentum laboris, favorendo così una più adeguata focalizzazione sui singoli temi via via in discussione. Proprio dagli interventi dei padri è emersa con evidenza la diversità, la pluralità e la complessità delle situazioni giovanili. Si è presa coscienza di un’evidenza sovente sottaciuta: un giovane di Berlino o di Milano è altra cosa rispetto a un coetaneo di Kinshasa o Manila. Non sono diversi solo i giovani, ma ancor più i loro mondi: vi sono giovani che fuggono dalle guerre, altri che soffrono la miseria e la fame, altri che sono perseguitati perché cristiani, altri ancora che migrano di terra in terra mentre i loro coetanei del ricco occidente vivono un’altra povertà, non economica ma umana, e patiscono una forte indifferenza nei confronti della religione e dunque di Dio. Le prime parole decisive che sanno dire gli uni sono pane, pace, speranza di vita; gli altri parlano innanzitutto di senso, significato del vivere… I padri sinodali, che avevano ascoltato i giovani nelle loro chiese, si sono fatti loro porta-parola, e così tutti abbiamo potuto avere una visione chiara delle sofferenze e delle speranze delle diverse e variegate gioventù.
Da tutto questo, quale risposta è emersa? Il documento finale? Non solo, direi, e non soprattutto. Questo documento, consegnato al papa perché possa decidere un’eventuale esortazione post-sinodale, risente certamente di alcuni limiti: la mancanza di teologi e biblisti tra gli esperti del sinodo, il prevalere di un’attenzione pedagogica e propedeutica al tema dei giovani, una certa timidezza là dove si attendeva non più apertura né tanto meno un cambio della dottrina, ma una “rivelazione” nel senso biblico di una presentazione capace di “alzare il velo” nell’annuncio cristiano. Mi riferisco soprattutto alla sessualità, all’affettività, alle storie d’amore. C’è stata forse paura? Sì, perché si era prodotto uno schieramento di tradizionalisti che mostravano di esser pronti ad attaccare il documento finale del sinodo come non coerente con la tradizione cattolica. E, dopo l’offensiva contro Amoris laetitia, molti padri hanno preferito tacere, sperando che nelle diverse chiese locali si percorressero quei sentieri che durante il sinodo non erano percorribili.
La martellante campagna “pretofobica”, che investe un intero corpo ecclesiale a causa dei delitti di una piccola minoranza, di fatto ha inibito una certa audacia e una libertà nell’indagare su temi decisivi per le nuove generazioni perché toccano il loro tessuto quotidiano di vita. Resto convinto che si poteva dire molto di più e meglio ai giovani sul problema della sessualità, anche se indubbiamente era già stato trattato con profonda sensibilità pastorale in Amoris laetitia (cf. §§ 150-152).
Quanto al tema della presenza della donna nella chiesa – una “parte mancante” della chiesa – si può dire che, significativamente, è stato messo a fuoco con forza solo da alcuni vescovi nord-europei e che, comunque, è una tematica rispetto alla quale la chiesa si trova in una impasse. Si continuano a fare auguri perché le donne siano presenti non solo nella diaconia ecclesiale – dove sono in numero prevalente – ma anche nei percorsi decisionali a ogni livello: chiesa universale, diocesi, parrocchia… Però non si aprono procedure che determinino la reale fattibilità di questa presenza. Si è anche chiesto che nei prossimi sinodi le religiose possano avere diritto di voto come già hanno i loro confratelli non presbiteri: bisognerebbe però studiare le modalità affinché anche dei fedeli laici di ambo i sessi, qualificati e chiamati in sinodo, possano intervenire con un voto. Tuttavia, per ora, l’assise è un sinodo di vescovi: occorrerebbe quindi una nuova comprensione dell’organismo sinodale per compiere questo passo.
Proprio per questo ritengo sia importante la terza parte del documento finale, che può anche sorprendere per il suo essere dedicata alla sinodalità o al discernimento sinodale. Significativamente, le proposizioni di questa parte hanno avuto un elevato numero di voti contrari, forse perché “la forma sinodale della chiesa qui proposta” ha sorpreso molti padri. Ma questo sinodo è stato soprattutto un evento vissuto sinodalmente e lo spirito che lo ha animato richiederà di dare inizio a un processo da dilatarsi nelle chiese locali. I paragrafi 119-127 del documento finale sono molto eloquenti sul cammino da compiere insieme da parte di tutta la chiesa, giovani compresi: “Chiesa e sinodo sono sinonimi”, ricorda papa Francesco echeggiando Giovanni Crisostomo, e la sinodalità è la forma dinamica della chiesa che fa strada insieme verso il Regno. Tutte le membra del popolo di Dio devono essere coinvolte in questa corresponsabilità che non appiattisce i ministeri e non deprime i carismi, ma li coordina in una comunione pastorale e missionaria. Così possono nascere e praticarsi l’ascolto comunitario, il confronto, l’approfondimento e quindi il discernimento di tutti per decidere ciò che tutti riguarda. Nessuno nega che questo debba avvenire sotto la guida dei pastori e nell’ascolto dei dottori (teologi) e dei profeti, ma tutti devono poter partecipare da protagonisti consapevoli alla vita e alla missione ecclesiale.
Da parte mia, nei miei interventi ho cercato di ricordare a tutti che in questa situazione di indifferenza verso Dio e verso la chiesa, propria del nostro occidente, c’è la possibilità di intrigare gli uomini e le donne di oggi attraverso l’annuncio di Gesù Cristo, l’uomo-Dio, che ci ha insegnato a vivere in questo mondo (cf. Tt 2,12) e che può in-segnare, fare segno ai giovani verso una vita buona, bella e beata. Ci sono ancora molti giovani che dicono: “Vogliamo vedere Gesù!” (Gv 12,21), ma sta a noi adulti, alla chiesa che noi siamo, trasmettere questa buona notizia e, quindi, trasmettere la fede. Qui però neanche il documento finale ha saputo chiamare a responsabilità gli adulti cristiani: sono loro, siamo noi i primi responsabili delle generazioni incredule che si affacciano oggi alla vita.

(Vita Pastorale - Dicembre 2018)

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