Giorno dopo giorno

costruire

Fratel Nimal - Bose

7 novembre 2018


In quel tempo 25una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: 26«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. 28Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». 31Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 33Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
Lc 14,25-33

“Una folla numerosa andava con lui” (v. 25). L’inizio di questo brano del vangelo sembra voler sottolineare il successo della predicazione di Gesù, eppure lui il maestro seguito da folle numerose, non guardando al numero di quelli che lo seguono, pone delle esigenze molto dure e inequivocabili per chi vuol essere suo discepolo. Per tre volte egli indica chi non può essere suo discepolo (cf. vv. 26.27.33). Ci sono molti che seguono Gesù e a volte in questa massa indistinta ci siamo anche noi, ma il Signore chiaramente fa capire che per essere discepoli autentici non basta essere tra la folla, c’è un cambiamento radicale, una conversione che ciascuno di noi deve operare.
Queste esigenze sono delineate da Gesù con parole dure che la traduzione cerca di addomesticare, ma forse dovremmo farci ferire, scandalizzare da questa espressione così forte: “Se uno non odia il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle…” (v. 26), accettando che possa determinare una reazione autentica nei suoi confronti, positiva o negativa che sia.
Gesù parla delle relazioni più profonde che ci costruiscono e che costruiamo nella nostra esistenza. Ma a ben guardare egli non dice semplicemente di odiare il padre, la madre, le altre figure familiari, ma letteralmente leggiamo: “Se uno viene a me e non odia…”, ponendo una condizione per la sequela. Le dinamiche familiari segnano nel bene e nel male la nostra vita, ma non possono essere la chiave interpretativa della nostra sequela del Signore o il modello delle nostre vite comunitarie. Al contrario Gesù ci offre la possibilità di leggere tutta la nostra storia alla luce della relazione con lui, o se vogliamo nella sua ombra dato che come discepoli ci è chiesto di essere dietro a lui (cf. v. 27). Il complesso apparato di relazioni umane che, a volte senza che ne siamo consapevoli, finisce per schiacciare e immobilizzare il nostro cammino, assume luce e peso diversi.
Anche la nostra stessa vita, quando siamo arrotolati, avvinghiati su noi stessi, può divenire un peso che ci immobilizza, da tutto questo Gesù ci vuole liberare, chiamandoci alla sequela, al cammino che ci fa andare avanti, non senza fatica, non senza assumere la propria personale croce, ogni giorno sottolinea Luca (cf. Lc 9,23), quale che sia questa croce visibile o meno, fisica, spirituale, psichica, affettiva o morale. Non possiamo liberarcene, ne possiamo far finta che non ci sia, questo implicherebbe cercare idoli, modelli da assolutizzare che ci impediscono di vedere con consapevolezza il nostro limite, l’abisso che sovente ci separa dal modello.
Gesù ci chiama seguirlo come discepoli su un cammino di liberazione che ci fa “essere” prima ancora che “fare “ o “ avere”, ci fa essere suoi discepoli, ci fa essere quel sale che dà sapore alla vita, alle relazioni, alla terra che abitiamo.
La necessità della rinuncia ai beni è spiegata con due parabole che parlano di azioni grandi che richiedono forza e determinazione: costruire una torre e andare in guerra, ma tutto dice Gesù è sempre subordinato a una riflessione, a un discernimento sui propri mezzi e limiti. Tra la dinamica del camminare dietro a Gesù e questo sedersi per valutare(cf. vv. 28.31) c’è quasi una tensione. È il luogo del cuore, dello stare con noi stessi, in un silenzio assordante di voci noi possiamo scegliere di seguire il Signore senza lasciarci imbrigliare dalle paure, dalle storie ferite, dalla durezza che in misura diversa la vita riserva a tutti. Ma proprio il mettersi in cammino è già in sé la possibilità di fare la pace con tutto ciò che dentro di noi ci paralizza e ci fa paura.
È un cammino difficile non scontato, gli inizi sono pieni di speranze ,ma lungo il cammino la meta scompare nella nebbia, e si ricomincia ogni giorno tra l’inizio e il compimento perché come canta un poeta contemporaneo:
“In mezzo c’è tutto il resto.
E tutto il resto è
Giorno dopo giorno…
Silenziosamente…
Costruire” (N. Fabi).