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Ai giovani che

non cercano più Dio

si deve parlare di Gesù

Enzo Bianchi

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Secondo il fondatore del monastero di Bose, che ha partecipato al Sinodo, solo l’annuncio di speranza fondata sulla morte e risurrezione di Cristo può smuovere questa generazione così lontana dalla Chiesa e dalla fede

Nel dicembre del 1965, su una collina tra Ivrea e Biella, dalle domande e dal sogno di un giovane nasceva il monastero di Bose. «Un gruppo di cristiani di diversa confessione», annotava nel suo Diario padre Ernesto Balducci nel 1969, «ha occupato le poche casupole lasciate vuote dal piccolo nucleo di abitanti migrati in città. Non c’è nemmeno la luce elettrica. C’è la fede paradossale di questi amici che propongono di preparare, in assoluta povertà, il cristianesimo di domani». Erano gli anni della contestazione e del concilio Vaticano II ed Enzo Bianchi aveva 22 anni. A 75 compiuti, il fondatore di quella che è diventata una realtà ecumenica che continua ad attirare giovani, sia come vocazioni al monachesimo che come spazio di ricerca, ha partecipato al Sinodo in qualità di uditore.

Quali erano le domande di ieri che l’hanno mossa e quali sono quelle che muovono i giovani oggi?
«C’è una distanza enorme tra quella stagione e questa che stiamo vivendo. La mia giovinezza era contrassegnata dal Concilio, quindi un momento di grande speranza, un desiderio di rinnovamento da parte di tutti, anziani, giovani, conservatori, progressisti. Si sentiva il bisogno di un mutamento. Iniziava il dialogo con il mondo, l’ascolto della gente, che era una novità assoluta. Cadeva di colpo all’interno della Chiesa l’intransigentismo, la diffidenza e – oserei dire – la condanna verso le realtà umane. Dentro di me abitava una grande domanda: come rendere migliore questa terra e questa Chiesa?».

E oggi, quale stagione vivono i giovani?
«In noi c’era una grande disponibilità, un entusiasmo, una convinzione, una forza, un coraggio che oggi non ci sono. Siamo in una situazione molto depressa, come la definiscono i sociologi. Mancano grandi speranze, si fa fatica a far convergenza, non si ha il coraggio di fare battaglie insieme, che siano per la pace, la giustizia, la libertà. Le società dell’Europa occidentale sono ormai incapaci di una certa insurrezione delle coscienze: c’è l’accettazione di quello che è, con minime proteste, che alla fin fine si fermano alla chiacchiera. Il mondo è davvero cambiato. E certamente in questa situazione vedo che i giovani hanno molta più difficoltà a sperare e a trovare vie di realizzazione, anche per una polis, una comunità umana che sia segnata da una situazione migliore».

Nei loro interventi qui al Sinodo, i giovani quali istanze hanno portato?
«La maggior parte di questi giovani vengono dai vari movimenti che ci sono nella Chiesa. Non erano presenti le voci dei giovani distanti, seppure battezzati… Quindi il rischio è stato di chiedere di essere più ascoltati e di trovare sostegno per i loro movimenti e le loro iniziative. Non c’è stata da parte loro un grido davvero profetico e un appello per gli altri giovani. Se non, questo sì, da parte di quei giovani che appartengono a Chiese che sono in situazioni di guerra, di persecuzione, come in Medio Oriente, Pakistan, che effettivamente mostravano la capacità di una testimonianza. Anche se ascoltandoli mi sono chiesto se la loro testimonianza è recepibile come un valore da tutti gli altri del mondo occidentale, al quale è di fatto estranea una persecuzione o una difficoltà per la vita di fede».

Lei incontra anche tanti giovani che non sono dentro il circuito ecclesiale. Che cosa le dicono?
«La grande domanda dei giovani è una vita felice. Come possono averla nelle storie di amore, nel lavoro, nel vivere con gli altri? Questa è la domanda che li accomuna tutti. Da parte nostra la risposta sovente è un teismo (modo di parlare di Dio senza riferimento alla rivelazione e a Cristo, ndr): pensiamo di parlare di Dio, ma per loro è una parola estranea, non ne sentono il bisogno, sono diversi da una generazione come la mia in cui il quaerere Deum, il cercare Dio, ci infiammava; ormai “Dio” è una parola addirittura abusata, legata al terrorismo, al fanatismo, all’integralismo, e non ne vogliono sapere. Eppure ricercano qualcosa che giustifichi la loro vita singolare, che gli dia una ragione di vivere. Credo che da parte nostra bisognerebbe tenere conto che non “Dio”, ma il Vangelo, Gesù Cristo, sono delle possibilità di annuncio, perché Gesù Cristo può intrigare con la sua vita buona, bella, in cerca di felicità e dunque anche beata. Da parte nostra non si tratta tanto di annunciare, quanto di vivere questa realtà. E mi chiedo: se non gli abbiamo trasmesso la fede, abbiamo almeno comunicato una bella vita umana? Ormai in certe zone dell’Europa neanche l’1 per cento dei giovani ha contatto con la Chiesa. Questo è il dato».

Il Sinodo ha tirato fuori qualcosa di interessante?
«Credo che il Sinodo sia stata una buona cosa per il grande ascolto che si è fatto di tutte le situazioni mondiali e perché tutti hanno parlato con libertà. Ma ci sono anche dei grossi vuoti, mi riferisco alla centralità di Gesù come risposta possibile. Si è camminato molto sulla propedeutica e sulla pedagogia per avvicinare i giovani, ma poi il vero nucleo qualche volta manca. E mi sembra che a volte si proponga una spiritualità che fa riferimento a Dio come a una nebulosa, che tenda a uno stare bene con se stessi, a un certo moralismo, che è rinnovato alla luce antropologica delle scienze umane, ma è vecchio come quello prima del Concilio, dal quale non viene fuori l’annuncio della grazia, della gratuità dell’amore che non va meritato, ma che ci salva con una vita che è annuncio di speranza fondata sulla morte e risurrezione di Gesù Cristo».

Com’è andato il confronto tra padri anziani e giovani?
«Tutti hanno mostrato questa volontà di ascolto dei giovani, ma molti padri non si sono resi conto che lo stesso linguaggio che usavano per intervenire è incomprensibile per i giovani all’interno della Chiesa, figuriamoci per quelli che sono fuori, e che sono la stragrande maggioranza. Non dobbiamo subito porci il problema dell’evangelizzazione ma, mi chiedo, come Chiesa sappiamo almeno dare un contributo per la loro umanizzazione? Dopo di che si potrà anche aprire un discorso su Dio e riconoscere la Chiesa come corpo di Cristo, ma è un cammino graduale. È inutile che andiamo ad annunciare Dio a qualcuno che non ne sente il bisogno; o proporre una Chiesa che sentono lontana o addirittura un ostacolo».

Il discernimento messo a tema ha aiutato a... fare discernimento?
«Sì, si è meditato da molte parti, limitandosi però al discernimento personale; mi sarebbe piaciuto si fosse parlato anche del discernimento comunitario. Se la Chiesa vuole essere sinodale deve passare attraverso un discernimento ecclesiale comunitario. Nel 1996 la Chiesa italiana a Palermo aveva fatto, non so come, un documento su questo tema, ma da allora non è mai stato tirato fuori».

La domanda sul ruolo della donna è stata abbastanza ripetuta. Che cosa ne pensa?
«Ci sono stati interventi molto decisi, come quello del cardinale Marx, di Monaco, ma non sono stati tantissimi. Certamente si continua a parlare del posto della donna, si fanno degli auspici, ma non si dice cosa questo possa significare. Io penso che la donna vada inserita nei processi decisionali della comunità. E poi bisogna darle diritto di parola nell’assemblea. Capisco che il problema dell’Ordine (cioè delle donne prete, ndr) non si può porre per varie ragioni, e d’altra parte la Chiesa cattolica non lo recepirebbe mai, però il diritto di parola e la presenza negli organi decisionali sono auspicabili. Il monachesimo lo insegna da secoli: un abate conta quanto una badessa, e possono governare una comunità allo stesso modo».

(a cura di Vittoria Prisciandaro - Famiglia Cristiana del 31 ottobre 2018)

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