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Il coraggio

di svuotare il cuore

Domenica XVIII T.O. (B)

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

 heart money

10,17-27 Incantati dal serpente [1]

Dalla gioia dell’incontro alla tristezza…
Il brano evangelico di Marco (10,17-27) racconta del giovane ricco, un episodio che si potrebbe intitolare: “Il percorso dalla gioia e dalla speranza alla tristezza e alla chiusura di se stesso”. Quel ragazzo, infatti, voleva seguire Gesù e lo vide e gli corse incontro, entusiasmato, per fargli la domanda: “Cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Al che, dopo l’invito a seguire i comandamenti, il Signore lo esorta: “Una cosa sola ti manca: vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo”. E il ragazzo, si fece scuro in volto e se ne andò rattristato. Possedeva infatti molti beni.
Dall’entusiasmo alla tristezza: Voleva andare con Gesù e se ne è andato per un’altra strada. Il motivo? Era attaccato ai suoi beni. Aveva tanti beni. E nel bilancio hanno vinto i beni. 

… tristezza di una vita senza orizzonte
Di fronte a tale reazione Gesù disse ai suoi discepoli con convinzione: “Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio”. Infatti “c’è un mistero nel possesso della ricchezze. Le ricchezze hanno la capacità di sedurre, di portarci a una seduzione e farci credere che noi stiamo in un paradiso terrestre. Ricordo che negli anni Settanta vidi per la prima volta un quartiere chiuso, di gente benestante; era chiuso per difendersi dai ladri, per essere sicuri. C’era anche gente buona, ma si erano rinchiusi in quella sorta di paradiso terrestre. Questo accade quando c’è la chiusura per difendere i beni: si perde “l’orizzonte”. Ed è triste una vita senza orizzonte.

L’attaccamento alle ricchezze porta alla corruzione…
Le cose chiuse si rovinano, entrano in corruzione. L’attaccamento alle ricchezze è l’inizio di ogni genere di corruzione, dappertutto: corruzione personale, corruzione negli affari, anche la piccola corruzione commerciale - come quella di coloro che sottraggono qualche etto al peso giusto di una merce - corruzione politica, corruzione nell’educazione.... Quanti “vivono attaccati al proprio potere, alle proprie ricchezze, si credono nel paradiso. Sono chiusi, non hanno orizzonte, non hanno speranza. Alla fine dovranno lasciare tutto.

…e alla sterilità
In una parabola Gesù parla dell’uomo che con vesti eleganti tutti i giorni si dava a lauti banchetti: costui era tanto chiuso in se stesso che non vedeva più al di là del suo naso: non vedeva che lì alla porta di casa sua c’era un uomo che aveva fame e anche ammalato, piagato. La stessa cosa accade a noi: l’attaccamento alle ricchezze ci fa credere che tutto sta bene, c’è un paradiso terrestre, ma ci toglie la speranza e ci toglie l’orizzonte. E vivere senza orizzonte è una vita sterile, vivere senza speranza è una vita triste.

Non attaccamento ma amministrazione delle ricchezze
Qui si sta criticando l’“attaccamento” e non l’“amministrare bene le ricchezze”. Le ricchezze, infatti, sono per il bene comune, per tutti, e se il Signore le concede a qualcuno, è per il bene di tutti, non per se stesso, non perché le chiuda nel suo cuore, che poi con questo diventa corrotto e triste.

L’incanto del serpente
Gesù usa un’espressione forte: “Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio”. Le ricchezze, sono come il serpente nel paradiso terrestre, incantano, ingannano, ci fanno credere che siamo potenti, come Dio. E alla fine ci tolgono il meglio, la speranza, e ci buttano nel brutto, nella corruzione. Perciò Gesù afferma: È più facile che un cammello passi nella cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli.

Aprirsi… all’orizzonte
Da ciò deriva un consiglio valido per ognuno: chi possiede delle ricchezze deve fare riferimento alla prima beatitudine: “Beati i poveri in spirito”; cioè spogliarsi di questo attaccamento e fare che le ricchezze che il Signore gli ha dato siano per il bene comune. L’unica maniera di agire è aprire la mano, aprire il cuore, aprire l’orizzonte. Se invece tu hai la mano chiusa, hai il cuore chiuso come quell’uomo che faceva i banchetti e indossava vesti lussuose, non hai orizzonti, non vedi gli altri che hanno bisogno e finirai come quell’uomo: lontano da Dio. Lo stesso è accaduto al giovane ricco: aveva la strada per la felicità, la cercava e... perde tutto. A causa del suo attaccamento alle ricchezze finisce come uno sconfitto.
Dobbiamo quindi, chiedere a Gesù la grazia di non essere attaccati alle ricchezze per non correre il pericolo della chiusura del cuore, della corruzione e della sterilità.

10,17-27 Il coraggio di svuotare il cuore [2]

Lo Spirito spinse il giovane ricco all’incontro con Gesù.
L’incontro di Gesù con il giovane ricco (Mc 10,17-27) è una storia che abbiamo sentito tante volte: un uomo cerca Gesù e si getta in ginocchio davanti a lui. E lo fa davanti a tutta la folla, perché aveva tanta voglia di sentire le parole di Gesù e nel suo cuore qualcosa lo spingeva. Così, in ginocchio davanti a lui gli chiede cosa debba fare per avere in eredità la vita eterna. A muovere il cuore di quest’uomo era lo Spirito Santo. Era infatti un uomo buono perché fin dalla sua giovinezza aveva osservato i comandamenti”. Essere buono però non era sufficiente per lui: voleva di più! Lo Spirito Santo lo spingeva!

Gesù lo guardò con amore e gli fece una proposta
Gesù fissò lo sguardo su di lui, contento di sentire queste cose. Tanto che il Vangelo dice che lo amò. Anche Gesù sentiva questo entusiasmo. E gli fa la proposta: vendi tutto e vieni con me a predicare il Vangelo! Ma, si legge nel racconto dell’evangelista, l’uomo, sentendo queste parole, si fece scuro in volto e se ne andò rattristato.
Quell’uomo buono era venuto con speranza, con gioia, a trovare Gesù. Ha fatto la sua domanda. Ha sentito le parole di Gesù. E prende una decisione: andarsene. Così quella gioia che lo spingeva, la gioia dello Spirito Santo, diviene tristezza. Marco racconta infatti che se ne andò rattristato perché possedeva tanti beni.

… ma il suo cuore era pieno
Il problema era che il suo cuore inquieto per via dello Spirito Santo, che lo spingeva ad avvicinarsi a Gesù e a seguirlo, era un cuore pieno. Ma lui non ha avuto il coraggio di svuotarlo. E ha fatto la scelta: i soldi! Aveva un cuore pieno di soldi. Eppure non era un ladro, un reo. Era un uomo buono: mai aveva rubato, mai truffato. I suoi erano soldi onesti. Ma il suo cuore era imprigionato lì, era legato ai soldi e non aveva la libertà di scegliere. Così, alla fine, i soldi hanno scelto per lui.

Anche oggi tanti giovani vogliono seguire Gesù..
Tanti giovani sentono nel loro cuore questa chiamata ad avvicinarsi a Gesù. E sono entusiasti, non hanno paura di andare davanti a Gesù, non hanno vergogna a inginocchiarsi. Proprio come ha fatto il giovane ricco, con un segno pubblico, dando una dimostrazione pubblica della loro fede in Gesù Cristo.
Anche oggi sono tanti questi giovani che vogliono seguire Gesù. Ma quando hanno il cuore pieno di un’altra cosa, e non sono tanto coraggiosi per svuotarlo, tornano indietro. E così quella gioia diviene tristezza. Quanti giovani hanno quella gioia della quale parla san Pietro nella prima lettera (1,3-9: “Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede”. Davvero questi giovani sono tanti, ma c’è qualcosa in mezzo che li ferma […].

Pregare perché il loro cuore divenga libero
Quando noi chiediamo al Signore di inviare vocazioni perché annuncino il Vangelo, lui le invia. C’è chi dice sconsolato: “Padre, ma come va male il mondo: non ci sono vocazioni di suore, non ci sono vocazioni di preti, andiamo alla rovina!”. Invece di vocazioni ce ne sono tante. Ma allora, se ce ne sono tante, perché dobbiamo pregare perché il Signore le invii? Dobbiamo pregare perché il cuore di questi giovani possa svuotarsi: svuotarsi di altri interessi, di altri amori. Perché il loro cuore divenga libero. Ecco la vera, grande preghiera per le vocazioni: Signore, mandaci suore, mandaci preti; difendili dall’idolatria della vanità, dall’idolatria della superbia, dall’idolatria del potere, dall’idolatria del denaro. Dunque la nostra preghiera è per preparare questi cuori per poter seguire da vicino Gesù.

10,17-27 Aprire il cuore alla gioia [3]

L’incontro del giovane ricco…
Un giovane si è avvicinato a Gesù per seguirlo (10,17-27): un “bravo giovane” tanto da riuscire a conquistare il cuore di Gesù, il quale, si legge, “fissò lo sguardo su di lui” e “lo amò”. A quel giovane Gesù fece una proposta: “Una sola cosa ti manca: vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e vieni con me”; ma a queste parole egli “si fece scuro in volto e se ne andò rattristato”.
Il giovane, non è stato capace di aprire il cuore alla gioia e ha scelto la tristezza. Ma perché? La risposta è chiara: Perché possedeva molti beni. Era attaccato ai beni. Del resto, Gesù stesso aveva avvisato che non si può servire due padroni: o servi il Signore o servi le ricchezze. Le ricchezze non sono cattive in se stesse, la cattiveria è “servire la ricchezza”. Fu così che il giovane se ne andò triste: “Egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato”.

… getta luce sulla nostra vita quotidiana…
È questo un episodio che getta luce anche sulla vita quotidiana nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità, nelle nostre istituzioni: qui infatti, se troviamo gente che si dice cristiana e vuole essere cristiana ma è triste, vuol dire che succede qualcosa che non va. Ed è compito di ognuno aiutare questa gente a trovare Gesù, a togliere quella tristezza, perché possa gioire del Vangelo, possa avere questa gioia che è propria del Vangelo.
Davanti alla rivelazione, davanti all’amore di Dio, davanti alle emozioni dello Spirito Santo il cristiano è un uomo, una donna di stupore.

… sulla nostra capacità di stupirci
Una parola - “stupore” - ritorna anche alla fine del brano evangelico, quando Gesù spiega agli apostoli che quel ragazzo tanto bravo non è riuscito a seguirlo, perché era attaccato alle ricchezze e dice che è molto difficile che un ricco, uno che è attaccato alle ricchezze, entri nel regno dei Cieli. Si legge infatti che loro, “più stupiti”, dicevano: “E chi può essere salvato?”.
L’uomo, il cristiano può essere talmente stupito di fronte a tanta grandezza e tanta bellezza, da pensare: “Io non ce la faccio. Non so come si fa!”. La risposta che Gesù dà guardando in faccia i suoi discepoli è consolante: “Impossibile agli uomini - non ce la facciamo... - ma non a Dio!”. Possiamo, cioè, vivere la “gioia cristiana”, lo “stupore della gioia”, e salvarci dal vivere attaccati ad altre cose, alle mondanità, soltanto con la forza di Dio, con la forza dello Spirito Santo”.
Perciò, chiediamo oggi al Signore che ci dia lo stupore davanti a lui, davanti a tante ricchezze spirituali che ci ha dato; e con questo stupore ci dia la gioia, la gioia della nostra vita e di vivere in pace nel cuore le tante difficoltà; e ci protegga dal cercare la felicità in tante cose che alla fine ci rattristano: promettono tanto, ma non ci daranno niente! Ricordatevi bene: un cristiano è un uomo e una donna di gioia, di gioia nel Signore; un uomo e una donna di stupore.

10,17-30 Tre scene, tre sguardi di Gesù [4]

1. La prima scena presenta l’incontro tra il Maestro e un tale che - secondo il passo parallelo di Matteo - viene identificato come “giovane”. L’incontro di Gesù con un giovane. Costui corre verso Gesù, si inginocchia e lo chiama “Maestro buono”. Quindi gli chiede: “Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”, cioè la felicità. (v. 17). “Vita eterna” non è solo la vita dell’aldilà, ma è la vita piena, compiuta, senza limiti. Che cosa dobbiamo fare per raggiungerla? La risposta di Gesù riassume i comandamenti che si riferiscono all’amore verso il prossimo. Al riguardo quel giovane non ha nulla da rimproverarsi; ma evidentemente l’osservanza dei precetti non gli basta, non soddisfa il suo desiderio di pienezza. E Gesù intuisce questo desiderio che il giovane porta nel cuore; perciò la sua risposta si traduce in uno sguardo intenso pieno di tenerezza e di affetto. Così dice il Vangelo: “fissò lo sguardo su di lui, lo amò” (v. 21). Si accorse che era un bravo ragazzo… Ma Gesù capisce anche qual è il punto debole del suo interlocutore, e gli fa una proposta concreta: dare tutti i suoi beni ai poveri e seguirlo. Quel giovane però ha il cuore diviso tra due padroni: Dio e il denaro, e se ne va triste. Questo dimostra che non possono convivere la fede e l’attaccamento alle ricchezze. Così, alla fine, lo slancio iniziale del giovane si smorza nella infelicità di una sequela naufragata.

2. Nella seconda scena l’evangelista inquadra gli occhi di Gesù, e stavolta si tratta di uno sguardo pensoso, di avvertimento: “Volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!” (v. 23). Allo stupore dei discepoli, che si domandano: “E chi può essere salvato?” (v. 26), Gesù risponde con uno sguardo di incoraggiamento – è il terzo sguardo – e dice: la salvezza è, sì, “impossibile agli uomini, ma non a Dio!” (v. 27). Se ci affidiamo al Signore, possiamo superare tutti gli ostacoli che ci impediscono di seguirlo nel cammino della fede. Affidarsi al Signore. Lui ci darà la forza, Lui ci dà la salvezza, Lui ci accompagna nel cammino.

3. E così siamo arrivati alla terza scena, quella della solenne dichiarazione di Gesù: “In verità vi dico: chi lascia tutto per seguirmi avrà la vita eterna nel futuro e il centuplo già nel presente” (cfr vv. 29-30). Questo “centuplo” è fatto dalle cose prima possedute e poi lasciate, ma che si ritrovano moltiplicate all’infinito. Ci si priva dei beni e si riceve in cambio il godimento del vero bene; ci si libera dalla schiavitù delle cose e si guadagna la libertà del servizio per amore; si rinuncia al possesso e si ricava la gioia del dono. Quello che Gesù diceva: “Si è più beati nel dare che nel ricevere” (cfr At 20,35).

Lasciarsi conquistare dallo sguardo di Gesù
Il giovane non si è lasciato conquistare dallo sguardo di amore di Gesù, e così non ha potuto cambiare. Solo accogliendo con umile gratitudine l’amore del Signore ci liberiamo dalla seduzione degli idoli e dalla cecità delle nostre illusioni. Il denaro, il piacere, il successo abbagliano, ma poi deludono: promettono vita, ma procurano morte. Il Signore ci chiede di distaccarci da queste false ricchezze per entrare nella vita vera, la vita piena, autentica, luminosa. E io domando a voi, giovani, ragazzi e ragazze, che siete adesso in piazza: “Avete sentito lo sguardo di Gesù su di voi? Che cosa volete rispondergli? Preferite lasciare questa piazza con la gioia che ci dà Gesù o con la tristezza nel cuore che la mondanità ci offre

10,20 Lasciare tutto [5]

Occorre riconoscere che l’accidia è una realtà che molto spesso ci attacca, una minaccia alla nostra vita quotidiana di pastori. Umilmente dobbiamo sapere che esiste in noi ed alimentarci con la parola di Dio che ci dà la forza per volere, desiderare ed essere fermamente decisi. Invece, il nuovo comandamento è totale: sappiamo che l’odio si vince con l’amore, la violenza con la tenerezza: “Vedere con gli occhi dell’immaginazione le sinagoghe, le città e i borghi dove Cristo nostro Signore predicava” (ES 91). È il lavoro di ogni giorno, la costanza apostolica, quel “voglio, desidero ed è mia ferma decisione” (ES 98) di tutti i giorni..., senza abbassare la guardia. Non basta il “tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza” (Mc 10,20). Il “vieni e seguimi” è come quello di Pietro, che lascia tutto (Lc 18,28-30).

10,21.51 Guardare con gli occhi di Dio (AL 323)

È una profonda esperienza spirituale contemplare ogni persona cara con gli occhi di Dio e riconoscere Cristo in lei. Questo richiede una disponibilità gratuita che permetta di apprezzare la sua dignità. Si può essere pienamente presenti davanti all’altro se ci si dona senza un perché, di-menticando tutto quello che c’è intorno. Così la persona amata merita tutta l’attenzione. Gesù era un modello, perché quando qualcuno si avvicinava a parlare con lui, fissava lo sguardo, guardava con amore (cfr Mc 10,21). Nessuno si sentiva trascurato in sua presenza, poiché le sue parole e i suoi gesti erano espressione di questa domanda: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10,51). Questo si vive nella vita quotidiana della famiglia. In essa ricordiamo che la persona che vive con noi merita tutto, perché ha una dignità infinita, essendo oggetto dell’immenso amore del Padre. Così fiorisce la tenerezza, in grado di suscitare nell’altro la gioia di sentirsi amato. Essa si esprime in particolare nel volgersi con attenzione squisita ai limiti dell’altro, specialmente quando emergono in maniera evidente.

10,21 La vicinanza dello sguardo (EG 269) 

Gesù stesso è il modello di questa scelta evangelizzatrice che ci introduce nel cuore del popolo. Quanto bene ci fa vederlo vicino a tutti! Se parlava con qualcuno, guardava i suoi occhi con una profonda attenzione piena d’amore: “Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò” (Mc 10,21). Lo vediamo aperto all’incontro quando si avvicina al cieco lungo la strada (cfr Mc 10,46-52) e quando mangia e beve con i peccatori (cfr Mc 2,16), senza curarsi che lo trattino da mangione e beone (cfr Mt 11,19). Lo vediamo disponibile quando lascia che una prostituta unga i suoi piedi (cfr Lc 7,36-50) o quando riceve di notte Nicodemo (cfr Gv 3,1-15). Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine di questo stile che ha contrassegnato tutta la sua esistenza.
Affascinati da tale modello, vogliamo inserirci a fondo nella società, condividiamo la vita con tutti, ascoltiamo le loro preoccupazioni, collaboriamo materialmente e spiritualmente nelle loro necessità, ci rallegriamo con coloro che sono nella gioia, piangiamo con quelli che piangono e ci impegniamo nella costruzione di un mondo nuovo, gomito a gomito con gli altri. Ma non come un obbligo, non come un peso che ci esaurisce, ma come una scelta personale che ci riempie di gioia e ci conferisce identità.

10,21 Stare come Gesù, presenti (LS 226) 

Stiamo parlando di un atteggiamento del cuore, che vive tutto con serena attenzione, che sa rimanere pienamente presente davanti a qualcuno senza stare a pensare a ciò che viene dopo, che si consegna ad ogni momento come dono divino da vivere in pienezza. Gesù ci insegnava questo atteggiamento quando ci invitava a guardare i gigli del campo e gli uccelli del cielo, o quando, alla presenza di un uomo in ricerca, “fissò lo sguardo su di lui” e “lo amò” (Mc 10,21). Lui sì che sapeva stare pienamente presente davanti ad ogni essere umano e davanti ad ogni creatura, e così ci ha mostrato una via per superare l’ansietà malata che ci rende superficiali, aggressivi e consumisti sfrenati.

10,28-31 Lo stipendio dei discepoli [6]

Lo sconcerto dei discepoli
Al quel giovane che voleva seguirlo (Mc 10,17-27), il Signore ha detto che una cosa gli mancava: vendere tutto quello che aveva per darlo ai poveri: “avrai un tesoro nel cielo”. Ma a queste parole quel giovane si fece scuro in volto e se ne andò rattristato.
Gesù riprese il discorso e disse ai discepoli: “Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio”. E i discepoli erano sconcertati dalle sue parole. Ma Gesù riprese e disse loro: “Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio”.

La domanda di Pietro
Pietro assicura a Gesù: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Come a dire: “E a noi, che? Quale sarà il nostro stipendio? Abbiamo lasciato tutto”. In poche parole: “i ricchi che non hanno lasciato niente – ad esempio, quel ragazzo che non voleva lasciare le sue ricchezze - non entreranno nel regno di Dio, ma noi? Quale sarà il nostro guadagno?”.
La questione è che i discepoli capivano Gesù a metà, perché la conoscenza di Gesù, pienamente, avvenne quando è venuto lo Spirito Santo. E infatti Gesù risponde loro: “Sì, vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa, fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte, insieme a persecuzioni”. In pratica Gesù risponde indicando un’altra direzione e non promette le stesse ricchezze che aveva quel ragazzo. Proprio questo avere tanti fratelli, sorelle, madri, padri, beni è l’eredità del regno, ma con la persecuzione, con la croce. E questo cambia.

Non si può avere il cielo e la terra
Ecco perché, quando un cristiano è attaccato ai beni, fa la brutta figura di un cristiano che vuole avere due cose: il cielo e la terra. E la pietra di paragone è proprio quel che dice Gesù: la croce, le persecuzioni, vuol dire negare se stesso, subire ogni giorno la croce.
Da parte loro, i discepoli avevano questa tentazione: seguire Gesù, ma poi quale sarà la fine di questo buon affare? Pensiamo alla mamma di Giacomo e Giovanni quando chiese a Gesù un posto per i suoi figli: “Ah, questo me lo fai primo ministro, questo ministro dell’economia”. Era l’interesse mondano nel seguire Gesù: ma poi il cuore di questi discepoli è stato purificato, purificato, purificato fino alla Pentecoste, quando hanno capito tutto.
La gratuità nel seguire Gesù è la risposta alla gratuità dell’amore e della salvezza che ci dà Gesù. Quando si vuole andare sia con Gesù sia con il mondo, sia con la povertà sia con la ricchezza, ne viene fuori un cristianesimo a metà, che vuole un guadagno materiale: è lo spirito della mondanità. E quel cristiano, diceva il profeta Elia, “zoppica su due gambe” perché non sa cosa vuole.

L’ultima parola
Così, la chiave per capire questo discorso di Gesù - ma sì, cento volte in più, ma con la croce - è l’ultima parola: “Molti dei primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi”. E cioè quello che dice del servizio: “Quello che si crede o che è il più grande tra voi, si faccia il servitore: il più piccolo”. Non a caso, dicendo queste parole Gesù prese quel bambino e lo fece vedere.
Seguire Gesù dal punto di vista umano non è un buon affare: è servire. Del resto è esattamente quello che ha fatto lui: e se il Signore ti dà la possibilità di essere il primo, tu devi comportarti come l’ultimo, cioè nel servizio. E se il Signore ti dà la possibilità di avere beni, tu devi comportarti nel servizio, cioè per gli altri.
Sono tre cose, tre scalini che ci allontanano da Gesù: le ricchezze, la vanità e l’orgoglio. Per questo le ricchezze sono tanto pericolose: ti portano subito alla vanità e ti credi importante; ma quando ti credi importante, ti monti la testa e ti perdi. Ecco perché Gesù ci ricorda la strada: “Molti dei primi saranno ultimi, gli ultimi saranno i primi, e chi è primo fra di voi si faccia il servo di tutti”. È una strada di spogliamento, la stessa strada che ha fatto lui.

La fatica di comprendere
A Gesù questo lavoro di catechesi ai discepoli costò tanto, tanto tempo perché non capivano bene. Così oggi anche noi dobbiamo chiedere a lui: c’insegni questo cammino, questa scienza del servizio, questa scienza dell’umiltà, questa scienza di essere gli ultimi per servire i fratelli e le sorelle della Chiesa.
È brutto vedere un cristiano - sia laico, consacrato, sacerdote, vescovo - che vuole le due cose: seguire Gesù e i beni, seguire Gesù e la mondanità. È una contro-testimonianza e allontana la gente da Gesù. Prima di proseguire con la celebrazione dell’Eucaristia, pensate di nuovo alla domanda di Pietro: “Abbiamo lasciato tutto: come ci pagherai?”. E a tenere bene in mente la risposta di Gesù, perché il prezzo che lui ci darà è la somiglianza a lui: questo sarà lo “stipendio”. E somigliare a Gesù, è un “grande stipendio”.


NOTE
[1] Meditazione, 25 maggio 2015.
[2] Meditazione, 3 marzo 2014.
[3] Meditazione, 23 maggio 2016.
[4] Angelus, 11 ottobre 2015.
[5] Il Signore ci chiama e ci forma, in PAPA FRANCESCO – J. M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book Milano – LEV Città del Vaticano 2013.
[6] Meditazione, 26 maggio 2015.

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