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Le cause culturali [dell'azzardo]

 

Luigino Bruni

(NPG 2018-07-28)


Per capire cosa sta veramente accadendo nel mondo dell’azzardo - non usiamo l’espressione ‘gioco’ d’azzardo né ludopatia, perché l’azzardo non è un gioco e la patologia non è il gioco ma l’azzardo: il gioco è cosa molto buona, una delle capabilities fondamentali, secondo Martha Nussbaum.
L’azzardo cresce in Italia e nel mondo perché l’azzardo è un culto perfettamente funzionale alla nuova religione (o meglio idolatria) capitalistica. Ed è su questo punto che vorrei portare l’attenzione con questo mio intervento.
Che ci sia un rapporto tra azzardo e religione ce lo dice la stessa scena della passione che, nella storia dell’arte, non manca mai di inserire i dadi tra i suoi protagonisti. È una scommessa lanciata da Satan a Elohim all’origine della storia drammatica di Giobbe. La ‘fede’ nei numeri, nelle alchimie delle combinazioni, è un ingrediente essenziali di molte magie e superstizioni - non è certo un caso che l’azzardo prolifera nelle culture superstiziose e popolate da molti idoli.
Se, come ci ha mostrato Max Weber, il capitalismo è nato da uno spirito (quello della Riforma), che cosa diventa il capitalismo quando viene svuotato del suo spirito e al suo posto c’è solo materia e consumo? L’Europa l’hanno fatta soprattutto mercanti e monaci, economia e spirito, e l’hanno fatta assieme. I mercanti, le grandi fiere, gli scambi, i trattati commerciali non avrebbero creato durante il Medioevo nessuna idea di Europa senza l’azione congiunta, complementare e co-essenziale del monachesimo, e poi di Francesco e di Domenico. Il cristianesimo e i suoi carismi hanno offerto quel soffio vitale e quel respiro che ha generato e nutrito l’Europa, inclusa la sua economia di mercato, il suo sistema di welfare (che è stato inventato dai carismi religiosi, non certamente dallo Stato), le sue banche.
Questo spirito, uno e molteplice, dell’economia e della società europea è stato capace di alimentarla e di vivificarla, di farle raggiungere risultati straordinari. L’Europa oggi è in crisi non solo per la mancanza di una comune politica fiscale e per i debiti pubblici, ma soprattutto perché sono venute meno queste tradizioni ideali che hanno alimentato nei secoli il suo spirito. Tradizioni che nel sottosuolo sono ancora vive, sebbene con gradi diversi, ma le falde hanno perso contatto con i canali e gli acquedotti, e non dissetano più la terra né i suoi abitanti. Il suo spirito originale è sempre più fioco, né si vedono altri “spiriti” all’orizzonte capaci di svolgere la stessa funzione vitale e vivificante.
 Quando una cultura perde il suo spirito (e noi lo stiamo perdendo completamente), si interrompe il suo soffio, anche quello civile ed economico. La carestia di spirito è oggi la prima forma di miseria che sta bloccando l’Europa, spegnendo nei suoi cittadini il sogno e l’idea stessa d’Europa.
Mancando oggi ‘monaci’ e spirito, il vuoto da loro lasciato nell’anima delle persone e dei popoli (che oggi non meno di ieri sono prima di tutto animali spirituali), lo stanno riempiendo i maghi, gli oroscopi, il gioco, le scommesse, i gratta-e-vinci, il bingo; cioè il nulla, che non è il “nada” di Giovanni della Croce, ma il nulla mortifero del niente dei culti idolatrici.
Walter Benjamin nel 1921 scriveva che «nel capitalismo bisogna scorgervi una religione, perché nella sua essenza esso serve a soddisfare quelle medesime preoccupazioni, quei tormenti, quelle inquietudini, cui in passato davano risposta le cosiddette religioni. … In Occidente, il capitalismo si è sviluppato parassitariamente sul cristianesimo» (Il Capitalismo come religione, 1921). E con capacità profetica aggiungeva: «In futuro ne avremo una visione complessiva».
La natura religiosa del capitalismo è oggi molto più evidente che negli anni Venti, se pensiamo quanto sono diventanti esigui i territori della vita non in vendita. Una religione pagana e di solo culto, che cerca di prendere il posto del cristianesimo (non di qualsiasi religione), anche perché è dall’Umanesimo ebraico-cristiano che è stato generato.
Solo in epoca recente il capitalismo ha rivelato pienamente la sua natura di religione. Non ce lo dicono soltanto i centri commerciali disegnati a forma di tempio, né solo la cultura di quelle società di multi-level marketing che iniziano col segno della croce le loro sedute in cerca di nuovi fedeli del loro prodotto-feticcio, e neanche soltanto la creazione di un sistema finanziario basato sulla sola fede senza più alcun rapporto con l’economia reale.
Così da idolatria, malattia di ogni civiltà religiosa, con il capitalismo il culto del denaro si è trasformato in una vera e propria religione, con propri sacerdoti, chiese, incensi, liturgie e santi, con un culto feriale ad orario continuato, un’adorazione perpetua che non si interrompe né di sabato, né di venerdì, né tantomeno di domenica. È quindi, ad esempio, soltanto una pia illusione pensare che la cultura capitalista possa rispettare il riposo domenicale: in quella religione non c’è domenica, perché ogni giorno è il giorno del culto. Non c’è coabitazione tra la cultura della domenica e la cultura del capitalismo.
Le chiese, in particolare la chiesa cattolica, nel ventesimo secolo avevano individuato il nemico della fede nei grandi sistemi collettivisti, e sono state protagoniste nel crollo di quei muri. Non c’è però ancora la consapevolezza diffusa del pericolo non meno devastante e anti-cristiano del capitalismo finanziario, che, anche per la nostra distrazione, sta dominando e paganizzando il mondo. L’uomo del capitalismo non può essere evangelizzato, perché ha già il suo vangelo, che chiede molto meno del Vangelo delle chiese.
In questo contesto non potremmo comprendere bene il nostro tempo senza  l’analisi del rapporto tra debito e colpa, cara anche ad un pensatore come Giorgio Agamben.
Le civiltà nascono per espiare qualche colpa originaria, e quindi i debiti si estinguono non si creano. Una grande novità della nostra età senza spirito è aver inventato la creazione di debito come eredità: ai figli si lasciano debiti, non li rendono più eredi. Non capiamo la gravità etica dei nostri enormi debiti pubblici senza un’analisi teologica e spirituale della nostra civiltà. I debiti sono cose serie, soprattutto quando diventano pubblici e quando vengono trasferiti ai figli. Nell’antichità si diventava schiavi anche per debiti – in Israele quasi soltanto per debiti (per questa ragione ogni giubileo è liberazione dai debiti, incluso il nostro giubileo della misericordia, che se viene ridotto ad una faccenda di remissione di peccati e colpe individuale, perde quasi tutta la sua forza profetica). Come felicemente sottolinea Oster, «il termine più antico per indicare la libertà compare nel sumero, dove il termine amargi vuole significare la libertà dai debiti». Il cristianesimo, allora, può essere visto come una promessa di liberazione dalla colpa e dai debiti – una profezia in buona parte rimasta incompiuta, come lo è stata la profezia del giubileo ebraico.
I debiti sono sempre cose serie. Anche perché quando dall’orizzonte si eliminano gli dei, resta solo il debito per i figli, dimentichi di ogni responsabilità: «Dopo di noi il diluvio universale», disse Madame de Pompadour, quando, nel 1757, durante una festa in un castello apprese la notizia della sconfitta delle truppe francesi nella battaglia di Rossbach. «Dopo di noi il diluvio universale»: è il motto dell’Ancien Régime in decadenza, che ancora oggi risuona ovunque nell’aria. Non c’è bisogno di essere un aristocratico per dirlo. Chiunque, anche piccolo, faccia debiti ha nel sangue questo senso del «Dopo di noi il diluvio universale»” (p. 61). Ai figli si lasciano patrimoni, il dono dei padri (patres munus), non i debiti. Chi distrugge i patrimoni e crea debiti è semplicemente irresponsabile.
Nell’azzardo di massa si consuma questo disperato culto idolatrico che genera un debito inestinguibile.  Chi promuove il movimento Slot Mob, come chiunque  partecipa ad uno dei momenti dove si premia la virtù che sconfigge il destino, compie un'azione giubilare, un atto di liberazione.

Le cause culturali [dell'azzardo]


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