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Ordire la trama

della vita

Raúl Biord Castillo *

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1. Un sinodo di “sapore salesiano”

Papa Francesco ci ha sorpreso il 6 ottobre 2016 con l’annuncio di un sinodo sui giovani. Si tratta di un tema molto importante per la Chiesa e, noi salesiani, lo riceviamo con grande gioia e speranza.
Paolo VI aveva avvertito con chiarezza che l’implementazione del Concilio Vaticano II aveva bisogno di strumenti di ascolto, riflessione teologica e spazi comuni per integrare la diversità delle situazioni e illuminare gli orientamenti pastorali. Perciò, a pochi mesi dalla conclusione del Concilio, istituì il sinodo dei Vescovi, il 17 ottobre 1965, come una forma per “proporre l’immagine del Concilio ecumenico e riflettere sul suo spirito e sul suo metodo”. Papa Francesco, nel ricordare i 50 anni, riconosceva che, in questo tempo, “abbiamo sperimentato in maniera sempre più intensa la necessità e la bellezza di «camminare insieme»”. Nonostante i suoi errori, questa istituzione ha aiutato e può contribuire ancora di più alla Chiesa per crescere nel suo dinamismo, riconoscendo il dovere delle chiese particolari di camminare insieme. È necessario oggi più che mai “il rafforzamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. La sinodalità è propria della via che Dio spera nella Chiesa del terzo millennio”.
In questi 50 anni il Sinodo ha affrontato diversi e importanti temi: la fede cattolica (1967), la cooperazione fra la Santa Sede e le Conferenze Episcopali (1969), il sacerdozio ministeriale e la giustizia (1971), l’evangelizzazione (1974 e 2012), la catechesi (1977), la famiglia (1980 e 2014-2015), la penitenza (1983), l’Eucaristia (2005), la Parola di Dio (2008).
Il sinodo ha anche riflettuto su alcuni soggetti ecclesiali: i laici (1987), i sacerdoti (1990), la vita consacrata (1994), i vescovi (2001). Adesso con questa convocazione, i giovani vengono istituiti come un autentico soggetto ecclesiale, che merita un sinodo come altre categorie di soggetti. Vorrei sottolinearlo: per la prima volta ai giovani viene assegnato nella Chiesa un posto centrale ed esplicito tanto nella sua riflessione sinodale come nel suo magistero.
Appare chiaro che identificare e riconoscere il “pianeta Giovani” come soggetto ecclesiale è e sarà di grande importanza per la Chiesa. Papa Francesco nella sua lettera ai giovani in occasione della presentazione del Documento Preparatorio (13 gennaio 2017), si rivolgeva ai giovani con queste parole: “Carissimi giovani… ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore”. Questo linguaggio ci ricorda quello del nostro Padre e fondatore. Don Juan Vecchi e Don Pascual Chávez si sono riferiti spesso all’educazione come a una questione di “cardiopatia”: soltanto chi ama dal cuore e soffre per le sue angosce, si occupa dell’altro. Collocare i giovani al centro del sinodo è una questione di cuore. Infatti la passione apostolica per i giovani sta al centro del nostro carisma educativo.
Questo non vuol essere un sinodo sui giovani e per i giovani, come già si è detto, ma un sinodo dei giovani e con i giovani. Il grido di milioni di giovani colpiti dalla povertà, dall’ingiustizia, dalla guerra, dall’esclusione, dalla violenza e dalla disperazione sale a Dio, come il grido d’Israele schiavo dell’oppressione del faraone (cfr. Es 2,23). Gesù rivolge il suo sguardo ai giovani e li invita ad andare incontro a Lui. Però, soltanto con degli accompagnatori, guide, educatori, catechisti, amici con esperienza, i giovani potranno incontrare quello sguardo di Gesù e ascoltare la sua voce. Soltanto così troveranno gli stimoli per mettersi in cammino, come Abramo, verso un futuro promettente di nuove realizzazioni, verso una società più giusta e fraterna. Si tratta, come dice il Papa, di un cammino per “scoprire il progetto di Dio nella propria vita”.
Per noi salesiani questo sinodo è senza dubbio un dono dello Spirito. Infatti, il primo articolo delle nostre Costituzioni riconosce che è stato lo Spirito Santo che ha suscitato in San Giovanni Bosco la forza per contribuire alla salvezza della gioventù, “questa porzione la più delicata e la più preziosa dell’umana società” (C 1). Come risposta a questo dono carismatico, noi salesiani e gli altri gruppi della Famiglia Salesiana, ci proponiamo “di essere nella Chiesa segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri” (C 2). La missione ai giovani configura la nostra vocazione, il nostro apostolato, la nostra forma di vita, di essere, di pregare, di agire e di organizzarci. Anche questa università riceve dalla missione verso i giovani la sua ragione d'essere, il suo slancio e la sua identità. È proprio per questo che, in tutti i progetti, i giovani sono e devono essere il centro e l‘ispirazione, ma anche il criterio di verifica curricolare e di articolazione organizzativa. L’opzione preferenziale per i giovani (che l’art. 14 delle Costituzioni chiama “predilezione per i giovani”) è la caratteristica differenziale e la garanzia della nostra opzione vocazionale e della nostra presenza nella Chiesa e nella società.
Nella Chiesa e come Chiesa, con umiltà e gratitudine, riconosciamo il nostro apporto in questo campo, ma siamo ben consapevoli che non possiamo isolarci, né considerarci gli unici esperti sui giovani. Abbiamo bisogno di un dialogo interdisciplinare e di una prospettiva multiculturale per approcciarci e riconoscere il “Pianeta Giovani” nella sua ricchezza variegata e complessa. Questo congresso convocato dall’Università Pontificia Salesiana è chiamato ad essere uno spazio importante per un rilancio dei giovani come il centro della ricerca, insegnamento ed estensione dell’università. Può essere anche, come diceva il Rettore Maggiore don Ángel Fernández, un momento privilegiato per una verifica su come la Famiglia Salesiana sta offrendo alla Chiesa il dono del nostro carisma. Dalle sue parole si comprende la necessità di rispondere a questa urgente domanda: “In che modo ci sentiamo sfidati nella nostra esperienza carismatica? Quali sono le proposte che stiamo facendo affinché la Evangelii Gaudium rimanga la bussola del nostro cammino pastorale? Quali sono le scelte pastorali che stiamo favorendo e/o possiamo proporre perché tutti, giovani e adulti, genitori e insegnanti, catechisti e animatori, si sentano parte di una comunità che educa alla fede, una comunità che evangelizza?” [1].
Il sinodo non solo tratta dei giovani, ma centra la sua attenzione nelle scelte di vita. Precisamente l’art. 26 delle nostre Costituzioni afferma: “Chiamati alla medesima missione, ne avvertiamo l’estrema importanza: i giovani vivono un’età in cui fanno scelte di vita fondamentali che preparano l’avvenire della società e della Chiesa” (C 26). E poi esprime questa forte convinzione: “Tra i giovani molti sono ricchi di risorse spirituali e presentano germi di vocazione apostolica. Li aiutiamo a scoprire, ad accogliere e a maturare il dono della vocazione laicale, consacrata, sacerdotale” (C 27).
In questi giorni risuona nella nostra memoria il meraviglioso testo finale del CG 23 del 1990, a due anni dalla celebrazione del centenario della morte di Don Bosco. Il documento è intitolato: “Educare i giovani alla fede”. Nella presentazione del testo capitolare, l'indimenticato Rettor Maggiore Don Egidio Viganò scriveva: “Il cammino di educazione dei giovani alla fede si muove nell’ambito della "nuova evangelizzazione […] Urge accendere nei giovani un vivo desiderio della fede cristiana e, una volta acceso, accompagnarli passo dopo passo fino alla pienezza della vita nello Spirito […] La chiave di lettura è la proposta di un cammino pedagogico permeato di Vangelo. Ciò significa dedicazione a una crescita progressiva della fede fino alla maturazione, e non soltanto una semina, una proposta occasionale, o qualche gesto o rito tradizionale. Il cammino […] richiede non solo impegno di seminare, ma anche costanza e perizia nel coltivare, e preoccupazione di condurre a compimento: richiede, cioè, una pedagogia della santità veramente originale” [2].
Il CG 23 (n. 116) ha approfondito il tema della maturazione cristiana dei giovani, le cui dimensioni (il Capitolo le ha chiamate aree, ma in realtà sono delle dimensioni) sono la crescita umana, l’incontro con Gesù Cristo, l'inserimento nella comunità dei credenti, l'impegno e la vocazione nella linea della trasformazione del mondo. Questo processo conduce a ciò che possiamo chiamare “lo snodo vocazionale” della pastorale giovanile: in realtà è “il fiorire della pastorale giovanile”. Il Capitolo gli ha dato un titolo che diventa ispiratore: Verso un impegno per il Regno. Nella pedagogia salesiana della fede la scelta vocazionale è l'esito maturo e indispensabile di ogni crescita umana e cristiana. "Educhiamo i giovani a sviluppare la loro vocazione umana e battesimale con una vita quotidiana progressivamente ispirata e unificata dal Vangelo” (C 37) (CG 23 149).
Si tratta di scoprire il proprio ruolo nella costruzione del Regno ed assumerlo con gioia e decisione. Per riuscirci, il testo capitolare indica vari passi di un processo di crescita e discernimento:
- far emergere il positivo di ogni giovane (CG 23 151);
- scoprire gioiosamente le proprie risorse, pur con limiti ed ostacoli;
- fruttificare i doni ricevuti: la vita e la salute, l'intelligenza e il cuore, l'amicizia, i beni materiali e spirituali;
- risvegliare la gioia di comunicare e condividere i propri doni (CG 23 152);
- ricevere un’esplicita proposta vocazionale (CG 23 153), a partire da una catechesi che avvia i giovani alla riflessione vocazionale e fa loro vedere qual è la vocazione di tutti e quali sono le diverse forme di servizio del Regno;
- rispondere con l'attenzione e l'ascolto: "Signore, che cosa vuoi che io faccia?” (At 22,10);
- avviare un dialogo interiore con il Signore in cui ciascuno deve personalmente ascoltare e rispondere.

2. “Camminare insieme e attivare processi” come metodo sinodale

Papa Francesco ha riscoperto e rilanciato la sinodalità. C’è da dire che negli ultimi anni si notava un esaurimento e una stanchezza della metodologia dei sinodi: lunghi interventi di vescovi e pochi esperti non-vescovi, e ancora di meno laici. E alla fine una raffica di “propositiones” senza articolazione. Molti bramavano una maggiore partecipazione e una nuova metodologia.
Già nel sinodo sulla famiglia - nelle sue due assemblee - era emersa una nuova modalità di comprendere l’istituzione del sinodo. Con le parole di Papa Francesco, il Sinodo “è un camminare insieme con spirito di collegialità e di sinodalità, adottando coraggiosamente la parresia, lo zelo pastorale e dottrinale, la saggezza, la franchezza, e mettendo sempre davanti ai nostri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la suprema lex, la salus animarum (cfr Can. 1752)... Il Sinodo non è un convegno o un 'parlatorio', non è un parlamento o un senato, dove ci si mette d’accordo. Il Sinodo, invece, è un’espressione ecclesiale, cioè è la Chiesa che cammina insieme per leggere la realtà con gli occhi della fede e con il cuore di Dio; è la Chiesa che si interroga sulla sua fedeltà al deposito della fede, che per essa non rappresenta un museo da guardare e nemmeno solo da salvaguardare, ma è una fonte viva alla quale la Chiesa si disseta per dissetare e illuminare il deposito della vita” [3].
L’unico atteggiamento del sinodo deve essere quello di aprirsi all’ascolto dello Spirito Santo con coraggio apostolico, con umiltà evangelica e con la preghiera fiduciosa: solo così si può accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli [4].
Anche questo sinodo sui giovani è stato preparato secondo questa dinamica: un cammino insieme per scoprire la volontà di Dio mediante un discernimento spirituale e comunitario. Non ci sono verità fisse da difendere, non ci sono posizioni chiuse, si tratta di ascoltare la voce di Dio attraverso la voce dei giovani. Si tratta di cercare vie nuove di fronte ad una realtà nuova: “vino nuovo, otri nuovi” (Lc 5,38). Nella preparazione di questo sinodo sono già emersi temi controversi, ma è necessario parlare senza rispetto umano, senza pavidità, e insieme si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i giovani. Sono gli atteggiamenti propri della sinodalità.
La preparazione di questo sinodo si è proposta un iter di ascolto e di ricerca delle convergenze, non solo dei vescovi, ma anche di altri soggetti della Chiesa e di differenti voci che non appartengano ad essa [5]. La Segreteria Generale del Sinodo ha promosso un ampio processo di consultazione a partire dal Documento Preparatorio, che è stato presentato il 13 gennaio 2017. Tutti sono stati invitati a rispondere a un questionario per esprimere la loro comprensione del mondo giovanile, a comunicare la propria esperienza di accompagnamento vocazionale e a condividere alcune esperienze ben riuscite. Oltre le vie classiche, sono stati consultati in modo speciale gli stessi giovani. Una novità è stata l’iniziativa del Seminario Internazionale sulla condizione dei giovani celebrato nel settembre 2017. I temi trattati si riferivano ai giovani in relazione alla loro ricerca d’identità, alla relazione con gli altri, al futuro e alla ricerca di senso, al mondo dello studio, del lavoro, della politica, del volontariato, della tecnologia e della religione.
È stata una novità anche l’iniziativa del questionario online presente nel web dal 14 giugno al 31 dicembre 2017. È stato rivolto esplicitamente ai giovani perché esprimessero le loro situazioni concrete di vita e le loro opinioni su alcuni temi importanti in relazione alla Chiesa e alla società. Finalmente la riunione pre-sinodale, celebrata dal 19 al 24 marzo 2018, con la presenza di 300 giovani si è rivelato un momento privilegiato per fare cammino con i giovani. Il documento finale di questa riunione pre-sinodale è molto valido in quanto raccoglie la voce diretta dei giovani sui temi più importanti per loro.
L’Instrumentum Laboris, presentato l’8 maggio 2018, raccoglie le differenti voci, ma in esse si percepisce con frequenza la stessa voce dei giovani. Ci sono più di cento riferimenti alle tre fonti tramite le quali i giovani si sono espressi direttamente. Questo dialogo con i giovani continuerà, in qualche forma, durante il Sinodo. Possiamo affermare senza dubbio che siamo davanti ad un autentico sinodo, vale a dire, un “sinodo in fieri”, in processo. Realmente il sinodo è ormai iniziato perché stiamo già camminando insieme.

3. Il discernimento per le scelte di vita

L’Instrumentum Laboris è stato redatto seguendo il "metodo del discernimento", secondo i tre passi segnalati da Papa Francesco in Evangelii Gaudium 51: riconoscere, interpretare, scegliere [6]. La triade del metodo tende a far prendere decisioni nella propria vita.
Riconoscere: implica non soltanto vedere o ascoltare, non si riduce alla conoscenza intellettuale, ma mette in gioco l’intelligenza dell’amore per riconoscere ciò che si intuisce con il cuore. Distinguere la voce di Dio che chiama e che chiede una risposta. Solo in un clima di preghiera e con l’aiuto di un accompagnatore (di qualcuno che già è stato chiamato lui stesso) si può rispondere come Samuele: “Parla, Signore, che il tuo servo ascolta” (1Sam, 3,10). Il giovane deve lasciarsi guidare da Dio, ricordare i suoi benefici, rendere grazie, tornare alle origini, rileggere la storia della propria vita sotto la guida dello Spirito [7]. Come afferma sant’Ignazio, è necessario conquistare la libertà interiore che è un dono dello Spirito Santo: “sentire e gustare le cose internamente” (Ejercicios n. 2).
Interpretare: c’è bisogno di un quadro di riferimento per interpretare la realtà. Gesù interpreta (diermeneusen) le scritture ai discepoli di Emmaus (Lc 24,27), Lui stesso è la chiave ermeneutica per discernere le vere chiamate di Dio. Il discernimento ha come scopo “la volontà di Dio” (Rm 12,2), ciò che è buono, conveniente, perfetto. È necessario un atteggiamento critico per esaminare gli spiriti, liberarsi da condizioni oscure, timori e pregiudizi (dai cattivi spiriti). Dio concede il dono del “discernimento degli spiriti” (1Cor 12,10) e ci viene chiesto di “esaminare gli spiriti per giudicare se provengono da Dio” (1Gv 4,1). Non ci troviamo neanche davanti un atto teorico della ragione, un “giudicare”, ma si tratta di un autentico discernimento spirituale, un atto di fede, un momento privilegiato di confronto con la Parola di Dio. “Esige una conoscenza sempre più profonda del messaggio cristiano, un ambiente di preghiera, un dialogo profondo con Gesù Cristo, presente nella vita dei cristiani e nella vita sacramentale della Chiesa, una purificazione sempre maggiore dall’egoismo e una esplicitazione delle ragioni fondamentali che sostengono la fede” [8].
Scegliere: il terzo momento si concentra sulla necessità della decisione. Una volta che si sono messi in atto il riconoscere e l’interpretare, la fase più delicata e importante è prendere delle decisioni coraggiose alla luce della strada percorsa. Nel discernimento vocazionale si tratta di un processo personale, dove nella preghiera e nella meditazione il giovane si apre alla chiamata come iniziativa del Signore, sforzandosi di dire il suo sì dall’intimo della sua coscienza. Sa che la scelta impegnerà tutta la sua persona: preferenze, relazioni, energie e dinamismi. Tutto l’universo personale è in moto e man mano si va organizzando attorno a una scelta, che non dipende solo da interessi e capacità naturali, ma dalla disponibilità a riconoscere la presenza di Dio nella propria vita e da una libertà capace di accettare l’invito della grazia [9].
Nel discernimento ci sono alcuni elementi importanti: la preghiera-meditazione, che fa passare dalla superficie della vita all’interiorità, l’orientamento personale, l’accompagnamento spirituale, l’impegno apostolico, che aiuta a maturare un amore che diventa donazione nella comunità cristiana e nella società. Finalmente si arriva a una scelta di vita.

4. Discernimento e scelte di vita dalla prospettiva della fede

Il tema del Sinodo dei giovani, come sappiamo, è: "I giovani, la fede e il discernimento vocazionale". Lo scopo principale del Sinodo è far sì che tutta la Chiesa prenda coscienza del suo importante compito di accompagnare ogni giovane nelle sue scelte di vita tramite un discernimento vocazionale per essere anima, luce, sale e lievito del nostro mondo[10].
Non ho il tempo di esporre in questo intervento i contenuti dell’Instrumentum laboris. Durante questo convegno avrete il tempo sufficiente e ci saranno dei grandi esperti in ogni area per fare una analisi ponderata e profonda. Soltanto poche parole su alcuni temi emergenti.
 
“Riconoscere”: la Chiesa in ascolto della realtà

Le varie realtà si presentano nelle loro variegate differenze e anche con la possibilità di comunicazione tramite la trasversalità del continente digitale, con le sue opportunità e con l’aumento dello sviluppo unilaterale: finché non si risolveranno i conflitti e la fame nei paesi poveri continuerà la migrazione verso i paesi che ostentano il “mito dell’Occidente” (n. 45). Si presentano le "sfide antropologiche e culturali" che la Chiesa deve assumere oggi nel suo impegno pastorale con i giovani:
- la nuova comprensione del corpo, dell’affettività e della sessualità;
- nuovi paradigmi conoscitivi della verità;
- gli effetti antropologici del mondo digitale e le sue conseguenze per le relazioni umane;
- la delusione istituzionale sia nella sfera civile sia in quella ecclesiale;
- la paralisi decisionale che rende prigionieri i giovani in molteplici vie limitate e limitanti;
- la ricerca spirituale dei giovani meno nella "religione" e di più in esperienze trascendenti.

“Interpretare”: fede e discernimento vocazionale

L’interpretazione si fa a partire da alcune parole chiave del Sinodo: gioventù, vocazione, discernimento, accompagnamento, e anche da alcune costanti bibliche. La gioventù è il tempo dell’amore e della gioia, della forza, della conquista e del rischio, dell’incertezza e della paura, della caduta e della conversione, della disposizione ad ascoltare e della crescita.
Durante la giovinezza emerge con forza la questione della vocazione alla luce della fede. Abbiamo bisogno di una nuova impostazione della vocazione da un orizzonte più ampio e fondamentale: il battesimo, la vita cristiana come vocazione in qualsiasi delle sue forme, e non soltanto quelle del ministero ordinato e la vita consacrata.
Se i giovani non sono accompagnati perché facciano delle scelte di vita, rimarranno nell’immaturità dell’adolescenza e mai saranno degli autentici protagonisti dei loro sogni e delle loro vite. Una società senza vincoli definitivi è una società con scarsa qualità, dalle alleanze provvisorie e pragmatiche. Infine, l’identità e l’unità della persona adulta deriva da una scelta vocazionale seria, che configura un progetto unico, singolare, insostituibile, consistente, che configura l’esistenza di ognuno [11].
Soltanto dalla promozione di una cultura vocazionale ampia, fioriranno le vocazioni specifiche per il sacerdozio, la vita consacrata e per il matrimonio vivido vissuto veramente come un sacramento, così come per altre forme di vita temporali o definitive. Ogni scelta sarà sempre la fioritura vocazionale di una pastorale giovanile articolata ed organica. Per riuscirci c’è bisogno di un accompagnamento spirituale che porti al discernimento vocazionale. Soltanto dalla formazione di una sana coscienza personale e di un solido ambiente di famiglia e di comunità sarà possibile accompagnare i giovani nelle loro grandi decisioni.
 
"Scegliere”: cammini di conversione pastorale e missionaria

La terza parte imposta l’agire nei termini di Papa Francesco di conversione pastorale e missionaria, orientata verso il cambiamento di mentalità e verso il rinnovamento della prassi pastorale della Chiesa. In fondo si riconosce l’insufficienza del modo in cui svolgiamo la pastorale giovanile, ci viene chiesto di rinnovare la funzione generatrice della Chiesa più che rifugiarci in una pastorale di conservazione. Non basta generare dei figli nel battesimo, né alimentarli fino alla prima comunione, è necessario aprire nuovi spazi per i giovani nella Chiesa, rinnovare e ringiovanire la Chiesa, correre il rischio di inventare delle nuove modalità anche se potrebbero sembrare temerarie.
Si evidenzia il bisogno che la Chiesa si confronti con la vita quotidiana dei giovani e sia più presente ed operativa nel tessuto della vita quotidiana, dove i giovani vivono la loro esistenza concreta: scuola, università, mondo del lavoro, impegno politico, mondo digitale, musica, sport ed amicizia, e in modo particolare nell’emarginazione, la disabilità e la malattia, nelle dipendenze ed altre fragilità, carcere, violenza e guerra, migrazioni e morte. Infine si richiede di rinnovare l’animazione e l’organizzazione della pastorale per promuovere un autentico protagonismo giovanile nella Chiesa, superando le molteplici divisioni fra i differenti soggetti della pastorale giovanile vocazionale (clero, religiose e religiosi, movimenti ed associazioni). Più ancora, si chiede di rafforzare il lavoro in rete non solo all’interno della Chiesa, ma anche fra differenti religioni e altri soggetti civili e sociali.
Riconoscere che non sempre sono stati i giovani ad allontanarsi dalla Chiesa, ma anche una Chiesa “lontana dai giovani” (n. 174), può diventare il punto di partenza di una vera conversione ai giovani. Qui risuonano le parole del Beato Michele Rua: “se i giovani non vengono all’ Oratorio perché sono andati in bicicletta, lasciamo l’Oratorio e andiamo anche noi con i giovani in bicicletta”. E ancora di più quelle di Don Bosco: “Se vogliamo che i giovani amino le cose che noi amiamo, dobbiamo amare le cose che amano i giovani”. In fondo è la chiamata a rinnovare l’entusiasmo educativo, superando la timidezza apostolica.
Il Sinodo dedicato ai giovani, nelle parole del Card. Baldisseri, “ci dà l’opportunità di ritrovare la speranza della vita buona, il sogno del rinnovamento pastorale, il desiderio della comunione e la passione per l’educazione”[12]. È un sinodo che inizia sotto il segno della speranza.

5. Punti nodali per una scelta "per tutta la vita"

Il sinodo si propone di ascoltare i giovani ed animarli a fare delle scelte di vita a partire dalla fede. Questo convegno dovrà affrontare e cercare di proporre soluzioni alle difficoltà dei giovani, affinché possano fare delle scelte, inoltre dovrà anche indicare loro come realizzarle, partendo dalla fede e da un accompagnamento personale e comunitario.

Difficoltà a fare scelte definitive

Senza dubbio l’odierna situazione rende difficile a fare scelte "per tutta la vita". È come nuotare contro corrente, e questo a causa di fattori culturali che illustriamo brevemente.

- La frammentazione di una vita senza relazione (morte della meta-narrazione).
Una difficoltà che trovano spesso i giovani nel fare delle scelte che durino tutta la vita è la stessa cultura contemporanea. La postmodernità ci porta ad una cultura del frammento. Frammento del tempo: l’“adesso” non ha niente a che vedere con il “prima” né con il “dopo”. Non si riconosce una relazione duratura, ma ogni momento è vissuto “liberamente”, cioè liberato da ogni relazione, “irrelato” da ogni senso e da ogni finalità.
I mass media e le reti sociali esaltano l’impero del frammento: molteplici messaggi, senza relazione fra di essi, ognuno con il suo proprio senso, tutti con lo stesso valore, con diritti uguali, a imporsi ed essere vissuti, immediati, frammentari. Cultura della provvisorietà e dello scarto, simbolizzata nei bicchieri di plastica o di carta che usiamo e buttiamo.
Molti hanno parlato della morte della meta-narrazione. Cosa significa? La "narrazione" è ciò che ha relazione, non un semplice racconto, anche se questo ha una sequenza relazionale. Ma non basta la sola sequenza o la successione per costituire una "narrazione". Non si tratta di un aggregato o giustapposizione delle parti, c’è bisogno di una strutturazione. Possiamo dire che la meta-narrazione è il senso centrale che costituisce le relazioni, un sistema di relazioni dove le parti e i fenomeni acquistano senso per la loro relazione al tutto.

- Dal politeismo dei valori al regno dei consensi e delle piccole decisioni (dissoluzione dell’etica).
In questa cultura sembrerebbe che non ci siano dei criteri unici di valore, ma solo dei criteri locali e contestuali. I valori si riducono a dei consensi particolari, a dei contratti temporali. Giungiamo a un “politeismo dei valori” basati non in se stessi, ma nel loro riconoscimento soggettivo, in alleanze particolari e mutevoli. Il patto ha bisogno di essere rinnovato permanentemente, perché non c’è un senso che gli conferisca fondamento per sempre e che esiga un impegno stabile. I contratti permanenti di lavoro sono sostituiti da contratti temporali, e capita lo stesso per i contratti famigliari, sessuali, culturali, nazionali, internazionali, politici...
La politica come progetto di un popolo, di una nazione, come gestione di un benessere progettato in passi verso determinate conquiste, non ha nessun senso. Emerge l’anti-politica come morte della politica. Morte anche del fine, in quanto finalità, della ragione della vita, della direzione della vita. Non c’è un fine, una meta-narrazione che orienti e dia struttura; ma un’infinità di possibilità, tutte frammentarie e provvisorie.
Grandi idee moderne come libertà, uguaglianza, fraternità, progresso, rivoluzione, emancipazione, liberazione… vengono considerate dei progetti falliti e irrealizzabili. Questo è conseguenza della costatazione dei fallimenti di molte ideologie di destra o di sinistra che non sono state capaci di dare un senso reale alla storia dei popoli e che ci hanno addormentato in un letargo d’indifferenza per il futuro degli altri.
Arriviamo così a un’altra morte: la dissoluzione dell’etica, che rimane ridotta a un’etica del momento, assolutamente individuale, morbida, malleabile, adattabile. Etica dei minimi e dei patti, di compromessi e piccoli impegni. Si preferisce vivere nella sicurezza del proprio guscio in piccoli progetti, in ritagli di tempo che non impegnino troppo il futuro. Tutto ciò rende difficile parlare e proporre delle scelte che durino una vita.
Le scelte si riducono a opzioni categoriali, nel migliore dei casi temporali, contratti con data di scadenza. Ciò che si presenta come definitivo è molto impegnativo e fa paura. Viviamo in questo ambiente culturale, ed è proprio qui che i nostri giovani, con nuovi valori, ma anche con limiti e paure, devono progettare la loro vita. Da qui l’importanza che Papa Francesco attribuisce alle scelte di vita e al bisogno di un discernimento a partire dalla fede.

- Senza opzioni né possibilità di scelta (morte del soggetto).
Non è che non ci siano valori, il problema è che questi sono sempre puntuali, strumentali e funzionali. Secondo questo postulato tutti i valori sono intrinsecamente uguali e perciò scambiabili, ma i valori profondi li abbiamo accantonati, quelli che danno radice ferma, solidità ed impegno; libertà, responsabilità, abnegazione, fedeltà.
Questa strada ci conduce inevitabilmente alla morte del soggetto. Senza storia, senza finalità, cosa rimane di lui? pluralità, costante caducità e fugacità. Un soggetto debole, liquido e perfino gassoso. Il soggetto viene frammentato in molteplici piccoli “io”, fugaci, momentanei, che si producono ed evaporano in ogni momento, molteplici “io” in miniatura che si succedono. Siamo davanti ad un io debole. Non è più un io consistente, come il moderno. Non abbiamo più davanti l’io empirico stabile e, ancor meno, un soggetto trascendentale individuale e neppure un soggetto politico incarnato in un popolo o in una classe.
 
Ordire la narrazione della vita

Risulta importante esplorare alcuni presupposti per le scelte di vita. Ci facciamo la domanda: come si può tessere la narrazione della vita? Le nonne di una volta filavano e tessevano la lana per fare dei maglioni. Oggi non impariamo più a tessere e filare, e ancor meno a ricamare. Compriamo i vestiti e li buttiamo via (li "scartiamo", nel linguaggio di Papa Francesco!). Da qui l’importanza della domanda: di che cosa abbiamo bisogno per fare delle scelte "per tutta la vita"?

- Un io fontale che permane e che costituisce il tempo.
La vita come progetto suppone una relazione, un senso del prima, dell’adesso e del dopo, una strutturazione e finalizzazione della mera successione di eventi. Un “telos” che si sviluppa tramite un processo che "annoda" diversi eventi. Il nucleo centrale del senso va oltre i fenomeni e i frammenti.
È importante riconoscere che il tempo non è mera successione, ma un’intima relazione tra il passato, il presente e il futuro. Solo la fusione di orizzonti del trovarsi in una situazione e dell'intravedere delle possibilità permetterà la decisione di un agire nel presente in accordo al progetto che si assume. Ciò presuppone la necessità di considerare il tempo come una unità fondamentale, e non più come una mera successione. Qualcuno definiva il tempo con un gioco di parole: “successione di cose successe succedute successivamente”. Non si tratta del tempo "sequenza", ma del tempo interno costituito nella coscienza. Solo da questo santuario intimo è possibile affermare la permanenza di una identità aldilà della differenza. Un noumeno aldilà dei fenomeni che appaiono e svaniscono, un io fontale che rimane aldilà dei continui cambiamenti, un’identità reale che si costruisce e si costituisce in un progetto personale unico, irripetibile, nuovo e sfidante. L’eredità del personalismo ci potrà sempre aiutare ad affermare il valore insostituibile e irrinunciabile della persona.

- Verso una fenomenologia della promessa e dell’impegno.
Gli esistenzialisti, e in particolare Gabriel Marcel, ci hanno regalato meravigliose fenomenologie della promessa e dell’impegno, che ci possono illuminare nell’aiutare i giovani a fare scelte di vita.
Il tema delle scelte di vita suppone quello dell’impegno e quello del giuramento. «Il tema dell’impegno precede logicamente quello della fedeltà, perché, in un certo senso, posso solo essere fedele al mio proprio impegno, cioè, a me stesso». [13] Ma come posso giurare fedeltà? È possibile impegnare il mio futuro che non mi appartiene? Come posso impegnare qualcosa che non conosco?
Ogni impegno è parzialmente incondizionato, cioè per la sua stessa essenza non accetta condizioni né limitazioni. Promettere qualcosa a qualcuno vuol dire: “Qualsiasi cosa succeda, farò ciò che ho promesso, cioè conta su di me”. Con il giuramento trascendo il presente e impegno il mio futuro. Riconosco in me una trascendenza fondamentale rispetto a dei momenti particolari e categoriali. Io sono più che tutte le esperienze, situazioni e attimi vissuti.
La cultura odierna che accentua il divenire sulla permanenza nega la possibilità dell’impegno: impegnarsi significherebbe tradire se stesso o un’ipoteca sul futuro. Ne deriva un falso dilemma: sincerità o fedeltà.
La fedeltà presuppone un impegno e ogni impegno introduce un certo obbligo con me stesso: devo mantenere la mia parola. Quando faccio una promessa introduco in me un obbligo. L’impegno racchiude in sé un decreto di una audacia e coraggio sorprendenti. Quando prometto fedeltà ignoro il futuro, e questa stessa ignoranza conferisce al giuramento il suo peso. Il futuro acquista un nuovo valore come un progetto che dipende dalla mia libera decisione, aldilà del momento particolare in cui prendo la decisione. Se mi lasciassi trascinare dalle mie disposizioni passeggere sarei infedele a me stesso. C’è un’unità fondamentale che supera tutti gli stati d’animo e “questa unità sono io precisamente: è uno stesso e unico principio (forma o realtà) che esige la sua propria permanenza. Fedeltà non già a un divenire (cosa che mancherebbe di senso), ma a un essere di cui non vedo modo di poterlo distinguere da me stesso”. [14]
Prendere sul serio la realizzazione di un impegno contratto con un altro significa mettere in evidenza l’identità trans-temporale del soggetto che lo assume e lo realizza. La fedeltà implica qualcosa di inalterabile: l’essere stesso che si rivela nell’impegno verso Dio. “Atto di trascendenza con il suo rimando ontologico che è l’azione di Dio su di me. La mia libertà proviene e si definisce precisamente in relazione a questa azione di Dio”. [15] La fedeltà allora è una realtà personale che si caratterizza per l’obbligo di mantenersi in tensione con se stessa in un incessante sforzo di rinnovamento. Arriviamo così ad una fedeltà creativa e creatrice.

- La decisionalità come costitutivo della vita.
L’ermeneutica esistenziale proposta da Heidegger ci può aiutare a capire l’uomo come progetto. La persona non è in primo luogo né sub-iectum, né ob-iectum, ma pro-iectum. Comprendersi come progetto, essere lì proteso verso il futuro è la chiave per affrontare il nostro tema delle scelte per tutta la vita.
L’esistenza nel tempo viene realizzata nella triplice estasi temporale del comprendere (futuro), dell’incontrarsi (l'«essere stato») e del comportarsi (la caduta).[16] L’uomo si incontra esistendo di fatto in una situazione data, ma l’importante è non essere determinato totalmente dal di fuori, dalla fatticità della situazione, ma la sua essenza è la sua esistenza, cioè la comprensione delle sue possibilità, la progettazione del suo essere nel mondo, del suo essere con gli altri, del suo essere se stesso. Qui si radica la distinzione con gli "esseri alla mano" (gli utili): mentre questi possiedono un’essenza che viene loro predicata dal di fuori e che corrisponde con la sua funzione, la persona (Dasein) ciò che essa sceglie di essere. Solo scegliendo le sue possibilità dal di dentro si comporta autenticamente. Non c’è un’essenza comune, ma una “ex-sistenza” personale e propria.
La “comprensione” fonda la possibilità della scelta di vita. La cosa più importante nel tempo è la progettazione del futuro, cioè la comprensione delle possibilità. Il futuro non si può descrivere, ma anticipare nell’attesa. Posso prendermi cura di me stesso e degli altri. E ciò viene realizzato quando riesco a vivere la mia vita in relazione alla morte («Sein-zum-Tode»). La morte mi schiude la possibilità del non-essere radicale degli enti, e nello stesso momento mi rivela l’autenticità dell’essere. Tutta l’esistenza si fonda sul mio progetto, sull’apertura al futuro, sull’attesa dell’avvento del poter essere totale del mio essere.
Il tempo si costituisce nella decisionalità, nel dover scegliere e prendere delle decisioni definitive su se stessi e sugli altri. Nessuno può scappare perché anche chi non decide, decide di non decidere. Il tempo quindi non è solo un’intenzionalità della coscienza, ma anche una realtà morale: una decisionalità e una definitività. Questo conferisce un’importanza fondamentale all’attimo presente: non è un limite evanescente tra il futuro e il passato, ma il tempo propizio e opportuno della decisione definitiva, un autentico kairos. Il tempo mi rende ciò che sono adesso tra il futuro e il passato: nel tempo nasce la definitività e quindi il mio stesso essere.

- La scelta di vita: dono, scommessa e scelta di uno stile di vita.
Finalmente arriviamo ad un tema fondamentale: la relazione tra la libertà e la grazia. È vero che la condizione necessaria per fare scelte di vita è la libertà umana, ma è vero anche che c’è una condizione previa: la grazia. “La libertà senza dubbio è essenzialmente l’accoglienza o il rifiuto che dobbiamo avere in relazione alla grazia”. [17]
La scelta di vita altra cosa non è che un dono ricevuto da un altro, non auto-finalizzato ma destinato agli altri. La scelta di vita è eccentrica, perché de-centra da se stessi e conduce agli altri. La libertà non è affermazione di se stessi, ma risposta a una chiamata misteriosa, che chiamiamo grazia, un dono dal quale emana una simulazione segreta di autorealizzazione. La grazia, non soltanto come concetto teologico, ma anche come categoria filosofica, è innanzitutto una chiamata a cui si deve rispondere. Si tratta di una donazione che esige una risposta personale, una scelta: accoglierla o rifiutarla.
Il dono non è semplicemente un trasferimento da una persona ad un’altra di un oggetto determinato, in realtà esprime qualcosa di molto diverso: ogni dono è sempre dono di se stesso... Il donarsi mette in gioco delle categorie che si riferiscono all’intersoggettività: è un atto nel quale io impegno me stesso davanti a un tu: ”ti do questo”, mentre nel caso delle scelte di vita significa dire: “dono me stesso ad altre persone, a una causa, a una missione”.
Il dono di se stesso costituisce un prolungamento dell’io donato a un tu. Donare è sempre in qualche forma un donarsi. Questa donazione è una decisione esistenziale, è un impegno di amicizia e di amore. L’anima del dono è la generosità.
Il dono fondamentale che abbiamo ricevuto è la vita, cioè la possibilità di auto-creazione e di auto-progettazione personale, aldilà di qualsiasi fatticità nell’immensa avventura umana, come risposta a una chiamata, come espressione di una generosità che si incarna nel mio essere nel mondo.
Parlare di una scelta per tutta la vita è parlare di una vera scommessa. Proprio perché il futuro ci è sconosciuto, sebbene si possa anticipare, è necessario avere il coraggio di fare una scommessa. La dinamica della scommessa ci porta al gioco e al coraggio di correre dei rischi. Non si può scommettere se ormai si conosce il risultato, sarebbe ingiusto e anti-etico. Comprare il risultato dei giochi e delle partite è un delitto punito dalla legge.
Infine scegliere un’opzione è adottare uno stile di vita, con i suoi valori e i suoi principi, con le sue regole e possibilità. Nessuno potrà creare un sistema totalmente nuovo, ma farà un’adesione ad un carisma ricevuto, a un gruppo, a una società.
Scegliendo di sposare una giovane, con lei accolgo la sua famiglia, il suo modo di essere, le sue amiche, la sua vita. Scegliendo una vocazione religiosa, accetto una spiritualità, un carisma, una forma di vita. Ciò accade anche nella vocazione al sacerdozio diocesano. Scegliere una professione è accettare uno stile di vita. Fondamentalmente qui troviamo l’intenzionalità della scelta, che è sempre scelta di qualcosa, ad-opzione.

Dio chiama e l’uomo risponde liberamente

Ogni persona cerca di essere felice, ma qui troviamo un paradosso: la felicità propria consiste nel fare felici gli altri. La realizzazione personale suppone di de-centrarsi da se stessi e "centrarsi" negli altri a cui si dona la propria vita. Ciò capita tanto nel matrimonio come nella vita celibe, nella vita religiosa come nel sacerdozio, perché l’amore mette al centro le persone amate, non se stesso (questo sarebbe egoismo, il contrario all’amore).
Da cristiani troviamo un altro paradosso: Dio chiama e affida una missione, ma allo stesso tempo questa missione è scelta dall’uomo. Possiamo parlare con le categorie di Paul Tillich di una correlazione tra la vocazione ricevuta da Dio e la scelta personale.
La vocazione esige il sì dell’uomo, un atto non meno importante dell’atto di Dio che chiama la persona scelta. Un sì che richiede, nello stesso tempo, un’incondizionata dedizione e abnegazione alla chiamata, quanto incondizionata e vincolante è la chiamata rivolta alla persona scelta. Ma le due parole, quella di Dio e quella dell’uomo, non sono allo stesso livello; piuttosto si chiede all’uomo di accettare la chiamata e la missione, e di accondiscendere quindi umilmente alla realizzazione del piano eterno di Dio per la sua persona. La proposta e la risposta formano un’unità indissolubile [18]. L’atto umano dell’elezione non deve essere altro che riconoscere l’elezione che Dio ha già disposto. In questo senso, sant’Ignazio negli Ejercicios parla di elezione, in modo che non è necessario distinguere un atto divino e uno umano. L’unica preoccupazione per l’uomo è accettare ciò che Dio ha scelto per lui, quindi essere in grado di riconoscere l’elezione divina e ratificarla liberamente.
“L’atto del discernimento è allo stesso tempo uno e complesso, umano e divino, personale ed ecclesiale, sempre in situazione e inserito nell’unico piano di salvezza, che mira all’edificazione dei fratelli ed è ordinato alla gloria di Dio, compiuto nel tempo, ma che partecipa ormai del giudizio escatologico” [19].
La consegna della volontà umana alla volontà divina di elezione è l’offerta della libertà personale e la rinuncia ad essa, in quanto questa si presenta come una grandezza speciale esistente assieme alla divina: “Prendi, Signore, la mia libertà” (Ejercicios n. 234). In questo senso, la volontà umana vive solo di quella divina, non ha altro oggetto che la stessa libertà divina di elezione. La parola umana è già inclusa nell’elezione della volontà di Dio in Cristo e nello Spirito Santo.
Questo non significa rinunciare alla libertà umana. L’atto dell’amore di Dio non è una oppressione dell’indipendenza della persona, ma il riconoscere che ogni libertà entra dentro la libertà divina, che ogni elezione è “co-esecuzione” (compimento allo stesso tempo) dell’elezione divina. Non c’è libertà umana più profonda, non c’è indipendenza maggiore che la partecipazione all’autonomia divina. Nient’altro rende l’uomo più autonomo che la missione divina, quando assume in sé, con piena responsabilità, la libera obbedienza.
Concludendo, questo mistero della reciproca determinazione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo, dell’identificazione della volontà umana con la divina è possibile solo nell’amore. Si tratta di un mistero in cui è coinvolto chi nel mondo viene scelto, chiamato e inviato da Dio. Nella mistica troviamo un gran paradosso: la libertà umana rimane tale e quale nella massima unione con la volontà di Dio. Si tratta di un dialogo vivo e drammatico: la chiamata amorevole di Dio e la risposta di amore della creatura a partire dall’energia di amore della stessa chiamata, con una vera e permanente partecipazione di tutta la libertà dell’uomo alla risposta della sua vocazione.
Dio, che desidera la vita e la felicità dell’uomo, è il protagonista della vocazione nel senso etimologico della parola: “è proprio all’inizio”, è Lui la “prima origine”. Realizza la sua volontà in modi differenti; l’uomo, da parte sua, è invitato ad accogliere questo dono con disponibilità totale e a giocarsi la vita per il progetto di Dio.

6. Qualche implicazione per la spiritualità e pedagogia salesiana

Il tema dei “giovani e le scelte di vita” ha delle profonde ripercussioni per la spiritualità e pedagogia salesiana. Come hanno mostrato i nostri grandi esperti nella pedagogia di Don Bosco, egli iniziò con l’attenzione ai giovani più poveri, ma subito dopo si accorse che era necessario, proprio per curare i più poveri, educare gli educatori. È stato allora che ha strutturato l’Oratorio in studenti e artigiani.
Gli studenti li accompagnò in modo speciale, perché tra di essi uscissero le vocazioni per tutti gli altri centri. Una moltitudine di giovani, animati dalla testimonianza di Don Bosco, seguì i suoi passi. Nonostante essi non volessero essere dei frati, scelsero uno stile di vita che trovarono attraente. Ricordiamo la frase di Cagliero: “Frate o non frate, rimango con Don Bosco”.
Ai giovani Don Bosco ha proposto dei grandi orizzonti, ha insegnato loro a sognare in grande, perché i giovani vivono nel pianeta dei sogni. Li ha animati ad avventurarsi verso terre sconosciute. Nell'epopea missionaria salesiana troviamo il segreto educativo di Don Bosco: la gioventù è il momento delle grandi scelte di vita. L’esperienza delle spedizioni missionarie lo ha confermato: fidarsi dei giovani. È più facile fare una scelta per tutta la vita durante la giovinezza. Le radici danno sicurezza, ma rendono anche più difficile un trapianto.
Forse oggi, con maggiore attenzione alla psicologia, non siamo capaci di proporre ai giovani grandi scelte, grandi orizzonti. Molti dei missionari che sono partiti da Valdocco erano giovanissimi, avevano 16-17-18 anni, e sono riusciti a fondare delle grandi missioni. L’epoca è cambiata, ma forse non crediamo più alle possibilità dei giovani e non li prepariamo e animiamo a fare delle grandi scelte. Forse li abbiamo protetti troppo e, a mano a mano che passa il tempo, sminuisce il coraggio di fare grandi scelte... Siamo caduti nel complesso di Gulliver: li facciamo sentire dei nani davanti ai bisogni. Essere giovane vuol dire animarsi ad assumere la vita come una grande avventura. Don Bosco ci insegna a fidarsi dei giovani e a proporre loro delle grandi scelte per tutta la vita.
Il nostro grande maestro don Pietro Braido ci diceva nelle sue lezioni che c’erano alcune mancanze nella pedagogia classica salesiana: la relazione con la famiglia e la relazione con il socio-politico. Certamente non si tratta di dare un giudizio storico, ma di rilanciare la nostra pedagogia arricchendola con le esigenze attuali.
È necessario ripensare il coinvolgimento delle famiglie nell’educazione dei giovani, non si può prescindere da questa relazione capillare e fondamentale. Dobbiamo educare i giovani a valorizzare la famiglia, a creare un clima di famiglia sia nella propria che nell’ambiente educativo. Senza una famiglia sana, sarà molto difficile che i giovani facciano delle scelte per tutta la vita, formando famiglie sane, solide, unite dall’amore e dalla fede.
Un altro punto molto importante è l’inserimento nel mondo sociale e politico. Un giovane che è stato educato in uno di nostri oratori mi ha detto un giorno: “Io ringrazio i salesiani che mi hanno accompagnato da bambino e da adolescente, che hanno creato un bell’ambiente sano nell’oratorio per giocare, farsi degli amici, educarci nella fede, ma non ci avete insegnato a fare delle scelte nel sociale e nel politico”. Qualcosa come: “Non ci avete accompagnato nei momenti delle grandi scelte”. Devo dire che mi colpì nel profondo del cuore, ma poi pensandoci bene mi sono detto: “ha ragione”. Molte delle nostre opere: scuole, oratori, parrocchie, offrono un accompagnamento a fanciulli e adolescenti, il più delle volte nel ludico, sportivo ed estetico, ma realmente non li accompagniamo nella loro giovinezza, tenendo conto che la gioventù si è prolungata. Non li accompagniamo sufficientemente nell’università e nel loro inserimento nel mondo del lavoro, non li accompagniamo neppure nelle loro scelte di vita durante il fidanzamento e i primi anni di matrimonio. Credo che da salesiani in molti casi dobbiamo ripensare le nostre presenze e, se fosse il caso, ricollocare le nostre opere perché realmente compiamo la missione di accompagnare i giovani nelle loro scelte per tutta la vita. In particolare, c’è da ripensare la formazione nel sociale e nel politico.
Il sinodo è per tutta la Chiesa, ma ci tocca nel profondo della nostra missione e ci offre una meravigliosa opportunità per verificare la nostra pedagogia a partire dalla ricchezza del sistema preventivo e per rilanciare una presenza più consistente come accompagnatori nella via delle scelte vocazionali. Questo convegno che oggi si inaugura permetta, tanto all’Università, quanto a tutta la Famiglia Salesiana, di rinnovare il nostro servizio ai giovani per poter dire come Don Bosco: “Mi basta che siate giovani perché vi ami”, e anche: “Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la mia vita”. 

7. Conclusione: Non perdere il treno dei giovani!

Papa Francesco ci diceva questa settimana parlando del prossimo sinodo: “Non possiamo perdere il treno dei giovani. Abbiamo perso il treno dei loro genitori...”. Dobbiamo capire la loro cultura e proporre un dialogo tra i giovani e i nonni, perché i primi non perdano le radici con il passato, con le tradizioni, affinché loro costruiscano una nuova identità, perché diventi possibile quello che annunciò Gioele: “Gli anziani sogneranno e i giovani profetizzeranno”.
Troppo spesso la Chiesa si è rinchiusa nelle proprie barriere, ha costruito sbarre per difendersi, ma ha perso i giovani. Come si è detto nella fase preparatoria: non è solo che i giovani sono lontani dalla Chiesa, bisogna riconoscere che con frequenza è la Chiesa che è lontana dei giovani.
Quindi il sinodo sarà una “chance” meravigliosa per ascoltarli. I giovani non sono un oggetto di cui la Chiesa si interessa, ma un soggetto vivo. «Saranno loro a dirci cosa vogliono dalla Chiesa». E non bisogna avere paura ad affrontare i temi controversi e polemici, che anche molti giovani cattolici hanno, convinzioni in contrasto con l’insegnamento ufficiale della Chiesa (Riunione presinodale, 5).
Bisogna de-costruire le rappresentazioni dei fautori del disastro, che nei giovani vedono solo delle cose negative. “I giovani non sono una natura, ma una storia”. Sono dei nativi digitali, sempre erranti nel continente digitale, sempre in movimento, erranti e cercando delle nuove vie, "globetrotters" nell’intemperie dell’istituzioni e nella “disaffezione” delle pratiche religiose, ma aperti alle esperienze spirituali e in ricerca di un nuovo senso nel loro camminare [20].
“Credenti erranti” hanno bisogno di accompagnatori lungo la strada, che altro non è che un pellegrinaggio verso la felicità, la vita piena, gli altri, Dio... Il cammino offre già la certezza di ciò che si cerca, il cammino è lo spazio per il discernimento, per incontrarsi con Dio, impronta divina nel cuore umano, metafora della vita che trascorre, esperienza di essere sempre in moto, sempre cercando qualcosa o meglio Qualcuno che ci trascende.

* Salesiano, Vescovo di La Guaira (Venezuela).
L'articolo è la relazione inizlale al Convegno Internazionale "Giovani e scelte di vita. Prospettive educative" (Università Pontificia Salesiana - Roma 20-23 settembre 2018).
Ringraziamo l'Autore e il Rettor Magnifico dell'Università per la concessione alla pubblicazione "in anteprima".


NOTE

[1] FERNÁNDEZ ARTIME Ángel, Lettera del 24-07-2017. http://www.sdb.org/it/rettor-maggiore/90-lettere-comunicazioni-rm/1380-lettera-in-preparazione-al-sinodo-dei-vescovi-del-2018-sui-giovani
[2] VIGANÓ Egidio, Discorso al Capitolo Generale 23, n. 3.
[3] http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/october/documents/papa-francesco_20151005_padri-sinodali.html
[4] Cf. anche il Saluto di papa Francesco ai padri sinodali nel corso della I Congregazione generale della III Assemblea generale straordinaria del sinodo dei vescovi, lunedì 6 ottobre 2014. http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/october/documents/papa-francesco_20141006_padri-sinodali.html, dove invitò a parlare con chiarezza e parresia.
[5] Cf. la Conferenza di Mons. Fabio Fabene alla presentazione dell'Instrumentum laboris, il 19 giugno 2018,
http://www.synod2018.va/content/synod2018/es/actualidad/conferencia-de-presentacion-del-instrumentum-laboris--intervenci0.html
[6] Qusti passi sono analoghi a quelli del "vedere-giudicare-agire", metodo pastorale nato dalla Revisione di vita, all'interno della spiritualità dell'azione proposta dalla Gioventù Cattolica Operaia (GiOC). L'accento si pone sulla persona, non sulle idee o sulle cose. Si invitavano i giovani operai a rivedere la loro vita negli ambiti del lavoro, famiglia e società, e - a partire dalla valorizzazzione della vita - mediante un discernimento a prendere decisioni: atteggiamenti che dovevano essere cambiati, criteri di giudizio da trasfomare, nuovi atteggiamenti e azioni da sviluppare. Cf. BIORD CASTILLO Raúl, “Ponderación teológica del método Ver-Juzgar-Actuar”, in ITER 34 (2004) 19-52; pubblicato anche in Amerindia, Caminando hacia Aparecida n. 3: http://www.amerindiaenlared.org/biblioteca/38/caminando-hacia-aparecida-n3-interpretar-los-signos-de-los-tiempos-a-la-luz-de-la-fe
[7] BARUFFO Antonio, “Discernimiento” in FIORES Stefano – GOFFI Tullo – GUERRA Augusto, Nuevo diccionario di espiritualidad, Madrid 20126, 486.
[8] CELAM, Civilización del amor, tarea e esperanza. Orientaciones para una pastoral giovanilelatinoamericana, Bogotá 2001, 298.
[9] Cf. CG 23.
[10] Cf. la Conferenza del Card. Lorenzo Baldisseri alla presentación dell'Instrumentum laboris, il 19 giugno 2018, http://www.synod2018.va/content/synod2018/es/actualidad/conferencia-de-presentacion-del-instrumentum-laboris--intervenci.html
[11] Cf. la Conferenza di don Rossano Sala alla presentazione dell'Instrumentum laboris, il 19 giugno 2018, http://www.synod2018.va/content/synod2018/it/attualita/presentazione-del-instrumentum-laboris-per-il-sinodo-sui-giovani1.html
[12] Cf. la Conferenza del Card. Lorenzo Baldisseri alla presentación dell'Instrumentum laboris, il 19 giugno 2018: http://www.synod2018.va/content/synod2018/es/actualidad/conferencia-de-presentacion-del-instrumentum-laboris--intervenci.html
[13] MARCEL Gabriel, Diario metafísico (DM), Guadarrama, Madrid 1969, p. 53. Corrisponde alla traduzione spagnola di “Étre et Avoir”.
[14] DM, 65-66.
[15] DM, 67.
[16] Cf. HEIDEGGER M., Sein und Zeit, Niemeyer, Tübingen 19537. (L'originale è del 1927).
[17] PLOURDE Simonne (et alii), Vocabulaire philosophique de Gabriel Marcel, Paris, Editions du Cerf, 1985, 339; MARCEL G., L’homme problématique, Aubier, Paris 1955, 70-71.
[18] In tedesco vi è un gioco di parole: Wort (parola) e Antwort (risposta). Cf. VON BALTHASAR Hans Urs, Gli stati di vita del cristiano, Milano 1985.
[19] Cf. THERRIEN Gérard, Le discernement dans les écrits pauliniens, Paris 1973, 292-301.
[20] Cf. FRESIA Ariel, “Los jóvenes plurales, representaciones sociales y desafectación institucional. Algunas anotaciones para repensar la pastoral con jóvenes” en Medellín 170 (2018) 131-157.

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