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Gesù rivela

la sua identità

Domenica XXIV del T.O. (B)

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

Gesù flagellato2

8,27-33 Gesù rivela il “segreto messianico" [1]

Pietro coraggioso e contento della sua risposta
Pietro è stato certamente il più coraggioso quel giorno, quando Gesù domandò ai discepoli: “Ma voi chi dite che io sia?”. Pietro ha risposto con decisione: “Tu sei il Cristo”. E dopo questa confessione, probabilmente si sarà sentito soddisfatto dentro di sé: “Ho detto giusto!” E veramente aveva detto giusto.

… ma Gesù chiarisce “apertamente” il segreto di “Tu sei il Cristo” (Messia)
Il dialogo con Gesù, però, non finisce così. Infatti il Signore incominciò a spiegare cosa doveva accadere. Ma Pietro non era d’accordo con quanto aveva sentito: non gli piaceva quella strada prospettata da Gesù, il quale invece, come i legge nel Vangelo, “faceva questo discorso apertamente” ai suoi discepoli.
Anche oggi, sentiamo tante volte dentro di noi la stessa domanda rivolta da Gesù agli apostoli. Gesù si rivolge a noi e ci domanda: “ma per te chi sono io? Chi è Gesù Cristo per ognuno di noi, per me? Chi è Gesù Cristo?”. E anche noi sicuramente daremo la stessa risposta di Pietro, quella che abbiamo imparato nel catechismo: “ma tu sei il Figlio di Dio vivo, tu sei il Redentore, tu sei il Signore!”.

Reazione di Pietro alla rivelazione del segreto di Gesù

Diversa è la reazione di Pietro quando Gesù incominciò a spiegare cosa doveva succedere: “il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. A Pietro certamente non piaceva questo discorso. Lui ragionava così: “Tu sei il Cristo! Tu vinci e andiamo avanti!”. Per questa ragione non capiva questa strada di sofferenze indicata da Gesù. Tanto che, come racconta il Vangelo, lo “prese in disparte” e “si mise a rimproverarlo”. Era tanto contento di aver dato quella risposta - “Tu sei il Cristo” - che si sentì con la forza di rimproverare Gesù.
Il vangelo ci dice che Gesù “voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: ‘Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini’”.

Per rispondere dobbiamo fare il cammino di Pietro … anche piangendo …
Dunque per rispondere a quella domanda che noi tutti sentiamo nel cuore - chi è Gesù per noi - non è sufficiente quello che abbiamo imparato, studiato nel catechismo. È certo importante studiarlo e conoscerlo, ma non è sufficiente. Perché per conoscerlo veramente è necessario fare il cammino che ha fatto Pietro. Infatti, dopo questa umiliazione, Pietro è andato avanti con Gesù, ha visto i miracoli che Gesù faceva, ha visto i suoi poteri. Poi ha pagato le tasse, come gli aveva detto Gesù, ha pescato il pesce e tolto la moneta: ha visto tanti miracoli del genere!
Però a un certo punto Pietro ha rinnegato Gesù, ha tradito Gesù. Proprio in quel momento ha imparato quella tanto difficile scienza - più che scienza saggezza - delle lacrime, del pianto. Pietro ha chiesto perdono al Signore.
E ancora, nell’incertezza di quella mattinata di quella domenica di Pasqua, Pietro non sapeva cosa pensare di quanto avevano riferito le donne sul sepolcro vuoto. E così anche lui è andato al sepolcro. Nel Vangelo non è riportato esplicitamente il momento, ma si dice che il Signore ha incontrato Pietro, si dice che Pietro ha incontrato il Signore vivo, solo, faccia a faccia.

… seguendolo
Nei quaranta giorni successivi Pietro ha sentito tante spiegazioni di Gesù sul regno di Dio. E forse è stato tentato di pensare: “ah, adesso conosco chi è Gesù Cristo!”. Invece ancora gli mancavano tante cose per conoscere chi è Gesù. E così quella mattina, sulla spiaggia del Tiberiade, Pietro è stato interrogato un’altra volta. Tre volte. E lui ha sentito vergogna, ha ricordato quella sera del giovedì santo: le tre volte che aveva rinnegato Gesù. Ha ricordato quel pianto. Sulla spiaggia del lago di Tiberiade Pietro pianse non amaramente come il giovedì, ma pianse. E quella frase “Tu sai tutto Signore, tu sai che ti amo”, - ne sono sicuro - Pietro l’ha pronunciata piangendo.

Si capisce il segreto di Gesù soltanto nel cammino…
Dunque la domanda a Pietro - Chi sono io per voi, per te? - si capisce soltanto lungo una strada, dopo una lunga strada. Una strada di grazia e di peccato. È la strada del discepolo. Infatti Gesù a Pietro e ai suoi apostoli non ha detto: conoscimi! Ha detto: seguimi! E proprio questo seguire Gesù ci fa conoscere Gesù. Seguire Gesù con le nostre virtù e anche con i nostri peccati. Ma seguire sempre Gesù!.
Per conoscere Gesù, non è necessario uno studio di nozioni ma una vita da discepolo. In questo modo, andando con Gesù impariamo chi è lui, impariamo quella scienza di Gesù. Conosciamo Gesù come discepoli. Lo conosciamo nell’incontro quotidiano col Signore, tutti i giorni. Con le nostre vittorie e le nostre debolezze. È proprio attraverso questi incontri che ci avviciniamo a lui e lo conosciamo più profondamente. Perché in questi incontri di tutti i giorni abbiamo quello che san Paolo chiama il senso di Cristo, l’ermeneutica per giudicare tutte le cose.

… un cammino fatto in compagnia dello Spirito
Si tratta però di un cammino che noi non possiamo fare da soli. Nella narrazione che Matteo (16, 13-28) fa di quell’episodio, Gesù dice a Pietro: “La confessione che io sono il Figlio di Dio, il Messia, tu non l’hai imparata dalla scienza umana, te l’ha rivelato il Padre”. E, ancora, Gesù dirà ai suoi discepoli: “Lo Spirito Santo, che vi invierò, vi insegnerà tutto e vi farà capire quello che io vi ho insegnato”.
Dunque si conosce Gesù come discepoli sulla strada della vita, dietro di lui. Ma questo non basta, perché conoscere Gesù è un dono del Padre: è lui che ci fa conoscere Gesù. In realtà, questo è un lavoro dello Spirito Santo, che è un grande lavoratore: non è un sindacalista, è un grande lavoratore. E lavora in noi sempre; e fa questo grande lavoro di spiegare il mistero di Gesù e di darci questo senso di Cristo. Chiediamo al Padre che ci dia la conoscenza di Cristo e lo Spirito Santo ci spieghi questo mistero.

8,31-33 La missione non può realizzarsi senza la Croce [2]

Non è mancata l’occasione in cui il Signore ha fatto capire ai discepoli - o a quanti aspiravano ad esserlo - che la sofferenza che deriva dal compiere la volontà di Dio è condizione essenziale del Regno. A Pietro, che voleva togliere la croce del Vangelo, il Signore arrivò a dire che era “Satana”. Consideriamo il passo di Mc 8,31-33, nel quale il Signore rimprovera severamente Pietro e gli mostra come ci sono pensieri ispirati dal Padre, e altri pensieri che non sono “secondo Dio, ma secondo gli uomini”.
Sarebbe una tentazione pensare che la nostra missione come pastori possa realizzarsi senza sofferenze […]. La croce non la si inventa, né tanto meno la si incontra per fatalità. È il Signore che ce la mette sulla spalla - quella croce che è un giogo portato da due, del quale egli porta il maggior peso - e ci dice: “Prendi la tua croce e seguimi!”. Per portare la croce il pastore avrà bisogno della forza che viene dalla speranza (e deve chiederla nella preghiera per prendere le decisioni necessarie, anche se sono impopolari) e della magnanimità per iniziare imprese difficili a servizio del Signore nostro Dio e per perseverare in esse senza perdersi d’animo davanti alle contraddizioni. Quando non si porta la croce della nostra missione, nemmeno si assapora la speranza. E cadiamo nella ricerca di segni straordinari, finché diventiamo immemori, come i discepoli di Emmaus, dei segni di Dio nelle prove e difficoltà della Chiesa durante la storia. Nel passo evangelico di Emmaus si vede come le cose che i discepoli “speravano” stavano in contraddizione con la croce del Signore. Quando questi mostra loro che era necessario che il Messia soffrisse per entrare nella gloria (cfr Lc 24,26), comincia loro ad ardere il cuore per la vera speranza, quella che abbraccia la croce.

8,33 La logica della Croce [3]

Uscire come Gesù da se stessi…
Seguire, accompagnare Cristo, rimanere con lui esige un uscire, uscire. Uscire da se stessi, da un modo di vivere la fede stanco e abitudinario, dalla tentazione di chiudersi nei propri schemi che finiscono per chiudere l’orizzonte dell’azione creativa di Dio. Dio è uscito da se stesso per venire in mezzo a noi, ha posto la sua tenda tra noi per portarci la sua misericordia che salva e dona speranza. Anche noi, se vogliamo seguirlo e rimanere con lui, non dobbiamo accontentarci di restare nel recinto delle novantanove pecore, dobbiamo “uscire”, cercare con lui la pecorella smarrita, quella più lontana. Ricordate bene: uscire da noi, come Gesù, come Dio è uscito da se stesso in Gesù e Gesù è uscito da se stesso per tutti noi.

… è accogliere la Croce
Qualcuno potrebbe dirmi: “Ma, padre, non ho tempo”, “ho tante cose da fare”, “è difficile”, “che cosa posso fare io con le mie poche forze, anche con il mio peccato, con tante cose? Spesso ci accontentiamo di qualche preghiera, di una Messa domenicale distratta e non costante, di qualche gesto di carità, ma non abbiamo questo coraggio di uscire per portare Cristo. Siamo un po’ come san Pietro. Non appena Gesù parla di passione, morte e risurrezione, di dono di sé, di amore verso tutti, l’Apostolo lo prende in disparte e lo rimprovera. Quello che dice Gesù sconvolge i suoi piani, appare inaccettabile, mette in difficoltà le sicurezze che si era costruito, la sua idea di Messia. E Gesù guarda i discepoli e rivolge a Pietro forse una delle parole più dure dei Vangeli: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33).

8,35 Il fallimento rivela il segreto dell’identità e missione di Gesù [4]

Il fallimento storico di Gesù e le frustrazioni di tante speranze – “Noi speravamo” (Lc 24,21) - sono, per la fede cristiana, il cammino per eccellenza attraverso il quale Dio si rivela in Cristo e compie la salvezza. Gesù stesso l’aveva predetto: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8,35; Lc 9, 24). Il fallimento imminente dell’opera di salvezza compariva già, frammentato e con minore intensità, nell’impresa della fuga dall’Egitto e dell’arrivo nella terra promessa. Mosè percepisce il fallimento quando si trova sulla riva del mare, in mezzo a un popolo scontento e con gli egiziani alle spalle. Non ha molte alternative: o si consegna agli Egizi, o cerca di scendere a patti con loro, o si suicida, o si affida a Dio. Sceglie l’ultima opzione, e Dio si manifesta nell’impotenza dei mezzi umani. Lo stesso accade quando il popolo si lamenta perché vuole acqua, carne e così via. Dio fa percepire all’uomo tutta la sua impotenza, e solo allora interviene. Il fallimento di Gesù s’inserisce in questa dinamica: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge” (Mt 26, 31); allora interviene Dio con la forza della risurrezione. La risurrezione di Gesù Cristo non è il finale di un film: è l’intervento di Dio sulla totale impossibilità della speranza umana; l’intervento che proclama “Signore” colui che ha accettato la via del fallimento in modo tale che il potere del Padre si manifesti e sia glorificato.

Il tentativo di camuffare il fallimento
Noi tendiamo a camuffare la constatazione della più grande frustrazione umana, che è la morte: basta guardare i cimiteri e i monumenti funerari per capire che cerchiamo con ogni mezzo di abbellire e “alienare” questo fallimento che riguarda tutta l’umanità. Lo stesso si dica della “canonizzazione” del defunto. Dopo piazza San Pietro, il luogo in cui si canonizza la maggior quantità di persone è la camera ardente; in genere il defunto viene definito “un santo”. Certo, ora è santo perché non può più disturbare. Tentiamo in ogni modo di dissimulare il fallimento della morte. Inconsapevolmente riponiamo la speranza al di fuori del fallimento, e perciò non la riponiamo in Dio. La speranza pura in Dio si ha quando, come nel caso di Gesù, si tocca il fondo del fallimento (che va oltre la mancanza di vie d’uscita: è l’affermazione positiva che non c’è più via d’uscita, che è tutto finito).
Gesù ha perduto ogni possibilità umana d’uscita con l’infamia dell’esecuzione pubblica: questo è il suo fallimento. Ed è arrivato a quel punto perché la cosa più importante per lui era corrispondere al tipo di persona che il Padre voleva che fosse, adempiere la volontà del Padre: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”“ (Gv 4, 34).

Il fallimento mette in luce la “carne” di Gesù
La considerazione del fallimento mette in luce la “carne” di Gesù. Nel Getsemani Gesù sperò istintivamente di evitare la possibilità di fallimento. Solo la certezza dell’amore del Padre l’ha reso capace di superare questa paura. Nel riflettere sul fallimento di Gesù, conviene ricordare le raccomandazioni di sant’Ignazio. Bisogna “toccare” la carne di Gesù. Esistono altri modi “educati” per evitare lo “scandalo”, ma questo significherebbe negare la carne di Gesù in questo fallimento: si sfocerebbe nel neodocetismo illuminato, così comune nelle nostre élite ecclesiastiche, nelle nostre sinistre ateizzanti e nelle nostre destre scettiche. Le élite cattoliche sono a digiuno della beatitudine che lo stesso Gesù proclamò riguardo al tempo del fallimento: “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!” (Mt 11,6; Lc 7,23). In questo caso si trattava di fallimento perché la predicazione di Gesù era diretta ai semplici. Le élite schizzinose arricciano il naso di fronte al fallimento, si scandalizzano. E preferiscono disegnare quadri della Chiesa basati più sul “buonsenso” che sul fallimento della croce... Sono neodocetisti e, in fondo, non sono nemmeno molto convinti che Gesù, il Cristo, sia vivo con il suo corpo, sia risuscitato. Al massimo accettano una risurrezione più vicina al concetto bultmanniano o una risurrezione spiritualista, semplicemente perché hanno negato la carne di Cristo non accettandone il fallimento.

Il fallimento dell’amicizia
Il grande fallimento di Gesù, nell’ambito dell’amicizia umana, sono i suoi discepoli, e Giuda è il più grande di tutti: non ha saputo leggere la misericordia negli occhi del Maestro. Gli ultimi momenti di Gesù con i suoi discepoli sono segnati da un isolamento che si è fatto profondo come un abisso. Gesù non poteva arrivare a loro e gli apostoli non erano in grado di comprendere le profondità in cui si trovava il Maestro. È questo il momento in cui ha inizio la vera solitudine, quel sentimento di totale abbandono, anche da parte del Padre, che sperimenterà sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46).

Il definitivo fallimento
Ed è proprio sulla croce che Gesù accetta definitivamente il fallimento e il male; e li trascende. Lì si manifesta l’insondabilità del suo amore, perché solo chi ama molto possiede la libertà e la vitalità di spirito per accettare il fallimento. Gesù muore da fallito. In lui raggiungono la loro pienezza le situazioni momentanee e parziali, che nell’Antico Testamento sono considerate fallimento: “Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi” (Eb 11,13), cioè morirono, in parte, con in bocca il sapore del fallimento. Gesù nella sua morte accetta e dà pienezza a tutti i fallimenti della storia di salvezza. Ora rimane solo una soluzione: la soluzione divina, in questo caso la risurrezione come fermento rivoluzionario. Ciò significa che un cristiano deve accogliere nella sua vita quotidiana la convinzione che Gesù Cristo è vivo in mezzo a noi. Altrimenti, il suo cristianesimo è uno pseudo-fallimento: per evitare il fallimento scandaloso della croce, il totale annichilamento senza speranza umana, per non aver “sperato contro ogni speranza”, la sua vita attraversa i meandri di un fallimento più accettabile, un fallimento che può convivere elegantemente con i valori universali e trasversali; è il fallimento di una religione senza pietà, perché semplicemente le manca il fervore di ogni pietà: Gesù Cristo risuscitato. Vivo tra noi.

8,35 Imitare la Passione di Gesù [5]

I primi cristiani hanno sperimentato una purificazione riguardo al modo di concepire la persecuzione. In una prima epoca si resero conto che le persecuzioni, fomentate contro di loro dai giudei, rientravano nel genere dei castighi inflitti da costoro agli inviati del Signore (cfr Mt 23,29-36; At 1,51-52). Più tardi la persecuzione contro i cristiani si colloca in un contesto escatologico e riveste un’importanza che in precedenza non possedeva: “Colmano la misura” (cfr 1Ts 2,15-16) nel momento stesso in cui il Figlio dell’uomo viene a giudicare e a separare i buoni dagli empi (cfr Mt 25,31- 32). A questo punto la persecuzione viene considerata come questo giudizio sulle opere. Un terzo stadio della riflessione, ulteriore, invita coloro che sono perseguitati a soffrire e a morire “a causa del Figlio dell’uomo” (Lc 6,22; cfr Mc 8,35; Mc 13,8-13; Mt 10,39) e, più ancora, a imitarne la Passione (cfr Mt 10,22-23; Mc 10,38). A quest’ultima concezione corrisponde il martirio di Stefano, che va letto con molta attenzione (cfr At 6,8-7,60). Stefano muore soltanto per Cristo, muore come lui, con lui, e questa partecipazione al mistero stesso della Passione di Gesù Cristo è la base della fede del martire: morendo in questa maniera afferma a suo modo che la morte non è stata l’ultima parola della vita di Gesù.

NOTE
* Vedi J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Marco. Il Vangelo del Segreto svelato. Lettura spirituale e pastorale, a cura di Gianfranco Venturi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2017, 280-292.
[1] Meditazione, 20 febbraio 2014.
[2] Il Signore che ci riprende e ci perdona, in PAPA FRANCESCO - J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) - LEV Città del Vaticano 2013.
[3] Udienza, 27 marzo 2013.
[4] Il fallimento di Gesù, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 242-245; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV Città del Vaticano, 2014,41-44.
[5] Croce e senso bellico della vita, in J.M. BERGOGLIO, Pace, Corriere della Sera, Milano 2014 (= Le parole di papa Francesco, 5) 31-46.

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