Seguire Gesù,

ma per quali motivi?

Domenica XXIV del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone *

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Antonello da Messina, Salvator Mundi, 1465-67, Londra, National Gallery

Chi sono io secondo la gente … e secondo voi?

1. Lungo la strada per Ierushalaim, Gesù fa un sondaggio di opinione. La domanda è duplice: “Chi dice la gente che io sia?”; a questa prima domanda, oggi forse la gente risponderebbe che Gesù è un grande maestro, uno che fa miracoli, uno che ha fondato la chiesa … Ma poi Gesù separa i discepoli dalla gente, i cristiani dagli altri: “E voi chi dite che io sia?”. Dopo tanti anni di vita cristiana, dopo tanti sacramenti e tante prediche, Gesù ci inchioda con una domanda alla quale non possiamo rispondere con frasi prese a prestito dai letterati o dal catechismo o dai teologi. Dobbiamo inventare la nostra risposta, facendo ricorso alla nostra personale esperienza. A Gesù non interessa sapere come la pensano gli altri, ma sapere se siamo disposti ad accompagnarlo sino alla fine del viaggio. Insomma, con Gesù non si possono fare mai quattro chiacchiere, così, parler pour parler. Una risposta, e la vita diventa una cosa seria!

 

Gesù, lo scandalo del messia sofferente 

2. Gesù non vuole illudere nessuno; i discepoli guardano a lui come a un trionfatore, a un signore, non come a un servo, per giunta sofferente. Ma giunge il momento in cui essi devono sapere chi è quel Gesù di Nazaret che essi vogliono seguire; perciò Gesù comincia a insegnare loro “apertamente”. Di questo celebre testo (la “confessione di Cesarea”), quello che subito colpisce è il contrasto tra il “Beato te, Pietro… su di te costruirò la mia chiesa... a te darò le chiavi del mio regno” (Mt 16,17), e quelle altre parole di Gesù: “Va’ via, lontano da me, Satana, perché tu ragioni come tutti gli uomini!” (Mc 8, 33). Cerchiamo di capire. Il vero capo della chiesa non è il papa né il collegio dei vescovi né la curia romana, ma è lo Spirito Santo! E lo Spirito è sovranamente libero. Sfugge a tutti coloro che vogliono imprigionarlo in un uomo, in una formula, in un tempio, in un oggetto. Soffia assolutamente dove, quando, come vuole. Ha scelto come dimora la chiesa, ma ha pure innumerevoli “residenze secondarie”, anzi, si muove meglio nelle periferie. Il dramma della chiesa è la tensione tra l’istituzione che tende a irrigidirsi e ad autogiustificarsi, e l’ispirazione che tende a scavalcare ogni autorità e controllo. Quello che occorre è che l’istituzione dialoghi sempre con l’ispirazione: il capo non è colui che detiene il potere, ma colui che, docile allo Spirito, accoglie ogni buona ispirazione: “Non la carne e il sangue te l’ha rivelato, ma il Padre mio” (Mt 16,18). L’autorità va esercitata come un dono e non come un diritto. Ricordare queste verità potrà aiutare a risolvere la crisi attuale dell’autorità.

Gerarchia + Profezia

3. L’autorità perde valore quando si limita solo a regolare, legiferare, strutturare; allora la chiesa diventa come una qualsiasi società, una società di “opere pie”. Le comunità cristiane “di base” sono vissute e vivono senza ministri ordinati; al contrario, numerose parrocchie languono sotto il peso dell’abitudine, dell’autoritarismo, del clericalismo. Noi pensiamo che il carisma segua fedelmente la designazione da parte dell’autorità, e lo fissa per sempre: fatti gli studi e ordinato presbitero, non c’è più nulla da imparare; come chi ha compiuto gli studi universitari e ha vinto il concorso a cattedra: non resta che ripetere per il resto della vita ad allievi sempre nuovi le nozioni sempre più vecchie. Nella chiesa primitiva le cose andavano diversamente: la giovane chiesa aveva coscienza di essere governata dallo Spirito; se c’era bisogno di un uomo per una missione speciale, si sceglieva qualcuno “pieno di fede e di Spirito” (At 6,5). L’ordinazione non comunica ex opere operato i doni necessari all’ordinato. E allora perché non ordinare quelli che avranno manifestato questi doni? Saranno designati dal popolo, consacrati dalla gerarchia, e pieni di quello Spirito che anima l’uno e l’altra.

Gesù: profeta sempre in anticipo

4. Gesù sapeva bene che le sue parole erano troppo nuove per essere immediatamente accettate. Lo stesso destino di Zarathustra: “Vengo troppo presto, non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino; non è ancora arrivato alle orecchie degli uomini. Fulmini e tuoni vogliono tempo” (F. Nietzsche). Gesù ha contestato la religione, il tempio, i sacerdoti, il sabato, il digiuno, i sacrifici; si opponeva alle aspirazioni più nobili e tradizionali dell’uomo, ma per rilanciarle al di là, per rivelare che l’uomo è capace di una crescita senza limiti, di una santità sempre ulteriore. Gesù non ripeteva le cose dette o fatte, ma ne inventava di migliori (Gv 14,12); non ci lasciava in eredità un credo o un codice o dei riti, ma lo Spirito che ci avrebbe svelato le altezze del suo vangelo. Una proposta che mette le vertigini, e spiega non solo le persecuzioni degli avversari ma anche i tradimenti dei suoi seguaci. Questo è l’errore maggiore della chiesa; voler accaparrare tutto a suo vantaggio un Maestro che sfidò tutte le autorità religiose e politiche del tempo; voler presentare ai fedeli una dottrina stabile, una morale coerente, una disciplina forte, in nome di un Fondatore che rifiutò ogni sistematizzazione, che scandalizzò tutti i dogmatici e moralisti, che fece della libertà il segno dei nuovi credenti.

Su questa pietra fonderò la mia chiesa … Pietro, va’ indietro Satana!

5. Pietro viene rimproverato dopo avere ricevuto l’investitura del primato! Questa contraddizione fa nascere una riflessione: qualunque cosa l’uomo possa pensare, è sempre a misura di uomo; anche quando noi narriamo la rivelazione, anche quando Dio ci parla, tutto viene sempre compreso con i limiti ermeneutici dell’uomo. La mente umana può pensare solo mediante un processo di oggettivazione, di cosificazione. Ne consegue che il Trascendente, quando entra nell'ambito della nostra immanenza, diventa oggetto, cosa, quindi noi non conosciamo più Dio, ma la sua oggettivazione costruita dalla nostra mente. Anche se a tale oggettivazione diamo titoli solenni, divini appunto, come Creatore, Infinito, Onnipotente, Assoluto, Eterno, Immortale… In realtà, questi titoli esprimono non Dio in sé, ma nostre rappresentazioni o nostre oggettivazioni del Trascendente. È quello che P. Ricoeur ha definito il processo di in virtù del quale il Trascendente, nell'oggettivarsi nella nostra mente, degenera in cosa. Queste rappresentazioni di Dio in realtà sono solo fenomeni culturali, che - come tutti gli organismi biologici - conoscono la nascita, lo sviluppo, la morte. È il caso delle più antiche religioni del mondo, quella mesopotamica e quella egizia, quella greca e quella romana. Nonostante questi limiti invalicabili, cercare Dio, però, non è mai inutile.

Le allettanti promesse del potere, del successo, del denaro!

6. La nostra religione, nata come contagiosa e lieta minoranza, ha allargato lentamente i propri spazi grazie all’imperatore Costantino prima, Teodosio poi, Giustiniano infine; non appena si sono aperte le porte del privilegio, anche noi cristiani siamo entrati nella sala dei comandi, abbiamo conquistato quel potere che Gesù aveva rifiutato. Le astuzie della ragione umana sono davvero ineffabili! Quante volte si è ripetuto nella storia il passaggio dal “Non possumus” al “Possumus” davanti alle allettanti promesse del potere! Dobbiamo chiederci: perché tanta lussureggiante teologia su questo primato e nessun commento su quelle parole che vengono dopo: “Va’ lontano da me, satana!”, che pure sono parole di Gesù? Questo “primato” è stato letto secondo le categorie della cultura egemone, cioè secondo la logica del potere di giurisdizione, fino a definire il papa “re dei re e signore dei signori”. Oggi la chiesa sa più di Costantino che di Gesù. Quegli incauti che osavano presentare Gesù come “servo del Signore” (Is 50,6) e non come il pantokrator, sono stati messi a tacere, extra moenia. Chiunque ricorda che Dio predilige i poveri e gli ultimi, turba il sistema religioso e va censurato. È pericoloso ricordare che ogni autorità deve imitare quella di Cristo, che il primato del papa è un primato di funzione e di servizio, che nel cristianesimo non ci sono onori ma responsabilità, non presidenze ma “grembiuli”, non posti da coprire ma fratelli da servire, non professionisti di carriera ma dilettanti di amore. Diceva Ignazio di Antiochia che, se primati ci devono essere, uno solo è accettabile: il primato e la presidenza dell’amore!

L’amore: una forza inutile e perciò efficace!

7. Come ci somiglia questo Pietro, fragile e cordiale, capace di viltà e di grandezza, un traditore e un martire! Lo descrive molto bene lo scrittore Luigi Santucci: “Pietro, non sei stato un buon capociurma, quando il capitano dormiva nella tempesta, neppure un buon nuotatore, quella notte che ti gettasti dalla barca. Ma per questo limite noi ti amiamo … La tua fame di vita, di miracoli, il tuo gesticolare, la tua paura di morire, il tuo coraggio di tradire, li abbiamo dentro identici “. Pietro che rimprovera Gesù! Che presunzione! Il Vangelo utilizza il verbo greco epitimáo per dire che Pietro “rimproverò” Gesù e che Gesù “rimproverò” Pietro (Mc 8, 32-33). Questo verbo nei vangeli ha un forza che fa impressione. Gesù lo utilizza quando rimprovera i demoni (Mc 1,21), quando placa le onde nel mare (Mc 4, 39) ed ha liberato un ragazzo dallo spirito immondo che lo possedeva (Mc 9, 25; Mt 17,18; Lc 9,42). Per questo il rimprovero di Gesù a Pietro assomiglia all’espulsione dei demòni: “Va’ dietro a me, Satana!” (Mc 8,33). Il problema di fondo in tutto questo racconto sta nel fatto che né Pietro e né gli altri apostoli comprendevano che Gesù avrebbe salvato il mondo proprio passando per il rifiuto frontale della religione e dei suoi responsabili. Anche noi corriamo il rischio di amare più la religione ed i suoi riti, che Gesù, rifiutato dai sacerdoti e dai politici!
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano