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La vita di Gesù

vissuta fino alla fine

Sorella Francesca - Bose

14 settembre 2018


In quel tempo 17Gesù, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, 18dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall'altra, e Gesù in mezzo. 19Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». 20Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 21I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: «Il re dei Giudei», ma: «Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei»». 22Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».
23I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti - una per ciascun soldato - e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo. 24Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice:
Si sono divisi tra loro le mie vesti
e sulla mia tunica hanno gettato la sorte.
E i soldati fecero così.
25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé. 28Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30Dopo aver preso l'aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Gv 19,17-30

La chiesa universale oggi celebra l’Esaltazione della santa croce. L’origine di questa festa è molto antica; risale a quando si adorava la santa croce ogni venerdì santo. Ne troviamo cenno nel diario di pellegrinaggio ai luoghi santi di Eteria. Successivamente veniva celebrata sempre il venerdì santo per commemorare il ritrovamento della croce di Cristo. La data odierna, il 14 settembre, è stata fissata per ricordare la dedicazione della basilica della Resurrezione costruita tra il Golgota e il sepolcro,nel IV secolo.
I cristiani d’Oriente e d’Occidente leggono nella croce lo strumento di redenzione attraverso il quale Gesù ha portato la salvezza agli uomini nella storia. “Noi ti adoriamo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo” recita la liturgia. La croce è espressione paradossale del volto del Padre che si è abbassato fino alla sofferenza estrema per partecipare alle sofferenze degli uomini. Gesù ha assunto su di sé la beatitudine di chi si umilia, si abbassa per essere innalzato, glorificato dal padre. (cf. Lc 14,11)
Gesù non ha nulla dell’eroe, nulla che lo renda simile a un combattente vittorioso, è un uomo prostrato, atterrito sotto il peso di tutta la sofferenza degli uomini, in lui viene assunta la morte nella sua totalità. E noi uomini e donne prostrati sotto il peso delle nostre croci, delle nostre morti, logorati dalla perdita di speranza possiamo con la fede guardare ai segni della resurrezione già visibili in quel gesto concreto e in quelle parole di consegna, di abbandono liberamente offerto del Figlio.
Molto spesso nel trovarsi accanto a persone care in punto di morte il nostro orecchio è proteso alle loro ultime parole che spesso diventano un impegno, un’assunzione di responsabilità, un lascito che ci rinvia alla speranza, a guardare avanti, quasi a portare a compimento quanto la morte ha interrotto, dando così continuità alla vita.
La croce non indica il fatto che dobbiamo cercare il dolore per essere accolti tra le braccia del Padre ma ci dice che è la vita di Gesù, vissuta “fino alla fine”, che insegna a vivere umanamente la nostra vita fino alla fine passando attraverso le sofferenze che essa ci riserva. Sulla croce Gesù corona il suo testamento nella consegna del discepolo a sua madre. “Gesù vedendo la madre e, in piedi presso di lei, il discepolo che amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre”. A partire da quell’ora, il discepolo la prese con sé” (vv. 26-27).
La parola di Gesù è performativa, crea ciò che dice, esprime la sua volontà su coloro che sta per lasciare. È un gioco di sguardi e di prossimità, il dolore lascia lo spazio a parole di tenerezza e speranza. I legami si rinsaldano, sotto la croce assumono un ulteriore senso spirituale, la madre diventa madre dei credenti, madre di coloro che in Cristo sono nuove creature e il discepolo scelto e amato diviene il custode di questo legame, il modello dell’inviato che non tiene nulla per sé, che esiste sempre più per gli altri decentrandosi da sè. Gesù sconfigge così ogni solitudine data dalla morte fisica. Rende pieno il senso di vuoto che la morte può lasciare ricordando che non si resta soli se si sa cogliere nell’altro il discepolo e la madre, in una stessa dinamica di relazione.
Le parole pronunciate da Gesù prima di rendere al Padre l’ultimo suo respiro sono allora un invito alla comunità a ritrovarsi sotto la medesima croce per essere inviati quali testimoni della sua Resurrezione.

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