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Introduzione ai salmi

Andrè Chouraqui


1) NON UN LIBRO, MA UN VIVENTE.
Noi nasciamo con questo libro nelle viscere. Un librettino: centocinquanta poesie, centocinquanta gradini eretti tra la morte e la vita; centocinquanta specchi delle nostre rivolte e delle nostre fedeltà, delle nostre agonie e delle nostre risurrezioni. Più che un libro, un essere vivente che parla, che ti parla, che soffre, che geme e che muore, che risorge e canta, sul limitare dell'eternità-e ti prende, e trascina te e i secoli dei secoli, dall'inizio alla fine...
Nasconde un mistero, perché le età non cessino di ritornare a questo canto, di purificarsi a questa sorgente, di interrogare ogni versetto, ogni parola dell'antica preghiera, come se i suoi ritmi scandissero la pulsazione dei mondi.

2) LA STORIA DI TUTTI.
Sì, il mondo vi si è riconosciuto. Giacché narra la storia di tutti, è diventato il libro di tutti, indefesso e penetrante ambasciatore della parola di Dio presso i popoli della terra. Anche lì si è insinuato dappertutto: in tutti i battesimi, in tutti i matrimoni, in tutti i seppellimenti, in tutte le Chiese. Appartiene a tutte le feste e a tutti i lutti di quasi tutte le nazioni.
Un inglese ha fatto come un bilancio di questa prodigiosa carriera. Ha commentato i Salmi in base agli avvenimenti storici che essi illustrarono o a cui furono intimamente mescolati: è una sfilata della storia universale; imperatori e re, generali e soldati, uomini d'Oriente e d'Occidente, santi e riformatori, nazioni e Chiese, poeti e scienziati, vittorie e sconfitte, nulla è assente da tale florilegio. I Salmi hanno saputo parlare in tutte le lingue, a tutti gli uomini, ogni giorno, per ispirare i loro più alteri rifiuti, le loro più feconde audacie. E da quasi due millenni i conventi e i ghetti si incontrano misteriosamente in questa amorosa veglia di guardia, per salmodiare, qui in latino, là in ebraico, gli inni dei pastori d'Israele.

3) NEGLI ESILI DI ISRAELE.
Quale sapore, quale puro diamante nell'anima di quanti non rinunciarono mai alle parole riprese dalle stesse labbra di David, se si pensa che così essi attraversarono tutte le notti, tutte le guerre, mossi dalla folle speranza di vedere un giorno, oltrepassate le tenebre, sulle sante colline, un bambino alzarsi e cantare davanti all'Arca.
Avevano portato con sé questo libro nei loro esili: nella loro carne, nel loro sangue ne vissero ciascun versetto.
Stava scritto: lo vivevano così come lo leggevano, ed era altrettanto necessario viverlo che leggerlo. Era il loro dramma e la loro speranza, esso li assumeva nel momento stesso in cui li crocifiggeva, poiché deteneva la chiave del loro mistero: e gli erano attaccati come l'ombra alla luce, come la voce al canto; esso cantava la promessa che costoro avrebbero realizzato.

4) LA LINGUA DEL SALTERIO E L'UNIVERSALITÀ DEL REALE.
Per quel piccolo numero, il Salterio viveva nella sua vera lingua. Una lingua piena di poteri, che dice sempre di più di quanto non dica, che tocca e oltrepassa i limiti dell'espressione, che aspira incessantemente all'inesprimibile. Le parole ebraiche, con la loro potente ossatura verbale, con i ritmi ternari delle loro radici immutabili, impongono degli atti puri.
Il carattere radicalmente indifferenziato del tempo semitico ci lascia perennemente sospesi alle articolazioni del divenire; il preterito altro non è che una prefigurazione dell'aoristo; il futuro non cessa di accerchiare ed informare il presente. Ci troviamo qui in balìa dell'imperativo del pensiero semitico: questo ci assale con taluni fatti, provoca nella nostra coscienza l'incendio del verbo e il suo trionfo. Dove sono le nostre placide barriere! Il torrente trascina ben presto tutta la nostra adesione; una dialettica non discorsiva prende il sopravvento sulla nostra notte che essa viene a popolare con una presenza; il componimento poetico tende a liberare dalle cose che passano: esso abbraccia tutta la pienezza del concreto e ci impone l'universalità del reale senza il sostegno di alcun ordine logico formale. Una onnipotente lucidità dinanzi al fatto eretto a simbolo, un'austera sottomissione alla verità del verbo, un rifiuto dell'ornamento sollecitano instancabilmente la folgorazione dello spirito: un libro in cui ogni lettore vive e danza come un fuoco di gioia...
Non è facile conoscere una così vasta dimora. Ci fu spesso la tentazione, anche nei più attenti, di non vedervi che un mosaico di pensieri pii non dominati da una più profonda unità. Nella cristianità, i Padri della Chiesa, i suoi Dottori, i suoi poeti non cessarono mai di interrogare ansiosamente il mistero di questo libro introdotto nelle Liturgie della Chiesa come in quella della Sinagoga. Esso è così ricco, così denso, che lo spirito perde la speranza di afferrarne la dimensione reale, di trovare la chiave che apre tutte le porte.
L'esegesi ebraica, la meditazione dei Rabbi d'Israele, fornisce forse lo strumento per un diverso approccio dei testi della Bibbia.
Alla luce di tale meditazione, la cangiante policromia dei mille versetti del Salterio, quella sua ricchezza troppo pesante per essere sopportata, le prospettive improvvise, aperte sulla miseria dell'uomo o sulla sua gloria, sul suo terrore o sul suo amore, la poesia sovrana che abbraccia cieli e terra e inferno, che parla al sole, al serpente, all'uccello, all'inferno e dà del tu a Dio, il dilagare di parole il cui assalto ci sorprende e ci sconvolge, le immagini senza numero, tutto si armonizza in una costruzione dal rigore classico: la poesia si tramuta in dottrina; il lirismo si trasforma in architetture profonde delle gerarchie della creazione, le parole perdono la loro libertà disordinata per illuminarsi e richiamarsi a vicenda come le pietre di un edificio.

5) IRRUZIONI ESCATOLOGICHE E LIBERAZIONI MESSIANICHE: LE ARMI CONTRO LA BESTIA.
I mistici d'Israele poterono così leggere i Salmi come apocalisse delle irruzioni escatologiche e delle liberazioni messianiche.
Nella lotta contro la bestia, il Salterio costituiva il deposito delle vere armi da combattimento; ogni versetto, ogni parola era una spada, e ogni spada aveva potere di morte sui demoni. Prima dell'ora della liberazione finale, il giusto doveva familiarizzare con le potenze delle parole, come il guerriero si predispone al combattimento per trovarvi il conforto dell'anima nello sprizzare dei fuochi mistici del verbo.
Il Salmista sa quello che dice: lo esprime con una padronanza e un'economia di parole che fanno di questa raccolta un monumento unico nella storia dello spirito, un appuntamento d'eternità.

6) LA VIA DELLE TENEBRE E LA VIA DELLA LUCE E LA FRONTIERA DELLA GUERRA.
Fin dall'inizio veniamo messi di fronte a un mondo che esclude l'indifferenza. Ci sono due Vie. Non già tre o quattro o quante si vuole. Siamo avvertiti: il mondo è spaccato in due. La scelta diventa necessaria; è l'esigenza e il rischio di tale fenditura. La poesia è semplicemente l'aspetto luccicante dell'insegnamento: la Via delle Tenebre e la Via della Luce si suddividono l'universalità del reale. Siamo alle soglie di una scienza che si ritiene la più vera e pretende di essere la più esauriente. Due vie disuguali e nemiche, ma che coesistono nel tempo e nello spazio in seno a cui definiscono la frontiera di una guerra; su tale linea si iscrivono le dilacerazioni della Storia.
La pienezza dei tempi, la realizzazione delle promesse messianiche soltanto potranno porre fine alla micidiale battaglia di cui l'innocente rimane l'ostaggio. II Salterio è pertanto il memoriale della storia d'Israele, il libro delle liberazioni universali.
Ogni salmo vi è concepito come un atto e una illustrazione di un dramma che ha inizio nei primi giorni della Creazione, si svolge negli esili e nei calvari della storia, per poi concludersi nella gloria della parusia. Lo scenario è l'universo intero; i cieli, la terra, gli abissi e l'inferno; il tempo vi sconfina nell'eternità e l'azione si svolge dall'inizio alla fine del mondo.
Uno Scrittore sublime anima questo dramma la cui posta in gioco è l'adempimento e la liberazione dell'Uomo. I due attori del duello, alle frontiere tra la vita e la morte e in lizza dall'inizio alla fine, sono l'Innocente e il Ribelle.

7) DUE PROTAGONISTI. II RIBELLE.
Entrambi dicono no. L'uno rifiuta la via di luce; l'altro le tenebre. L'uno dice no all'iniquità del mondo; l'altro all'eternità di Dio.
Tali rifiuti stanno all'origine della tragedia. Il conflitto tra le due negazioni opposte, reso possibile da una libertà, definisce l'asse in cui l'orrore assale e uccide la gioia.
Sulla via d'iniquità non tardiamo a incontrare il Principe delle Tenebre. Il Salterio ne fornisce una carta d'identità terribile, che non comporta meno di centododici nomi, soprannomi, titoli e qualità. Essenzialmente è il Rasha, colui che non può affrontare il giudizio di Dio, il Reprobo. Non un uomo determinato, bensì l'entità del male, sotto tutti i suoi aspetti. Il Salmista ce lo presenta come l'Adamo del Male, il nemico, il mentitore, l'insensato, il potente, il toro di Basan, l'uomo di violenza, di inganno, d'iniquità, il divoratore del popolo, il traditore, il perfido, il figlio del barbaro, l'uomo di sangue, lo stupido, l'approfittatore, l'orgoglioso, l'occhio altezzoso, il ladro, il millantatore, l'assassino, il pasciuto della terra, il fanfarone, il vanitoso, il prostituto, lo spaventoso, il peccatore, l'acerbo, l'avido, il maligno, il portatore d'infamia, l'artefice dello scompiglio, l'operatore d'iniquità, il preparatore di trappole, il lanciatore di fiamme, il guerriero, il beffardo, la lingua perfida, il sorvegliatore d'anime, il blasfemo, il re della terra, il tortuoso, lo sterminatore, il boia, il rivoltoso, il vendicativo, l'avversario, il pazzo, il grande di questo mondo, il colpito, l'eredità del distruttore.
Egli è l'anima e il centro dell'assemblea dei violenti, degli orribili, degli occhi aggressivi, del popolo insensato, del consiglio dei derisori, degli scaltri, dei maligni, della banda dei malfattori, dei distruttori. Egli è l'opulento, il ricco, lo spogliatore, l'operaio del peccato, il gonfio di cuore, il reprobo della terra, il feroce, il cane, l'artigiano del nulla.... e fermiamoci qui.
Egli è il nemico della giustizia, il dimentico di Dio, l'oppressore, l'avversario della pace. Egli è il detentore dello Scettro del Male, l'Accusatore. Dal suo nome ebraico: Satana.
Il suo nome ben definisce le sue opere. Il Salterio ce le descrive con minuzia. Il padre del nulla incarna una inadeguatezza, un vuoto e le sue opere gli assomigliano. Ogni sua parola consuma una menzogna, ogni suo gesto una violenza. Tutto il Salterio passerebbe sotto i nostri occhi a volerne descrivere tutti gli atti: egli ci viene presentato, fin dal primo Salmo, come un frammento di paglia respinto dal soffio; della pula ha la leggerezza, l'instabilità, l'aridità e la sterilità. Senza radici e senza peso, si rinchiude entro l'orizzonte della temporalità di cui cade prigioniero.
Tutta la sua scienza si riduce alla negazione di Dio. « Dio non c'è », ecco la fonte dell'insoddisfazione del suo spirito, dell'insaziabilità della sua avidità, della sua angoscia. Creatura ferita, nulla può appagarlo. La sua verità deve pertanto coincidere con l'inadeguatezza da lui incarnata. Egli rifiuta la rassegnazione impossibile e mendace, sulla via della temporalità. La sua maggiore lucidità sta nel vedersi condannato a vivere e a morire nell'ansietà e nel buio. Vive a porte chiuse. Deve respingere la gioia di un riposo illusorio che il suo orizzonte maledetto gli impedisce di ottenere.
Egli sta nella sua verità optando per il mondo, e questa sua scelta gli toglie ogni riposo. II Salmista ci fa vedere la smorfia della sua bocca, delle sue labbra, il movimento della sua lingua operatrice di illusione e tormento. Egli nega e calunnia, mente e insinua; il furto è la sua giustizia; la turpitudine il suo vanto; il suo godimento è prigioniero dei suoi orizzonti; non è che beffa e digrignar di denti. Insaziabile, accumula per godere e non può cessare di accumulare: il suo tormento diventa il suo godimento, la sua cattività la sua libertà, la sua tenebra la sua luce, la sua morte la misura di ogni vita. La sua volontà di potenza si spiega, senza regola né misura, entro l'orizzonte che l'asservisce. Ma nelle sue mani il potere e la giustizia divengono strumenti di oppressione, di asservimento.
Egli snatura la giustizia, dichiara falso ciò che è vero; vera la menzogna. É misura a se stesso e proietta su quanto accosta l'ombra che lo tiene prigioniero.
Incarnazione del male, le cui opere si moltiplicano come una chioma nera sugli esseri da lui sedotti e soggiogati, il Rasha urta contro il solo limite che possa negarlo: l'Innocente gli rivela l'atemporale da lui rifiutato e la cui realtà sconvolge i suoi ciechi orizzonti.
E il Salterio riecheggia di tale sua guerra. Lo vediamo interamente impegnato nella caccia all'uomo. Spia il nemico, lo sorprende nel punto più imprevedibile della strada. Non c'è dubbio che non escogiti per tentare di asservirlo e, per quanto possibile, non c'è tortura che non infligga.

8) LE NAZIONI AD IMMAGINE DEL REPROBO.
Attorno al Reprobo vediamo agitarsi le nazioni che ne riflettono l'immagine. Esse vivono asservite alla potenza delle tenebre, ostili alla luce dell'innocenza. Edom, Moab, Ismael, Ammon, Amalek, i figli di Lot, i Filistei, Rahab, Babele, Tiro, Meshek e Kedar, in cui l'esegesi ebraica individuava i volti degli imperi di questo mondo, si scatenano e brontolano e minacciano e assassinano sulla via in cui Misraim, l'Egitto, «il paese dalla duplice angoscia », sembra incarnare la terra originaria del ribelle. Casa della schiavitù, luogo delle prigionie di Giuseppe e di Israele, corpo colpito da tutti i flagelli, prigione da cui occorre uscire per accedere alla libertà dei figli di Dio, regno di Faraone, l'Egitto nel Salterio più che un determinato paese rappresenta il luogo simbolico di tutti gli Esili.
I luoghi stretti, chiusi, bui, la melma, il tranello, le acque devastatrici, gli animali feroci, la morte forniscono al Salmista le inesauribili immagini che gli permettono di descrivere la via del Reprobo. Tutti i suoi gesti sono annotati dal vivo, dall'occhio contemplativo che non cessa di vederlo: la mano che colpisce e uccide, il braccio che si agita, il piede che schiaccia, il tallone che fugge, il sangue che scorre; il seguito dei dolori-le mascelle che digrignano e le sue armi, la spada, l'arco che geme sotto il braccio che lo piega, la freccia che parte, fischia e uccide da lontano, il tumulto dei carri, la minaccia delle alte torri, delle mura fortificate, le urla scatenate, il galoppo dei cavalli, i rantoli d'agonia nei crepuscoli delle battaglie, il bottino conteso in uno scenario di monti, sulle nevi della notte, lo sguardo che arde di odio...
Un grido domina il tumulto: « Dio non c'è ». E in questa guerra fantastica i reprobi hanno sempre davanti a sé un solo nemico, nudo, disarmato, che grida che non c'è nessun soccorso nella violenza, sanguinante e rivolto soltanto verso Dio.

9) L'ASSASSINIO IMPOSSIBILE: L'UCCISIONE DEL GIUSTO, IL DEICIDIO.
Leggiamo bene i nostri Salmi: non vi è altra guerra che quella del Ribelle contro l'Innocente, né altra sconfitta che quella del Ribelle di fronte all'Innocente. È questa la legge di ferro del Giudizio di Dio.
Il Reprobo non ha altra scelta che rinnegare se stesso o optare per l'assassinio che permette la rottura del mondo. E non uno qualsiasi. Il Reprobo non si preoccupa di uccidere chiunque, tanto meno di un volgare suicidio. Il pensiero del Salmista illumina continuamente l'essenziale, affermando che c'è una sola uccisione gratuita e perfetta, sulla tremenda frontiera tra la Morte e la Vita: quella dell'Innocente. Inchiodato alla sua angoscia, asservito ai suoi limiti, l'unica nostalgia del Reprobo rimane l'assassinio eternamente impossibile: il deicidio.
Il Ribelle tenta di spegnere nel sangue del Giusto la sua rabbia di non poter uccidere Dio.
La via del Principe delle Tenebre sbocca nel niente della morte. Egli è, vive, uccide, nell'illusorio. La sua via è buio: egli non può, per quanto si dia da fare, accedere all'opera che duri. Alla sua potenza, però, non sembra esserci ostacolo: per lui l'Innocente, a dire il vero, non esiste; al suo odio costui non oppone nulla; offre spesso la gola al suo coltello, né gli contende un regno di cui ha orrore.
È di un altro mondo: e dinanzi a questo essere scarno, disarmato, perduto in un sogno impenetrabile, il Reprobo deve inchinarsi, come davanti a una luce scompaiono le tenebre.
Se spesso l'Innocente è ucciso, il Ribelle è però sempre sconfitto. La linea inflessibile che determina il risultato è quella tracciata dalla giustizia di Dio.

10) LE DUE VIE NON SONO UGUALI: IL GIUDIZIO DI DIO.
Questa è l'intuizione più possente dei Salmi, la struttura portante di tutta la rivelazione biblica: le due vie non stanno alla pari. Non è indifferente rinchiudersi nel buio o aprirsi alla luce; perché Dio, l'onnipresente, è per sua natura il giudice.
Il suo trono è fondato sulla giustizia, il suo sguardo abbraccia l'intera creazione, sonda i cuori e i reni; vede tutto, è il Padrone di tutto: nulla può sfuggire alla sua giurisdizione. Egli è, come vedremo, il padre dell'Innocente e chi muove contro costui muove contro di lui. Nemico della vita, il Ribelle si vota alla morte. Il giudizio di Dio è di ogni momento e riguarda tutti i viventi. Il Salmista non si stanca di spiegarci il mirabile processo, il funzionamento del Tribunale della giustizia onnipotente.
Una sola idea sembra dirigere la metafisica del Codice celeste: l'uomo è ciò che vuole essere. Si identifica con ciò che ama e la risposta al suo unico interrogativo, essere o non essere, proviene da lui e viene scolpita per lui sulle bilance d'eternità. Amava la maledizione: essa viene a lui; gli dispiaceva la benedizione, essa si allontana da lui.
Come sua tunica, indossa la maledizione; essa penetra nel suo seno come le acque, nelle sue ossa come l'olio. (Sal 109, 17-18) Potenza delle tenebre, il Reprobo se ne va nelle tenebre; la sua cecità lo porta al luogo privo di lode e di speranza, va a farsi ingoiare dalla tremenda notte dello sheol, l'inferno biblico. Una legge di ferro lo vota all'aborto, il suo slancio lo precipita nell'abisso che egli va scavando.
Nel libro di Dio tutto ha un senso; il mondo del Salmista è quello di un significato pieno; tutto è ordine, peso, segno, conseguenza. Ma è chiaro che il Ribelle vive e perisce nell'assurdo. Può prosperare, trionfare, dimostrare, ammazzare e vincere: non gliene resterà nulla, neanche l'amarezza del suo disordine. Prigioniero del nulla, il diamante delle giustizie lo rinserra in se stesso: resta impigliato nella stessa rete in cui credeva di prendere. Come una bestia furiosa, si strazia nei lacci da lui stesso preparati. La sua negazione lo annienta, il suo odio, il suo grasso lo soffocano; dagli echi d'infinito non riceve nient'altro che ciò che egli pronuncia: l'Essere odia chi lo odia, si beffa di chi lo deride, annienta chi lo nega. Il Ribelle dispensa e riceve disprezzo. Tagliato fuori dall'amore, capta soltanto ciò che promana da lui stesso: non appartiene alla vita. Egli accumula ricchezze: conoscerà lo spogliamento, la fame, la sete. Crede in se stesso: sarà preda dei vermi dell'inferno. I denti che dilaniano verranno spezzati e sbriciolata la mascella che uccide. Il corno altezzoso verrà tagliato. Colui che scavava una fossa per l'innocente, che pensava di non vacillare mai, dall'angelo viene spinto sulla via scivolosa e buia... La morte è il vero pastore dei dannati.

11) L'ULTIMO GIUDIZIO E LA DISFATTA DEL SEDUTTORE, NEL SANGUE DEL GIUSTO.
Per i loro castighi, Dio sorge come un uomo di guerra. I giudizi individuali o collettivi di cui i Salmi ci forniscono il racconto non sono che immagini, prefigurazione dell'ultimo giudizio che consumerà la sconfitta del Seduttore.
Anche la via delle tenebre è orientata verso questo atto definitivo: nella sua onnipotenza, Dio appare per esercitare la giustizia del povero e dell'innocente, della vedova e dell'orfano, per liberare quelli che lo amano dal Regno delle Tenebre: la terra trema, le montagne vacillano, le acque si sconvolgono, il diluvio dilaga, i cieli si aprono, il fuoco del cielo viene a castigare l'iniquità; le gerarchie angeliche portano la spada.
Il cinghiale delle foreste, la bestia dei giunchi, il bufalo, l'Idra favolosa, il Leviatan spaventoso periscono al verdetto di Dio. Il Reprobo, messo di fronte all'ordine reale del mondo, è ricondotto nella sua fossa per l'eterna turpitudine.
In tali prospettive appunto è possibile comprendere l'antica maledizione: «Chiunque si adira contro suo fratello dovrà risponderne in tribunale; se dice a suo fratello "Stolto", dovrà risponderne in Sinedrio: ma se gli dice Rasha, Reprobo, dovrà risponderne nella geenna di fuoco " (Mt 5,22).
Perché ogni uomo porta in sé il volto del Ribelle.
Il sangue segna cosi lo sbocco della via d'iniquità. É il luogo in cui si conclude il confronto tra l'Innocente e il Reprobo; il sangue dell'uno, sparso dalle mani dell'altro, sbarra l'accesso alla via d'eternità.
Una macchia rossa tra le tenebre e la luce, e che introduce una rottura di continuità nell'unità del reale.
Un intervento soprannaturale, un salto divengono ormai necessari per varcare questo abisso fra due abissi.

12) IL GIUSTO
Il Giusto, il Tsaddik, sta al centro della via d'eternità. Egli realizza l'ordine reale del mondo e redime nella luce il caos scatenato dal suo omologo decaduto, il principe d'iniquità.
Le due figure si corrispondono come immagini invertite dal segreto difetto di un prisma. Nell'innocenza dell'essere, l'uno è portatore della vita; l'altro incarna una menzogna e spande la morte. E quasi un centinaio di nomi, nel Salterio, stanno a designare anche lui, l'eroe di luce: l'oppresso, l'afflitto, lo spogliato, il pezzente, l'umile, il povero, l'uomo desolato, il fedele, il saggio, il fremebondo, l'uomo retto, lo straniero, il forestiero del mondo, il mendicante, il fervente di Dio, il ricercatore del suo volto, della sua benedizione, della sua luce, l'innocente, l'alleato del Signore, l'erede dell'eternità, l'occhio limpido, il cuore puro, la mano integra, l'araldo del verbo, il realizzatore delle giustizie, l'albero di vita, radicato sulla riva delle grandi acque; forte e saggio, eroico e capace di abnegazione, fecondo e puro, lucido e senza volontà propria, certo della vittoria e tremante per essa, amante della vita e soggetto a una passione di morte, esiliato nella carne squarciata e morente per gli ardori della sua sofferenza o della sua ascesi, prigioniero della speranza che lo vota alle redenzioni, e per queste nemico del baratro in cui scintilla il non-essere; nella sua battaglia una voce lo salva dai fuochi del Seduttore, gli dà l'arma invincibile del verbo: egli è per sempre il custode dell'alleanza, il detentore delle testimonianze, il portatore delle luci, l'annunciatore del Nome redentore, alle frontiere in cui soccombe il dilagare dell'ombra; egli si colloca nell'aurora nuova a cui è condotto, una volta rotti i ponti, dalla sua vera ricerca di giustizia e di verità. Là, egli non è diverso da colui che annuncia, l'eletto, l'amante e l'amato, il servo e l'amico, il profeta e il figlio primogenito, il Messia.
Un rifiuto iniziale, una rivolta che attinge nell'amore la sua veemenza, lo sottrae alle seduzioni della via delle tenebre. Egli ne conosce tutte le svolte, ne sa la sterilità e la conclusione. Ama Dio e vuole essergli stretto per l'eternità: una vigilanza estrema deve portarlo al di sopra del canzonatorio, della menzogna, dell'iniquità. Un primo moto l'oppone al male; una lettura anche superficiale del Salterio basta a farci capire quanta violenza assoluta gli fa vomitare il compromesso.
Egli è capace di collera, il suo coraggio lo spinge a combattere l'iniquo. Ergendosi fin da principio contro il Reprobo, le sue imprecazioni fanno fremere: egli oppone all'odio un fronte implacabile, all'iniquità un rifiuto senza limite, all'assassinio un odio mortale: egli dichiara guerra alla guerra dell'odioso.

13) LE SUE MALEDIZIONI E LA SUA UNICA ARMA, DIO.
Le sue maledizioni, i suoi continui appelli alla vendetta di Dio non devono nasconderci la vera natura del suo procedere: le sue armi egli le ripone nell'atemporale. Si è abbastanza notato il carattere fantastico della sua guerra? Si è abbastanza sottolineato che alle frecce che lo trafiggono egli altro non oppone che la sua voce, che ha le mani nude; soltanto Dio è la sua arma, la sua fortezza: per essere liberato dai nemici l'Innocente non fa mai affidamento sulla sua forza materiale; non si stanca di ripetere, abbiamo saputo ascoltarlo?-che il vero trionfo non può venire dalle vie umane né dalle armi né dalle strategie né dalla violenza (Sal 20, 8-9; 44, 4-6; ecc.).
Egli va in battaglia a viso scoperto: il soccorso, sa bene, non viene dall'uomo, la forza non è mai decisiva e le armi non possono strappare il destino dalle mani che lo governano. Tutti i Salmi, specialmente quelli che paiono più bellicosi, sono animati da un sovrano disprezzo per la forza materiale e brutale; non si tratta di abnegazione eroica, ma di una certezza obbiettiva: la forza non
serve a niente, non fonda nulla, non conduce a niente; essa è la sanguinaria amante del Reprobo; il Giusto si è invece impegnato nell'azione trionfatrice della giustizia e della verità.
Tale scelta non è astratta: immerso in una notte dalla quale vuole liberarsi, l'Innocente deve necessariamente rifiutare la legge delle tenebre per sfuggire, sia pure a prezzo della vita, alla sua angoscia.

14) II GIUSTO È UN PRIGIONIERO E UNO STRANIERO TRA I SUOI.
La sua rivolta è infatti sostenuta dalla sua lucidità: egli si sa prigioniero. Da nessuna parte l'impazienza dei limiti fu così totale, animò grido più urgente, scaturì dalla più crudele oggettività dello straniero.
Volti della miseria e della sofferenza, egli conosce tutto il peso d'ombra della menzogna che lo circonda; nella sua guerra terrestre si vede in balia dei nemici che lo assalgono, lo prendono al laccio, lo gettano nella fossa. E la stessa terra gli appare come una buia prigione, soffocante, miserabile (Sal 69, 34; 79, 11; 102, 21); egli è prigioniero della sua stessa sterilità, della sua impotenza, dei suoi peccati; conosce la sua condizione carnale inferma e condannata: che cos'è la vita, la durata dei giorni? Un'erba che appassisce, un fumo che svanisce; egli si vede trasportato « nella valle dell'ombra di morte», nel luogo in cui non c'è più speranza: il mondo intero gli appare come un deserto, una valle di lacrime completamente coperta di ombre e di sangue. La vita è così solo una lunga agonia (Sal 87, 16). E nulla può riscattare l'uomo lanciato in tale pazzesca avventura, non c'è nessun prezzo che si possa pagare per sottrarsi al turbine mortale; la nostra via ci trasporta senza posa, senza tregua possibili.
Il succedersi dei giorni dà al Salmista il terrore del perituro; la sua fragilità lo mura vivo prima ancora di essere consegnato alla putredine della tomba. Concepito nel peccato, egli è figlio della morte. L'intensità della sua visione ne precisa i lineamenti: la sua vita è un soffio, un miraggio, una illusione, un sogno. Cosciente della propria solitudine, il Giusto è uno straniero tra i suoi. Egli è il gher, il goyi, lo zar, il nochrì, il toshav. Straniero e metèco sulla terra, simile ai suoi padri in Egitto...
Esilio, sonno e morte sono così i termini che definiscono la situazione reale dell'uomo separato.

15) II SUO VIATICO È LA TORAH, IL VERBO D'ETERNITÀ CHE LO FA FIGLIO DI DIO.
Ma egli ha un viatico, la Torah, che è il verbo d'eternità. Grazie ad essa l'Innocente si sa figlio di Dio e conosce la sua vocazione di figlio di Dio. Essa è la via, la verità, la vita, il modello divino che consente all'uomo di accedere alla pienezza dell'elezione. Essa articola la relazione sgorgata dall'Alleanza abramica. Sottrae l'uomo alle disperazioni della sua condizione carnale e lo fa accedere alla sua vocazione soprannaturale.
Conoscendo il modello, l'Innocente deve vivere il dramma dell'incarnazione d'amore, dovrà soffrire le scottature e i dolori dell'identificazione. I Salmi ci descrivono tutte le tappe della sua strada e il suo termine, la visione beatifica. La volontà di Dio diventa il tormento del Giusto. La Torah gli rivela il suo peccato, la sua macchia, e gli permette di penetrare nel Regno dell'Innocenza. Fin dal primo Salmo veniamo avvertiti che la sua beatitudine nasce da un desiderio amoroso della parola di Dio che diventa sua attraverso la meditazione e la preghiera continue: giorno e notte. Non meno di dieci sinonimi sono utilizzati dal Salterio per designare la Torah, gli ordini di Dio che l'uomo deve meditare e praticare per accedere all'ordine reale del mondo. Si è colpiti dal carattere di interiorità che emana dall'insegnamento dei Salmi: il culto dell'Innocente si manifesta soprattutto attraverso la meditazione, il digiuno, la preghiera e il canto: egli accede alla montagna santa munito della propria arpa. Il Tempio di Gerusalemme manifesta per lui la presenza reale di Dio in seno al suo popolo: là appunto egli rinnova l'alleanza che fa di lui l'amico di Dio; i sacrifici e i voti stanno al centro della sua vita religiosa, giusta, pura, casta, vera: tutta la sua vita tende a divenire un'oblazione perfetta. Egli si sottrae alle tenebre, attraversa il deserto, e ben presto una chiamata gli farà scalare la montagna santa.
Sulla strada non gli vengono risparmiate né lotte né sofferenze.

16) LA NOTTE DEL GIUSTO: IL PECCATO, IL PECCATO DI TUTTI.
Alle tenebre del Reprobo corrisponde la notte del Giusto. Il simbolismo della notte viene usato costantemente dal Salmista per precisare le tappe della purificazione; egli accetterà il suo dolore, il suo martirio, finché non spuntino i chiarori dell'aurora da lui cercata.
Egli deve, come abbiamo visto, subire l'assalto delle tenebre esteriori: il Reprobo non gli dà mai pace, nutre per lui un odio che non consente tregua, gratuito, appassionato. Abbiamo visto le armi e le vie della sua guerra.
L'Innocente rende il bene per il male, vestito di cilicio si mortifica nel digiuno e prega per quanti lo schiacciano. Per fedeltà a Dio, accetta la propria sorte, di essere sgozzato, distrutto, divorato, condotto come una bestia al macello; perché ogni giorno degli innocenti devono subire il peso delle follie omicide del mondo. Ma egli prova una tortura più viva dal suo nemico interiore; il peccato tende i suoi lacci per bloccarlo per strada. Peccati volontari, peccati involontari, egli sa che sono più numerosi dei capelli del suo capo: essi lo sopraffanno con il loro peso, lo sommergono, lo ossessionano. Egli si sa responsabile non soltanto delle proprie colpe, ma, nella solidarietà delle generazioni, porta altresì tutte quelle dei suoi padri (Sal 106, 6-7). Il Salmista non ha alcun desiderio di giustificazione; non cerca, come Giobbe, di disquisire senza fine sul principio della propria colpevolezza.
Sa che se Dio volesse tener conto di tutti i peccati, neanche un solo uomo potrebbe sussistere davanti a lui.
Il suo più insopportabile tormento sta nel vedersi, per propria colpa, separato da Dio, prigioniero della propria sterilità e come morto rispetto alla vita. Egli avverte amaramente l'esteriorità a cui è condannato dalla propria inadeguatezza. Merita, infatti, il castigo; se la pace fugge da lui, se il suo corpo è tutto una piaga, se Dio rimane sordo alla sua preghiera, immobile, addormentato davanti all'oltraggio, se egli stesso lancia le sue frecce e dirige la battaglia, se gli fa bere il vino di vertigine e lo mette alla prova con acqua e fuoco, lo deve soltanto alla propria iniquità.
Egli è tutto una piaga. La sua ferita sta senza posa aperta sotto i suoi occhi, nauseabonda e purulenta. I suoi reni sono infiammati, il suo sangue si altera, egli è inchiodato al suo letto, ogni giorno gli porta nuove ferite: la sua carne non ha nulla di intatto. Le gambe non possono più portarlo, è come un'erba appassita, la pelle gli si secca, le ossa gli si slogano, non mangia più, non beve più se non l'aceto della sua angoscia: è come in preda alla morte. Il cuore, pieno di tormento, gli si contorce in seno, è trafitto, brucia come un fuoco e si sgretola.
Io affondo nella melma dell'abisso
senza appoggio,
sprofondo nel baratro delle acque:
il torrente mi sommerge.
Io sono sfinito a forza di gridare, la gola mi brucia,
mi si consumano gli occhi nell'attesa del mio Dio. (Sal 69, 3-4).

17) LA VOCAZIONE DEL GIUSTO È L'ABIEZIONE.
La notte delle sue purificazioni è simboleggiata ancor meglio da queste tre immagini che ritornano di frequente nei Salmi: il Giusto è muto, è sordo, è cieco. Cosi è sottratto alle iniquità del cammino. Poiché agli occhi del mondo la sua vocazione è l'abiezione; egli è il vergognoso, l'umiliato, l'addolorato. L'abiezione ricade su di lui da ogni dove, dai suoi nemici, dalla sua coscienza, da tutti coloro che lo circondano, da Dio stesso. L'ebraico non ha meno di dieci sinonimi per designare l'abiezione dell'Innocente. Tale angoscia interiore si sposa alla notte dei suoi dolori per compiere la perfetta alchimia della redenzione. La sua preghiera è interamente di attesa e di speranza; il suo tormento più acuto gli strappa appena un gemito, un grido di dolore, raramente d'impazienza, mai di ribellione.

18) L'UOMO DEI DOLORI: LE AGONIE DEL GIUSTO.
L'uomo dei Dolori! I Salmi ci descrivono le sue agonie, più sanguinanti e più solitarie di quelle della visione d'Isaia. Egli si è dato volontariamente alla vita di povertà, ma le prove che deve affrontare superano la misura umana. La sua elezione lo riduce infatti alla solitudine.
Egli è uno Iachid, un solitario. I suoi nemici trionfano e lo deridono per l'abbandono in cui lo vedono, i suoi parenti, i suoi vicini, la sua famiglia, i suoi amici gli voltano le spalle. Diventa lo Straniero nel senso assoluto del termine: suo padre e sua madre l'abbandonano, i suoi compagni, i suoi intimi si scostano da lui; viene tradito dal suo amico più caro che mangiava il suo pane: viene ricoperto di vergogna, nessuno lo vuole riconoscere più, non ha più rifugio, neanche un'anima si cura più di lui: egli è per tutti un'oggetto spaventoso, un gufo, il pellicano del deserto. Così egli cammina verso il luogo in cui l'aspetta il Reprobo per spargere il suo sangue. Il Salterio descrive le agonie del Giusto. Poiché questi non finisce mai di morire sui margini dell'iniquità. Egli è in agonia, sul punto di soccombere, alle porte della morte; talvolta viene paragonato a coloro che scendono nella fossa, a coloro che sono periti per l'eternità; egli è quasi steso nel silenzio della tomba, sulle rive dell'inferno... Altri testi ce lo mostrano effettivamente nella tomba, nella dimora delle ombre, a popolare lo Sheol, l'inferno inferiore:
Io, il miserabile in agonia fin dalla giovinezza,
ho portato i tuoi terrori nelle angustie mortali,
i tuoi furori dilagano su di me,
i tuoi spaventi mi annientano.
Mi circondano come acque,
tutto il giorno mi assalgono tutti insieme.
Hai allontanato da me chi mi ama e chi mi è amico, i miei intimi
sono ormai solo le tenebre.(Sal 88, 16-19).
O ancora l'ammirevole incantesimo del Salmo 22:
Ed io sono un verme, non un uomo,
l'abiezione degli uomini, il rifiuto della gente.
Tutti quelli che mi vedono si beffano di me,
storcono le labbra, scuotono la testa...
Non allontanarti da me, poiché l'angoscia si avvicina
e nessuno mi salva.
Tori senza numero mi circondano,
tori di Basan mi accerchiano,
il leone divora e ruggisce:
essi spalancano le fauci contro di me.
Vengo versato come acqua,
tutte le mie ossa si slogano,
il mio cuore si fonde nelle mie viscere, come la cera.
La mia forza è inaridita come la creta,
la lingua mi si incolla al palato;
 a polvere di morte tu mi hai ridotto...

19) LA PURIFICAZIONE, L'ESPIAZIONE, IL RISCATTO, LA PATRIA.
Così, alle tenebre del Reprobo corrisponde la notte del Giusto, ai suoi delitti la sua ascesi, alla sua bestemmia la sua lode. L'uno assicura il perdurare del peccato, l'altro la perennità della speranza e dell'amore. Ma la notte dell'Innocente è purificatrice, espiatrice. Dio raccoglie le sue lacrime in un otre, ode la sua preghiera, esaudisce la sua supplica. Nella sua morte egli rinasce a maggior luce.
Ogni sua stretta, ogni sua agonia segna, come vedremo, un progresso verso i chiarori dell'aurora, verso una conoscenza più profonda, un maggiore amore.
Il Giusto, infatti, ha fame, ha sete della presenza di Dio; la brama come il cervo brama le acque dei torrenti; e se si fa tanto piccolo, tanto paziente, se accetta di essere il capro espiatorio dei delitti del Reprobo, sa bene che la sua prova non avrà che un tempo. Egli è l'erede della via d'eternità: questa è la sua fede, la sua speranza.
Un ricco vocabolario designa la Patria a cui egli aspira e che è incarnata dalla Terra d'Israele e dalla sua Capitale in cui risiede il Signore: Gerusalemme, Jerushalaim, l'eredità della pace, terrestre e celeste.
Ma, per accedervi, richiede l'intervento di Dio. Egli ha compiuto in lui il movimento dell'abbandono totale: e attende la sua salvezza dalla fonte della vita. Con tutte le forze dell'anima egli invoca il Giudizio di Dio.

20) LA CERTEZZA DEL GIUSTO: LA GRAZIA E IL GIUDIZIO DI DIO.
Il giudizio di Dio consacra, infatti, lo scacco del Reprobo e assicura il trionfo dell'Innocente. La fortuna terrena dell'uno porta nella turpitudine dell'inferno; la sofferenza amorosa dell'altro lo conduce negli atri della casa di Dio; egli riceve dal suo giudice quell'assistenza che gli consente di varcare la soglia implacabile e di sfuggire alla morte. L'Innocente attende quest'ora con l'impazienza della sentinella che scruta l'aurora.
Sa che tale giudizio segnerà l'ora della sua liberazione inaudita. Per lui e per Dio, le parole Mishpàt, giudizio, e Tzedakah, giustizia, sono inseparabili e si confondono. Egli è l'alleato di Dio, vive nella sua alleanza, realizza l'esigenza della sua legge e Dio gli deve la sua grazia, chésed, sgorgata dall'elezione. Neanche per un attimo in tutto il Salterio egli dubita di tale grazia.
Non ha la minima inquietudine: il Giusto uscirà vittorioso dal processo sostenuto contro il Reprobo, la sua sofferenza gli vale l'espiazione dei suoi peccati; essi saranno pienamente perdonati, sia dopo nuove prove, sia (e questa è la sua attesa) per pura grazia.
L'Innocente sarà reso innocente da Dio stesso, lavato dai suoi delitti, purificato con l'issopo, reso bianco come la neve; Dio, da parte sua, abbandona il conteggio esatto delle ingiurie, cancella, perdona, spegne la sua collera e, come l'Oriente è lontano dall'Occidente, allontana il castigo dalla colpa. Il giorno del giudizio segna per il Giusto la sua clamorosa riabilitazione. La sua notte è sconfitta e si apre allo splendore delle luci divine: egli vede brillare la sua innocenza come la luce e il suo diritto come il sole di mezzogiorno. Il capo delle sue prove è definitivamente doppiato: egli accede per l'eternità all'appagamento di gioia nella luce di Dio; in un certo senso, il giudizio assicura la sua identificazione con l'oggetto del suo amore.

21) LE DUE COMUNITÀ, DEL RIBELLE E DELL'INNOCENTE: LE NAZIONI ED ISRAELE.
Annotiamo qui la dialettica costante che anima, nel Salterio, la relazione dell'uomo alla collettività, alla comunione degli uomini. Due attori, abbiamo detto, si dividono la scena del nostro dramma, l'Innocente e il Reprobo. In realtà, essi sono assistiti da un seguito innumerevole e la guerra delle nazioni contro Israele fa eco al combattimento del Reprobo contro il Giusto. Un parallelismo assoluto sembra soprintendere all'esistenza di tali coppie. Mai la legge di ambivalenza dei simboli che signoreggia nei Salmi si manifesta con altrettanto rigore; Così come il Reprobo è il nemico del Giusto, le nazioni sono i nemici d'Israele; il Reprobo è il nemico di Dio: le nazioni odiano Dio e si prostituiscono agli idoli.
In realtà non c'è da meravigliarsi di tale rigore che si impone come per petizione di principio. Israele si definisce per la sua conformità al Giusto; chiunque in Israele violi la legge dell'Alleanza decade dalla sua dignità e scivola nel Regno delle Tenebre. Parimenti, le nazioni si definiscono per la conformità alle opere del Reprobo; ma chiunque, tra le nazioni, abbandoni l'idolatria, accede alle grazie sgorganti dall'Alleanza e diviene Israele.

22) LA VOCAZIONE D'ISRAELE, L'ABIEZIONE: PARIA FRA LE GENTI.
La spaccatura del mondo che rende possibile l'assassinio dell'Innocente, implica il rigetto d'Israele che svolge nella notte dell'esilio, tra le nazioni, la funzione del paria.
Depositario della Rivelazione, esso ha, come l'Innocente, la vocazione all'abiezione: il suo esilio, il suo peccato e le sue sofferenze corrispondono alla notte espiatrice del Giusto; in molti testi è possibile chiedersi se il Salmista ha in mente l'Innocente o il popolo dell'Alleanza; in realtà, entrambi sono i servitori di Dio poiché, in spirito e verità, ambedue si definiscono e si chiamano in forza del loro amore.

23) 11 CARATTERE ESCATOLOGICO DEL SALMI: LA LIBERAZIONE DEI PRIGIONIERI DI ISRAELE, E IL RITORNO A DIO DELLE NAZIONI.
Il giudizio di Dio regola il conflitto che oppone non solo il Reprobo all'Innocente, ma anche Israele alle nazioni. Abbiamo visto che gli interventi di Dio nella storia d'Israele non sono che immagini, figure del Giudizio finale.
L'esegesi ebraica insiste sul carattere escatologico dei Salmi e li interpreta nel loro pieno senso messianico. L'ascesi del Giusto, il suo ritorno all'adorazione di Dio preparano il perdono e la redenzione d'Israele. Presto squilleranno le grandi trombe del Giudizio che consumeranno l'unione del Giusto con il Signore e segneranno l'ora del raduno degli esuli.
Tutta la letteratura dei Salmi vibra e arde di questa speranza. L'epoca messianica è anzitutto segnata dal ritorno dei prigionieri d'Israele (Sal 14, 7; 53, 7; 107, 3; 106, 47; 85, 2; 126, 1; 147, 2). Essi ritornano da tutte le estremità della terra, da Oriente e da Occidente, da Nord e da Sud. Ritornano come in un sogno, ricondotti da Dio al paese dei loro avi da cui erano stati cacciati a causa dei loro peccati. Vengono sottratti all'asservimento in cui li tenevano le nazioni e ricondotti in Sion per cantare la gloria di Dio e ricostruire Gerusalemme.
La punizione del Reprobo è accompagnata dal giudizio delle nazioni. La loro rivolta, le guerre da esse scatenate assicureranno il loro castigo e la loro conversione. Le nazioni che resistono a Dio, o al suo Messia, saranno frantumate e stritolate, i re che attaccano Sion sono presi dal panico e messi in fuga; poiché Dio si leva per difendere la sua eredità, lui stesso calpesta i suoi nemici, essi vengono consumati dal fuoco, portati via dalla tempesta.
Il sangue innocente è vendicato; quanti scampano alla distruzione si sottomettono a Dio; egli mette in ceppi i re.
La clamorosa vittoria del Dio d'Israele completerà il processo con la conversione delle nazioni.
Adonai è lo scudo e la speranza dei giusti: una volta rinchiuso il Reprobo nella fossa e castigati definitivamente i nemici di Dio, tutte le estremità della terra abbandoneranno i loro falsi dèi e riconosceranno che essi sono idoli impotenti e sanguinari. Esse ritorneranno al Dio d'Israele.
Tutte le famiglie delle nazioni si prostreranno davanti a lui; lo celebreranno e godranno quando verrà a giudicarle e a condurle; l'orgoglio di tutti i potenti verrà abbassato; il Giusto martoriato, il popolo votato all'abiezione diventano pietra angolare; è questa l'opera di Dio, un miracolo agli occhi di tutti.

24) LA RICONCILIAZIONE COSMICA E LA RIEDIFICAZIONE DEL TEMPIO.
La riconciliazione cosmica permette così la ricostruzione di Gerusalemme.
Il Tempio che David aveva giurato a Dio di costruire per farne la sua dimora, questo edificio che egli aveva promesso in voto al Potente di Giacobbe per ospitare l'Arca della sua Alleanza, ridiventa il luogo della presenza reale del Dio d'Abramo.
Dio s'innamora di nuovo del suo luogo e lo benedice. Egli riveste i suoi sacerdoti di salvezza e i suoi santi esultano in canti di letizia.
Dalle estremità della terra le nazioni e i popoli, gli anziani e i giovani, le vergini e i vecchi portano le offerte al Santo d'Israele, poiché egli fa rifiorire il corno di David, restaura il suo trono, prepara la luce del Messia e il suo diadema che scintilla alle aurore di gloria (Sal 132).

25) Il Messia: la pietra angolare dei Salmi.
Il Messia è la pietra angolare dell'insegnamento dei Salmi. Fin dal Salmo 2 ci viene detto che la finalità delle due vie e la loro dialettica sono orientate verso il trionfo del primogenito di Dio, del re da lui scelto (Sal 89, 28; cf. Es 4,22). L'esegesi rabbinica ha capito bene il carattere messianico del Salterio e lo interpreta interamente in funzione del trionfo del Re di Gloria. Un testo distingue addirittura il Messia dei dolori, figlio di Giuseppe, la cui vocazione consiste nel venire sulla terra per soffrire ed essere ucciso, e il Messia di gloria, figlio di Davide (13. Succa 52a) . Il Messia dei dolori, che incarna la sofferenza di Israele nella sua passione universale, è il Giusto alle prese con la sua notte, mentre affronta la battaglia del Reprobo e offre il proprio sangue per fedeltà a Dio, abbandonato da tutti, perforo dai suoi. Ma al termine della notte c'è l'aurora. La morte è vinta e la via del Reprobo svanisce come un incubo.
Il seme di David rifiorisce e il suo corno si innalza nell'azzurro delle redenzioni. I Salmi regali (specialmente 2; 45; 61; 72; 110; ecc.) descrivono l'annientamento definitivo del Reprobo. In quell'ora, Dio farà cessare la guerra fino alle estremità della terra, frantumerà i carri, gli scudi, le spade. La verità crescerà come un albero, la conoscenza di Dio invaderà i cieli e la terra: l'intera creazione canterà gloria. Gerusalemme sarà il centro della riconciliazione cosmica: tutti i popoli riconosceranno, con Israele, il vero Dio.
Saranno portati alla vittoria e governati per l'eternità dal Re della razza di David, il primogenito di Dio, l'Unto del Signore, il Messia glorioso (Sal 89, 27-31).

26) IL RE È IL SACERDOTE DI UNA FRATERNITÀ COSMICA: LA LITURGIA ETERNA.
La Regalità terrena di David prefigura il regno di suo figlio.
Tutta la terra sarà sottomessa al suo scettro, egli regnerà da un mare all'altro, dal fiume fino alle estremità della terra; la sua mano si stenderà sull'oceano, la sua destra sui fiumi.
Tutti i re del mondo si prostreranno davanti a lui; egli sarà il Re di una fraternità cosmica.
Ambizioni terrene, s'è detto.
Di fatto, la scomparsa della via di perdizione, eliminata per sempre, immette l'intera creazione nell'eternità di Dio. L'abisso che separava la terra dal cielo è riempito dalla redenzione.
Tutto risplende nell'unità primitiva.
Dio dice al Re: "Tu sei mio figlio;" e il Re, suo primogenito, lo chiama: "Padre mio" (Sal 2, 7; 89, 27).
Il Re di Gloria vivrà eternamente, di generazione in generazione, starà seduto sul trono dinanzi a Dio; sarà venerato fino a quando brilleranno il sole e la luna: il suo nome eterno fiorirà nell'oro del cielo.
Dio l'ha giurato, non si smentirà; il Re- Messia sarà sacerdote per sempre secondo l'ordine di Melchisedek: giudicherà con giustizia e verità.
L'Innocente, in eterno, grazie a lui, in lui, sarà riabilitato. Seduto alla destra del Signore, regnerà per l'eternità nella pienezza della PACE.

27) COLUI CHE È AL DI SOPRA DI TUTTI I CONFLITTI E DI TUTTE LE LODI: DIO, ADONAI.
Dio è il sovrano della visione soprannaturale. YHWH letto Adonai, è il suo nome . Roccia d'Israele, egli dà inizio e porta al suo termine l'adorabile liturgia della creazione. Egli è l'Altissimo, il Dio degli eserciti celesti, Adonai Shabaot, il fuoco divoratore in seno alle gerarchie angeliche. Egli è l'Unico, l'incomparabile, il santo, l'altissimo al di sopra di tutte le lodi e di tutti i pensieri. É il Padrone dell'eternità. Nella sua sapienza egli è il Creatore, l'Architetto dell'universo, Elohim, forma plurale delle forze infinite con cui si manifesta in seno alla creazione. Il Salmista non si stanca di cantare il Dio trascendente e immanente che egli serve ed ama. L'intera creazione, l'opera delle sue dita, i cieli, la terra, gli abissi non contano nulla in confronto alla sua gloria; così il canto del Salmista si situa altissimo al di sopra di essi; da ciò deriva quella meravigliosa luce con cui egli sa illuminare tutto il reale-la sua familiarità con la natura; egli sente il fratello del sole, della luna, delle stelle, degli animali che egli convoca per la sua gioia; egli trascende tutta la creazione che canta e si realizza nel suo amore; uno slancio lo sottrae ai suoi limiti, per unirlo alla gloria increata. Dio ha l'onniscienza, la prescienza, l'ubiquità. Il dualismo delle tenebre e della luce, che lacera la creazione nel punto in cui sorge (2) Il tetragramma YHWH conserva in Israele il carattere sacro che la Bibbia gli attribuisce. Questo nome ineffabile non poteva essere pronunziato che una volta all'anno dal Sommo Sacerdote nel corso della cerimonia del Giorno dell'Espiazione: dalla distruzione del Tempio, la vera pronuncia ne è perduta, senza possibilità di essere ritrovata con certezza. In Israele il Nome si legge e si vocalizza Adonai, Signore, cosa che diede luogo nella cristianità all'errore durevole della lettura Jehovah, ottenuta dalla sovrapposizione delle vocali di Adonai sulle consonanti di YHWH. La lettura abitualmente ammessa oggi è Yahwé: è un'ipotesi critica purtroppo inverificabile. Resta permesso al teologo e al poeta di rispettare il mistero del Nome, che noi interpretiamo Adonai, che vuol dire Signore.
La rivolta, per lui non esiste. Egli è dappertutto l'Identico, il padrone: tutto si illumina nella sua luce.
Adonai regna, la maestà lo riveste, essa riveste Adonai, la forza lo cinge: il mondo si erge senza vacillare. (Sal 93,1).
Egli è il padrone supremo dell'ordine soprannaturale e naturale, ma anche della storia. La sua spada assicura l'ordine reale del mondo. Egli è Colui che si rivela ad Abramo, rivolge la sua parola a Giacobbe, il suo verbo a Mosè; è Colui che fa alleanza con Israele, lo sottrae alla servitù, lo fa salire dall'Egitto, lo libera dalla sua prigione, lo insedia in Terra santa. Egli è Colui che incorona David e che vive a Gerusalemme nel santuario che ha scelto come luogo della sua gloria. É Colui che libera Israele da tutti i suoi nemici, perdona le sue iniquità, gli comunica la sua santità e la sua luce. É Colui che chiude la bocca d'iniquità e regna in eterno.
É il giudice, colui che nutre e guarisce. Egli riconduce Israele dalle sue dispersioni, riconcilia i fratelli nemici, manifesta la sua giustizia e benedice l'universo nella sua pace. Tutto viene da Lui, tutto è in Lui, tutto va in Lui. É il Signore della vita derivante dall'unità e dall'amore; la luce eterna, il Re del mondo. É il Re di pace: il suo regno abolisce la guerra. In Lui si risolvono i conflitti tra l'Amore e la Morte: il Salterio si conclude nell'Alleluia del regno di gloria.

28) I TRE RITMI DEL SALTERIO: LA NOTTE, IL GIUDIZIO DI DIO, LA GLORIA MESSIANICA.
Tre momenti scandiscono così i ritmi intimi del Salterio. La notte è il Regno in cui il Giusto nella sua ascesi affronta, fino al martirio, l'iniquità del Reprobo. Il giudizio di Dio segna la fine della notte e ristabilisce l'ordine reale del mondo. La via di luce trionfa infine nella gloria del regno messianico.
Questi tre temi: la via delle tenebre, il giudizio di Dio e la via di luce, dominano la composizione del Libro e si ritrovano in ciascuna poesia o serie di poesie che lo compongono e ci descrivono le due vie, il loro mistico affrontarsi, il giudizio che le pone in disparità e che assicura il trionfo della giustizia sull'iniquità, della vita sulla morte.
Nulla vi è lasciato all'artificio dell'ordine poetico. Siamo, si è detto, in un mondo dal significato pieno, sottoposto alla stretta, all'abbagliamento della visione. L'espressione è comandata dall'ascetica necessità di circondare il reale, di descriverlo nella sua più pura verità.
Le parole sono cariche di poteri: nella trasparenza dei simboli, essi iniziano alla verità di Dio. É difficile immaginare una maggiore intensità di pensiero, una più forte coerenza d'espressione, trasmessa con più splendida libertà che in questa inesauribile sorgente di vita.

29) 1 CINQUE LIBRI DEI SALMI CORRISPONDONO AI CINQUE LIBRI DI MOSÈ.
L'esegesi ebraica ci offre forse la chiave del piano che ispirò la composizione del Salterio, quando ci suggerisce che la dottrina dei cinque Libri dei Salmi è la medesima che quella dei cinque Libri di Mosè, di cui costituiscono il commento sinfonico.
Un grande rigore sembra aver presieduto alla sistemazione dei Salmi nell'ambito della Raccolta, quale oggi ci è nota.

30) II PRIMO LIBRO: LA GUERRA DEL REPROBO CONTRO IL GIUSTO: LA LUNGA AGONIA DEL GIUSTO.
Il Primo Libro è quasi interamente consacrato alla descrizione delle peripezie della guerra mossa dal Reprobo al Giusto. I primi due Salmi ci danno fin dall'inizio la chiave della sinfonia di cui ci vengono esposti tutti i temi: le due vie, la rivolta delle nazioni contro Dio e contro il suo Messia, infine la vittoria forale dell'Eletto e la beatitudine di quanti si fidano di lui.
Tali temi si intrecceranno nelle serie di Salmi che paiono obbedire all'idea di un insegnamento progressivo.
1 Salmi da 3 a 8 ci offrono un esempio notevole di tali ritmi interni: si comincia con la negazione da parte del Reprobo di qualsiasi possibilità di salvezza (3, 3); il Giusto si sveglia e afferma la certezza della vittoria di Dio (Sal 3, 6-8).
Nel Salmo 4, il Giusto si affida a Dio e apostrofa gli uomini: fino a quando cercare l'iniquità, inseguire l'illusorio? Le posizioni si induriscono nel Salmo 5: i reprobi mentono, calunniano, distruggono, sanguinari e tortuosi; il Giusto si radica nella certezza della sua speranza; fa appello a Dio. I
Il grido d'allarme è più urgente, più drammatico nel Salmo 6; Dio ascolta la preghiera del Giusto; i suoi nemici sono sconvolti. Il Salmo 7 riassume e conclude questa prima serie; il Giusto subisce l'assalto del nemico; Dio compie il giudizio; il Reprobo cade nella fossa che va scavando; il Giusto celebra la giustizia dell'Altissimo.
Secondo un procedimento che ritroviamo lungo tutta l'opera, il tema maggiore viene bruscamente interrotto. II Salmo 8 corona il crescendo come uno sguardo rivolto allo splendore di Dio:
Adonai, nostro Signore,
qual gloria il tuo Nome per tutta la terra,
come il tuo splendore diffonde nel cielo (Sal 8,2).
L'analisi letteraria potrebbe essere così condotta per i quarantun Salmi del Primo Libro. L'accento dominante è quello dei dolori; il Reprobo tortura, schiaccia, uccide (segnatamente nel mirabile Salmo 10), trionfa, senza che nessuno lo fermi. Lo slancio, la speranza, sempre rinascente, dell'Innocente cozzano e rimangono dilaniati sotto l'incessante assalto del nemico. Ogni Salmo individua con maggior precisione i volti dell'iniquità e della giustizia.
In tale notte, appena poche schiarite, ma luminose, trionfanti, sulla gloria di Dio: particolarmente i Salmi 19 e 30. Il tutto centrato su un unico tema: la lunga agonia del Giusto, i suoi patetici appelli al soccorso e alla giustizia di Dio, la sua lotta eroica contro la morte e contro l'iniquità. Dominato dall'incantevole invocazione del Salmo 22, il Libro si conclude accanto al giaciglio su cui il Giusto sta morendo (Sal 41).

31) IL SECONDO LIBRO: GLI ESILI DELL'ANIMA E GLI ESILI DI ISRAELE.
Il Libro Secondo ci introduce in un universo dominato da accenti più sereni. Non più il dramma della guerra contro il Reprobo, ma quello degli esili dell'anima, come insegnano i Dottori.
Come il cervo anela alle acque dei torrenti,
così la mia anima anela a te, Elohim...
Questo è il grido che dà inizio al primo Salmo di questo Libro. Le sofferenze dell'esilio dell'anima e del popolo, il mistico fronteggiarsi del Giusto e di Dio, le gioie delle nozze regali (Sal 45), la letizia più viva del regno di gloria già presentito, la notte si illumina, il tono si eleva, una gioia più costante esplode in ognuna di queste composizioni poetiche (specialmente i Salmi 43; 46; 47; 48; 57; 65; 66; 67; 72).
Ma la sofferenza, con ciò, non è assente: il nemico interiore (Sal 49), il peccato (Sal 51), restano altrettanti ostacoli; la via del Reprobo, descritta però con maggiore elevatezza, è ancora oggetto di qualche Salmo (Sal 53; 58; 64). Si ritorna ancora all'assalto che l'Innocente subisce da parte del Reprobo (Sal 54- 56; 59- 60). Il capolavoro della serie è indubbiamente il Salmo 68 che riassume in un linguaggio di rara intensità i temi fondamentali dell'opera: esilio d'Israele, intervento di Dio che lo sottrae alla servitù e lo conduce attraverso il deserto, assalto furioso del nemico, guerra escatologica, sconfitta del nemico, marcia trionfale su Gerusalemme, regno di gloria; la dottrina del Salmo nonché lo splendore antico della sua espressione ne fanno uno dei pezzi capitali della Raccolta. Il Secondo Libro, dopo un nuovo ritorno alle sofferenze dal Giusto (Sal 69), alla sua attesa ansiosa (Sal 70, cf. Sal 40), alla sua patetica preghiera perché venga il regno (Sal 71), si conclude con una visione del regno messianico che segnerà la fine di tutti gli esili (Sal 72).

32) IL TERZO LIBRO: AGONIE E ATTESE DEL GIUDIZIO E DEL REGNO.
I diciassette Salmi del Libro Terzo costituiscono la collezione mediana, la displuviale del Salterio. Essa è massiccia, statica, una implacabile meditazione sul passato nell'attesa dei fini ultimi. Il Reprobo è qui più nettamente il nemico esterno la cui tentazione, a dire il vero, è superata (Sal 73). Ma le rovine si accumulano (Sal 74; 79; 83). Con maggiore intensità, il Giusto medita le vie del giudizio che egli richiede (Sal 65; 76; 80; 82; 84; 85; 86) e che l'infedeltà d'Israele ritarda (Sal 81). Egli attinge alla storia le ragioni della sua speranza invincibile: Dio ha riscattato il figlio di Giacobbe e di Giuseppe, ha condotto il suo popolo come un gregge per la mano di Mosè e di Aronne (87). Notiamo che il lungo brano dedicato all'uscita dall'Egitto, alla traversata e alle tentazioni del deserto, alle rivolte d'Israele, all'elezione di Giuda e di David, occupa esattamente, come sottolinea la Massorah, il centro del Salterio (Sal 78). Dopo una nuova affermazione della preminenza di Sion e di Gerusalemme (Sal 87), questo Libro, da cui non è assente l'angoscia, si conclude pateticamente con l'agonia del Giusto (Sal 88), il ricordo delle promesse fatte a David, delle dignità del Re- Messia e degli oltraggi che soffre (Sal 89).

33) IL QUARTO LIBRO: LA GIOIA DELLE POTENZE DEL SIGNORE E LA GLORIA DEL REGNO.
Con il Quarto Libro, sembra che si sia doppiato il capo dei sacrifici: penetriamo nella gioia assoluta delle potenze del Signore. La gloria di Dio, la sua sublimità, il suo regno glorioso, la giustizia del suo giudizio, il valore espiatorio della sofferenza, la liberazione cosmica, la gioia di tutta la terra, il pastore in mezzo al suo gregge, la visione della sua perfetta giustizia vittoriosa del male: sono questi i temi della mirabile serie dei Sal 90-101, tradizionalmente interpretata nelle prospettive dell'escatologia biblica. Il Salmo 102 rompe però il punto centrale di questa letizia:
I miei giorni svaniscono in fumo,
le mie ossa ardono come un tizzone.
Simile all'erba, il mio cuore è arido e appassito,
dimentico di mangiare il mio pane.
Agli echi del mio dolore,
le ossa mi si incollano alla carne.
Io somiglio al pellicano del deserto,
sono il gufo delle rovine... (Sal 102, 4-7).
Si innalza più intensa, più tragica, la preghiera perché finisca la dilacerazione e giunga il tempo ultimo della lode perfetta. La compassione di Dio per quelli che lo amano, il suo splendore in seno alla creazione (Sal 104), la certezza del trionfo dell'alleanza data ad Abramo, Isacco e Giacobbe, coronata dall'uscita dall'Egitto, fanno di questo Libro un puro canto di esultanza. Riecheggiando però il Salmo 102, esso si conclude con un lungo richiamo alle rivolte e ai delitti d'Israele e alla superiore bontà di Dio:
Salvaci, Adonai, Elohim nostro,
radunaci di tra i popoli
per celebrare il nome della tua santità,
per il trionfo della tua lode (Sal 106).

34) II QUINTO LIBRO: I VERTICI ULTIMI DELLA MONTAGNA SANTA, LE ASCENSIONI, LA VITTORIA DI DIO E LA LODE COSMICA.
Il Libro Quinto ci fa salire i vertici ultimi della Montagna
Santa.
I primi tre Salmi (107- 109) riprendono il tema della liberazione dei giusti e della dannazione dei reprobi sotto forma di un cantico di letizia, dagli accenti a volte tremendi, cantato da quanti hanno varcato il punto d'inversione della luce.
Altri tre Salmi sono consacrati all'eterno sacerdozio del Re- Messia (Sal 110), alla gloria del Dio liberatore (111), alle beatitudini di quanti venerano Dio (Sal 112).
Essi introducono allo squillante tripudio del Grande Hallel (Sal 113-118):
Apritemi le porte di giustizia,
entrerò a cantare Yah
Questa è la porta di Adonai,
i giusti entrano lì.
La pietra che i costruttori disprezzano
è diventata testata d'angolo.
Ciò è provenuto da Adonai,
è miracolo ai nostri occhi.
Questo giorno, Adonai l'ha fatto,
giubiliamo, esultiamo in esso. (Sal 118, 19-24).
Il Salmo 119 ci dà le ragioni di tale gioia derivante dalla vita in Dio, nell'adorazione del suo verbo.
Le litanie della Torah introducono le nuove lodi dei quindici cantici delle Salite, i shiré ha ma'alot (Sal 120-134). Il crescendo prosegue nei Salmi seguenti che cantano le grandezze di Dio vincitore degli idoli, creatore, vendicatore e liberatore (Sal 135-138).
L'inno della glorificazione dell'uomo in Dio si conclude con un grido di implacabile odio contro gli odiatori (Sal 139). Esso consente una nuova rottura di ritmo, ultimi appelli alle grazie e alle giustizie di Dio (Sal 140- 144) prima dei potentissimi accordi dell'allegro finale (Sal 145- 150).

35) LA TRADUZIONE DEL SALTERIO.
Dall'XI secolo questo Libro fu tradotto quasi duemila volte in francese. La cifra è eloquente.
É stato detto abbastanza del problema della traduzione che sta, come ha ben visto Paul Valery, nel ricostituire il più possibile l'effetto di una data causa, qui un testo in lingua ebraica, ricorrendo a un'altra causa, un testo in lingua francese.
Questa duplice e necessaria fedeltà sembra qui sospingere il traduttore all'impossibile.
Egli deve rendere, in una lingua implacabilmente analitica, il cui genio è chiarezza, misura, precisione, un testo in cui l'alleanza intima tra senso e suono si esprime in ritmi e risonanze della visione più che in idee; quando queste compaiono, esse si riferiscono a una contemplazione del reale, il quale, a dire il vero, sfugge alle misure ordinarie del discorso.
Il simbolo, a sua volta allusivo, coglie nel vivo della realtà l'immagine esatta che ci colpisce; questa è plasmata nelle onnipotenti armoniche del verbo semitico: è numero prima ancora che forma.
L'arte sembra divenire strumento di una iniziazione al reale, a cui perviene per la mediazione della visione anziché del discorso; la sua potenza sta nel permettere il dilagare della voce e nel liberare il canto; la convenzione del linguaggio trova la sua più giusta determinazione nello scintillio di ogni lettera del verbo e la sua finalità nella salvezza dell'uomo.
E di un diamante siffatto, il traduttore non può trasmettere che polvere sbiadita; qualunque partito egli prenda, la sua impresa lo condanna a sacrificare l'essenziale: egli ha già dilaniato il canto con lo strapparlo alla sua lingua.
Resta forse possibile una strada, preparata negli ultimi decenni dall'esplosione della lingua francese.
In questo paese, in cui nessuna traduzione della Bibbia è ancora mai riuscita ad imporsi, i traduttori che accetteranno la sfida, lo sforzo e il rischio richiesti si dovranno orientare verso la creazione di un linguaggio nuovo che consenta, come nel caso della commovente Volgata e della Authorized Version, di intuire le profondità di vita che fanno della Bibbia il libro di Dio.

36) L'ATTUALITÀ DEI SALMI: NELLE NOTTI DEI NOSTRI ESILI E NELLA LUCE DELLA PATRIA.
Due millenni e vari secoli ci separano dagli autori dei Salmi; questi non riconoscerebbero senza dubbio il mondo in cui viviamo: noi non cessiamo ancora di ritrovarci nei loro canti, il tempo non ha corroso le loro immagini, e il loro messaggio non cessa di essere attuale.
La loro esigenza di giustizia e di universalità, la loro visione dell'ordine creatore e dell'uomo pacificato esprimeranno eternamente le più evidenti necessità di un'umanità che non ha finito di gustare l'ebbrezza cieca e omicida della coppa di violenza. Di secolo in secolo questo libro suscita e alimenta la speranza di alcuni uomini uniti da un'acuta intuizione delle realtà della vita, e che conoscono la vera presenza dell'Uomo nell'ordine reale del mondo, tutti coloro che scalarono o che scalano le aride alture delle fecondità creatrici; tutti coloro che odono e seguono questa voce al di là del secolo, perché avvenga l'adempimento della promessa di giustizia, senza dubbio più urgente in un tempo in cui il furore della bestia spalanca, sotto i nostri occhi ciechi o complici, le prospettive senza sottintesi di un suicidio generale.
Il Libro sta a testimoniare contro di noi sulla roccia d'eternità, dove il suo verbo ci convoca.
Bisogna forse averlo cantato nella notte dell'esilio, sugli antichi ritmi dell'Oriente, per capirne tutti i poteri liberatori, per sapere quanto esso possa assumere l'uomo ed esaudirlo. Notte d'Occidente, tra i dissidi delle alte guardie, notte attenta e silenziosa d'Oriente, notte dei deserti di Giudea, ardente di una fiamma pura che danza al crepuscolo delle sere, notti del mondo e notti dello spirito, l'anima si abbandona alla salmodia, si identifica con l'Uomo unico che geme e che soffre, che subisce l'assalto dell'iniquità e che sanguina e che è martoriato e che non cessa di cantare nella fantastica certezza che lo inonda. L'anima è trasportata dall'incantesimo dei ritmi ebraici, lentamente l'anima del Salmista diventa la nostra anima, la sua battaglia la nostra battaglia, il suo dolore il nostro dolore, la sua agonia la nostra agonia, quella di tutti gli uomini che, nei secoli dei secoli, dettero la vita in questa viva fiamma. Lentamente la nostra anima si compenetra e si alimenta dell'anima eterna del cantore d'Israele, lo splendore che lo sconvolge ci trafigge, la luce ch'egli cerca ci abbaglia, trasfigura le nostre tenebre in gioia ineffabile. Una voce abita in noi e ci rapisce: ci sottrae ai nostri limiti, ci fa attraversare i muri delle nostre prigioni, ci unisce agli splendori di colpo più vicini a noi di noi stessi: un volto ci illumina, una presenza ci feconda, e sulla via della vera conoscenza un canto ci porta al termine della notte, alla tua luce, Gerusalemme...

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